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Baldo Lami, Le sincronicità: neppure il caso viene a caso!

A quasi mezzo secolo di distanza dalla prima formulazione di Jung della sincronicità, come “principio di nessi acausali” (1952), è stupefacente come l’avamposto teorico più significativo del pensiero junghiano, ad eccezione della Marie-Louise von Franz, sua storica allieva, sia praticamente caduto nel vuoto, dimenticato, o, per restare nel linguaggio psicoanalitico, rimosso!
Quando, invece, nel cinema il tema viene sempre più riproposto e presentato come la migliore chiave di lettura (simbolico-contemplativa) per intendere la realtà. Ne sono un esempio egregio i film di Kièslowski. Per arrivare, infine, all’appropriazione del concetto da parte della cultura della New Age (vedi Le profezie di Celestino).
Guardiamo allora meglio in cosa consistono queste sincronicità, nozione cui Jung è pervenuto nel tentativo di superare il dualismo caso/causalità che informa tutto il pensiero collettivo dell’Occidente, che trova nella scienza la sua massima concettualizzazione razionale e motore di sviluppo. Ma neppure il mondo della materia, come ci insegna la stessa scienza a livello della microfisica, sembra unicamente dominato dalle leggi ferree della causalità, così come non lo è il mondo psichico (dove tutto è compresente), ed è impensabile che tra i due non possa esserci una comunicazione, una sinergia, e un comune fondamento che è metafisico e metapsichico insieme.
Vediamo ora i tre casi nei quali è stata contemplata la sincronicità dallo stesso Jung:
1. Coincidenza di uno stato psichico con un evento esterno corrispondente, percepito nello stesso tempo e nello stesso spazio, quindi immediatamente verificabile.
2. Coincidenza di uno stato psichico con un evento esterno corrispondente, percepito (più o meno) nello stesso tempo, ma non nello stesso spazio, quindi verificabile solo successivamente.
3. Coincidenza di uno stato psichico con un evento esterno corrispondente, non ancora esistente, quindi verificabile solo a distanza di tempo e spazio.
Se ci dovessimo attenere a questi soli casi, in cui viene categoricamente esclusa la causalità e in cui c’è sempre un soggetto percepente che connette “significativamente” l’evento psichico interno con quello fisico esterno, le sincronicità sarebbero ben poche nella vita di ciascuno, lasciando in ombra la moltitudine degli avvenimenti più comuni e di maggior frequenza, che pur potendosi, secondo noi, definire sincronici, coinvolgono anche il principio di causa-effetto.
Vogliamo perciò estendere il concetto di sincronicità anche a tutti questi, onde evitare che l’eventuale causa fisica esterna (esempio: la suoneria della sveglia non ha funzionato ed io perdo un appuntamento importante), da cui comunemente si fa dipendere il fatto che ci è capitato, sia scambiata per la causa metafisica, che risiede sempre nel disegno simbolico-evolutivo in cui è sempre tramato ogni “ac-cadere”.
Con l’analisi delle sincronicità (che non è il semplice rilievo del contenuto psichico manifesto, cioè cosciente, che “lega” nel significato anche l’avvenimento esterno), è proprio questo disegno che vogliamo contemplare, esattamente come si fa col sogno.
Il pensiero causale è, per così dire, lineare, e procede secondo una concezione del tempo sequenziale e relativistica, mentre il pensiero sincronico può essere definito un “pensiero di campo”, al cui centro si trova un tempo periodico, infinito e immaginario, a forte valenza affettiva. Un tempo d’anima. E’ da questo centro che scaturisce il kairòs, il tempo debito. Questi due tempi, sincronico e causale, sono per noi i poli estremi e complementari (di cui il primo, però, dev’essere considerato centrale anche al secondo) di un unico asse temporale su cui si declina il simbolico nel suo farsi ineffabile esperienza di vita, sospesa tra tempo sacro e profano. Tra i due, c’è una serie infinita di stadi intermedi in cui le due modalità si combinano tra di loro.
Sono quindi da considerarsi sincronici, oltre i tre tipi elencati, anche gli imprevisti, gli incidenti, le malattie e le guarigioni, le perdite e i ritrovamenti, gli incontri e gli scontri, le guerre e la pace, gli eventi sociali e naturali, la fortuna e la sfortuna, le nascite e le morti, le mutazioni, le invenzioni, persino le scoperte scientifiche, i sogni e, naturalmente, evento degli eventi, l’amore. Come vedete, la vita stessa, nel suo complesso, può essere concepita come un immenso flusso, continuo e ininterrotto, di eventi sincronici.
La sincronicità si ha allora quando l’anima dell’uno mostra la sua stretta e intima interconnessione, patica (sia nel verso sin che anti), con l’anima dell’altro, ed entrambe con l’anima del mondo.

© Baldo Lami

tratto da Fare Anima: http://www.psicosservatorio.it/BachecaDettagli.php?ID=6

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