Concetto Vecchio, Vietato ubbidire, Rizzoli – Bur. Ritagli di giornale

RITAGLI SUL LIBRO: Concetto Vecchio, Vietato ubbidire, Rizzoli – Bur

già pubblicato anche qui: http://www.segnalo.it/TRACCE/diario/DIARIO-2005.htm


  • In La Repubblica 11 giugno 2005:


  • PEZZO DELLA SERATA USCITO DOMENICA 19.6

Boato: «Aula Kessler? No, meglio Rostagno»
Anche Carla, sorella del leader del ’68, alla serata su «Vietato obbedire»

TRENTO. Erano in molti l’altra sera a Sociologia per la presentazione del libro del giornalista del Trentino, Concetto Vecchio, “Vietato obbedire”, sulla contestazione all’università nel `68.

L’aula Kessler era strapiena con la gente seduta anche sugli scalini, in piedi e fuori. Pochi, però, gli universitari di oggi. Al tavolo dei relatori, oltre all’autore del saggio, sedevano uno dei capi della rivolta, il deputato verde Marco Boato, Marianella Biroli Sclavi, la prima donna a guidare il movimento, oggi affermata docente universitaria e Paolo Sorbi, protagonista del controquaresimale in Duomo e attualmente esponente del Movimento per la vita di Milano.

Non si è trattato di un amarcord, tutt’altro. Perché, dopo l’introduzione dell’autore, è arrivatasubito la proposta-provocazione del senatore Boato. “L’aula dove ci troviamo, prima di chiamarsi Kessler – ha detto – era intitolata a Mauro Rostagno, leader indiscusso del movimento.
Con un atteggiamento meschino gli fu tolta. Ebbene, a Rostagno va di nuovo intitolata quest’aula e per Kessler, fondatore della facoltà, uomo straordinario di cui va fatta l’apologia, si pensi a dedicare almeno Sociologia”.

Scaglia: «Resti intitolata al fondatore»
Il preside boccia l’idea del deputato. Anche la Cogo si dice perplessa

TRENTO. «Quella di Boato mi sembra una proposta alquanto originale, che dimostra il suo attaccamento alla Facoltà di Sociologia. Ogni qualvolta si presenta l’occasione per farlo Boato propone di dedicare una sala od uno spazio della acoltà a qualcuno. E’ una bella attività ma non credo che una proposta di questo tipo arriverà al Senato Accademico».
E’divertito Antonio Scaglia, preside di Sociologia, quando con una buona dose di ironia decide di commentare le esternazioni di Marco Boato sulla possibilità di intitolare l’aula Kessler al compianto Mauro Rostagno, rinominando invece la facoltà con il nome del suo fondatore. «Tutti noi siamo molto legati a Sociologia e alla sua storia – ha proseguito
ancora Scaglia – quindi credo che l’aula debba essere mantenuta così com’è a ricordo della figura e dell’importanza di Kessler».

Ma il preside di sociologia non è l’unico ad avanzare forti dubbi sulla fattibilità di modificare il nome dell’aula più rappresentativa all’interno della sua facoltà. Grosse perplessità
sulla proposta di Boato vengono espresse anche da Margherita Cogo, vicepresidente della Provincia: «Devo ammettere che quest’idea mi coglie totalmente impreparata e mi sorprende.
Di primo acchito non mi sentirei di sposarla anche se decisioni di questo tipo debbono essere prese dal Senato Accademico e non spettano al mondo politico.
Ammetto però che sono alquanto perplessa». Che non se ne farà niente, dunque, e che l’aula rimarrà intitolata al suo fondatore è detto proprio da Scaglia, il quale, bocciando simpaticamente la proposta, conferma che in Senato non giungerà nemmeno la proposta di Boato. «Sociologia è un simbolo di questa città – ha concluso Scaglia – alla quale
Trento deve molto. Capisco che Boato sia legato alla facoltà ma certe simpatiche esternazioni è meglio che restino tali».
(ch.ma.)

  • Petizione per avere l’«aula Rostagno» La lettera è firmata da un gruppo di sociologi: da Calì a Boato fino a Palma


di Paolo Piffer

paolo piffer TRENTO. «L’aula Kessler venga intitolata a Mauro Rostagno, leader del’68 trentino, e Sociologia, se non l’intera università di Trento, prenda il nome del suo fondatore».
Così aveva tuonato l’altra sera in università il senatore Boato nel corso della presentazione del saggio “Vietato obbedire”, scritto dal giornalista del “Trentino” Concetto Vecchio e che si occupa della contestazione degli anni Sessanta.
Una proposta in pratica bocciata dal preside Antonio Scaglia e ha lasciata perplessa la vicepresidente della Provincia, Margherita Cogo.
Ora, l’idea trova slancio con una petizione e un gruppo di sociologi, dalla prima alla terza generazione, da quegli degli anni Sessanta fino alla Pantera dei Novanta, rilancia.
«Quando il movimento studentesco trentino iniziò a muoversi per respingere la concreta minaccia di vedersi negato dal Senato il titolo di studio – è scritto nel documento
– Rostagno fu tra i più attivi e coerenti sostenitori della battaglia che culminò nel riconoscimento della laurea in Sociologia». La lettera è stata inviata al preside di Sociologia,
Scaglia, con l’augurio che venga presa in considerazione dal successore, che dovrebbe essere Mario Diani, candidato unico. Nel testo si chiede che «nel momento in cui verrà formalizzata la proposta di trasformare l’Istituto trentino di cultura, matrice dell’Università, in fondazione “Bruno Kessler”, l’aula che oggi porta il nome del primo artefice della nascita di Sociologia venga intestata a Mauro Rostagno». Con un’aggiunta: «Anche l’Università dovrebbe portare il nome del fondatore, Bruno Kessler».
Sono otto le firme in calce: Vincenzo Calì, per 18 anni direttore del Museo storico, docente a Lettere, l’ex libraio Giampiero Gatta, il pubblicitario Gianni Palma, il senatore Marco Boato, Silvia Motta, consulente aziendale e la psicoterapeuta Leslie Leonelli, entrambe protagoniste del movimento femminista di quegli anni, Stefano Albergoni, già consigliere comunale dei Ds, Carla Rostagno, sorella di Mauro. «E’ ora che questa città dedichi qualcosa di importante al senatore Kessler – sostiene Calì -. Quattro anni fa la commissione toponomastica comunale bocciò la proposta di intitolare parte di via Verdi al fondatore di Sociologia. Poi si pensò ad un ponte, ma non mi sembra un gran ché. Adesso, qualcosa
va fatto per riconoscere a quest’uomo il ruolo che ha avuto per lo sviluppo di tutto il territorio trentino. Spero che, oltre a questa lettera mandata al preside di Sociologia, si riesca
anche ad aprire una raccolta di firme», conclude. «In Italia, penso a Pescara, ci sono università che hanno un nome. Anche giuridicamente è una strada percorribile», sottolinea Boato. Più cauto Davide Bassi, rettore dell’ateneo. «Per quanto riguarda l’intitolazione dell’aula a Rostagno è una decisione che spetta a Sociologia – dice -. Sull’intitolazione dell’università a Kessler faccio una premessa. Nel mio studio ho due foto, quelle del presidente Ciampi e di Bruno Kessler. Ho conosciuto il senatore quando arrivai a Trento, 30
anni fa. E gli devo molto. Detto questo – prosegue – non ci sono, in Italia, molte università che hanno un nome, che sono intitolate a qualcuno. E, aggiungo, non è detto che se
ne debba per forza discutere o che si debba necessariamente fare. Si tratta di una proposta. Anche se, in futuro, si dovesse prendere in considerazione l’idea, non sarebbe mai
a seguito di polemiche o prese di posizione». Tradotto, par di capire: l’argomento non è all’ordine del giorno, almeno
a breve


  • In una splendida narrazione di Concetto Vecchio il ricordo della mitica facoltà di Sociologia di Trento.
    di Ivan Carozzi, Data 23 giugno 2005 – 422 letture

in: http://www.girodivite.it/article.php3?id_article=2623

‘Vietato obbedire’, proprio così. Una specie di ossimoro, di contraddizione in termini che racchiude tutte le inconciliabili antinomie di un epoca. ‘Vietato obbedire’, ora, è il titolo del saggio edito dalla Bur che il giornalista di origini catanesi Concetto Vecchio (che nome strano e malinconico) ha voluto dedicare ai giorni di fuoco della mitica facoltà di Sociologia di Trento.

Un considerevole lavoro di ricostruzione storica, davvero stupefacente per la straripante mole di dati, informazioni e aneddoti che Vecchio è riuscito a mettere insieme e a riversare sulla pagina. Nei ringraziamenti si legge: ‘Un monumento merita Sergio Mozzi, ex funzionario dell’università di Trento, che per quasi vent’anni ha raccolto e conservato tutti gli articoli usciti su Sociologia. Senza quel tesoro di ritagli non sarei mai riuscito a ricostruire la corretta cronologia dei fatti’.

E non solo la cronologia. Dalla narrazione di Vecchio, infatti, ci viene restituita per intero l’atmosfera di quella città imbalsamata, tutta alpini e grappini, che un giorno del ’63 cominciò a vedersi invasa di capelloni, barbudos, freakettoni, intellettuali occhialuti e femministe in minigonna e con i seni appuntiti. Uno shock. Un happening. Eppure, al di là degli sviluppi che seguirono, la facoltà di Sociologia nacque da un’idea di un gruppo di democristiani trentini, particolarmente illuminati.

Su tutti Bruno Kessler (futuro rettore dell’università) e il giovane economista Beniamino Andreatta. Erano quelli gli anni del centro-sinistra al governo. L’idea moderna e temeraria, e per questo molto osteggiata, di un corso universitario in sociologia, rappresentò il tentativo di costruire, in Italia, un percorso formativo nuovo ed originale destinato ai futuri quadri dirigenziali, alle generazioni cresciute durante il grande boom economico. Non solo. Da un altro punto di vista, questo corso universitario nuovo di zecca nasceva non soltanto da un’esigenza di modernizzazione, ma doveva funzionare pure da sfiatatoio, rispondere cioè al progetto di offrire al Trentino, regione bianca, cattolica e ipertradizionalista, una via d’uscita dall’isolamento nel quale si trovava da tempo relegato, soprattutto rispetto alle altre regioni dell’Italia Settentrionale.

E la notizia di Sociologia riesce effettivamente ad intercettare il fervido entusiasmo di moltissimi giovani, borghesi, alto borghesi, proletari e poi di tanti, tantissimi cattolici. Ed è l’inizio di una grande avventura, di un’’effervescenza collettiva’, come disse Emile Durkheim. A Trento, chi l’avrebbe mai detto, si assiste emozionati all’alba del ’68, della contestazione, si vede crescere e svilupparsi una fluorescente Berkeley tutta italiana. Qui, prima che altrove, si s
perimentano l’occupazione, aperta o chiusa, l’università negativa (secondo le tesi di un opuscolo redatto da Curcio e Rostagno), le comuni, l’amore libero, i giochi di parole, la politica creativa, e infine è sempre qui, nelle aule di sociologia, che in una specie di trailer degli anni ’70 si assiste alle prime prove della lotta armata.

A Trento vanno a studiare Marco Boato, Checco Zottis, Toni Capuozzo, Gian Enrico Rusconi e Chiara Saraceni, Marianella Pirzio Biroli Sclavi, Renato Curcio e Margherita Cagol, Gigi Chiais e Paolo Sorbi. Giovani baby boomers che intrattengono rapporti familiari, amicali o di semplice filiazione, con nomi importanti dell’intellighenzia italiana. C’è chi ha studiato con don Luigi Dossetti o col giovane don Benzi, c’è chi, come Margherita Cagol, ha avuto un nonno allievo del Carducci, e chi come Curcio, ed è una notizia inedita, è il figlio non riconosciuto di Renato Zampa, fratello del più noto Luigi. Insomma, a studiare nomi, cognomi e biografie, come ha fatto Vecchio, ne viene fuori una sorta di album di famiglia molto, molto particolare, tutto da sfogliare, quasi un confluire di correnti carsiche che per qualche hegeliana ragione si sono ritrovate sotto il pavè della città conciliare.

Ma soprattutto fra di loro c’è Mauro Rostagno, il leader carismatico, il marxista libertario e irresistibile tombeur de femmes. Fra le studentesse circola addirittura una leggenda su di lui, e cioè che se gli avessi baciato l’anello, al Rostagno, saresti diventata una rivoluzionaria, per tutta la vita. Anche Sofri, Guido Viale, Mario Capanna e gli altri leader del movimento studentesco, non mancano di affacciarsi a Trento, di tanto in tanto, per vedere che cosa bolle in pentola e trovare un po’ d’ispirazione.

Ma la partenza dell’università, bisogna dirlo, è quanto mai travagliata. Non soltanto governo e ministri non intendono riconoscere la laurea in sociologia, ma ci si mettono pure gli studenti, che contestano i docenti, che vorrebbero buttare a mare i programmi (chiedono più Marcuse, Horkeimer e Adorno), che s’inventano l’istituto del voto politico, quasi lo brevettano, e che vorrebbero aprire la facoltà a seminari e lezioni autogestite.

A risolvere la situazione arriverà un giovane professore della Cattolica, Francesco Alberoni, che sbarca a Trento in spider e con l’inconfondibile girocollo sotto la giacca (niente cravatta, quindi). Sarà lui il nuovo rettore e sotto il suo dicastero inizierà un confronto aperto e inedito fra l’accademia e gli studenti, un dialogo che in Italia non ha precedenti e che per molti versi farà scandalo. Dove si era mai visto che un rettore d’università si mettesse a frequentare le case degli studenti, le comuni, addirittura, a fare bisboccia e a discutere di politica fino a tarda notte? Eppure, nonostante questo breve e sfolgorante idillio, presto si allungano le ombre dei ‘vietato vietare’, dei ‘vietato obbedire’, degli imperativi camuffati da giochi di parole.

L’atmosfera si fa cupa, c’è la pioggia di sangue del Vietnam, c’è una classe politica indolente che a sinistra come a destra è incapace di cogliere le istanze sollevate dai movimenti, e poi ci sono i movimenti che di riflesso cominciano a farsi prendere da strane smanie e sussulti, che prendono a sproloquiare di rivoluzione con un vocabolario sempre più lugubre e burocrate.

La sinistra extraparlamentare si frammenta in una grottesca quantità di sigle e gruppuscoli: maoisti, marxisti leninisti, guevaristi, lottacontinuisti, potopini. L’odore dolciastro del patchouli cede a quello acre e urticante dei gas lacrimogeni, e iniziano così a circolare gli esplosivi, le molotov, e i cittadini benpensanti cominciano a guardare in tralice quei rompiscatole dei capelloni e delle femministe. Botte da orbi. Ci si mettono di mezzo pure gli alpini, infatti, e i reduci della grande guerra, quando un giorno Saragat, invitato a Trento per una commemorazione, viene duramente contestato dai sociologi e nel corteo impavesato di medaglie, gagliardetti e militaria, si scatenano scene da guerriglia urbana, pestaggi indiscriminati e, soprattutto, incomprensioni a non finire, visto che gli studenti quel giorno ce l’avevano con una classe politica trombona, sempre pronta a far retorica sui settecentomila caduti italiani del ‘15-‘18, ma che pure non è in grado di riconoscere una pensione decorosa ai vecchi combattenti.

A partire da quell’episodio, più o meno, inizia il declino di Sociologia, iniziano gli anni ‘70. Eppure, Toni Capuozzo, il famoso giornalista del TG5, racconta commosso a pag. 183: ‘Sociologia di Trento è stata molte cose, per me: e anche una galleria di giorni e notti, e nomi, e volti, e quasi, ancora, una parola magica, di quelle che pronunciate creano una complicità.

Ed è stata anche l’apprendimento di un metodo di conoscenza, di una disciplina in anni indisciplinati, e un gusto mai perso di capire cosa muova le persone’. Succedeva quarant’anni fà. Amen.


Silvano Bert in : http://www.questotrentino.it/2005/13/Vietato_obbedire.htm

E’ un masso che rotola libero, cieco, sballottato qua e là, verso il precipizio. A suggerire questa lettura è la copertina, una sorta di “istruzioni per l’uso” di un ordigno misterioso – la facoltà di Sociologia – scaraventato a Trento in regalo senza essere desiderato. Le testimonianze dei protagonisti di quei dieci anni, dal 1962 al 1971, ci danno – è scritto – “il ritratto della stagione che anticipa e prefigura la ferocia della lotta armata”.

Che sia un avvicinarsi all’abisso del terrorismo è un’interpretazione diffusa, ma non per questo è la più vera. Quei dieci anni sono tante cose insieme.

Nell’ultima pagina, Concetto Vecchio, giovane giornalista al Trentino, a epilogo di quegli anni, cita tre fatti. Renato Curcio e Margherita Cagol, a Milano, certo, scelgono la lotta armata. Ma le università italiane si aprono, per legge, ai diplomati di tutte le scuole, e una
coppia, a Modena, può registrare per prima in Italia il proprio divorzio. Come convivono le Brigate rosse con le riforme, civili e sociali, della modernizzazione?

Allora, cosa ha visto Trento, “Dio mio”, in quel periodo di fuoco? Nel 1971 le campane tornano a suonare, senza contestatori fra i piedi: “I ragazzi che volevano fare la rivoluzione raccolgono le loro cose e sgomberano il campo: hanno perso”. E’ stata una “parentesi”.

Eppure, per tutti, “nulla sarà mai più come prima: contestare i padri e l’autorità non è stato inutile”. Come se, diremmo, a Trento, prima che altrove, si fosse recitato lo spettacolo dell’”autobiografia della nazione italiana” (e non solo).

Rimangono in tensione fra loro le diverse interpretazioni del Sessantotto, come di altri eventi della storia d’Italia. Noi siamo abituati da sempre a discutere se il fascismo è “parentesi” (l’invasione degli Hyksos in un territorio sano, è la tesi di Benedetto Croce, il liberale), o “rivelazione” (l’esito di malattie di lunga durata, è la tesi di un “azionista” come Piero Gobetti). O chissà, se è, secondo i marxisti, “controrivoluzione borghese”. Ci torneremo.

S

i può piantare una facoltà di sociologia fra le montagne?” – obietta Francesco Alberoni a Bruno Kessler, il presidente democristiano della Provincia, che lo vuole a Trento, nel ’68, a dirigerla, per risollevarla dalle difficoltà. La storia, come sempre, è anintenzionale: il progetto politico è di ricavarne i tecnici funzionali allo sviluppo capitalistico. Al quale serve l’approccio positivistico delle scienze sociali: individuare il problema, formulare l’ipotesi, verifica o falsificazione. L’idealismo, allora dominante, che opera “distinzioni” all’infinito, è inservibile. Per Croce, infatti, la sociologia è una “scienza inferma”.

Sarà Karl S. Rehberg, venuto a Trento da Dresda a festeggiare nel 2002 il 40°anniversario dell’università, a spiegare perché le facoltà di sociologia nascono, inizialmente, in città periferiche, in Italia, in Germania, e altrove. La sociologia nasce come “contropotere” rispetto alla società reale, è la critica delle disuguaglianze, dello sfruttamento, dell’alienazione. Nell’età della globalizzazione – disse – deve accogliere i nuovi problemi, deve tornare a far “arrabbiare”.

E Concetto Vecchio racconta una storia di arrabbiature dei giovani contro l’autorità. “L’obbedienza non è più una virtù”, scrive don Lorenzo Milani. Gli studenti disobbediscono ai professori, i figli ai padri, gli operai ai padroni, i fedeli alla chiesa, e infine, dentro il movimento, le donne (le femministe) agli uomini. E tutti insieme gli oppressi si ribellano al “sistema” del capitalismo militare, fascista, imperiale, in Italia e nel mondo. L’”università critica” è il momento più alto, con i corsi autogestiti, della disobbedienza. A Trento accorrono, in folla, giovani da tutta Italia: duecentoventisei nel 1962, duemilaottocento nel 1968.

Le pagine sono fitte di nomi e di fatti. Di vita e di morte. Di amori e di abbandoni. Di carezze e di violenze. Di assemblee e di attentati. Di successi e di fallimenti. A scuola e in fabbrica. In casa e sulla strada. In chiesa e nei palazzi della politica.

E

una generazione “fortunata” quella del ’68. Il clima che ci viene riconsegnato dalle testimonianze è di un’età in cui i due piani del tempo biografico e del tempo collettivo si intersecano, non rimangono separati. La partecipazione a un movimento permette a quei giovani di elaborare mentalmente una concezione del tempo storico. Cioè la consapevolezza che un mondo esiste prima di noi, e che ne esisterà uno dopo, a trascendere la vita individuale di ognuno. E il mondo futuro può essere costruito diverso. Che è la coscienza storica.

Talvolta i programmi di studio di quegli anni, concordati, (quasi) imposti dagli studenti dopo lotte (e occupazioni) anche lunghe, sono accusati di essere schiacciati sull’attualità. Nel convegno del 2002 è questa l’accusa di Paolo Prodi e di Guido Baglioni. Certo urgeva il bisogno di sapere “perché” si studia. E si rispondeva: per esercitare “un’azione rivoluzionaria” sul mondo.

Forse solo un’altra generazione, quella della “Resistenza”, fu altrettanto fortunata, visse un’analoga effervescenza collettiva. E con la resistenza il sessantotto fece i conti in modo originale. Il problema non è tematizzato nel libro, se non per accenni, ma ad essa, per via familiare, sono legati alcuni esponenti di spicco del movimento studentesco trentino. La somiglianza fra il disobbedire esistenziale dei partigiani e quello degli studenti, fra la “comunità liminare” degli uni e degli altri, viene scoperta in tutto il suo fascino. Uno studente cattolico paragona il “tradimento” del concilio a quello della resistenza.

Alla memoria egemone è però mossa una critica interna: rispetto alla dimensione patriottica, unitaria, di liberazione nazionale, si privilegia la dimensione di classe, all’antifascismo “tricolore” viene contrapposto l’antifascismo “rosso”. “La Resistenza è rossa, non democristiana”, diverrà lo slogan gridato il 25 aprile nelle manifestazioni separate degli anni ‘70. Il fascismo è interpretato come controrivoluzione antiproletaria, e a fascismo oppressivo è ridotto il potere “borghese” dello Stato repubblicano.

Sarà uno storico come Guido Quazza a elaborare in forma organica la tesi della Resistenza “tradita” o “incompiuta”, la continuità quindi fra la rivolta partigiana e la rivolta studentesca, nello sforzo di comprendere, per rispondere alla violenza “istituzionalizzata”, anche il ricorso a forme di violenza “illegale”. Fascismo diviene una categoria estesa, illimitata. L’antifascismo, simmetrico, è maneggiato come una clava, minacciosa. Da “esistenziale” si trasforma in “militante”. E, dopo la strage di piazza Fontana, l’abbattimento dello Stato, ormai divenuto fascista, esige per alcuni il ricorso alla lotta armata.

L

e aporie di Quido Quazza hanno origine dal suo rifiuto di ammettere che il regime fascista ha avuto consenso, non è stato “una chiesa senza fedeli”. La Costituzione, che a quello storico pare un tradimento della resistenza, (il patto del 1948 sarebbe un inganno, in quanto frutto dell’unità fra i moderati e una sinistra cedevole), ne è in realtà il risultato più pieno. Il Sessantotto, nei suoi eccessi rischiosi, ha il merito di rivitalizzare il dibattito. Nella resistenza, qualche anno dopo, con franchezza maggiore, sarà riconosciuto, dalle ricerche di Claudio Pavone, anche l’aspetto di “guerra civile”.

Ma i ‘70 non sono solo anni di piombo. Non fu fatta la rivoluzione, perché non è possibile, in occidente, nei tempi moderni. “E poi, non sapevamo parlare alla gente, questa è la verità”, riconosce oggi, una donna del movimento femminista di allora.

Il divorzio, e l’aborto, (ma anche il nuovo diritto di famiglia, lo statuto dei lavoratori, la liberalizzazione degli accessi all’università), dopo che la società è maturata dal basso, vengono riconosciuti con leggi del parlamento. Poi difese nei referendum con i quali forze integraliste (cattoliche) cercano di abrogarle. L’onda lunga del ’68, di partecipazione alla politica, in quelle conquiste è determinante.

E’ vero, anche in quelle occasioni fu attivata una “mobilitazione antifascista”, contro il “fascismo di Stato” della Democrazia cristiana. Era un fraintendimento. Adriano Sofri lo ha riconosciuto proprio qualche giorno fa, in videoconferenza a Trento, parlando sul referendum per la fecondazione assistita. Adesso che di quest’ultima prova conosciamo il fallimento, sulle cause, vicine e lontane, del dove abbiamo sbagliato, ognuno deve interrogarsi.

A

nche sulle energie che abbiamo perso per strada, dobbiamo interrogarci, figure che non ci lasciano in pace. Dei cento nomi citati nel libro, voglio ricordare solo quello della nostra (di Trento) Mara Cagol, che nel 1969 scrive alla mamma: “Tutto ciò che è possibile fare per cambiare questo sistema, è dovere farlo, perché questo io credo sia il senso profondo della nostra vita. La vita è una cosa molto importante per spenderla male o buttarla via in inutili chiacchiere”.

I miei studenti, con il passare degli anni, si sentirono sempre più estranei ai loro fratelli maggiori del ’68. Anzi, “erano strumentalizzati dalla politica”, un giorno cominciarono a dire. E così, mutati, i più giovani si diplomarono, si iscrissero anche all’università. Certo, quei loro antenati avevano sbagliato, in alcune scelte. Ma avevano capito che la storia è dotata di uno sprazzo di senso. Almeno.

E’ questo il messaggio del libro. Brillante, leggibile: frasi brevi, parole non troppo lunghe. “Il 27 aprile 1966, all’università di Roma, c’è scappato il morto”. Che nel raccontare una tragedia, la prima, l’assassinio di Paolo Rossi, uno studente che desiderava diventare architetto, nel registro linguistico abbia una caduta, a Concetto Vecchio lo perdoniamo.




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