Paolo Conte, nato ad Asti il 6 gennaio 1937 (84 anni), di Jessica D’Ercole


Paolo Conte, nato ad Asti il 6 gennaio 1937 (84 anni). Cantante. Autore. Il più grande cantautore italiano vivente. Molto noto anche all’estero (soprattutto in Francia). Tra gli album Un gelato al limon (1979), Appunti di viaggio (1982), Paolo Conte (1974), Aguaplano (1987), Parole d’amore scritte a macchina (1990), Novecento (1992), Una faccia in prestito (1995), Razmataz (2000), Elegia (2004), Psiche (2008), Amazing Game (2016). Del 2020 il film documentario Paolo conte. Viene via con me di Giorgio Verdelli. «Sembra burbero ma in realtà è uno che ha un sorriso dentro e anche una tenerezza e una voglia di comunicare che si esprime per sottintesi» (Giorgio Verdelli) • «Paolo Conte est sexy» (Jane Birkin) • «Da bravo e nobile provinciale quale è sempre stato, ha narrato di un altrove che è nei sogni di tutti. Ha saputo raccontare come nessun altro lo sguardo goffo e innocente dei piemontesi di terra che per la prima volta scoprivano il mare, e Genova per noi rimane la canzone perfetta, una delle dieci più belle canzoni italiane di tutti i tempi. Perfino un periferico bar Mocambo era diventato il luogo dove trovare sublimi e dimessi elisir. Tutti abbiamo fantasticato su quelle bionde che soggiogavano i frequentatori di balere, tutti ci siamo inteneriti su “una luna strepitosa che ci guarda con tristezza”, sul naso di Bartali, impervio come una salita, sui rebus, i calembour, su quelle parole inaspettate che deliziavano l’anima, e qualche volta anche su irresistibili volgarità (“c’è sempre chi si apparta, si mette a scorreggiar tranquillamente” cantava in Per ogni cinquantennio), dette con la grazia sorniona di chi può permettersi qualsiasi licenza» (Gino Castaldo) • «Ha più volte dichiarato che l’impulso primario di ogni sua canzone è sempre musicale; è un gruppo di note, un tema, un motivo, chiamatelo come volete, a proporsi prima come grumo sonoro e quindi via via a definirsi, ordinarsi, compiutamente comporsi. In altri termini, in principio per lui è la Musica, appresso viene il Verbo» (Andrea Camilleri) • «Il disegnatore Bill Griffith, quello di Zippy, che gli ha voluto fare un ritratto, ha colto perfettamente la sua maschera: le rughe, i baffi, gli occhi buoni, lo sguardo di chi ne ha viste di tutti i colori ma nasconde tutto dietro un broncio bonario» (Giuseppe Videtti) • «“Un mago introverso che fonde chanson, poesia enigmatica, vaudeville e swing raffinato”. Non son mai prodighi di complimenti gli inglesi per noi italiani. Ma così il Times ha definito Paolo Conte (…) È uno dei pochi connazionali capaci di incantare gli stranieri» (Matteo Cruccu) [18/6/2009] • «È un poeta del ‘900 che insegnavo ai miei studenti assieme a Luzi, Montale e Ungaretti» (Doriana Fournier, per anni docente all’Henry IV di Parigi) • «È un giocoliere della parola scritta e detta, che della crittografia ha fatto un’arte, un tessitore di armonie e tappeti sonori che pochi sanno intrecciare, un musicista dal profilo unico, dotato di un’ironia schiva e di una sapienza poetica inconfondibili» (Stefano Salis) • «Non sta più scrivendo nulla? “No, assolutamente no. Ma vedremo, poi magari improvviso qualcosa”» (a Simona Voglino Levy, Rolling Stone).
• Titoli di testa «Viviamo in un momento molto cretino» (a Guia Soncini, Marie Claire).
• Vita È nato un anno esatto prima di Celentano: «Siamo stati entrambi portati non dalla Befana, come si tende a dire, ma dai Re Magi» • Di origini borghesi, il padre era un notaio, la madre proveniva da una famiglia di proprietari terrieri: «I miei genitori erano appassionati di musica, erano giovani e in barba alle proibizioni del fascismo si procuravano partiture americane, qualche disco» (a Dario Olivero, Robinson) • «Ho vissuto da bambino, durante la guerra, un bel periodo in una tenuta in campagna di mio nonno, che mi è rimasta ancora adesso come un’idea di paradiso. La prima passione musicale mi è venuta fuori quando mi mettevo su un poggio in alto ad ascoltare: sotto, nel campo lì vicino, aravano con un trattore. Il trattore faceva tutto il perimetro, e man mano che si avvicinava agli angoli emetteva dei suoni diversi, sentivi proprio il ferro, poi magari quando si allontanava faceva una specie di muggito, e questo mi affascinava da morire, stavo lì due ore, e dentro ci sentivo l’essenza della musica» (Soncini) • Aveva otto anni quando finì la Seconda guerra mondiale: «Un mattino alle cinque mia madre ha preso me e mio fratello e ci ha portati alla finestra a guardare sotto i tedeschi che se ne andavano. Ho sentito anche mia madre dire: Bei ragazzi. Aveva ragione» (ibid.) • Suonava il trombone. In terza liceo fu bocciato perché alla scuola preferiva la musica e i suoi glielo requisirono: «Presi sei materie a ottobre e poi sono caduto per il greco» (Voglino Levi) • È avvocato: «Sono laureato, in Giurisprudenza, ma all’epoca, per vari motivi, un po’ perché non avevo punteggi stratosferici, poi perché già pensavo ad altro, fu una cosa sbrigativa, mi ricordo: era un freddo mattino di nebbia, senza nessuno che mi festeggiava» • «Da avvocato ho curato tre o quattro fallimenti e sento, ho sempre sentito, un po’ di tenerezza verso certi personaggi falliti» • «Per diverso tempo ho mantenuto i piedi in due staffe: la mattina a Palazzo di giustizia e il pomeriggio mi fiondavo a Milano dagli editori, insieme a mio fratello facevamo delle tirate con delle nebbie pazzesche per sentirci dire “non posso, sono in riunione”» (Voglino Levi) • Passione per il jazz fin dall’adolescenza, prese parte come pianista e vibrafonista a piccole formazioni locali, poi cominciò a scrivere canzoni per Celentano (Chi era lui, 1966; Siamo la coppia più bella del mondo, 1967; Azzurro, 1968), Caterina Caselli (Insieme a te non ci sto più, 1968), Enzo Jannacci (Mexico e nuvole, 1969), Bruno Lauzi (Onda su onda, Genova per noi) • «Da ragazzo avrei voluto fare il medico, ma l’attrazione per la musica è stata più forte. (…) non riuscirei a immaginare la mia vita senza arte» (CdS 9/10/2008) • Appassionato suonatore di kazoo: «Si costruiva facilmente anche in casa. Io e mio fratello, da bambini, lo facevamo con il pettine e la carta velina. Nel periodo in cui tenevo concerti da solo, perché l’orchestra non potevo permettermela, mio fratello Giorgio mi regalò un vero kazoo, che ho sempre conservato gelosamente, perché usandolo avevo l’impressione di avere alle spalle un’orchestra fantasma. Mi piace il fatto che sia uno strumento con una vaga parvenza umana, perché alla fine sempre di vocalismo si tratta» • «In genere mi rivolgevo agli editori con i provini, a volte uscivano fuori interpreti a sorpresa. Quando affidi la tua canzone a un altro o segui da vicino tutto (l’arrangiamento per esempio è importantissimo) o vai incontro a dei rischi. C’è sempre la possibilità che un vero interprete crei qualcosa di grande e inaspettato, ma c’è anche il rischio del tradimento» • «Come autore, cercavo una credibilità vocale. Non mi soffermavo troppo sul personaggio. Non mi piaceva chi cantava da cantante, preferivo quelli che usavano la lingua italiana in modo credibile, naturale. Ecco perché mi è sempre piaciuto tantissimo Celentano» • Nel 1974 cominciò a cantare le sue canzoni: «A un certo punto, mi accorsi che stavo scrivendo, in una maniera meno esportabile, canzoni che non avrei potuto facilmente mettere in mano ad altri, più ermetiche. Non ricordo quale fu il primo brano che mi rifiutai di dare, ma a un certo punto cominciai a tenermi le canzoni nel cassetto. Temevo che non sarebbero state capite» • Sul primo concerto da cantante: «Avevo già i baffi. Era di mezza stagione, ero vestito di velluto marron. Mi ricordo che avevo un piano verticale, e durante le prove avevo appoggiato una bottiglia di acqua minerale che poi ho dimenticato. Quando poi di sera sono entrato in scena, nel buio, gli ho dato un colpo e ho subito battezzato le prime file. C’era già tanta gente, ad ascoltarmi, un 400-500 persone; poi per 5-6 anni ho suonato ai Festival dell’Unità e mi piaceva anche: l’intellighenzia allora era lì, erano belle le feste con le donne che facevan da mangiare, si compravano i libri negli stand. Ho tenuto concerti anche a qualche grosso Festival dell’Unità, a Roma, Genova, Milano; leggendarie le kermesse emiliane, con quel buon profumo di costine di maiale» • Ha cantato per la Rai la sigla del Giro d’Italia 2007, Silenziosa velocità (poi inserita in Psiche) • Nel maggio 2007 l’Accademia delle Belle Arti di Catanzaro gli ha conferito la laurea honoris causa in Pittura per l’opera multimediale Razmataz • Gli Avion Travel hanno pubblicato l’album Danson metropoli – Canzoni di Paolo Conte (2007) • «Anacronistico per stile e vocazione, Paolo Conte riemerge ormai sempre più di rado dalla sua aristocratica pigrizia di provinciale di lusso amato dal mondo intero. Sempre meno dischi, sempre meno concerti, non parliamo poi di vetrine e passerelle: se le sue interviste sono autentiche rarità, dalle parti di tv e talk show nessuno in quarant’anni di proscenio l’ha mai visto. Passati da poco i settanta, Conte pare sempre più vicino a sfumare in un personaggio dei racconti cantati, delle tele moderniste, dei film in bianco e nero del suo lussureggiante, malinconico universo salgariano, lasciandoci, per sopravvivere, il solo ma prezioso conforto dei suoi baffi in smoking, della sua voce scorbutica, delle sue canzoni, preziose archeologie di jazz, parole e sentimenti» (Paolo Russo) • Nel settembre 2008 esce l’album di inediti Psiche, presentato in anteprima alla Salle Pleyel di Parigi con l’orchestra sinfonica dell’Ile de France diretta da Bruno Fontaine (a cui seguirà una tournée europea). «Psiche piacerà ai contiani fedeli, che vi ritroveranno i miti di sempre, dalla bici al circo, dai misteri femminili alle suggestioni esotiche. Ma ci sono anche sapori e colori inediti, una ricerca musicale che accantona per un po’ jazz e swing e sposa per la prima volta l’elettronica, “i suoni di gomma e di plastica dei sintetizzatori, con la loro strana poesia”» (Curzio Maltese) • Ottobre 2010, nuovo album Nelson (in ricordo del suo cane, un pastore tedesco morto un paio d’anni prima). Quindici inediti cantati in inglese, francese, spagnolo e napoletano. «I brani nuovi entrano poco nei miei live, la gente impiega molto tempo ad abituarsi e nei concerti vuole celebrare la festa della nostalgia» (CdS) • «La città di Parigi ha consegnato a Paolo Conte la Grande médaille de Vermeil, la massima onorificenza della capitale, rendendogli omaggio come cittadino benemerito» (CdS) • Nel novembre 2011, la nuova raccolta di brani dal titolo Gong-oh (con l’inedito La musica è pagana) • Nell’ottobre 2014 Snob. «Non si riferisce certo a me. Come sempre prendo il titolo di uno dei brani e lo uso come titolo. Poi bisogna tener conto che ho un pubblico internazionale e la parola snob è facilmente intelligibile. Comunque per me esistono tre tipi di persone non ordinarie: intellettuale, snob e dandy. Naturalmente la mia preferita è dandy. Lo snob è raffinato ma anche un po’ parvenu» (ad Antonio Lodetti, Giornale) • Nel 2016 pubblica l’album strumentale Amazing Game «era materiale che avevo scritto per il teatro e lo avevo in un cassetto. Semplicemente mi piaceva: è tutta roba improvvisata, una mescola affettuosa tra me e i miei musicisti. Abbiamo avuto un momento di grazia ed è nato il disco da questo dialogo intimo fra di noi. Bello» (Voglino Levy) • Del gennaio 2020 il documentario di Giorgio Verdelli Paolo Conte. Via con me presentato in anteprima alla mostra di Venezia. «L’Avvocato di Asti appare finalmente in prima persona sul grande schermo. Marcello Mastroianni, che ne capiva, lo riteneva l’unico che avrebbe potuto prendere il suo posto sul set. Nel cast del film troviamo Roberto Benigni, Pupi Avati, Caterina Caselli, Jane Birkin, Francesco De Gregori, Jovanotti, Giovanni Veronesi, Vinicio Capossela e Luca Zingaretti, che fa la guida in un viaggio tra milonghe, maccaie genovesi, cassiere che masticano caramelle alaskane, palcoscenici di grandi teatri parigini, londinesi, americani, napoletani, tarantolate esibizioni di Enzo Jannacci al Club Tenco e Monica Vitti che canta Avanti, bionda. Grazie al ricchissimo archivio personale dell’artista Verdelli ha messo in scena la memoria di Conte» (D’Orrico, Sette).
Ricordi «Chi o cosa le manca? Voglio dire, cosa è svanito del passato che vorrebbe ancora con sé? “Mio padre che mi paga un caffè al bar e vederlo che lascia sul bancone cento lire”» (a Paolo Sorrentino, Vanity).
• Frasi «Proprio come Salgari faccio viaggiare i personaggi delle mie canzoni, senza conoscere esattamente i luoghi che evoco. Mi bastano le sensazioni date da un nome o da un profumo. Ci sono giorni d’inverno, quando fiorisce il calicantus nel mio giardino, che basta avvicinarsi ad uno dei suoi fiori per salire su un tappeto volante» • «Non ho mai condiviso la presunzione che una canzone possa cambiare il mondo. Posso capire che una canzone possa far compagnia, siglare un periodo della vita, mettere un sigillo su una storia d’amore. È un mezzo di comunicazione nella misura in cui l’arte, in ogni caso, comunica. Una canzone può segnare un’epoca, questo sì. La canzone ha un odore e può portarti il profumo di una certa situazione, di un momento. Se ascolto Ma l’amore no, sono investito immediatamente dal veleno di quegli anni di guerra» • «Come tanti compositori che scrivono prima le musiche e poi le parole, in genere scrivo con un finto inglese, che è elastico, ti fa sognare molto di più, i pezzi rimangono più astratti, poi quando devi fare i conti con l’italiano cambia tutto» • «Credo fermamente che la gabbia metrica e la rigidità della lingua italiana (quasi impossibile da usare su accordi jazz, meglio invece sui ritmi latinoamericani), se all’inizio creano problemi, alla fine ti costringono a un’essenzialità che fa bene al testo. Forse è anche per questo che uno degli scrittori che amo di più è Simenon. Dei suoi libri Gide diceva: non c’è un’oncia di grasso letterario» • «Io sono un appassionato di tanghi tedeschi, me li faceva ascoltare mia madre, quelli delle cantanti espressioniste come Zara Leander. Erano fatali, l’anima musicale tedesca che si esprimeva con la stessa esuberanza di quella argentina. Il mio preferito era uno che si chiamava Warum» • «Così come la lucertola è il riassunto di un coccodrillo, un tango può essere il riassunto di una vita» • «Mi ricordo una volta, anni fa, era d’estate, dovevo finire di scrivere le canzoni per un album, non avevo idee, ero disperato. Così finii per comprare un nuovo rimario. Tornato a casa, lessi sul risvolto di copertina: contiene frasi di autori come Paolo Conte. Lo buttai via» • «Mi ritengo già fin troppo fortunato per quello che sono riuscito a ottenere perché all’inizio mai mi sarei aspettato un favore di questo tipo. Sono sempre stato parco nelle richieste verso me stesso, ho sempre continuato a sperare di scrivere una bella canzone, magari migliore di altre, niente di più» • «Mi piace il concetto di fuga, e anche il suo sapore. Non so se si fugge per scappare o per rincorrere, credo un po’ tutte e due. Fuggire è, insieme, allontanarsi e ritornare» • «I solitari come me, tendenzialmente un po’ malinconici, che hanno difficoltà a vivere la superficialità delle cose, sono da sempre già un po’ vecchi» (nel giorno del suo settantesimo compleanno) • «Su me stesso non ho mai scritto nulla, non sono per le autoconfessioni. Solo in Sotto le stelle del jazz c’era il comportamento di quattro gatti della mia generazione» • «Le canzoni nascono fresche, fragranti di misteriose essenze (…) Col passar del tempo, ma soprattutto col successo, perdono l’aroma delle origini. È per questo che, per esempio, su Bartali e Sudamerica io accelero i ritmi, mi concentro, mi spremo nel desiderio di restituir loro la magia del momento in cui sono nate» • «Ascoltavo la cronaca del Giro d’ Italia. Alla radio, naturalmente. Sognando e immaginando. (…) Gino Bartali l’ho conosciuto anche di persona (…) Ne ho un ricordo bellissimo. Un uomo leale, di grande cordialità, simpatia e semplicità. Un vero sportivo» • «Anche se ha scritto una canzone per Bartali, Paolo Conte parteggia di più per Coppi: “Era pura aerodinamicità, già nella sua stessa figura fisica”» (Aldo Cazzullo) • «Non ho mai viaggiato volentieri, però viaggio. Se so che è una cosa da fare vado: ma il turismo no, mai. A stare a casa si sta meglio, ho tante cose da fare» [Sta 25/6/2010] • «Quando vado in paesi lontani, la prima cosa che faccio è toccare la terra, voglio conoscere un posto con le dita» • «Certo i miei anni preferiti sono gli anni Venti, ma amo anche gli anni Dieci e gli anni Quaranta, io viaggio avanti e indietro nel tempo. Sono vecchio e ancorato ad alcuni principi estetici. C’è una grossa differenza fra musica attuale e moderna. Io appartengo al moderno. L’attuale ha un senso perché viene suonato oggi ma non ha la forza rivoluzionaria del moderno» (Lodetti) • «Le donne si appassionano al jazz perché non amano l’improvvisazione» • «L’omologazione e il consumismo sono la ragione di base della crisi, tutto è usa e getta. Una maturazione in proprio te la dà la grande passione, che è antitetica all’ansia dilagante di avere successo. (…) Non ho mai visto né Amici né X Factor. Non li ho mai aperti, come programmi. Io in tivù guardo il football» [ibid.] • «Non ho mai fatto niente per il successo, ho fatto tutto solo per dare vita alle mie canzoni. Tenevo solo alle mie composizioni» ( Voglino Levy) • «Nella mia ignoranza cerco di capire: quanto c’è di illuministico nei tempi attuali? Può essere che sia questo, qualcosa che somigli all’illuminismo, epoca di certezze e non di dubbi. Io sono amante dei dubbi» (Soncini) • «Non sono mai stato molto contento di quello che ho fatto» • «La cultura è quella che non hai mai veramente avuto a portata di mano. Devi sentire che ti stai aiutando con un po’ di materiale elevato rispetto a te» (ibid.) • «Io ho sempre dato più importanza alla musica, però negli ultimi tempi inizio a pensare che potrei essere ricordato anche per i testi» (a Giorgio Verdelli, Vieni via con me) • «Non amo tanto raccontarmi in posti diversi da una canzone. In passato l’ho fatto, mi sono aperto. Il fatto è che ci sono artisti che vogliono essere compresi. Io penso alla bellezza di non essere capito nemmeno da me. Non sono per niente sicuro di voler sapere chi sono» (a Massimo Cotto, Mess) • «Penso che il passato prossimo invecchi prima di quello remoto» (ad Antonio Gnoli, Rep) • «La vita ha tante stagioni, la vecchiaia non è detto che non contenga la felicità» (Cotto, Cit.).
Amore È sposato con Egle, cui ha dedicato Gelato al limon: «Se mia moglie è in platea la cerco con gli occhi, perché lei è la quintessenza del mio pubblico» (anche Benigni le ha dedicato una canzone, Mi piace la moglie di Paolo Conte: «Paolo, tu non sapevi che Egle ama il pistacchio / e che personalmente odia il limon») • «Quale novità portò sua moglie? “Un senso di libertà. Poi tante altre cose, ma la prima che mi viene in mente è la libertà”. Vi siete conosciuti in tribunale. Lei da avvocato, sua moglie lavorava là. Come l’ha conquistata? “Credo con le prime canzoni, come Lo scapolo La ragazza fisarmonica. È stata sempre appassionata di musica e profonda nel sentire, capire”. Mi chiedo: si ricorda qualche due di picche? “Non so. Sa, come tutti ho delle rose che non colsi”. Ce ne è qualcuna che l’ha graffiata più delle altre? “No. Nessun rimpianto. Se non assaggi… questo però non lo scriviamo nell’intervista…”. Assaggiare cosa? “La rosa, finché non assaggi la rosa, non sai bene. Ecco”» (a Luca Mastrantonio, Sette) • Ha un cane di nome Orazio, un bastardino. Prima aveva un pastore che si chiamava Nelson: «Era bellissimo, nero lucido. Un po’ tontolone ma di una bellezza unica. Indolente, sì, per farsi rispettare. L’ho avuto per 12 anni».
• Vizi «Ho alcuni vizietti, cose che la televisione italiana riesce a fare benissimo: La squadra, anzitutto. E poi, su quell’onda, me li sono fatti tutti, Distretto di polizia, Montalbano, Don MatteoCarabinieri» • «Vedevo Perry Mason e, dopo, Nero Wolfe. Perry Mason risolveva gialli giudiziari a beneficio del proprio cliente innocente. E (pragmatismo americano?), smascherava il colpevole, facendolo comparire addirittura in aula. Trovo, a questo proposito, che il nostro Gianrico Carofiglio sia andato oltre: il suo avvocato Guerrieri riesce a far assolvere il suo cliente innocente, e basta lì. È una lezione di giustizia più alta di quella americana» (D’Orrico, cit.) • Non guarda Sanremo • Tifa per il Milan: «Non sono un vero tifoso, il tifoso anzi io lo aborro. Io sono un intenditore di calcio. Da bambino, come tanti qui della zona, tenevo per il grande Torino. Poi, c’è stata la tragedia di Superga e siamo quasi tutti passati alla Juve […]. Nell’inverno del ‘50, andai con mio zio a Torino a vedere Juventus-Milan. Primo gol della Juve, poi il Milan cominciò una sarabanda e gliene ficcò sette. Finì 7 a 1! C’era il famoso trio Gre-No-Li dei tre svedesi che era strepitoso. […] Ho lasciato la Signora, e ancora adesso tifo per il Milan». Appassionato di ciclismo, cui ha dedicato una delle sue canzoni più celebri, Bartali • Beve il caffè corto con molto zucchero • Fuma Marlboro rosse morbide.
Curiosità Anche pittore: «Nella mia vita il vizio della pittura è molto più vecchio rispetto a quello della musica. Risale a quando ero bambino, poi magari sono stato anni senza toccare pennelli o matite. Da piccolino disegnavo trattori. Crescendo ho disegnato donne nude e musicisti di jazz» • Appassionato di Settimana Enigmistica, rebus, crittografie. «Siamo un gruppo: io, Benigni, Piovani, Guccini. Il più forte? Paolo Conte: se la batte con Bartezzaghi. (…) con quelli del mio “gruppo” ci scambiamo crittografie ideate da noi. Poi passiamo mesi a cercare di risolverle» (Vincenzo Cerami) • Si diverte a inviare per posta a Vinicio Capossela rebus complicatissimi • «Paolo Conte affascinato dalle televendite in tv. S’è anche fatto convincere a comprare qualche quadro» (Silvia Fumarola) • Ha visto otto volte Casablanca e sette L’uomo senza paura con Kirk Douglas • Se fosse un animale sarebbe «indeciso, tra elefante e asino. Entrambi adorabili» (Luca Mastrantonio) • Paolo Conte in vita sua ha letto pochissimi romanzi. «Nessun personaggio mi ha mai particolarmente colpito. Fin da adolescente prediligevo la poesia, in particolare i novecentisti italiani». Legge solo «cose brevi. Gli occhi si affaticano. Pavese, Piero Chiara, l’esilarante maggiordomo di Wodehouse, i porti di Giorgio Seferis, Flaiano» (Malcom Pagani) • Detesta farsi fotografare dai tempi della prima comunione (D’Orrico) • Da qualche anno ha lasciato Asti per traferirsi in campagna: «Vorrei dirle una cosa sugli astigiani, e io sono astigiano purosangue. Qui di poesia e di cose gentili non si è mai trattato. Qui chi ha voluto scrivere ha scritto tragedie. Alfieri, Della Valle, Alione… Perché siamo ancora di origine contadina, rurale. Qui non c’è nessun frizzo galante, qui siamo tagliati un po’ con la scure» (a Dario Olivero, Robinson) • Non è mai stati all’Harry’s Bar di Venezia [D’Orrico, CdS]• Ama la solitudine: «Non so se è perché mi piace stare con me stesso o perché non mi piace stare con gli altri. Non ho tanta voglia di misurarmi con altri. Me ne sto nel mio recinto e mi arrangio, anche perché mi son sempre divertito a fare musica e a disegnare. Sono un pensionato nato, insomma» (a Voglino Levy, cit.) • Non ha il cellulare e non ama la tecnologia: «Colleziono penne stilografiche e matite automatiche». Gli piacciono «le parole con la zeta. E America. Contiene qualcosa che al solo pronunciarla diventa poesia, ha qualcosa di leggendario e arcano» (a Massimo Cotto, Mess) • La parola cantautore gli dà fastidio (Gnoli, Rep) • Ha orrore dell’attualità: «Il suo rumore mi rende impossibile scrivere» (ad Antonio Gnoli, cit.).
Titoli di coda «Una volta mi chiesero, cosa ti piacerebbe che scrivessero sul tuo epitaffio? E io: “È stato il miglior suonatore di kazoo del mondo”».

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