Paolo Ferrario all’ascolto di: THE NECKS, SEX, 10 febbraio 2006

C’è una parola ricorrente nelle recensioni dei dischi del trio australiano The Necks: “unico”.

È vero. Fanno un Jazz nuovo. Diverso da chiunque altro.

Chris Abrahams (tastiere), Tony Buck (batteria), Lloyd Swanton (basso) sono nati durante i primi anni ’60. Proprio quando John Coltrane suonava Olè, che viene accostato a loro per la sua capacità di innovare, e 10 anni prima dell’ascesa del trio Keith Jarrett.

Insomma: appartengono ad una nuova generazione di musicisti Jazz. E del passato sanno distillare il più sapiente uso degli elementi essenziali del Jazz:

il rapporto particolare con il tempo, in gergo lo “Swing”;

l’improvvisazione;

il fraseggio del singolo esecutore, anche all’interno di un gruppo;

ed, infine, quell’elemento che differenzia il Jazz da altri generi di musica, ossia quella qualità speciale che chiamiamo “stile”.

Questi richiami li devo al libro: Joachim Ernst Berendt, Il nuovo libro del Jazz, Vallardi. La loro unicità mi sembra dovuta ad alcuni fattori: creano un unico pezzo della durata di circa un’ora; il suono è acustico e potente; l’uso dell’elettronica è appena accentuato; il “tappeto” musicale, che si richiama alla ripetizione ipnotica del minimalismo e su cui si appoggiano le armonie e le improvvisazioni, è semplicemente sublime; non ricorrono a dissonanze Free per dimostrarsi “diversi”. 

“Sex” è del 1989: 15 anni prima di Drive By“. Eppure i due dischi sono fra loro vicinissimi, a conferma del loro stile e della loro coerenza artistica.

Per ascoltarlo occorre “darsi tempo”. Meglio ancora quando diventa buio e cominciano ad accendersi le prime luci della notte.

Provo a scrivere cosa succede.

L’inizio è una cascata di note di piano che rimbalzano sul tappeto del drumming di Tony, cha da subito comincia ad ordire la sua trama. Il ritmo rimarrà sempre quello, con continue variazioni, ma con lo stesso disegno: credo che ci voglia una forza incredibile a tenere intatto e senza un errore, questo tempo per un’ora filata… 4 o 5 note acustiche di piano in tono melodico… l’idea è buona, altri andrebbero avanti su quella scia, ma Chris le lascia lì, forse per farci desiderare che ritornino ancora… il contrabbasso di Lloyd diventa un violino, ma soprattutto evoca le porte che si aprono nei castelli delle favole… variazioni del tappeto di Tony, preciso come l’equilibrio biologico della vita.

Accenno di aumento della velocità, forse solo una impressione, come nei sogni dove tutto ha misure diverse… sassi che si rotolano fra di loro nell’acqua di una grotta… campanelle, ma forse no, forse era un sogno perchè sono già sparite… secchi colpi di bacchetta in tono sordo-acuto, ancora solo per un attimo… avanti con lentezza, sempre uguale e sempre diverso…

Sono passati 20 minuti. La meraviglia è che sono ad un terzo del viaggio. Mi viene da sorridere come Noodles nella fumeria d’oppio, alla fine del film di Sergio Leone “C’era una volta l’America”.

Ma l’espansione di coscienza dei Necks è di tutt’altro tipo: loro realizzano un ponte fra lo spazio musicale che stanno creando e le mie onde cerebrali.

Alla metà del disco cominciano a crearsi nella mente delle immagini, ogni volta diverse, tutte rivelatrici di altre parti della realtà, mai drammatiche.

È tutto così “sincronizzato”: dinamica, ritmo, variazioni, battiti del cuore, respiro, movimenti del corpo….

34° minuto: Tony aggiunge un battito della grancassa… ora l’ambiente sta ancora cambiando… più veloci, perchè ormai siamo dentro con loro e possiamo andare tutti assieme dove non siamo mai stati… mi sento nel cuore di questa scultura, come quando il marmo rivela la forma che aveva dentro.. e infatti i sassi della grotta ricominciano a rotolare… qui ora c’è un beat che vorrei memorizzare per il resto della mia vita…

44° minuto: interplay di tensione drammatica… improvvisazione onirica e i tre si mettono a raccontare le loro storie… 51° minuto inizia il passaggio alla chiusura… ritmo di nuovo più lento, ma sempre incalzante.

Tony è ancora lì, da dove aveva cominciato, dopo essere andato da tutte le parti senza mai mancare di “assistere” i suoi compagni… chiusura su interplay batteria-basso con poche note di piano. The end.

Si esce dal sogno e si torna al reale. Ma con quel tono tra-sognato che fa percepire meglio la bellezza della vita. Grazie Necks: siete “unici”. Vi invito al loro ascolto, di tutto cuore. Paolo Ferrario/alias Amalteo

Il mio Album sui Necks è qui: http://www.segnalo.it/TRACCE/MUSICA/The%20necks/necks.htm

Già pubblicato qui: http://www.debaser.it/recensionidb/ID_8201/The_Necks_Sex.htm

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