Camminare può cambiarci la vita di Shane O’Mara (Einaudi), giu 2020

Camminare può cambiarci la vita di Shane O’Mara (Einaudi). Alex Saragosa su il Venerdì (la Repubblica): «Qual è stata l’arma segreta che ha permesso alla specie umana di conquistare il mondo? Il cervello? La mano? La socialità? Un po’ tutte, ma per il neuroscienziato irlandese Shane O’Mara ce n’è un’altra altrettanto importante e non abbastanza considerata: il nostro modo di camminare. “Ci sono specie molto intelligenti, molto sociali, con mani agili o in grado di costruire attrezzi. Ma nessuna cammina come l’essere umano, e nessun’altra infatti è mai riuscita a raggiungere ogni angolo del mondo, spostandosi sul terreno”, dice. Sull’eccezionalità del nostro modo di muoverci e sul perché dovremmo riscoprirlo, combattendo l’attuale epidemia di sedentarietà, O’Mara, che è docente al Trinity College di Dublino, ha scritto un libro, Camminare può cambiarci la vita (Einaudi, pp. 192, euro 13), con un titolo che assume un significato particolare dopo le settimane che abbiamo passato chiusi in casa. La storia che racconta O’Mara comincia circa 4,5 milioni di anni fa, quando nostri antenati africani, forse privati delle foreste da un cambiamento climatico, si avventurarono nella savana, regno di predatori quadrupedi molto più forti di loro. “È probabile che inizialmente camminassero come gli scimpanzé, piegati in avanti, appoggiando le nocche delle mani a terra, ma essendo anche in grado, per un po’, di camminare eretti: una sorta di compromesso fra due e quattro gambe, utile per chi deve fare una vita divisa fra l’arrampicarsi sugli alberi e il muoversi sul terreno”. Nella savana però quel tipo di locomozione era suicida, lenta e faticosa sulle lunghe distanze. “I nostri antenati avrebbero potuto tornare pienamente quadrupedi, come i mandrilli, ma invece imboccarono una strada unica e difficilissima: la loro colonna vertebrale si adattò a funzionare verticalmente, assumendo una forma a S, il suo punto di ingresso nel cranio si abbassò, così che potessimo guardare in avanti stando eretti, il bacino si allargò e incurvò, per ospitare i grandi  muscoli dei glutei, gli arti inferiori si allungarono e il piede smise di essere prensile, diventando una sorta di molla arcuata per assorbire il peso del corpo e fare da perno”.  Risultato: noi oggi ci muoviamo in un modo unico, chiamato a “pendolo inverso”, lasciandoci cioè cadere in avanti, fermando la caduta con una gamba, e usando il movimento dell’altra per raddrizzarci e poi sbilanciarci di nuovo in avanti» (leggi qui).

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