TartaRugosa ha letto e scritto di: Matteo Sturani, curatore (2013) Pietre, piume e insetti. L’arte di raccontare la natura Einaudi

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Matteo Sturani, curatore (2013)

Pietre, piume e insetti. L’arte di raccontare la natura

Einaudi

E’ arrivata nuovamente l’estate. Con incedere incerto, quest’anno.

Maggio freddissimo e bagnato non ha agevolato il passaggio di testimone al fratello successivo che, titubante, ha cercato di recuperare con un paio di giorni a 38 gradi, per precipitare subito dopo, a cavallo di folate di vento impetuoso, a temperature di minima fino a 12 gradi.

Ben l’hanno capito le povere piantine dell’orto, irrigidite e bloccate nella crescita, ma smaniose di rispondere al richiamo della loro natura, con il risultato di piccoli fiori adagiati su esili steli allungati a cercare la luce. Acqua in quantità, ma sono luminosità e calore che fanno difetto!

Pure io me ne sono accorta nelle mie passeggiate lungo i sentieri, sempre pronta ad interrarmi di nuovo, cercando riparo e calore fra le viscere del sottosuolo.

E nel breve tempo del solstizio di giugno, di conforto alle mie memorie è arrivato il libro di Matteo Sturani, con le sue memorabili pagine di letteratura dedicate all’arte di osservare e raccontare i fenomeni della natura.

Un’antologia di poco più di una ventina di autori che riescono a pennellare con le parole autentici quadri naturali di intensa vita vegetale e animale.

Che sia questione di occhio, Sturani lo rivela subito citando Leonardo: “or non vedi tu che l’occhio abbraccia la bellezza de tutt’il mondo? Lui è capo dell’astrologia, lui fa la cosmografia, lui tutte le humane arti consiglia e corregge. … Cos’è ciò che ti risveglia, o uomo, ad abbandonare le tue case cittadine, a lasciare parenti e amici e andare nei campi tra i monti e valli, se non la bellezza naturale del mondo, di cui, se ben ci rifletti, ti delizi col senso del vedere?”.

Che sia questione d’epoca, lo si scopre nei tratti biografici degli autori, laddove “in un mondo privo di computer, televisori e altre forme di distrazione da camera, in strade dove passava una macchina ogni mezz’ora, il baricentro della vita ludica si spostava per forza di cose al di fuori delle mura di casa … Il giardino, l’orto, il bosco divenivano allora il campo di gioco privilegiato, teatro di inesauribili esplorazioni .. interi mondi che promettevano avventure senza fine”.

E in me, TartaRugosa, l’eco di quelle esperienze recupera i ricordi d’infanzia, nostalgico periodo di reminescenze di come lo sguardo si apriva stupito di fronte alle meraviglie degli abitanti non umani di questo pianeta.

Per dirla con Primo Levi: “Verso metà giugno mia madre metteva mano ai bagagli. … Contenevano tutto: biancheria, pentole giocattoli, libri, scorte, abiti leggeri e pesanti, scarpe, medicine, attrezzi, come se si partisse per l’Atlantide. … I tre mesi scorrevano lenti, sereni e noiosi, punteggiati dall’abominio sadico dei Compiti per le Vacanze. Comportavano sempre un nuovo contatto con la natura: modeste erbe e fiori di cui era gradevole imparare il nome, uccelli dalle varie voci, insetti, ragni. … Nel giardino-cortile si affaccendavano ordinate tribù di formiche, di cui ero affascinante studiare le astuzie e le ottusità”.

Quelle stesse formiche che attiravano pure la mia curiosità (probabilmente supportata dalla fiaba di La Fontaine): minuti e minuti di osservazione delle lunghe file dei minuscoli insetti che molto si davano da fare intorno ad una briciola di pane o un avanzo di frutta o, più macabramente, un residuo di cadavere animale. Osservazioni non esenti da rudimentali e sadiche sperimentazioni di vivisezione, che però a quei tempi venivano annoverate come veri e propri apprendistati chirurgici (amputazioni di una parte del corpo con lo stecchino del ghiacciolo) dettati da una precoce quanto infondata passione per la medicina. Nonostante l’identico, miserevole esito, quegli episodi però non coincidevano con forme di violenza gratuita che altri coetanei esercitavano sui laboriosi insetti (dare loro fuoco, per esempio).

Piero Calamandrei nel capitolo “Inventario della casa di campagna” considera “Innata genialità dei ragazzi nell’inventar modi sempre nuovi per tormentare le creature vive! Si direbbe che i loro giuochi non abbian gusto se non si lasciano dietro, in quel mondo di popoli minimi dei quali essi sono i dittatori, una scia di mutilazioni e di stragi: e gli accorgimenti per infliggerle sono così estrosi, che figurerebbero bene in una speciale sezione del museo degli strumenti di tortura che si ammira in Norimberga”.

Ma “se da un lato la natura pagava un prezzo sotto i colpi di un banditismo brufoloso armato di fionde, alcool e cerini, dall’altro il contatto diretto con tale natura era in grado di promuovere una conoscenza della stessa e dei suoi meccanismi che nessuna aula o laboratorio scolastico avrebbe in seguito fornito”.

La natura quindi anche come gioco di formazione, le cui scoperte non erano esenti da sacrifici.

Italo Calvino rispolvera i miei giorni d’infanzia in campagna, quando in “Un pomeriggio, Adamo” scrive: “Libereso schiuse le sue mani e la lasciò guardare dentro. Aveva le mani piene di cetonie: cetonie di tutti i colori. Le più belle erano le verdi, poi ce n’erano di rossicce e di nere, e una anche turchina. E ronzavano, scivolavano una sulla corazza dell’altra e ruotavano le zampine in aria”. La stessa esperienza da me condotta con i maggiolini, catturati in un bicchiere e poi versati sul dorso della mano, per guardarli correre e dischiudere la corazza da cui improvvisamente spuntavano le punte delle ali. Che sorpresa ogni volta vederli spiccare il volo come piccoli elicotteri!

Molte sono le pagine del testo che invitano all’atteggiamento contemplativo, ma altrettante le storie avventurose di chi la natura la vive come esperienza diretta: “Il naturalista all’opera”; “Emozioni caccia e pesca”; “Le disavventure del naturalista” raccolgono testimonianze e descrizioni di grande efficacia identificativa, soprattutto in coloro che, come me, amano essere spettatori piuttosto che attori.

Dalla Dalmazia all’Amazzonia, dalla Provenza alla taigà, dal collezionismo di farfalle di Nabokov, dell’erbario di Calamandrei e dei coleotteri di Gadda, ai suoni di Thoureau e alle tavole a tempera di Mario Sturani, nonno del curatore Matteo, i viaggi si susseguono negli habitat talora sconosciuti del pianeta, portandoli più vicini e meno ostili, quando mediati dall’osservazione e dall’amore del luogo.

Fuori del tempo eppure dentro l’immutabilità delle cose, perché, come stimolano le parole di Calamandrei, esistono luoghi in cui “il periodico rispuntare degli stessi teneri germogli in cima agli stessi rami, non è un susseguirsi di generazioni … ma è un periodico riaffermarsi di una presenza eterna, sottratta alle discendenze e ai declini”.

Categorie:Letture

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