Rapporti sessuali e Partito Democratico

Sono giorni importanti per la politica italiana.
Siamo al concepimento del Partito Democratico.
In realtà questi sono i giorni dei preliminari. I due partiti si esplorano per cercare i punti sensibili.
Il rapporto sessuale unitivo verrà in un secondo momento.
Un anno circa di coito prolungato.
Beh, un po’ vorrei godere anch’io.
Perchè questo passaggio è parte anche della mia storia personale.
Di uno che è stato un militante del Pci (e successive trasformazioni) dal 1974 al 14 ottobre 2002, giorno in cui mi sono dimesso e non ho più rinnovato la tessera.
Per dissenso totale sulle linee di politica estera:

Sto pensando a una pagina di diario su questi due congressi paralleli.
Non posso farmi passare addosso queste giornate.
Ho bisogno di tempo e di far dipanare i pensieri.
E magari di un sogno.
E se non di un sogno di una reverie
Sarà una variante del mio

1. Partito Democratico: mappa del processo

Si tratta di unificare due esperienze politiche.
Quella di matrice comunista.
E quella di matrice cattolica.
Non quella di matrice socialista, perche costoro si tirano fuori. E tentano di cogliere questa occasione per rilanciare la loro tradizione.
In questa scelta di UNIRE DUE TRADIZIONI ci vedo una scelta forte e coraggiosa.
In un quadro di frammentazione della rappresentanza politica (22 partiti) trovo positivo, una azione opposta tendente ad unire.
Questo sta avvenendo.
Due culture politiche importanti della società italiana  tendono a  unificarsi  e creare  un unico PARTITO NUOVO.
Insisto: non è una cosa vecchia.
E’ una cosa nuova.

PartitoDemocratico

2. Storia personale e recente storia politica

A partire dal 1974 ho intrecciato la mia biografia individuale con un pezzo di storia politica dell’Italia.
L’ho fatto da iscritto e militante di un partito della famiglia dei partiti comunisti: il Pci.
Ricordo le fasi e i momenti cruciali.
Il compromesso storico, in funzione di difesa delle istituzioni democratiche dal doppio attacco del terrorismo rosso e del terrorismo nero.
Seguiva la fase identitaria, Quella della patologia genetica del Pci, ossia il suo sentirsi “diverso”. Portatore di una diversità quasi antropologica. Questa fase si è conclusa con il più grande funerale di popolo, per la morte nel 1984 di Enrico Berlinguer.
Poi la fase piatta e depressiva, incarnata dalla segreteria  Natta. Anni inutili e inconcludenti. Di pura schermaglia. Erano gli anni nei quali i socialisti sguazzavano nelle tangenti e De Michelis impazzava nelle discoteche. E Craxi spadroneggiava come un ras avido ed arrogante. E tuttavia portatore di alcune ragioni.
Nel 1989 c’è il creativismo di Achille Occhetto, conseguente alla rovinosa caduta dell’impero sovietico. Crollato non per la competizione con l’America, ma per le sue contraddizioni interne.
Bei momenti. Li ho attraversati tutti: nelle sezioni con il rituale della “relazione/dibattito/conclusioni/voto” per cambiare nome ed anima ad un partito di radici comuniste.
C’ero anch’io. Sono contento, molto contento di esserci stato.
Partecipare individualmente in un processo collettivo è stato emozionante e nutritivo.
Ed ora, 2007/2008, siamo alla fase del sacrificio. La cultura politica del Pci/Pds/Ds rinuncia alla sua esistenza organizzativa per dare vita ad una nuova aggregazione politica di donne e uomini.
Un po’ mi dispiace di non parteciparvi direttamente.
Ma io, dopo l’11 settembre 2001, non sono più la stessa persona.
Non mi appassiona una ristrutturazione del sistema politico italiano che non fa i conti con la guerra di civiltà che la religione militare islamica ha dichiarato al mondo occidentale europeo ed americano.

3. Le logiche dissociative delle culture politiche della sinistra

E’ un fatto che questa transizione determinerà una ulteriore scissione nella sinistra.
C’è un germe patologico nella sinistra, una vera e propria malattia costante che ogni tanto riemerge con recrudescenza: quella di dividersi in nome e ragione della identità.
La sinistra incarna il simbolo della strega di Biancaneve:

“Specchio …. specchio
delle mie brame
chi è la più bella del reame?”

SINISTRE

E’ un paradosso assoluto.
La sinistra nasce come movimento associativo di estensione popolare dei diritti.
Si sviluppa per espandere i diritti. Si dà strategie per determinare socialità e affermare il valore di “stare assieme” in nome del principio della inclusione.
E, invece, si divide. Ed è sempre CONTRO QUALCUNO.
La sinistra non si scrolla di dosso la cultura dello schema amico/nemico.
“Se non sei mio amico, sei un nemico. E te lo dico anche con violenza che sei un nemico”
Un paradosso assoluto.
Il Partito socialista italiano nasce nel 1892. E da subito è lacerato da un conflitto interno fra massimalisti e riformisti.
Conflitto che, dopo la rivoluzione russa del 1917, conduce alla prima grande scissione, con la nascita del Partito comunista italiano.
Da quel momento le sinistre in Italia sono due.
Due tradizioni, due culture.
Nel 1947 dal partito socialista si stacca un Partito social-democratico. E nel 1964 si stacca un altro pezzo: il Psiup.
Nel frattempo il Pci mantiene la sua compattezza identitaria ed organizzativa.
Nel 1968 si forma la sinistra pulviscolare.
“Avanguardia Operaia”, che si rifaceva al leninismo bolscevico. “Servire il popolo”, di osservanza maoista. il “Movimento Studentesco” di cultura stalinista. “Potere Operaio” di indirizzo operaista. “Lotta continua”, di spirito anarchico (con esponenti che poi si sono rivelati molto abili a sopravvivere e a fare carriera)
Polvere, parte della quale si è trasformata nel fango sporco del terrorismo assassino.
Nel 1989 dal Pci si stacca Rifondazione comunista.
E qualche anno dopo i Comunisti italiani.
E oggi il gruppo di Fabio Mussi, che fa una scissione silenziosa.
Vista così, in serie storica, la frantumazione della sinistra, la sua vocazione alla divisione, la continua presentificazione del simbolo di Narciso fanno davvero impressione.
Un paradosso assoluto.
La sinistra nasce e si sviluppa per unire interessi e valori. E, all’opposto, è ammalata di logiche dissociative.

E’ PER QUESTO CHE IL PARTITO DEMOCRATICO E’ UN PROGETTO NUOVO

Perchè è una scelta in contro-tendenza.
Da logiche dissociative ad una scelta associativa.
Un doppio sacrificio per dare vita ad un partito nuovo.
Sarà poi il test della prova del voto a dire se questo obiettivo era raggiungibile.
Non c’è pathos?
Non c’è godimento?
E’ una fusione a freddo?
Sì ci sono tutti questi elementi.
Tuttavia non si dica che non è un progetto nuovo.
Sul piano del sistema politico è una innovazione di cui riconosco il valore.
E quindi:

buoni preliminari, buon amplesso, buon godimento, buon plateau e buona nascita.

4. Conclusione

Sul piano personale, tuttavia, non partecipo con emozione e coinvolgimento a questo processo politico.
Perchè?
Riutilizzo un commento che ho fatto sul blog di Astime:

“sai, mi sento così più libero nel giudicare questi movimenti effimeri della politica.
Tanto più quanto sono stato convinto ed ideologico nei miei 20-40 anni!
Ho acquisito questa libertà di collocazione politica riflettendo su queste parole di Cassandra Fallaci:

“Ormai Destra e Sinistra sono i due volti della medesima faccia.
Quando parlo di Destra e Sinistra non mi riferisco a due entità opposte e nemiche, l’una simbolo di regresso e l’altra di progresso: mi riferisco a due schieramenti che come due squadre di calcio rincorrono la palla del Potere e che per questo sembran davvero due entità opposte e nemiche.
Se le guardi bene, però, t’accorgi che nonostante il diverso colore delle mutande e delle magliette sono un blocco omogeneo: un’unica squadra che combatte sé stessa.
La Destra laida, la Destra reazionaria ed ottusa, feudale, in Occidente non esiste più.
O esiste soltanto in Islam.
È l’Islam.” 

Oriana Fallaci, Intervista a se stessa, p. 39

Il ciclo geopolitico che si è aperto l’11 settembre ha spostato i confini fra destra e sinistra.
Oggi la destra fascisto-nazista è l’islamismo religioso e politico.
Il resto sono schermaglie locali. Uno scambio di (necessario) potere.
Fino a quando non ci sarà in Italia un equivalente di Tony Blair che prende in mano questa bandiera, nessun progetto politico sarà un grado di suscitare le mie residue energie.


Post Scriptum

In questa transizione dal Pci a Partito democratico c’è chi ha tirato con fatica visibile sul suo volto ed è Pietro Fassino.
Ma c’è ancora una volta la mente più lucida di questa tradizione.
Mi ricopio qui, con le mie sottolineature, l’intervento di Massimo D’Alema

Firenze – 4° Congresso dei Democratici di Sinistra

20 Aprile 2007
Testo dell’intervento di Massimo D’Alema

 

Care compagne e cari compagni,
grazie. Credo che questa nostra forte appassionata e per certi aspetti anche dolorosa discussione, che si accompagna al dibattito che a Roma sta conducendo la Margherita, stia dando al Paese la consapevolezza che sta accadendo qualcosa di importante, che si sta producendo un cambiamento vero. Quei cambiamenti veri che sono rari nella vita politica di un grande Paese. Di un paese come l’Italia nel quale spesso i cambiamenti sono proclamati ma più raramente vengono effettivamente realizzati. E quando ci sono, i cambiamenti, producono sempre resistenza, fatica, sofferenza. Di questo grande cambiamento io credo dobbiamo esse grati in modo particolare al Presidente del Consiglio, a Romano Prodi, alla sua tranquilla determinazione con la quale nel corso di lunghi anni ha perseguito il disegno della costruzione in Italia di una grande forza in grado di unire i riformisti. Al coraggio con cui ci ha proposto in un momento difficile di andare uniti alle elezioni europee e poi di continuare su quel cammino fino all’appuntamento di oggi. Non è un caso che l’on. Silvio Berlusconi abbia voluto essere qui, ieri, e oggi a Roma al congresso della Margherita, e abbia voluto misurarsi con questa novità con parole di apprezzamento che mostrano che l’uomo il quale indubbiamente ha una straordinaria percezione di quello che si muove nel profondo della società italiana e credo che noi che lo abbiamo combattuto tuttavia non dobbiamo sottovalutarne – quando lo abbiamo fatto abbiamo sbagliato – le capacità, l’uomo ha voluto essere sulla scena nel momento in cui si compiva un cambiamento che egli comprende essere profondo, reale ed una sfida per tutta la politica italiana compreso il centrodestra, che per essere all’altezza della competizione del futuro deve probabilmente – ed io lo spero – incamminarsi anch’esso lungo la strada della costruzione di una grande forza politica conservatrice del nostro paese in grado di incarnare la destra oltre le frammentazioni della Casa delle libertà. Per questo siamo al governo del Paese. E l’Ulivo era lì anche – lo dicemmo – come promessa di un nuovo grande partito. Noi dunque stiamo dando attuazione ad una parte importante, direi cardinale, del nostro programma di rinnovamento della società italiana, che comprende la necessità di una politica nuova.

Non è una scelta frettolosa, accelerata, lasciatemi dire con quel tanto di implicito riferimento autocritico che è legato alla storia di questi anni, che semmai è una scelta tardiva rispetto alla forza con cui il progetto dell’Ulivo si è imposto come una delle poche grandi novità di questa seconda stagione della nostra Repubblica. L’Italia non è uscita dopo molti anni da una lunga e logorante crisi democratica. Rimane in bilico fra tentazioni personalistiche e plebiscitarie e un parlamentarismo frantumato, rissoso, impotente, lento rispetto alle necessità di una democrazia moderna. La politica perde legittimità perché si indeboliscono le sue radici nella società italiana e se noi non avvertiamo questo rischio drammatico davvero vuol dire che non siamo più quella grande forza popolare che siamo stati durante la nostra storia. E non si esce da questa crisi senza cambiamenti radicali. Lo stesso bipolarismo va ripensato, non nella sua essenza perché è stato ed è un grande passo in avanti rispetto all’immobilità del centrismo e alla cooptazione delle classi dirigenti, ma nelle sue forme dato che siamo riusciti a mettere insieme un maggioritario talora brutale – perché privo di regole, senza contrappesi e senza la forza di valori condivisi – al permanere di una cultura del proporzionale con tutti i suoi egoismi, con tutte le sue vanità, con tutte le sue ricerche di visibilità che tanto oramai infastidiscono il paese che chiede alla politica serietà, coerenza, coesione. Lo so, la questione italiana non si concentra solo nella perdurante crisi della politica, anche se una pubblicistica corrente vuole farlo credere, anche se la politica è assediata da quel qualunquismo che è un tratto antico della cultura nazionale, alimentato poi da una borghesia che proprio perché non è un potere forte ha bisogno della politica e quindi la vuole debole perché all’occorrenza più flessibile. Ma spetta a noi uscire dalla logica devastante di classi dirigenti impegnate a darsi la colpa gli uni con gli altri – i politici con i giornalisti, con gli imprenditori – anziché capaci di assumere una comune responsabilità per il destino dell’Italia. E se vogliamo che la politica riacquisti autorevolezza io credo che dobbiamo sapere vedere che cosa c’è da fare, con coraggio, con forza, con nettezza per ricostruire una struttura politica del paese in grado di guidare la società italiana, in grado di unire il paese, in grado di combattere ingiustizie, corporativismi, egoismi, in grado di liberare il paese da quel senso di paura per il futuro, per le sfide che abbiamo di fronte, che è stato – questo sentimento di paura – davvero la forza della destra e ciò che ha alimentato la forza di massa della destra nel nostro paese. Paura verso le sfide di un mondo che cambia, illusione che si possa difendere il privilegio di una parte della società italiana alzando le barriere dell’ostilità verso le grandi economie emergenti, verso il dramma ma anche la ricchezza dell’immigrazione. Questa cultura della paura ha dato forza alla destra ma non la si sconfigge soltanto con la predicazione di una società aperta, la si sconfigge con la capacità di governare il paese e di portarlo all’altezza delle sfide da cui dipende il destino comune degli italiani. Il destino comune degli italiani e non la somma dei destini individuali. In quella lotta contro furbizia e individualismo che sono i mali antichi di questo paese. Di un paese nel quale le classi dirigenti sono più preoccupate di dove andare a rifugiare le loro ricchezze, anziché di investirle per lo sviluppo e l’occupazione, o in quale università straniera mandare i loro figli anziché occuparsi di rinnovare e far funzionare l’università italiana. Un paese che sembra avere smarrito il senso della propria forza, della propria vitalità, della propria capacità di vivere la globalizzazione come un’occasione per questo straordinario popolo cosmopolita intelligente che è il popolo italiano che nell’epoca della globalizzazione dovrebbe vivere questa stagione come una straordinaria opportunità.

Per vincere questa sfida non basta rappresentare soltanto i bisogni, le aspirazioni – sia pure legittime – di una parte della società. Occorre un grande partito in grado di esprimere quello che in un linguaggio antico – ma qui, dato che ognuno ha rivendicato il diritto ai propri penati, ai propri lari, credo non faccia scandalo parlare appunto in un linguaggio antico – si sarebbe definito un “nuovo blocco sociale” di cui il lavoro è una componente essenziale ma che non può – come ha ricordato Bersani poco fa – prescindere dal mondo dell’impresa vitale, dalla vitalità del mondo dell’impresa. Lavoro, impresa, cultura sono le componenti di un nuovo patto sociale per cambiare questo paese, per riuscire fare insieme ciò che in Italia non è contraddittorio, insieme una società più aperta e una società più giusta, perché in nessun paese come nel nostro liberalizzare, rimuovere chiusure corporative, privilegi di casta è insieme liberale e socialista, è insieme a favore della concorrenza e del mercato ma anche a favore di nuove opportunità e di maggiore eguaglianza. Questa è la condizione dell’Italia e noi dobbiamo riuscire a fare in modo che di fronte alle sfide di oggi prevalga la speranza sulla paura.

Vedete …. Il lavoro che ho l’onore di svolgere, anche grazie a voi, mi porta a viaggiare molto nel mondo. Il mondo intorno a noi cambia con una straordinaria rapidità.

Mi ha colpito nel messaggio di Margaret Mazzantini quel riferimento allo sguardo opaco dei giovani. Nel mondo intorno a noi, nei grandi paesi che diventano sempre più protagonisti sulla scena mondiale ci sono moltissimi giovani, sono società giovani mentre la nostra comincia a essere relativamente una società vecchia, e con la curiosità di un uomo che oramai pensa ai suoi figli e spera di potere pensare ai suoi nipoti, io guardo con curiosità a questi giovani. Lo sguardo di questi giovani, in India, in Brasile, in Cina, non è opaco, è vivo. Può esprimere qualche volta odio nei confronti dell’Occidente, qualche volta può esprimere disperazione, molte volte esprime speranza nella convinzione che anima queste società che vivono a volte nella miseria, nello sfruttamento e che comunque domani staranno meglio. Fiducia nel futuro, speranza: c’è una straordinaria energia nel mondo che cambia. Qui da noi, nella vecchia Europa, ce n’è di meno; c’è paura del futuro molte volta, c’è l’idea nei nostri figli che essi non godranno degli stessi diritti, degli stessi privilegi qualche volta, di cui abbiamo goduto noi. C’è un senso di precarietà, di incertezza che non è soltanto la precarietà del lavoro, che certo ne è un aspetto ma la società italiana ha vissuto tanti anni fa momenti di sofferenza, di sfruttamento in cui la condizione del lavoro era ancora più dura ma c’era speranza nel futuro. Oggi il rischio è che si guardi al futuro senza fiducia e senza convinzione. Questo è il più grande problema che noi abbiamo e – lo ripeto – non è soltanto una grande decisiva questione sociale, cambiare lo stato sociale, costruire uno stato sociale che sappia non annullare l’incertezza della società moderna perché questo è impossibile, ma ridurre la precarietà e accompagnare l’individuo nella società fluida nella quale viviamo. Ma non è solo una questione sociale, è una grandissima questione politica, culturale, ideale, si tratta di restituire al nostro paese, alle giovani generazioni innanzitutto, il senso della missione dell’Italia, della missione dell’Europa, di che cosa ci stiamo a fare in questo mondo che cambia, di quali valori vogliamo interpretare. Perché l’Europa nel mondo che cambia? Perché senza l’Europa i valori della democrazia, della libertà, la difesa dei diritti umani conterebbero di meno nel mondo che si va unificando. Il senso di una missione che dia a questa generazione fiducia nel futuro e volontà di contribuire al futuro di questo paese e non soltanto di mettersi come individui al riparo dai rischi e dalle sfide che oggi ci incalzano.
E allora io credo che questa è la sfida per l’Italia, l’Italia del centrosinistra, l’Italia governata dall’Ulivo. Partiamo dalla realtà: noi abbiamo avuto una discussione nella quale una parte del nostro partito ci ha detto “voi state facendo una svolta moderata!”, ma noi siamo al governo del paese e dov’è la svolta moderata? Dov’è? nel profilo internazionale che ha assunto il nostro paese, sotto la guida del partito democratico, dov’è la svolta moderata? Nella iniziativa italiana, per voltare pagina dopo la stagione dell’unilateralismo, per rimettere al centro il sistema della Nazioni Unite, per rilanciare l’unità europea, per intraprendere con coraggio la via della pace, del dialogo, per costruire una nuova coalizione internazionale che sconfigga davvero il terrorismo perché coalizza con l’Europa, con gli Stati Uniti, anche il mondo islamico, il mondo arabo, cogliendone le speranze e fugando il rischio di un conflitto di civiltà. Dov’è la svolta moderata? Nel profilo che l’Italia, l’Italia dell’Ulivo, l’Italia guidata dal Partito democratico ha assunto sulla scena internazionale. Nell’allargamento dell’orizzonte della nostra politica estera dopo anni in cui si parlava della Cina solo per dire “dazi”, quando non addirittura il fatto che “bollivano i bambini”..! Noi abbiamo guardato alla trasformazione di questi paesi con una grande opportunità per la nostra economia, per la nostra azione politica. Ecco, io credo davvero che se la prova del governo è la prova del Partito democratico io non vedo davvero il rischio di una involuzione moderata. E mi pare che sulla scena europea il partito democratico è entrato con la forza di un progetto che interroga il socialismo europeo.

Anche qui, il socialismo europeo quello vero – lasciatemi dire – dallo spettatore esterno ci sarà stato almeno un senso di straniamento tra un dibattito nel quale ci siamo sentiti dire “state abbandonando il socialismo europeo!” e il fatto che il socialismo europeo è venuto qui, ad incoraggiare le nostre svolte, a interloquire con il processo di costruzione del partito democratico! Non so se noi lo stiamo abbandonando, certo il socialismo europeo non sta abbandonando noi!Ma con ogni evidenza guarda alla nascita di una nuova grande forza riformista dell’Italia come di un un’opportunità per il socialismo europeo, quello vero, quello di cui noi siamo parte, quello che conosciamo, che non è un feticcio, non è un idolo ma è un movimento vero, con la sua forza, la sua storia ma anche le sue contraddizioni, le sue difficoltà. Non è un feticcio, non è un simbolo ideologico, non è quello che in un’epoca lontana in cui eravamo più giovani, più spregiudicati e più eretici qualcuno avrebbe definito un “bambolotto di pezza”.

Il socialismo europeo è una grande forza reale che vive anche un’autentica crisi, che è alla ricerca di nuove vie, che cerca di allargare i suoi orizzonti, che non a caso ha conosciuto negli ultimi anni, dalla mutazione blairiana del laburismo inglese “center, center, left” fino all’ambizione della Spd di diventare il nuovo centro nella società tedesca, che grandi partiti della sinistra riformista e di governo sono partiti di sinistra che puntano a conquistare il centro della società, la maggioranza e il governo dei loro paese. Questa è la sinistra riformista in Europa e questo è il socialismo europeo e noi che siamo qui a tifare per Segolene Royal sappiamo tuttavia che nell’auspicabile sfida con la destra, con una destra francese che sta cambiando perché Sarkozy non ha il volto del gollismo nazionalista tradizionale della destra francese, la sinistra potrà vincere soltanto se saprà saldarsi con le ragioni di un elettorato moderato democratico europeista che si è raccolto attorno a Beyrout. O no? E che neppure in quella Francia che ha tradizionalmente rappresentato più di ogni altra società europea la logica di un bipolarismo destra-sinistra, neppure lì più oggi il socialismo vince se in qualche modo non va oltre i suoi confini e se non costruisce nuove sintesi e nuove alleanze. Questo è il socialismo europeo, quello vero, che ha bisogno del partito democratico che stiamo costruendo in Italia. E naturalmente questo lo si è capito dal messaggio aperto, interlocutorio, dalla volontà di discutere un messaggio che, lo dico con franchezza, spero sia stato inteso da chi nel nostro partito teme che ci distanziamo dal partito europeo ma anche da chi continua a ripetere verso il socialismo europeo un anatema ideologico, il senso di una distanza ideologica. Anche, qui – io sono d’accordo con Dario Franceschini – nessuno può pensare di imporre un’egemonia ideologica, nessuno può diventare qualcos’altro. Il problema è un altro. Il problema è che il partito democratico non può nascere nella logica di una terza forza tra socialisti e conservatori in Europa. Ma con l’ambizione di essere una componente di un rinnovato polo progressista , riformista, socialista e non solo socialista. E in questo modo il partito democratico diventa un progetto per l’Europa e diventa un messaggio innovativo. Ho sentito qualche amico – c’erano molte delegazioni straniere a questo congresso che avrebbe dovuto isolarci da tutto il mondo, in una eccezione italiana – ho sentito qualche amico dire “finalmente torna dalla sinistra italiana un messaggio innovativo, un messaggio creativo.
Io credo che il grande problema con cui siamo confrontati è quello di costruire su scala internazionale – perché questa è la dimensione della sinistra – una coalizione in grado di misurarsi con le sfide di oggi, che sono quelle che tante compagne e tanti compagni hanno ricordato. La sfida che riguarda il futuro del pianeta e che investe radicalmente la qualità, il modello dello sviluppo e che impone cambiamenti radicali, non soltanto nelle forme dello sviluppo economico ma anche nella qualità della vita delle persone. La sfida della lotta alla povertà, alla fame, all’esclusione. La sfida della violenza, del terrorismo e della guerra che si vince innanzitutto attraverso la capacità nel mondo globale di imparare a convivere, a rispettarsi e a conoscersi. La sfida della libertà delle persone, libertà dalla paura e libertà di realizzare un proprio progetto di vita. Il grande problema con cui si misureranno le generazioni future, le giovani generazioni di oggi, è esattamente quello di dare un orizzonte globale alla democrazia. Il tema della democrazia è un riferimento tutt’altro che arcaico o banale. È un tratto identitario tutt’altro che superficiale o generico di un grande partito nuovo che nasce. La democrazia politica è stato ciò che ha consentito alla sinistra, la sinistra democratica del mondo occidentale, di realizzare quel compromesso tra sviluppo e libertà e diritti individuali, sociali, civili che ha caratterizzato le nostre società. Questo compromesso è entrato in crisi nell’epoca della globalizzazione. Ricostruire le condizioni di questo compromesso comporta la capacità di sviluppare un’azione politica che si muova nell’ambito di un mondo unificato. L’illusione che fosse il mercato a unificare il mondo è svanita negli anni che sono venuti dopo la caduta del muro di Berlino. Oggi la sfida riguarda la politica. È una sfida che il socialismo da solo non può vincere non solo in Italia, su scala mondiale. E che richiede – anche qui usiamo una espressione antica – un nuovo “internazionalismo” in grado di costruire una grande coalizione progressista e riformatrice che comprenda le forze democratiche, progressiste di diversa ispirazione. Se questa è l’ambizione di una sinistra vera io credo che la nascita del Partito democratico ci aiuta a fare un passo in avanti e non ad arretrare di fronte a questa sfida così ambiziosa. Certo, compagni, la fatica del cambiamento noi l’abbiamo avvertita, certo siamo arrivati a questo passaggio in modo forse diverso del modo in cui l’avevamo immaginato all’indomani delle elezioni primarie che indicarono Romano Prodi come capo della coalizione del centro sinistra. Forse siamo stati troppo cauti – lo dico per me, non per chi ha condotto con generosità, con forza, con coraggio questo processo, lo dico innanzitutto per Piero Fassino, per quello che ci riguarda – ma se non siamo arrivati nel migliore dei modi possibili a questo passo, questo tuttavia io credo non debba e4ssere una ragione per farci indugiare ancora. Bisogna andare avanti, bisogna farlo con slancio e la verità di questa innovazione la misureremo nelle settimane e nei mesi della Costituente, la misureremo per la qualità delle idee che verranno in campo, perché questo nostro congresso e il congresso della Margherita sono solo l’avvio di un grande dibattito democratico che deve coinvolgere una parte della società italiana.

E la misureremo anche dalla quantità delle persone che verranno in campo, perché in democrazia la quantità è qualità. E anche qui noi non possiamo accontentarci del risultato pure straordinario per quanto ci riguarda di un congresso nel quale pure hanno discusso e votato 250.000 italiane e italiani. Io credo che ancora di più dobbiamo moltiplicare lo sforzo, proprio perché noi paghiamo sulla strada di questo rinnovamento un prezzo.
Cari compagni, lo sapete, ci conosciamo da tanti anni, a me non piacciono le smancerie e tendo ad essere rude. Ma questo non significa che io non avverta con profondo dispiacere personale il senso di un allontanamento che non condivido. Mi sia consentito dirlo perché rispettarsi, volersi bene non significa fare finta, che bello ve ne andate… no! Sarebbe un torto alle persona con le quali abbiamo lavorato tanti anni e con le quali c’è un legame molto profondo e molto antico.

Consentitemi soltanto una digressione autenticamente personale. Vedete …. tantissimi anni fa, erano i giorni in cui si consumava la rottura del Manifesto, Fabio Mussi ed io fummo incerti. Noi eravamo simpatizzanti del Manifesto, lui era più importante perché era membro del Comitato centrale del partito, io ero meno importante ma eravamo molto legati. Avevamo raccolto gli abbonamenti, eravamo parte di quella che allora era una “frazione segreta” ma anche per questo più solidale, e fummo incerti se seguirli e abbandonare il Partito comunista o restare. E allora salimmo su quello che allora era il nostro unico mezzo di locomozione – la motocicletta di Mussi – e ce ne andammo su uno di quei monti che circondano Pisa, dai quali si va verso la Lucchesia, in campagna, e facemmo una discussione tra di noi su quello che dovevamo fare. Se dovevamo abbandonare o no il Partito comunista, una scelta importante. E venimmo alla conclusione che per quante buone ragioni vi fossero, noi condividevamo largamente la piattaforma del Manifesto, questo non giustificava il fatto di separarsi da quella che era la grande forza, che nel bene e nel male per noi rappresentava la grande, la maggiore speranza per il paese. Dopo, solo dopo, perchè allora eravamo così, Fabio mi disse che Luana aspettava un figlio, solo dopo, dopo aver parlato di politica, e che si sarebbero sposati. Adesso sua figlia è una scienziata, noi siamo sempre a far baruffa come quei vecchietti nell’ultima scena del film di Bertolucci “’900”, ma dopo quarant’anni! Quindi, figuratevi un po’. Io non voglio fare un parallelo con le scelte di allora, allora tutto era diverso, allora davvero noi eravamo legati a quella idea “extra ecclesiam nulla salus”, ce ne siamo liberati, siamo diventati più laici e tuttavia dopo tanti anni io avverto questa separazione con un senso di sofferenza e sento il dovere di dire che è una scelta sbagliata, e sento il dovere di dire perché questo è il mio carattere che faremo di tutto per dimostrarvi che è una scelta sbagliata.

Che sta nascendo una nuova forza della sinistra e non svanendo la sinistra italiana e di questo io sono sicuro, perché conosco l’onestà intellettuale di questi compagni, che se noi ce la faremo essi saranno i primi a riconoscerlo. Fabio ha detto una cosa che mi ha colpito, ha parlato di quarant’anni dedicati a questo partito e alle sue trasformazioni. È vero,perchè anche il partito che siamo oggi è apparso persino ingiustamente perché non è poi davvero così, come una, l’ultima trasformazione del partito dove eravamo tanti anni fa.

E Gavino Angius ha detto “beh, compagni, oggi non stiamo decidendo da soli” lo ha detto con un senso come di obbligazione.

È vero, è così.

Lasciatemi dire: finalmente! Finalmente oggi non stiamo decidendo da soli.

E il partito democratico non nasce come Minerva dalla testa di Giove, è alla fine quella trasformazione, quel cambiamento al quale abbiamo aspirato in questi anni proprio perché lo facciamo con gli altri, in ogni città, attraverso la creazione di comitati, in modo aperto, con uno sforzo che deve essere a mio giudizio straordinario, di andare oltre la platea delle forze politiche e anche dei comitati degli appassionati, perché la società civile è più ampia dei comitati per gli appassionati.

Ha ragione Romano Prodi: dobbiamo arrivare ad una elezione popolare dell’assemblea costituente, momento in cui i cittadini italiani che vogliono dare vita al Partito democratico vanno, votano, versano una quota e ricevono una tesserina e a quel punto io spero che ne conteremo più di un milione perché, vedete …,  noi dobbiamo ridare un fondamento forte alla politica, rilegittimare la politica rimettendoci anche in discussione come struttura organizzata e come persone. E anche in questo senso io vorrei spiegare senza alcun retroscena ciò di cui abbiamo discusso convenendo con Piero Fassino: noi dobbiamo dare il senso che si avvia un processo accelerato di trasformazione, una transizione rapida. Piero ha ricevuto un mandato pieno a condurci verso il Partito democratico, ha portato avanti con coerenza questo impegno, abbiamo deciso, abbiamo sofferto, non ha senso che adesso noi ci rimettiamo a riedificare i Ds come se nulla fosse. Non c’è bisogno di avere un presidente del partito, non c’è bisogno. È un orpello inutile in una forza politica che sui muove in modo accelerato nella transizione verso la costruzione di un nuovo grande partito.

Non ci sono assi da rompere o da costruire, è semplicemente un segnale di chiarezza e di buon senso, uno dei valori cui si è riferito Sergio Cofferati con una proposta davvero eversiva in un paese come il nostro. Un atto di ragionevolezza e vorrei aggiungere che a questo si accompagna la disponibilità piena ad un impegno solidale. Piero ha detto voglio chiamare intorno a me, nelle forme che lui riterrà giuste, le maggiori personalità di questo partito, ovviamente in modo anche pluralistico, per lavorare insieme in queste settimane in questi mesi. Ha fatto il mio nome: io sono a disposizione.

Ci credo e credo che dobbiamo mettere ogni energia in questo impegno. Nessuno mancherà all’appello. Siamo pronti, siamo pronti a rimboccarci le maniche, siamo pronti a metterci in discussione, ci piace anche l’idea di dimostrare che siamo nel bene o nel male la classe dirigente della sinistra e non una oligarchia che vuole mantenere sé stessa ad ogni costo e che siamo disposti a metterci in discussione in un grande processo democratico di transizione politica e di mutamento generazionale negli anni che ve4rranno così come ha indicato in modo chiaro e generoso Romano Prodi. Noi siamo convinti in questo modo di rendere un servizio a questo Paese e anche alle idee e alle convinzioni che ci muovono da tanti anni nell’impegno politico.
Questo partito, questo grande partito non ha raggiunto i risultati che si proponeva. Qualcuno ha detto l’obiettivo del partito democratico è anche il riconoscimento che non siamo riusciti: è vero. E tuttavia non possiamo dimenticare che in questo paese, dalla caduta di un grande partito comunista noi siamo riusciti, nell’epoca in cui il comunismo falliva e cadeva nel mondo, a riedificare una sinistra che ha saputo mantenere vivi gli ideali della sinistra, che ha saputo contribuire a una grande coalizione di governo, che ha mantenuto l’Italia legata all’Europa e che per due volte con Romano Prodi è tornata al governo dell’Italia.

Non è tutto ma è molto ed è qualcosa di cui tutti noi dobbiamo sentirci orgogliosi nel momento in cui celebriamo l’ultimo congresso dei Ds guardando al futuro, guardando con generosità ad una nuova grande forza per il nostro Paese.

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