TartaRugosa ha letto e scritto di: Stephen Emmott (2013), Feltrinelli Dieci miliardi. Il mondo dei nostri figli Traduzione di Bruno Amato

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Stephen Emmott (2013), Feltrinelli

Dieci miliardi. Il mondo dei nostri figli

Traduzione di Bruno Amato

In fondo si potrebbe dire che è solo una questione di numeri.

Tanti: nel titolo, nelle date, nelle fotografie, nei grafici.

Emmott sa come gestirli: è uno scienziato che dirige il dipartimento di Scienze computazionali alla Microsoft e insegna la stessa disciplina all’Università di Oxford. Conduce ricerche su sistema complessi, clima ed ecosistemi, e sull’impatto esercitato dagli umani sul proprio suolo.

Nel 2012 il suo monologo teatrale 10 Billions riscuote un successo enorme. Da lì nasce questo libro.

Per chi come me si appresta al riposo invernale, direi che è una lettura che non concilia affatto il sonno, ma lo turba, lo disturba, lo ritarda.

Parla della razza umana, del suo sviluppo e della sua casa, la Terra.

Nel grafico Popolazione mondiale, una curva mostra la crescita dal 10.000 a.C. al 2010: “Appena diecimila anni fa eravamo solo un milione. Nel 1800, poco più di duecento anni fa, eravamo un miliardo. Nel 1960, cinquant’anni fa, eravamo tre miliardi. Oggi siamo sette miliardi. Nel 2050, i vostri figli e i figli dei vostri figli vivranno su un pianeta con almeno nove miliardi di altre persone. E, verso la fine di questo secolo, saremo almeno dieci miliardi. Forse di più”.

Emmott spiega gli eventi che hanno aiutato ad arrivare al punto in cui siamo:

  • la rivoluzione agricola (quattro per l’esattezza, la prima con l’addomesticamento degli animali, la seconda con la selezione di piante e specie vegetali, la terza con la meccanizzazione della produzione alimentare, la quarta, odierna, con la rivoluzione verde);
  • la rivoluzione industriale grazie alla quale il mondo veniva trasformato dalla pratica manifatturiera, dall’innovazione tecnologica, da nuovi processi industriali, dai mezzi di trasporto e la dipendenza da carbone, petroli e gas come principali fonti di energia;
  • la rivoluzione alimentare determinata da un aumento sempre maggiore della popolazione che dal 1960 ha avviato la rivoluzione verde.

I mezzi per avere più cibo che sono stati intrapresi nel corso del tempo:

l’uso su scala industriale di pesticidi, erbicidi e fertilizzanti chimici

– un’espansione senza precedenti nello sfruttamento del suolo

– l’industrializzazione totale dell’intero sistema di produzione alimentare

I risultati derivati all’ambiente:

perdita di habitat naturali

– inquinamento

– sfruttamento intensivo della pesca

– rapida estinzione di moltissime specie

– degrado di interi ecosistemi

– scarsità dell’acqua

Dà spazio anche a qualche numero a proposito di trasporto, utilizzato per spostare avanti e indietro per il mondo tutto ciò che compriamo, mangiamo, le materie prime e le risorse necessarie a fare ogni cosa:

nel 1960 circolavano 100 milioni di automobili sulle strade del mondo – nel 1980 erano 300 milioni. Nel 1960 si muovevano 100 miliardi di passeggeri per chilometro. Nel 1980 erano 1000 miliardi.

Il numero totale dei veicoli prodotti supererà i 2 miliardi nel 2013.

Quest’anno voleremo per 6000 miliardi di chilometri e saranno spediti in giro per il mondo qualcosa come 500 milioni di container di roba che consumeremo noi. Mediamente un volo sulla lunga distanza impiega circa cento tonnellate di carburante.
Non sorprenderà il fatto che la produzione automobilistica globale, il traffico aereo e il movimento merci siano tutti destinati a crescere in misura consistente nel corso di questo secolo. Le autovetture saranno almeno il triplo di quelle prodotte nel secolo scorso e i settori del trasporto merci e delle linee aeree sono destinati a espandersi.

La crescita a ritmo sbalorditivo della popolazione umana e di tutti i sistemi di interconnessione legati a questo fenomeno stanno provocando un’emergenza planetaria senza precedenti.

Esaminiamo solo alcuni aspetti che già da soli sarebbero più che sufficienti a far scattare qualcosa di più che una riflessione.

Scrive Emmott che “oggi il 40 percento dell’intera superficie del pianeta è utilizzato per l’agricoltura. La restante superficie comprende l’Artide e l’Antartide; il Sahara e vasti tratti dell’Australia non utilizzabili per l’agricoltura, così come la Siberia e altre zone di tundra; i luoghi in cui viviamo; aree protette; giacimenti utilizzati per l’estrazione delle risorse finite della Terra; foreste utilizzate per la produzione di legname. Attenzione: la domanda di cibo e quindi di terra coltivabile è destinata almeno a raddoppiare entro il 2050. Che sia questo uno dei motivi dell’accaparramento di terreni da parte di governi, grandi imprese, hedge fund e istituzioni dai confini spesso poco chiari?”

Ma andiamo oltre.

Sfruttamento del suolo ed emissioni inquinanti stanno provocando una significativa perdita di popolazione tra le specie: l’attività umana sta provocando la più grande estinzione di massa sulla Terra dopo l’evento che 65 milioni di anni fa spazzò via i dinosauri.

Ma la perdita più importante è quella della biodiversità e, di conseguenza, l’alterazione del funzionamento dell’ecosistema e di molte funzioni vitali del pianeta. In breve, con l’aumento della popolazione e con la crescita delle economie lo stress sull’intero sistema si aggrava nettamente. E’ questo il punto in cui ci troviamo adesso”.

Acqua:

La siccità del 2008 in Australia, quelle della Russia e dell’Europa orientale del 2010 e quella del 2012 negli Stati Uniti, hanno causato perdite tra il 20 e il 40 percento dell’intero raccolto di grano e mais.

Una percentuale incredibile – il 70 percento – dell’acqua dolce disponibile sulla Terra viene oggi utilizzata per l’irrigazione agricola.

Più di un miliardo di persone vive in condizioni di estrema scarsità d’acqua.

Suolo:

La domanda di terra per uso alimentare è destinata a triplicare entro la fine del secolo.

Ciò vuol dire che le spinte ad abbattere molte delle rimanenti foreste tropicali – le foreste pluviali – per assoggettarle all’uso umano si intensificheranno di decennio in decennio.

Nel 2050 il 70 percento di noi vivrà in città. Vale la pena di ricordare che delle 19 città brasiliane che negli ultimi dieci anni hanno raddoppiato la loro popolazione, dice si trovano in Amazzonia.

Ne consegue che la produttività alimentare è destinata a  declinare, per via del mutamento climatico (già ci sono insolite ondate di caldo, siccità, inondazioni), del degrado del suolo, della desertificazione, dello stress idrico.

Ricorda Emmott: “nel corso dell’ondata di caldo verificatasi nel 2010 in Russia, il governo del paese aveva bloccato le esportazioni di grano, provocando il caos nei mercati delle derrate, un’impennata senza precedenti nei prezzi dei beni alimentari e, di conseguenza, diffusi tumulti per il cibo in Asia e in Africa, tumulti che sfociavano nella violenza di quella che oggi chiamiamo “Primavera araba”. 

Milioni di persone provenienti da paesi non più abitabili, o che non dispongono di acqua e cibo sufficienti, o che sono teatro di conflitti per il possesso di risorse naturali sempre più preziose origineranno stati militarizzati.

Chiunque non si accorga che questo scenario globale ha tutte le carte in regola per scatenare un conflitto civile internazionale si sta illudendo. Non è un caso che tutti i convegni scientifici sul cambiamento climatico cui partecipo hanno di fatto un nuovo tipo di platea: i militari”.

E come non essere quindi d’accordo con la sua affermazione:

Comunque lo si guardi, un pianeta di dieci miliardi di abitanti è uno scenario da incubo”.

Emmott non ha alcuna fiducia sull’ottimista razionale, ovvero colui che sostiene che le previsioni catastrofiche del passato si sono rivelate errate e che la nostra creatività e intelligenza ha sempre permesso di tecnologizzare una via d’uscita dal problema. E non tanto perché le ipotesi percorribili siano totalmente impraticabili, quanto perché nessuno ci si sta impegnando in un momento in cui è già troppo tardi:

Certo l’ottica dell’ottimista razionale è che siamo così intelligenti e inventivi da poterci permettere di non preoccuparci: inventeremo di sicuro un modo per cavarci dalla brutta situazione in cui ci troviamo adesso. E – io stesso devo confessarlo – è fortissima la tentazione di credere in un’idea così attraente. Ma è un enorme salto nel buio della fantasia.”

E quindi? Quindi modificare il comportamento, cosa apparentemente semplice ma che nessuno ha voglia di fare, a partire dalla contraccezione.

Potremmo cambiare la situazione in cui ci troviamo. Probabilmente non è possibile farlo tecnologizzando la via d’uscita, ma solo trasformando radicalmente il nostro comportamento. Nulla però indica che questo stia accadendo, o che stia per accadere. Penso che le cose andranno avanti come se nulla fosse.

Abbiamo un urgente bisogno di fare – e voglio dire fare concretamente – qualcosa di radicale per sventare una catastrofe globale. Ma non penso che lo faremo.
Quello che penso è che siamo fottuti
”.

Fra pochi giorni è il 2 novembre. Spero di risvegliarmi nella prossima primavera.

Categorie:Letture

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