Come è – Mark Strand

Sto a letto.
Mi rigiro tutta notte
nel freddo indisturbato abisso
delle lenzuola senza dormire.

Il mio vicino cammina per la sua stanza,
indossa la maschera
lucente di un falco dal grande becco.
Sta alla finestra. Una piuma viola

sale dalla sommità del suo elmo.
La luce della luna
si versa come latte su di lui e il vento sciacqua le bianche
coppe vitree dei suoi occhi.

Con l’elmo in un sacchetto della spesa
siede nel parco, sventola una bandierina americana.
Non lo si sente quando si sposta
dietro alle siepi e alle piante,

sempre sui confini consunti
del paese, e punta una pistola a qualcuno come me. Mi accuccio
sotto il tavolo della cucina, e mi dico
sono un cane, chi ucciderebbe mai un cane?

La moglie del vicino torna a casa.
Entra in salotto,
si spoglia, la chioma le ricade sulla schiena.
Pare che lei guadi

lunghi fiumi placidi d’ombra.
Ha le piante dei piedi nere.
Bacia il marito sul collo
e gli infila le mani nei calzoni.

I miei vicini ballano.
Rotolano sul pavimento, lui le mette la lingua
nell’orecchio, i suoi polmoni
esalano il fetore della broda e del clima dell’inferno.

Per strada c’è gente che si sdraia
ginocchia all’aria, con occhi
colmi di lacrime, ceneri
che penetrano nelle orecchie.

I vestiti gli vengono strappati
di dosso. Hanno le facce estenuate.
Cavalieri gli galoppano intorno, spiegando perché
dovrebbero morire.

La moglie del vicino mi chiama, la bocca schiacciata
contro il muro alle spalle del mio letto.
Dice: «Mio marito è morto».
Io mi giro sul fianco,

sperando che non abbia mentito.
Le pareti e il soffitto di camera mia sono grigi−
il colore della luna visto dalle finestre di un lavasecco.
Chiudo gli occhi.

Mi vedo a galla
sul mar morto del mio letto, risucchiato via,
e chiedo aiuto, ma l’urlo vago
mi si strozza in gola.

Mi vedo nel parco
a cavallo, circondato dal buio,
che conduco gli eserciti di pace.
Le zampe di ferro del cavallo non si flettono.

Lascio le redini. Dove finiranno i disordini?
Flotte di taxi si fermano
nella nebbia, i passeggeri
si addormentano. Della benzina cola

da un tubo di scappamento tricolore.
Chiudendo a chiave le porte,
le persone che escono dagli uffici si stringono l’un l’altra,
raccontando sempre daccapo la stessa storia.

Tutti quelli che si sono venduti vogliono ricomprarsi.
Non si fa nulla. La sera
consuma le loro membra
come una carestia.

Tutto si offusca.
Il futuro non è più quello di una volta.
Le tombe sono pronte. I morti
erediteranno i morti.

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “Il futuro non è più quello di una volta”, minimum fax, Roma, 2006

∗∗∗

Poesia in Rete

Foto di Chris Felver Foto di Chris Felver

Il mondo è orribile.
E la gente è triste.
Wallace Stevens

Sto a letto.
Mi rigiro tutta notte
nel freddo indisturbato abisso
delle lenzuola senza dormire.

Il mio vicino cammina in camera sua,
indossa la maschera
lucente di un falco dal grande becco.
Sta alla finestra. Una piuma viola

sale dalla sommità del suo elmo.
La luce della luna
si versa come latte su di lui e il vento sciacqua le bianche
coppe vitree dei suoi occhi.

Con l’elmo nella borsa della spesa
siede nel parco, sventola una bandierina americana.
Non lo si sente quando si sposta
dietro alle siepi e alle piante,

sempre sui confini consunti
del paese, e punta una pistola a qualcuno come me. Mi accuccio
sotto al tavolo della cucina, e mi dico
sono un cane, chi ucciderebbe mai un cane?

La moglie del vicino torna a casa.
Entra in salotto,
si…

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