Lettera a Eugenio Scalfari: Carlo Emilio Gadda, da "Eros e Priapo"

18 gennaio 2002
Gentile dott. Scalfari
la storia della Repubblica italiana sta attraversando una delle sue fasi più buie. Il mio professore di storia (un intellettuale forse “minore”, ma straordinario. Mi fece dono di un suo libro pubblicato dalla Cedam nel 1940 su “Le origini degli Stati Uniti d’America e l’Italia”. Si poteva “resistere” anche con gli studi storici) diceva ai suoi studenti che il nostro paese era stato “vaccinato dal fascismo”. Sbagliava per ottimismo.
Certo se si usano strette categorie polititologiche l’attuale situazione non è comparabile a quella del ventennio: è forse più vicina al populismo degli stati del Sud America.
Ma è sul piano culturale che occorre scavare. In questa prospettiva tutta la destra di oggi è terribilmente simile quella fascista di settant’anni fa.
Sono certo che conoscerà la pagina di Carlo Emilio Gadda tratta da Eros e Priapo che riporto qui sotto. La leggo e rileggo: e trovo incredibili le rassomiglianze. L’ho inviata a tutti i miei amici e riportata sul mio sito. Magari le sembrerà interessante proporla anche ai suoi lettori.

“Questo qui, Madonna bona!, non avea manco finito di imparucchiare quattro sue scolaresche certezze, che son qua me son qua me, a fò tutt me a fò tutt me. Venuto dalla più sciapita semplicità, parolaio da raduno communitosi del più misero bagaglio di frasi fatte, tolse ecco a discendere secondo fiume dietro al numero: a sbraitare, a minacciare i fochi ne’ pagliai, a concitare ed esagitare le genti: e pervenne infine, dopo le sovvenzioni del capitale e dopo una carriera da spergiuro, a depositare in càtedra il suo deretano di Pirgopolinice smargiasso, addoppiato di pallore giacomo-giacomo, cioè sulla cadrèga di Presidente del Conziglio in bombetta e guanti giallo canarino.
Pervenne, pervenne.
Pervenne a far correre trafelati bidelli a un suo premere di bottone su tastiera, sogno massimo dell’ex agitatore massimalista. Pervenne alle ghette color tortora, che portava con la disinvoltura d’un orango, ai pantaloni a righe, al tight, al tubino già detto, ai guanti bianchi del commendatore e dell’agente di cambio uricemico: dell’odiato ma lividamente invidiato borghese. Con que’ du’ grappoloni di banane delle du’ mani, che gli dependevano a’ fianchi, rattenute da du’ braccìni corti corti: le quali non ebbono mai conosciuto lavoro e gli stavano attaccate a’ bracci come le fussono morte e di pezza, e senza aver che fare davanti ”l fotografo: i ditoni dieci d’un sudanese inguantato. Pervenne. Alla feluca, pervenne. Di tamburo maggiore della banda. Pervenne agli stivali del cavallerizzo, agli speroni del galoppatore. Pervenne, pervenne! Pervenne al pennacchio dell’emiro, del condottiere di quadrate legioni in precipitosa ritirata. (Non per colpa loro, poveri morti; poveri vivi!) Sulle trippe, al cinturone, il coltello: il simbolo e, più, lo strumento osceno della rissa civile: datochè a guerra non serve: il vecchio cortello italiano de’ chiassi tenebrosi e odorosi, e degli insidiosi mal cantoni, la meno militare e la più abbietta delle armi universe.”

grazie per l’attenzione e distinti saluti

Risposta di Eugenio Scalfari

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.