Emanuele Severino, Tra me e mia moglie, il sacchetto del pane, 8 gennaio 2000

Tra me e mia moglie, il sacchetto del pane Il racconto del mio sogno puo’ sembrare sentimentalismo di cattiva lega. A questo difetto preferisco di solito l’ aridita’ . Inoltre, un evento per noi lieto – giacche’ il mio sogno e’ lieto, il piu’ lieto che abbia mai fatto – risulta stucchevole alle orecchie altrui.

Ma il sogno e’ stato proprio questo. Lo ricordo piu’ vivamente di ogni altro. Risale al 1952. Nella realta’ , io e mia moglie ci eravamo sposati da un anno, quando avevamo 22 anni e mia moglie era una delle ragazze piu’ belle di Brescia. Ne ero orgoglioso.

Sognai dunque che lei mi stava di fronte, in piedi, un po’ spostata verso la mia sinistra. Anch’ io appartenevo al quadro del sogno ed ero in piedi anch’ io. Ma pochi erano i tratti del quadro. Una luce forte e calda ci avvolgeva. Sullo sfondo c’ era qualcosa che non si lasciava scorgere chiaramente. Forse in quella luce, oltre a noi due, non c’ era altro. Forse c’ era qualcosa d’ altro. Come uno che, in disparte, attenda di farsi innanzi.

Mia moglie teneva con le due mani un grosso sacchetto di carta, quella carta ruvida e color caffelatte dei sacchetti dove i fornai mettono il pane. E me lo offriva. I capelli erano castani e lucenti, arrivavano fin quasi alle spalle; e gli occhi verdazzurri. La gonna lasciava scoperte le ginocchia, e non c’ erano calze. Qualche bottone della camicetta era slacciato. Non ricordo quali colori avesse il suo vestito. Ma non richiamavano su di se’ l’ attenzione.

Al centro del sogno c’ era invece il volto di mia moglie, di questa ragazza che sorrideva e arrossiva; e una leggera e sommessa malizia la circondava. Io ero felice.

Quanto e’ durato il sogno? Non molto, credo. Non poteva durare di piu’ : era soltanto un gesto.

Ma si e’ impresso nella mia memoria. E ha continuato a crescervi, perche’ un evento della veglia ne ha reso trasparente il significato.

Qualche mese dopo quel sogno nacque mio figlio Federico. Non era forse lui quella figura incerta che stava sullo sfondo? Non era lui, innanzitutto, il pane nascosto nel grosso sacchetto di carta ruvida che mia moglie mi offriva? L’ incertezza della figura sullo sfondo si scioglieva, prendeva contorni precisi, diventava il dono di una giovane donna a suo marito.

Il sogno, pero’ , non parlava soprattutto del dono, ma del modo in cui mi era offerto.

Piu’ i miei due figli sono cresciuti e piu’ li ho amati. Oggi li amo piu’ di quando eran bambini. A 23 anni, quindi, e anche oltre, non ho mai desiderato con particolare intensita’ di aver figli.

Se ho fatto quel sogno e’ perche’ esso aveva poco a che vedere con la solennita’ dell’ istinto paterno, e mostrava invece al suo centro e lietamente in luce che Esterina aveva preparato il pane con me.

Emanuele Severino

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Categorie:SEVERINO EMANUELE

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