Affrontare i problemi del ciclo della vita: LA RESILIENZA, 16 maggio 2007 (già pubblicato nel vecchio blog)

un grande  concetto e principio orientatore del lavoro di servizio:

Resilienza

Perfino la pubblicità di un noto materasso ne parla:

“Uno strato superiore di esclusivo materiale sensibile alla temperatura viene laminato su una base in poliuretano ad alta resilienza di 8 cm. Il sistema di flusso d’aria fra lo strato e la base in espanso permette un’ulteriore resilienza in profondità e ventilazione in tutto il materasso.”

E, anche se non la chiamerebbe mai così, Pippo Delbono ha “fatto resilienza” ai suoi problemi. Con il teatro.Perchè ci sono molte vie di resilienza.
Come racconta in “Racconti di giugno: incontro con se stesso“.
Lui da solo sul palco. A raccontarsi con totale e perfino estrema sincerità.

Cosa significa Resilienza?

Quando una parola è poco conosciuta conviene partire dal vocabolario.

– Capacitá di un materiale di resistere a urti improvvisi senza spezzarsi (Lo Zingarelli, Zanichelli, Milano, 1995):

– capacità di un materiale di resistere a deformazioni o rotture dinamiche, rappresentata dal rapporto tra il lavoro occorrente per rompere un’asta di tale materiale e la sezione dell’asta stessa: indice, valore di resilienza

– capacità di un filato o di un tessuto di riprendere la forma originale dopo una deformazione  (Da Dizionario De Mauro)

Se consideriamo questo concetto in rapporto alle scienze sociali, possiamo dire che
“la resilienza corrisponderebbe alla capacitá umana di affrontare le avversitá della vita, superarle e uscirne rinforzato o, addirittura, trasformato” (Grotberg, 1996).

Da questo punto di vista la parola viene associata sempre con tensione, stress, ansietá, situazioni traumatiche che ci colpiscono durante la nostra vita.

Si tratta di qualcosa che corrisponde alla natura umana, ma che non sempre si riesce a mettere in atto e, anche se a volte si attiva, non sempre si arriva a generare situazioni positive.

Questa misteriosa possibilitá ha una base innegabile, e cioé, l´evidenza che gli elementi costitutivi della resilienza sono presenti in ogni essere umano e la loro evoluzione accompagna le diverse fasi dello sviluppo o del ciclo vitale dell´uomo: è un comportamento intuitivo durante la infanzia, poi si rinforza fino ad essere attivo nella adolescenza, e dopo ancora sará completamente incorporato alla condotta propria dell´etá adulta.

Ma ci vuole educazione per farlo (una sfaccettatura della educazione dei sentimenti? care Astime e Maf?).
Occorre ancoraggio a valori solidi.
Anche se hanno 2000 anni.
Decisione nel volere ottenere questo risultato educativo. Padri “morbidi” ed impauriti e madri decisioniste come delle dirigenti di azienda difficilmente ci riescono. E lo si vede.

La resilienza é piú della semplice capacitá di resistere alla distruzione proteggendo il proprio io da circostanze difficili

E’ anche la possibilitá di reagire positivamente a scapito delle difficoltá e la voglia di costruire utilizzando la forza interiore propria degli essere umani.

Non é solo sopravvivere a tutti i costi, ma é anche avere la capacitá di usare l´esperienza nata da situazioni difficili per costruire il futuro.

Si dice, si racconta, si narra che ci sono alcune caratteristiche tipiche della resilienza:

• “insight” o introspezione: la capacitá di esaminare sé stessi, farsi le domande difficili e rispondersi con sinceritá

• Indipendenza: la capacitá di mantenersi a una certa distanza, fisica e emozionale, dei problemi, ma senza isolarsi

• Interazione: la capacitá per stabilire rapporti intimi e soddisfacenti con altre persone

• Iniziativa: la capacitá di affrontare i problemi, capirli e riuscire a controllarli

• Creativitá: la capacitá per creare ordine, bellezza e obbiettivi partendo dal caos e dal disordine

• Allegria: disposizione dello spirito all´allegria, ci permette di allontanarci dal punto focale della tensione, relativizzare e positivizzare gli avvenimenti che ci colpiscono

Anche la Teoria Sistemica (“se cambia un soggetto della relazione cambiano anche le relazioni fra i soggetti della relazione”) arriva alla conclusione che laresilienza sarebbe di grande aiuto durante il processo di terapia alla famiglia, poichè è:

“la capacitá che ha un sistema per resistere i cambiamenti provocati dall´esterno, per sovrapporsi e superare queste crisi, approfittando il cambiamento qualitativo e mantenendo la coesione strutturale attraverso il processo di sviluppo” (Hernandez Córdoba, 1997).

Durante una crisi la famiglia trasforma la sua struttura, coesiste per resistere la tempesta: non sa quanto puó durare quella energia. Deve trovare fattori interni ed esterni che possano aiutarla per diventare meno vulnerabile e impedire che la crisi aumenti di proporzione, in principio, e dopo superarla in modo che possa affrontare una ristrutturazione del sistema, che possa uscirne rinforzata e possa trasformarla in un elemento utile al cambiamento e alla crescita positiva.

La resilienza é un fattore che puó essere accresciuto durante l’infanzia, nelle diverse tappe dello sviluppo, per mezzo dello stimolo delle aree affettive, cognitiva e del comportamento, sempre d’accordo con l´etá e il livello di comprensione delle diverse situazioni di vita. Il periodo che va dalla nascita fino alla adolescenza sarebbe quello piú opportuno per svegliare e sviluppare questa qualitá interiore che permette di affrontare le avversitá.

Riassumendo si può dire che la resilienza é

la capacitá umana adatta ad affrontare gli avvenimenti dolorosi e a risorgere dalle situazioni traumatiche.

Principio storicamente dimostrato nei momenti di stragi mondiali e di genocidi provocati dall´uomo.

Ci sono poi possibilitá di sviluppo della resilienza che si ottengono agendo sulle risorse personali e sociali, in stato di latenza, in ogni individuo ed anche in ogni comunità .

Tra queste possiamo nominare: l´autostima positiva, i legami affettivi significativi, la creativitá naturale, il buon umore, una rete sociale e di appartenenza, una ideologia personale che consenta di dare un senso al dolore, in modo da diminuire l’aspetto negativo di una situazione carica di conflitti, permettendo il risorgere di alternative di soluzione davanti alla sofferenza.

La resilienza puó venire incontro al lavoro sociale e psicologico a livello di: prevenzione, riabilitazione, collaborazione in educazione, assistenza alle famiglie e ai diversi gruppi sociali, perché non attinge la sua forza soltanto dalle condizioni naturali degli individui, ma ha bisogno di un aiuto esterno e di un ambiente che faciliti e appoggi uno sviluppo personale che conduca verso un apprendimento.

L´obiettivo di questa noterella é di ricordare innanzitutto a me stesso (ottimo metodo quello di riflettere su di sé, prima di proiettare sugli altri da sé) che la pratica della resilienza è abbastanza consolante.

Non risolutiva, ma consolante.

Ogni persona possiede questa caratteristica, ma da ciascuno di noi dipende che possa essere sviluppata, se ci concediamo la possibilitá di farlo, magari scegliendoci con cura, attenzione, accudimento ed amore le persone con cui camminare.

Lo spirito di resilienza è un principio informatore ed “educatore” che può anche essere usato anche nei post e nei commenti dei blog, dove il pensiero associativo che qui si sviluppa talvolta genera tensioni, eccessi informativi, rabbia compulsiva, aggressività, depressione, proiezioni.

Riprendendo l’aurea scaletta sopra riportata:

–         esaminare sé stesso, farsi le domande difficili e rispondersi con sinceritá. Tanto  siamo in situazioni di “relazioni gratuite”

 

–         mantenere a una certa distanza dai problemi, tuttavia  senza isolarsi. Qui abbiamo già accettato di comunicare ed esporci. Occorre farlo con cautela. Adottando il metodo del “buon padre di famiglia” (così, per essere in sintonia con la doppia manifestazione di sabato scorso)

 

–         Interagire, stabilire anche rapporti intimi con le persone. Purchè siano soddisfacenti, ossia tendenzialmente benefici per la psiche. Il tempo stringe. Nessuno ci obbliga a stare qui. Perché farci del male? Ci pensano già i musulmani ((nella variante culturale “perdenti radicali”) dal 2001 a farci del male: almeno qui possiamo dire “no, grazie”

 

–         Affrontare qualche problema, provarsi a capirlo, anche con l’aiuto delle “sfaccettature” (vero Prisma?), provare a controllarlo. Cioè vederli, questi problemi. Come lo psichiatra Hannibal Lecter quando, nel romanzo Il silenzio degli innocenti, dice a Clarice Sterling: “Rifletti  … cosa osserva lui ? ….. cosa sta facendo? … hai tutti i dati in mano … cosa fa? …. Lui d e s i d e r a ….”

 

–         Essere creativi. Qui non controlla nessuno. Sì certo, si può essere assaliti da commenti lividi e cattivi. Può anche capitare che qualcuno ti aizzi addosso i suoi amici di blog (mi è capitato e non me ne sono dimenticato ed ho provveduto a difendermi). Però, con qualche cautela, puoi far lasciare andare i pensieri. Si può provare a dare ordine, partendo dal caos e dal disordine

 

–         Dare spazio al folletto “Spirito allegro”. Buffoneggiare, anche (vero Surferella?). Una disposizione all’allegria, permette di allontanarci dalle tensioni, di relativizzare e di vedere positivo. “Penso positivo perché son vivo”, ma senza l’infinita tristezza culturale dei newagisti che ruminano l’ideologia del pensiero positivo. E che diventano così tetri e tristi

 


Il tema della resilienza deve molto allo psicologo rumeno Boris Cyrulnik (figlio di deportati ad Auschwitz che riuscì a fuggire dal treno diretto ai campi di concentramento):

“Due sono le parole chiave che caratterizzeranno il modo di osservare e di comprendere il mistero di chi ha superato un trauma e, una volta adulto, riguarda le cicatrici del passato.
Le due strane parole che preparano il nostro sguardo sono «resilienza» e «ossimoro».
Il termine «resilienza» è stato coniato in fìsica per descrivere l’attitudine di un corpo a resistere a un urto. Ma tale definizione attribuiva eccessiva importanza alla sostanza.

Il termine è stato mutuato dalle scienze sociali per indicare «la capacità di riuscire, di vivere e svilupparsi positivamente, in maniera socialmente accettabile, nonostante lo stress o un evento traumatico che generalmente comportano il grave rischio di un esito negativo» (Vanistendael S., Cles pour devenir: la resilience, 1998).
Come diventare umani nonostante gli scherzi del destino? Questi interrogativi pieni di ammirazione sono emersi quando si è deciso di esplorare il continente dimenticato dell’infanzia.
Il dolce Remi, in Senza famiglia, poneva il problema con parole molto chiare:

«Sono un trovatello. Ho creduto di avere una mamma, come tutti gli altri bambini…»

Due volumi dopo, una volta conosciuta l’infanzia di strada, lo sfruttamento del lavoro minorile, le percosse, il furto e la malattia, Remi si guadagna il diritto di condurre una vita socialmente accettabile a Londra e conclude con una canzone napoletana che canta le «dolci parole» e il «diritto di amare».

Il principio è esattamente lo stesso adottato da Charles Dickens che aveva attinto il tema della sofferenza e della vittoria dalla sua infanzia infelice e sfruttata.

«Non vedevo alcuna ragione per cui […] la feccia del popolo non servisse […] a fini morali, così come il suo fiore più fine […] Essa comprende le più belle e le più brutte sfumature della nostra natura […] i suoi aspetti più vili e parte dei più belli.».
Dopo aver letto Giovinezza di Lev Tolstoi, torna sempre alla mente il verso di Aragon: «È così che vivono gli uomini?» Anche Infanzia di Maksim Gorki descrive lo stesso percorso archetipico. Atto I, la desolazione: La mia infanzia (1913-1914); atto II, la riparazione: Fra la gente (1915-1916); atto III, il trionfo: Le mie università (1923).

Tutti i romanzi popolari citati sono imperniati su un’unica idea: le nostre sofferenze non sono vane, una vittoria è sempre possibile.
Un tema che viene assurto a bisogno fondamentale, a unica speranza dei disperati:

«Se sai veder distrutta l’opera della tua vita / E senza dire una sola parola rimetterti a costruire […j / Se sai essere duro senza mai infuriarti […] / Se sai essere coraggioso e mai imprudente […J / Se sai ottenere la vittoria dopo la sconfitta […] / Sarai un uomo figlio mio» (Rudyard Kipling).
Pel di carota, il bambino maltrattato, riacquista la speranza alla fine del libro; Hervé Bazin ritrova la pace quando suo padre finalmente mette a tacere Folcoche; Tarzan, bimbo indifeso in una giungla ostile, finisce per diventare l’amatissimo capo degli animali più feroci; Zorro e Superman, eroi dalla doppia vita, da un lato comuni individui e dall’altro paladini della giustizia; Francois Truffaut e Jean-Luc Lahaye raccontano il vero romanzo della loro infanzia tormentata. Ne “La città della gioia”, Dominique Lapierre descrive l’incredibile serenità dei derelitti come confermato da tutte le persone che si sono occupate dei bambini di strada”

 

 


L’articolo di Aldo Romano da cui ha preso avvio questa reminiscenza della resilienza è qui:

In  Aldo Romano, Berlusconi sta bene il Polo no, in  La Stampa 16 maggio 2007

non ci sono dubbi, Silvio Berlusconi è dotato di acuta resilienza.
Che non è una malattia, ma la capacità di riprendere forma e vigore dopo i colpi più duri.
Non è l’unico esponente della politica italiana a godere di quella magica qualità, ma certo che gli ultimi quindici giorni hanno dato una spettacolare dimostrazione del suo primato nel settore.
La netta vittoria elettorale in Sicilia è stata interamente sua prima che della Casa delle Libertà, come gli riconoscono i meno frustrati tra gli avversari sconfitti. La sua partecipazione al Family Day ha impresso una curvatura partigiana ad un evento che voleva essere trasversale e problematico per entrambi gli schieramenti. Insomma, il Cavaliere Resiliente si è ripreso la scena. E può permettersi di tormentare i propri alleati con nuove angherie. Ora minacciando di passare il bastone del comando direttamente alla giovane outsider Michela Vittoria Brambilla, ora buttando lì la possibilità di darsi alle larghe intese, ora fantasticando di un Partito della libertà da creare dall’oggi al domani con quelli che ci volessero stare.
Il solito leader dalle sette vite, si dirà, capace di ritrovarsi alla testa delle proprie truppe sconfiggendo ogni avversità. Eppure non è detto che si tratti di una buona notizia per il centrodestra. Perché al di là dell’attivismo effettivamente miracoloso di Berlusconi, da tempo poco o niente sta accadendo dalle parti dell’opposizione al governo Prodi. Nessun segno di vitalità propriamente politica, niente che faccia pensare che in quel vasto settore del Parlamento si stia lavorando ad un’idea del Paese diversa da quella che viene espressa dalla maggioranza di centrosinistra.
Molta propaganda ma poche idee su tutti i grandi aspetti della vita politica. In economia è evidente il mutismo di uno schieramento che si limita a ripetere lo slogan del «meno tasse» – peraltro senza poter vantare alcuna sensibile riduzione del carico fiscale negli anni in cui ha governato il Paese – non riuscendo ad orientare neanche marginalmente la discussione sulla necessità di un’apertura della società italiana ai valori liberali e della concorrenza. In politica estera la brillante strategia del centrodestra è tutta nel «tanto peggio, tanto meglio», pronta ad attendere l’ennesimo scivolone internazionale di Prodi o D’Alema senza fornire alcun indizio alternativo che non sia una più tenace fedeltà all’alleato americano. Sul piano più generalmente ideologico e culturale, siamo fermi ad un anticomunismo che resiste negli anni ad ogni smentita del mondo e della stessa sinistra italiana.
E se non fosse per il nuovo protagonismo della Chiesa cattolica sui temi della vita e della famiglia, nemmeno per Berlusconi vi sarebbe alcuna occasione di sortite opportunistiche.
In sostanza, il centrodestra sta replicando la strategia della passività mostrata dal centrosinistra nella scorsa legislatura. Quando l’opportunità di metter mano ad un progetto per il Paese mentre si era opposizione fu sacrificata alla conservazione degli equilibri politici e personali su cui si reggeva la coalizione. Le conseguenze di quella scelta si vedono oggi nella stanchezza dell’azione di governo, nell’impressione di un esecutivo che resiste più per il favore delle condizioni esterne che per le proprie virtù politiche e progettuali. Ma disporre di un’opposizione che non riesce ad andare oltre la propaganda non fa certo bene al governo. Così come non giova all’Italia, che ormai è dovunque circondata da Paesi che sono riusciti a dotarsi di leadership nuove e più dinamiche. Perché l’attivismo del Cavaliere riempie di sé ogni spazio lasciato libero dall’assenza di una vera concorrenza politica nel suo campo. Ma il vuoto di idee è destinato a rimanere tale, anche quando permette l’esibizione di spettacolari capacità di rimbalzo.

 

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