TartaRugosa ha letto e scritto di: Jorn De Précy (2012) E il giardino creò l’uomo Traduzione di Laura De Tomasi Ponte alle Grazie, Adriano Salani Editore

TartaRugosa ha letto e scritto di:

precy

Jorn De Précy (2012)

E il giardino creò l’uomo

Traduzione di Laura De Tomasi

Ponte alle Grazie, Adriano Salani Editore

 

 

E’ quasi l’ora del risveglio e il movimento del giardino inizia ad essere percepibile.

Quale migliore lettura di un testo che grazie alla perizia dello storico di giardini Marco Martella è stato riportato alla luce e reso in Italia accessibile attraverso la sua traduzione?

Parlo di “E il giardino creò l’uomo” il cui titolo non rende onore al ben più affascinante “The lost garden” dell’edizione originale.

E’ stata una vera sorpresa scoprire pagina dopo pagina la strabiliante attualità  di questo breve trattato scritto nel primo decennio del Novecento. Come sempre, se la Storia non cadesse nell’oblio collettivo, molte sorprese del presente non ci apparirebbero più tali.

L’autore infatti intreccia concetti evidentemente arcaici con sentimenti misantropici tuttora in auge e alla cui difesa si ergono molti movimenti d’azione e di pensiero.

Così viene definito Jorn De Précy dal curatore del libro Marco Martella:

“Un uomo distaccato, timido e orgoglioso allo stesso tempo. … Giardiniere-filosofo amava prendersi gioco dei pensatori di professione, diffidava delle teorie e dei sistemi filosofici e si limitava a manifestare le proprie idee senza cercare di approfondirle né di argomentarle … più che pensare da filosofo, viveva da filosofo. … Alcune delle idee contenute nel Lost Garden fanno ormai parte della nostra visione del mondo; in piena era positivista, però, suonavano assai all’avanguardia: la solitudine dell’uomo-massa, la proliferazione di quegli spazi che Marc Augé chiama non-luoghi della surmodernità, il nomadismo dell’individuo moderno”.

Greystone è il nome del giardino perduto.

La preoccupazione di De Précy che dopo la sua morte il destino della sua “creatura” fosse incerta si dimostrò fondata. Infatti, dopo la sua scomparsa e quella del giardiniere Samuel cui aveva lasciato in eredità Greystone, il giardino si trasformò in una giungla e nel 1956 la proprietà fu trasformata in un hotel di lusso. “Oggi dell’antico giardino non resta nulla, tranne qualche vecchio cedro e il tracciato dei sentieri principali, ormai asfaltati e bordati di begonie, fiori che De Précy detestava sopra ogni cosa”.

Ma che cos’era il giardino per De Précy? Così spiega Jorn: “Questo libro non è l’ennesimo trattato che ha per oggetto regole compositive, ma piuttosto una meditazione su quell’arte dei giardini che è molto più di un’arte…. Il giardinaggio, caro lettore, non è che un dialogo ininterrotto con la terra”.

E da qui si parte a ritroso fino ad incontrare la potenza del Genius Loci e alla necessità dell’uomo di venire a patti con lo spirito del luogo: “…capitava  di incontrare dei simulacri, mezzo nascosti dalla vegetazione e l’edera dove spuntavano cespugli di alloro. Al centro delle radure si ergevano altari dedicati a dèi spesso di origine etrusca, talvolta anonimi. Là, immersi nella natura e nel mistero del sacro, gli uomini si sovvenivano della propria origine. Il patto con la terra si rinnovava”.

Rimpiange De Précy l’idea pagana e la visione animistica del mondo. Non si preoccupa di esternare il suo dissenso verso la società civilizzata e il primato della ragione:”Niente più dèi per noi, dunque. Tutt’al più abbiamo il diritto di credere nel Dio delle religioni monoteiste, il quale, ritiratosi nel suo cielo astratto, separato dal mondo degli uomini, ha sgombrato il campo dalle divinità puerili, e dall’identità spesso confusa, dei politeisti. … La terra continua ad esprimersi … Ma poiché non è più guidato dagli dèi, e ha voltato la schiena alla natura, l’uomo non ascolta più” e al tempo stesso si consola ricordando che tuttavia la divinità dei luoghi è ancora altamente considerata in Giappone, in certe popolazioni africane, nell’Indiano d’America o nell’Aborigeno australiano, reputati da tutti civiltà primitive e quindi inferiori.

Nostalgico? Certamente sì.

Pessimista? Proviamo a leggere queste parole senza farle risalire ai primi del Novecento: “Da più di un secolo, a seguito dell’industrializzazione e del processo di urbanizzazione, la città si è gradualmente affrancata dal suo territorio fino a diventare un mondo a sé…Non è costituita che di spazi freddi, inospitali, tutti simili fra loro … Questi luoghi anonimi, insulsi, fatti per le masse e non per l’individuo, sono unicamente dei sostituti di ciò che un tempo erano i luoghi della vita umana. Sono l’espressione di un’idea astratta, e quindi disumanizzante, dell’uomo” e vi troveremo la forza antesignana delle parole dell’antropologo Marc Augé.

Ancora: “Non sono mai riuscito a superare la mia allergia per la tecnologia moderna .. Per qualche ragione questi apparecchi sono sempre brutti, producono suoni sgraziati e, soprattutto, impoveriscono il mondo”. L’apparente facoltà della tecnologia di liberare l’uomo dalla fatica del lavoro, in realtà è solo l’anticipazione della sua alienazione.

E’ sempre più complesso per l’autore riuscire a trovare i luoghi fantasma, quei luoghi cioè dove “lo spazio è come carico di una strana densità, di una profondità insondabile, come se qualcosa della vita degli uomini e delle donne che lì hanno pregato, amato, sofferto e sognato” o perché distrutti  o perché resi monumenti per attirare la fame di distratti visitatori. Si interroga De Précy: “che cosa accadrà quando tutti disporranno dei mezzi per concedersi questo surrogato del viaggiare che è il turismo?”. Un secolo dopo solo noi riusciamo a dare una risposta.

Ma cosa fa di De Précy un giardiniere filosofo? Il fatto che ritenga il giardino come ultimo rifugio degli dèi e degli uomini. Nel giardino “non ci si spinge in avanti, come il tempo meccanico che ormai governa le nostre esistenze … Non vi sono scopi da ottenere, né obiettivi da raggiungere, perché la vita ha un solo fine: se stessa… Ritrovare questa vita, la vera vita, e questo tempo della natura che è anche il nostro vero tempo … ecco che cosa ci spinge ad aprire il cancello di un giardino e a entrarvi”.

Il vero giardiniere “sa benissimo che non otterrà alcun risultato se si affiderà esclusivamente alla proprie capacità e alla propria tecnica .. gli dèi talvolta sono ostili” … Il giardiniere ha uno sguardo da filosofo quando scruta il cielo e il passaggio delle nuvole. Con la passione del poeta interroga il mondo che lo ospita e che è infinitamente più grande di lui”.

Lavorare la terra richiede che ci si metta in ginocchio e si rispetti la sua sacralità. Il giardiniere-filosofo sa che la sua opera è effimera perché la natura è indomabile e la tavolozza dei colori è destinata a sbiadire per cedere il posto ad altre combinazioni e altre gradazioni dettate dal giro delle stagioni. Ma di questo non si dispera perché curando la terra, si prende cura della vita e la interroga, accordando i propri desideri con quelli del luogo.

C’è un unico modo per entrare in comunione con la natura e questo farà scuotere la testa a molti che inseguono la voglia del controllo e della composizione artificiale finalizzati ai “bei quadretti”. Occorre infatti saper ascoltare il giardino e restituirgli la sua selvatichezza.

In termini pratici “bandire dal giardino i fiori annuali esotici, le loro forme artificiali e i loro colori chiassosi … le serre e soprattutto le orribili aiuole fiorite a favore delle piante semplici, umili e colme di magia delle foreste e delle campagne.. Nel suo libero svilupparsi, la natura, appena guidata dalla mano del giardiniere, deve poter dialogare con la dimora; lo spazio vegetale deve mescolarsi a quello dell’uomo, fino a confondersi con esso”.

E’ questo il principio che guida la mano del nostro giardiniere-filosofo e lo ritroviamo nella descrizione del suo amato Greystone: “il visitatore che ama i giardini convenzionali rimarrà un poco sconcertato, In questa mescolanza di costruito e vegetale vedrà solo l’eterna lotta che oppone l’uomo alla natura, con un netto e inquietante vantaggio a favore della seconda. Ma che noia, questa vecchia lotta, che in realtà esiste solo nella mente degli esseri umani! No, nell’architettura vegetale della mia casa vi invito a leggere piuttosto un accordo, un’alleanza, la forma visibile di un ritrovato amore fraterno”.

Le dieci pagine dedicate al giardino di Greystone ci conducono in uno scenario poetico di foglie, fiori, alberi, arbusti, pietre, viti, verdure e molto altro ancora, fino a far immaginare persino la casa dello scrittore una prosecuzione del giardino.

La passione di De Précy ulteriormente traspare nella preoccupazione dell’approssimarsi della fine della propria vita e del destino del suo giardino, e non solo. Del destino di tutti i giardini, poiché “interrogarsi sul giardino significa interrogarsi sull’umanità”.

E ora che Greystone non esiste più, rimangono i suggerimenti di chi l’ha molto amato:
Fate giardini! Tracciate il vostro disegna sulla faccia della Terra, che si presta sempre volentieri ai sogni dell’uomo, piantate un giardino e prendetevene cura. … Lavorate con i poeti, i maghi, i danzatori e tutti gli altri artigiani dell’invisibile per rimettere al suo posto il mistero del mondo. .. Non avrete il desiderio assurdo di cambiare il mondo: farete solo un piccolo spazio alla vita. … Gli dèi sono dalla vostra parte. Stanno aspettando gli uomini, sorridendo dei loro errori e delle loro speranze, dietro il cancello aperto del giardino”.

Categorie:Letture

5 replies

    • “C’e’ un unico modo per entrare in comunione con la natura…..Occorre saper ascoltare il giardino e restituirgli la sua selvatichezza”
      Condivido tutto quello che e’ stato scritto. questo e’ forse il concetto che sento piu’ mio nel profondo.
      Grazie per aver letto e scritto di “the lost garden”.
      Anna
      ann

      .

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  1. Vedo che…non potendo ancora lavorare e godere del vostro giardino a Coatesa….avete “visitato the lost garden ” di De Precy…..grazie per avercelo presentato con tanta ammirazione….presto andro’ anch’io ad apprezzarlo….me ne sono presa una copia anche per me non appena ho letto l’articolo sul SOLE 24 ORE della Domenica…

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