“Il premio Nobel Elie Wiesel, a proposito del caso Priebke, ha detto che i criminali nazisti dovrebbero morire dietro le sbarre

Sul sito di Prima Pagina www.primapagina.rai.it  è on line un sondaggio che pone il seguente quesito:

Il premio Nobel Elie Wiesel, a proposito del caso Priebke, ha detto che i criminali nazisti dovrebbero morire dietro le sbarre.
Siete d’accordo?”

Non solo sono d’accordo, assieme all’80% di coloro che hanno già risposto, ma penso anche che, dopo le procedure di un processo, gli autori di crimini estremi dovrebbero finire come Saddam Hussein.

E aggiungo (anche se non c’entra – se non lontanamente, in base al principio della irresponsabilità con cui se la sono cavata con la loro pre-coscienza i terroristi di ieri – con il caso del nazista Priebke) che trovo semplicemente disgustoso che a fare da portavoce della attuale  maggioranza politica per la moratoria sulla pena di morte sia il deputato dei Socialisti-Radicali Sergio D’Elia, condannato a trent’anni, ridotti a 25 in appello e scontati 12, per concorso in omicidio.

Il tag di questo post è crimini, politica, memoria.


Dal Corriere della Sera, l’intervista di Alessandra Farkas a Elie Wiesel:
NEW YORK — «Sono completamente solidale alla comunità ebraica italiana e romana. Le sue richieste mi sembrano legittime. Il suo sdegno è evidente; come si può non condividerlo?». Al telefono dalla sua casa di New York il premio Nobel Elie Wiesel si dice «sbigottito» ed «indignato » dal provvedimento (revocato ieri) che, dallo scorso 12 giugno, ha consentito al 93enne criminale nazista Erich Priebke di lasciare gli arresti domiciliari, per andare a lavorare.
E anche le dichiarazioni dello stesso Priebke al Corriere («gli italiani continuano a vivere nella Seconda guerra mondiale») lo lasciano quasi senza parole. «Quest’uomo è fortunato di essere ancora vivo mentre molte delle sue vittime sono morte prima di poter raggiungere la pubertà », tuona l’attivista e scrittore sopravvissuto 
ad Auschwitz. «Priebke è l’ultimo a poter impartire lezioni e consigli».
E’ vero che per gli italiani la guerra non è mai finita? 
«Anche se ciò fosse vero, la colpa è sua e di gente come lui. I suoi crimini si sono consumati soprattutto ai danni di italiani e romani, ebrei e non: perché stupirsi dello sdegno della popolazione?» 
Elie Wiesel premio Nobel per la pace nel 1986
«Imperdonabile. Perché i criminali nazisti condannati all’ergastolo dovrebbero morire dietro le sbarre e non fuori. Priebke appartiene al carcere, o all’ospedale del carcere. Se è abbastanza sano da andare a lavorare — e in motorino per giunta — non è affatto malato, come vuol farci credere».
In che circostanza si poteva accordargli un’eccezione? 
«Non vedo proprio quale. Priebke non si è mai pentito, come del resto gli altri criminali nazisti. Perché mai, allora, dovrebbe beneficiare dei nostri dubbi ed esenzioni?» 
Pensa che questi dubbi siano il frutto di una generazione troppo giovane per ricordare? 

«Non credo. I giovani che io conosco vogliono, al contrario, sapere sempre di più di quell’era ».
La sua macchia e il suo dolore potranno mai SCRITTE E TARGHE 
Sopra, la svastica dentro la stella di Davide incisa sull’ascensore di Priebke. Sotto, la targa che l’ex Ss ha appeso davanti a casa: «Vae Victis» («Guai ai vinti») «Ciò non dovrebbe mai accadere. Dimenticare l’Olocausto sarebbe un crimine. E il crimine contro la memoria può avere conseguenze devastanti».
Di chi è la colpa di quanto è successo a Roma? 
«Chi l’ha lasciato andare conosceva la serietà e significato dei suoi crimini. L’hanno liberato, pur non avendo dimenticato. Soltanto rispedendolo in carcere si può riparare questo grave errore».
Che cosa direbbe a Priebke, se potesse incontrarlo? 
«Non lo incontrerei e non gli parlerei per nessun motivo al mondo. Perché mai dovrei farlo?».
E ai giovani della comunità ebraica romana se la sente di mandare un messaggio? 
«A loro voglio dire che condivido e capisco il loro dolore e la loro rabbia.
Qualsiasi mezzo scelgano per protestare è il loro e io lo approvo».
Sarebbe stato meglio, quando si era ancora in tempo, varare una legge internazionale per vietare la fuoriuscita precoce dei criminali nazisti dal carcere? 
«Certo. Ma non è mai troppo tardi. Lo ripeto: i criminali nazisti che stanno scontando la pena devono morire in carcere. Io sono contrario alla pena di morte anche in questi casi ma non credo neppure a sconti di pena».


L’intervista a Elie Wiesel, ricordata da  Prisma nel suo commento:

Trasformare l’informazione in conoscenza e la conoscenza in coscienza


Il premio Nobel per la pace (1986) ribadisce il dovere della memoria e i limiti della parola. Sullo sfondo, l’Olocausto e la guerra in Medio Oriente

Lei ha dichiarato che quando si viene informati si perde “l’innocenza”, qual è deve essere secondo Lei la funzione dell’informazione?

Bisogna trasformare l’informazione in conoscenza, e come diceva, credo, Malraux, trasformare la conoscenza in coscienza; bisogna dunque avere un atteggiamento etico verso la conoscenza. Una conoscenza astratta fa dell’uomo un’astrazione, ma un essere umano è tutto tranne che un’astrazione. Per questo, nel XX secolo, abbiamo assistito a tante atrocità: quando gli altri uomini sono soltanto un’astrazione senza umanità si possono annientareIo penso che se sono informato dell’altro, l’altro per me vive e la sua vita mi chiama e le sue paure mi riguardano, e le sue gioie mi scaldano il cuore…

Lei scrive, però, che c’è quasi un muro tra l’informazione e la conoscenza, che è un problema arrivare ad un vero riconoscimento dell’altro e che oggi “si corre il rischio di essere sovrainformati e quindi male informati”.

In fondo noi subiamo l’informazione, sono altri che ce la inviano. Però tutti concordano col dire che l’informazione dovrebbe essere anzitutto una testimonianza. Se ascolto un testimone deporre sulla storia o sulla sua o la mia vita, devo per prima cosa accettare quello che dice, cioè gli eventi e la memoria degli eventi, come se facessero parte della mia stessa vita e della mia stessa memoria. È solo allora che l’informazione, che è neutra, diventa conoscenza. Informarsi soltanto non costa sforzo, la vera fatica è trasformare l’informazione in conoscenza. È anche una fatica implicitamente etica, perché parte sempre da un riconoscimento dell’altro.

Fino a che anno è stato presidente del Museo della Memoria?

Per la precisione fui nominato presidente del “Memorial Council”, del Consiglio della Memoria, da Carter e poi da Reagan, e sono stato in carica dal ’78 all’86. Ma dopo il viaggio di Reagan a Billburque, con la visita in un cimitero militare dove stavano anche tombe di SS, ho dato le dimissioni da presidente, restando però sempre presidente-fondatore. Quindi ne faccio parte totalmente ed è sempre un grande successo.

Nel 1995 è uscito un libro di Todorov, Gli abusi della memoria, dove lui parla di questa differenza tra la memoria esemplare e la memoria letteraria e mette in guardia dal culto della memoria.

Non l’ho letto, quindi non commento. Personalmente sono convinto che esista un dovere della memoria: senza memoria non c’è cultura, non c’è civiltà, non c’è umanità. Qualche anno fa scrissi un romanzo, dal titolo Dimenticare: avevo scoperto che la moglie di un conoscente aveva l’Alzheimer, ed era la prima volta che vedevo una persona con quella malattia. Mi ero allora chiesto che cosa sarebbe successo se la storia, l’umanità intera soffrisse di Alzheimer, e scrissi quel romanzo, il più disperato che ho scritto, anche se poi mi sono tenuto il manoscritto nel cassetto per molto tempo, perché pensavo di non avere il diritto di angosciare i miei lettori più giovani, e lo pubblicai soltanto quando ebbi scoperto una via d’uscita. Cos’è l’Alzheimer? È come un libro di cui si strappano le pagine una alla volta, e alla fine non resta che la copertina: chi viene colpito è come se avesse un cancro dell’identitàLa memoria è il contrario dell’Alzheimer, quindi credo che la memoria comporti delle dimensioni etiche, è uno scudo contro la crudeltà, contro il male. Perciò se Todorov lo chiama culto, forse ha ragione, di qualsiasi cosa si può creare il culto, ma in tutti i casi non nella mia lingua, non nel mio vocabolario.

Bisogna parlare o si deve fare silenzio sulla Shoah e le tragedie della storia? Bisogna parlarne con i giovani?

Sono sempre stato tentato e sedotto dal silenzio, e in realtà ho parlato pochissimo dell’Olocausto. Delle mie circa quaranta opere solo quattro o cinque trattano di questo e l’ho fatto apposta per non farne una routine. Io voglio ancora esser preso da un fremito solo al pronunciare questa parola; un giorno ho perfino detto che se nel ’45 tutti i sopravvissuti si fossero incontrati di nascosto per decidere di fare un voto di silenzio, questo silenzio avrebbe avuto un effetto incredibile sull’umanità e la sua storia, sarebbe stato un silenzio puro, carico di messaggi e di presagi. Ma non è stato fatto. Adesso, come testimoniare se non con la parola? Nello stesso tempo, come scegliere le parole, dove trovare i vocaboli? E io mi tormento tutto il tempo perché non ho le parole per dirlo come vorrei e ogni volta che scrivo un libro su questo argomento sento che qualcosa non va, perché alla fine quello è un avvenimento che, per noi che l’abbiamo conosciuto, sfida e supera il linguaggio.

È la tragedia di Primo Levi, no?

Con Primo eravamo amici, eravamo insieme nella stessa baracca ad Auschwitz e a Bouna. Nelle mie memorie ho osservato che la percentuale degli scrittori suicidi, tra le vittime della tragedia, è molto alta. Sono sicuro che è così perché spesso uno scrittore si chiede a che serve. Sente di non avere nient’altro che delle parole, e quando ci rendiamo conto che queste parole, di fatto, ancora non sono quelle che avremmo voluto trovare per dire quella cosa, non esistono, allora cosa ci resta? Su questo ho una documentazione enorme, una mia studentessa ha fatto la sua tesi di dottorato su un gruppo di ebrei così, scrittori di fama, uomini e donne, giovani e anziani, che si sono uccisi.

Ma lei ha detto che oggi in America non si può far niente per censurare, per esempio, i revisionisti.

Vero, in America succede questo, mentre in Francia è un reato. Quando ero presidente della commissione presidenziale, avevo riunito un gruppo tra i migliori professori di diritto costituzionale d’America, chiedendo se si potevano processare queste persone, prima perché mentono, poi perché falsificano la storia e poi ancora perché incitano all’odio, perché sarebbe normale odiarmi se mi fossi inventato tutto. Ma mi hanno detto che il primo emendamento sulla totale libertà d’espressione è un fondamento della costituzione americana e non c’è nulla da fare. Ma le voglio dire questo: di Internet proprio non capisco niente, io scrivo a mano, non so neanche come funziona un computer. Però so una cosa: su Internet stanno appunto i revisionisti, che hanno un proprio sito in tutti i Paesi, e le cose che dicono sono mostruose e ancora più mostruoso è il fatto che non si può far niente! Oggi sono venuto a sapere che su Internet chiunque può dire quello che gli pare su quello che vuole. Per esempio, può succedere che un certo Pierre Duran scriva in un qualche sito che il signor tal dei tali, che abita a un certo indirizzo in Francia, ha violentato quattro donne e magari torturato i loro figli, e non gli succede niente. Se lui lo stampa va in galera, ma su Internet lo può dire impunemente e in tutta libertà: allora dico che a me questo non piace. Non mi piace questa scoperta che permette alle persone di dire questo tipo di cose, perché possiamo immaginare allora che questo signore un giorno esca di casa per comprare il pane o il giornale, e che qualche fanatico che ha letto questo su Internet decida di picchiarlo o ammazzarlo e non c’è modo di evitarlo.

Anche in Italia abbiamo avuto un problema del genere con la pedofilia, ma cambiamo argomento. Sembra che per Israele la guerra sia una specie di destino: lei che è un Nobel per la Pace, come vive questo riacutizzarsi di un conflitto che pare essere infinito?

Lo vivo malissimo, ovvio, fa male vedere quello che succede ora e sempre ha fatto male. Quando scoppiò la Guerra dei Sei Giorni ero corrispondente alle Nazioni Unite e tre settimane prima il capo dell’Olp, che all’epoca era Ahmed es-Suqueiri, il predecessore di Arafat, andava in giro dicendo apertamente che dopo questa guerra per Israele sarebbe finita, e ovviamente i Paesi Arabi dicevano la stessa cosa. Mi ricordo che all’epoca ero tra quelli che pensavano che Israele sarebbe ricaduta nell’isolamento, mentre i capi di stato civili, colti, sedicenti amici, già preparavano il loro discorso funebre, piangendo sul povero Israele. E in realtà le devo dire che io stesso – non sono israeliano, non sono mai vissuto in Israele, ma amo Israele – pensavo che fosse la sua fine. Ma, tutt’a un tratto, Israele vince, e io, che ero là, scrissi un romanzo, Il Mendicante di Gerusalemme, in stato di estasi. Ma alla fine di questo romanzo, chi ha l’occasione di leggerlo lo vedrà, comincio ad avere dei dubbi, perché mi era capitato di passeggiare di nuovo nella bellissima Gerusalemme vecchia. Tra il ’48 e il ’67 nessun ebreo, non solo gli israeliani, ci poteva più andare. Invece eccomi di nuovo là, e c’erano dei ragazzini arabi che mi guardavano, non sapevano chi fossi, ovviamente, ma siccome sapevano ch’ero ebreo avevano paura di me, e il fatto di far paura a dei bambini mi tormentò a lungo. Allora scrissi, appunto, che l’ambiguità della vittoria era inevitabile, perché se Israele avesse perso la guerra del ’67 non sarebbe più esistito, questo è sicuro, perciò l’ha dovuta vincere, quella guerra, per sopravvivere.

Ma è anche preoccupante che una parte d’Europa marci contro Israele, a proposito, per esempio, delle risoluzioni dell’ONU che non vengono rispettate. Come vede lei questo fatto?

Non saprei che dirle sul piano politico, io non faccio politica. Ma quello che mi fa quasi disperare al momento attuale è che certi amici, in Israele, che militano per la pace, sono più disperati di me. Chiaramente anch’io sono rimasto sconvolto vedendo le foto di quel ragazzino arabo ucciso, neanche dormivo più la notte, ma, anzi, non voglio dire ma, dirò e, e dopo ci si rende conto che questi ragazzi sono portatori di un odio inesorabile, e se i miei amici in Israele sono disperati è perché non credevano che ci fosse un tale muro di odio. Quindi che fare?

E lei pensa che in Europa questa nuova ondata di antisemitismo sia in relazione con la politica del Medio Oriente?

Penso di sì: non conosco l’Europa e non mi piace parlare di cose che non conosco, ma sono stato in Francia una settimana e le posso dire quello che ne pensa la gente in Francia. La gente pensa spesso in rapporto diretto con quello che i media mostrano. Per esempio, mi hanno detto che France2 ha mandato l’immagine di questo ragazzo in continuazione, anche al rallentatore. È successo allora che quando ho preso un tassì, l’unico che ho preso a Parigi, il tassista mi ha fatto un discorso antisemita offensivo: “Voi ebrei, voi ebrei, voi ebrei” – non israeliani – “voi ebrei uccidete i bambini, fate solo questo!”. Allora ho detto “Sissignore, ma lei che ne dice dei linciaggi?”, e lui “Hanno fatto bene!”. Fino a questo punto! Ah, senta, ci sono stati oltre duecento attentati o scontri antisemiti, se non di più, dei quali cento solo in Francia, quindi in Francia più che in tutta Europa. Ora mi hanno detto che ce ne sono anche in Inghilterra. È normale che ci sia una relazione diretta e io spero davvero che quelli che fanno i titoli sui giornali o che preparano i programmi in televisione sappiano quel che fanno. Bisogna guardare un po’ più in là e con cautela, penso che oggi sia una questione di responsabilità. Agiamo pure contro la storia, contro noi stessi, ma non si devono fomentare crisi, non si devono affilare i coltelli, bisogna tentare di tranquilizzare, bisogna dire basta a tutto questo! Quest’odio è atroce e basta vedere ancora gente che muore!

Lei adesso ha parlato di speranza e di disperazione, e mi ricorda una delle figure bibliche, Geremia, quando scrive che sono più di tremila anni che noi ebrei continuiamo a scrivere la medesima storia, aspettando nel tempo di poterne scrivere un’altra.

Aspetto, aspetto, che vuol dire “aspetto”? Senta, a me capita di provare angoscia, è normale che sia angosciato, perché al momento non vedo vie d’uscita, in verità per la prima volta da tanti anni. Se, per dire, Barak o Arafat mi chiedessero: “Che si deve fare?” adesso non saprei che rispondere, sono andati troppo in là. In Arafat, prima, avevo davvero una fiducia enorme, e conoscevo Barak, che era un amico caro, il più caro di tutti i ministri, o quasi. Dunque, avevo fiducia in quei due. Ero a Washington e ho visto la cerimonia, in cui Arafat era ricevuto da Barak, concessione che nessun Primo ministro gli aveva fatto mai e più nessuno gli farà, tanto che Lea Rabin, ha detto a un giornalista che suo marito si rivoltava nella tomba, che lei stessa era choccata. Ma Arafat ha detto no. Se avesse detto sì, si sarebbe stati così vicini alla pace, ma così vicini! È normale, allora, che lo ritenga responsabile, ma contemporaneamente non mi va di emettere giudizi, capisce, non sono un giudice, sono un testimone, bisogna pazientare e bisogna provare a guarire le ferite e cominciare a costruire… Forse avremmo dovuto invitare qui, che so, un maestro palestinese e uno israeliano, un bambino palestinese e uno israeliano, ma rischia di essere troppo tardi.

Isaia Berlin ha scritto: ricordo il XX secolo soltanto come il più terribile della storia occidentale.

Sì, l’ha ripetuto anche Hanna Arendt, ed è senz’altro vero. Ci sono stati dei secoli violenti, le Crociate, l’Inquisizione, Gengis Khan, Attila, ma dal XX secolo, che viene detto civilizzato e moderno, non ci si aspettava questo, due guerre mondiali, tante guerre civili e conflitti grandi e piccoli, religiosi, etnici, tutto all’insegna della morte. Per questo, Isaia Berlin aveva assolutamente ragione, è un secolo maledetto. Qualche anno fa, a dire il vero, c’era ancora un baluardo di speranza. Nel ’75 io ero in Africa del Sud e andavo di città in città per protestare contro l’apartheid, se qualcuno mi avesse detto allora che avrei visto la fine dell’apartheid non ci avrei mai creduto. Sono stato in Russia la prima volta nel ’65, e se qualcuno m’avesse detto che avrei visto la fine del comunismo non ci avrei mai creduto. Se qualcuno nel’45 mi avesse detto che avrei visto lo Stato d’Israele, mai ci avrei creduto. Ma ora l’insormontabile problema del Medio Oriente è come fare affinché la speranza degli uni non sia la disperazione degli altri.

Un’ultima domanda: Primo Levi, che era suo amico, prima di morire aveva pubblicato in Italia questo libro di riflessioni sulla sua opera e la sua vita, I sommersi e i salvati, e ha detto che nucleo del libro è il pensiero che quello che è successo una volta può ancora succedere.

Io non sono d’accordo. Con Primo eravamo spesso in disaccordo, anche se sul piano personale eravamo molto vicini; per esempio, lui parlava molto di Dio, si diceva ateo e io no, e poi era veramente troppo duro coi sopravvissuti della zona d’ombra, quelli al confine tra passività e connivenza col carnefice. Allora avevamo spesso discussioni sull’Olocausto, ma sempre con molta amicizia, calore e comprensione. Ovviamente anche per me è stata una tragedia unica, ma lui ne ha scritto con odio, mentre io ero troppo giovane e malato, sono sfuggito all’odio per miracolo. Comunque è stato un avvenimento unico, che resterà tale fintanto che resterà nella memoria: l’oblio sarebbe una tragedia altrettanto grande, e la sua memoria impedirà altre tragedie.

Ma non ci sono state anche una serie di tragedie simili?

Anche non simili: il fatto è che quando c’è qualcosa che ci assomiglia, in Cambogia o in Bosnia, la gente subito parla di Auschwitz e si mobilita. Ma hanno torto, non si devono usare queste parole così, alla leggera, ci sono parole sufficientemente forti e potenti nel vocabolario. Non è la stessa cosa!

E perché?

Prendiamo la Bosnia. Milosevic l’ho messo io nella lista dei criminali contro l’umanità, ma non si può certo dire che volesse uccidere tutti i musulmani del mondo, fino all’ultimo, e comunque non c’erano le camere a gas: allora perché insistere con Auschwitz? Non è lo stesso. Chi dice che è lo stesso non c’era e non può sapere. Generalmente non faccio discussioni, ma qui dico no con forza, perché vorrei che ci fosse almeno una voce, la mia, che sarà minoritaria, però un giorno si potrà dire: sì, c’era una voce che ha detto che non era lo stesso.

2001


Priebke:
1944
La strage
Nel ‘43 il capitano delle SS Priebke fu trasferito a Roma agli ordini di Herbert Kappler. Il 23 marzo 1944, dopo l’attentato dei Gap in via Rasella, fu tra i responsabili della rappresaglia che portò all’esecuzione di 335 ostaggi alle Fosse Ardeatine.
1996
I processi
Arrestato in Argentina nel ‘95, fu estradato in Italia. Il 1° agosto ‘96 il tribunale militarre archiviò il caso per prescrizione. La Corte di Cassazione annullò quella sentenza, e Priebke fu condannato a 15 anni, poi ridotti a 10 per motivi di salute.
1998
L’ergastolo
Nel marzo 1998, la Corte d’Appello militare lo condannò all’ergastolo, insieme all’altro ex ufficiale delle SS Karl Haas. Da novembre ‘98 Priebke è ai domiciliari. Il 12 giugno scorso, a 93 anni, ha avuto il permesso di uscire per lavorare.

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