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Philippe Delerm (1998) La prima sorsata di birra, Frassinelli Traduzione di Leonella Prato Caruso | TartaRugosa

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Philippe Delerm (1998)

La prima sorsata di birra, Frassinelli

Traduzione di Leonella Prato Caruso

L’escursione fra gli aromi di Escoffier suscita la domanda se assaporiamo con gli occhi, col palato, col naso o con l’insieme dei tre sensi.

Come l’opera di Proust insegna, quel gusto della madeleine bagnata nell’infuso di tè o di tiglio, scatena emozioni che fanno risalire alle immagini di un lontano episodio dell’infanzia (Così ora tutti i fiori del nostro giardino e quelli del parco di Swann, e le ninfee della Vivonne, e la buona gente del villaggio e le loro casette e la chiesa e tutta Combray e dintorni, tutto quello che vien prendendo forma e solidità, è sorto, città e girdini, dalla mia tazza di tè”).

A significare quindi che la fabbricazione della memoria necessita di agganci forniti dai canali percettivi e più agganci possiedi, più sensi utilizzi, più dettagli consideri, maggiore sarà la possibilità di raggiungere un ricordo sopito.

Negli studi sulla memoria si sostiene che è a partire dal canale visivo che si recupera nella maggior parte dei casi il ricordo.

Pensando alla lettura, il nostro canale visivo distingue le parole, non avverte il profumo, non sente il suono, non tocca superfici … Dal punto di vista sensoriale, le parole sono tendenzialmente povere.

Il mestiere di scrivere, l’arte di utilizzare le parole non è semplice: lo scrittore lavora con un mezzo che non ha nulla a che fare con la materia.

Ascoltando un brano musicale o ammirando un’opera d’arte si stimola prevalentemente uno specifico canale sensoriale. Con la parola scritta si va a colpire il cervello, che a sua volta deve rievocare un’emozione, una sensazione collegata a quella parola. Partendo da una descrizione, diventiamo capaci di creare con la nostra fantasia un’immagine basata sull’esperienza che ne abbiamo fatto nel corso della nostra esistenza.

Un bravo scrittore sa sfruttare la potenza evocativa della parola. Provocare o trasmettere al lettore l’intensità di un desiderio attraverso la costruzione della frase, presuppone abilità non indifferente nell’uso del mezzo “scrittura”, proprio perché deve poter accendere un concetto, una percezione, un’idea.

Philippe Delerm, da questo punto di vista, è riuscito a compiere una magia sensoriale attraverso 34 pennellate letterarie inerenti brevi istanti rubati alla quotidianità della vita rurale, dove il tempo e lo spazio diventano elogio di lentezza, pace e piccoli piaceri (forse) in via di estinzione.

Di questa sua capacità ne ho capito il magnetismo quando, dopo la lettura de “Il maglione autunnale”, mi ha assalito un languore nostalgico che, in coppia ad una frenesia vitale scatenata dai primi tramonti ottobrini, mi hanno indotto all’acquisto di un maglione giallo con due grandi trecce e uno scollo a barchetta ”….Allora ci vuole un maglione nuovo. Mettersi addosso le castagne, il sottobosco, i ricci dei marroni, il rosso rosato delle rossole. Riflettere la stagione nella morbidezza della lana. Ma un maglione nuovo: scegliere il nuovo fuoco che comincia a spegnersi. Sul verde? Un verde Irlanda, pisello secco, nebbioso, whisky ruvido selvatico e solitario come i campi di torba, l’erba falciata. Sul rossiccio? Ce ne sono tante gradazioni, chiome da Ofelia, desiderio di merenda come prima, pane burro e marmellata, boschi soprattutto, rossiccio del suolo, del cielo, inafferrabili colori di sagre paesane e di legno, di funghi e d’acqua. E perché non sul grezzo? Un maglione a grosse trecce come se qualcuno avesse ancora il tempo di sferruzzare per te. Un maglione ampio: il corpo sparirà, diventeremo la stagione. Un maglione sulle spalle, sperando … Anche di per sé, è gradevole questa maniera di rappresentare la fine delle cose tono su tono. Scegliere il conforto delle malinconieComprare il colore dei giorni, un nuovo maglione autunnale”.

Che dire poi di quelle roventi impressioni di assolati pomeriggi agostani, mentre errando lungo il sentiero che conduce a “L’orto immobile” “…Vorremmo limitarci all’ombra. Ma il sole filtra tra i rami con un’implacabile dolcezza. E’ lui a rendere biondo tutto l’orto: le lattughe pigre ma anche le bietole accasciate al suolo. Solo le foglie delle carote resistono con un verde provocante, come se la loro leggerezza le preservasse da un languido abbandono. In fondo, lungo la siepe, è troppo tardi per i lamponi, al posto del velluto rubino granata c’è già un disseccamento scuro, una scoria rugosa. Dall’altra parte, lungo il muretto di pietra, si stende una spalliera di peri, con la disposizione simmetrica dei rami la cui l’oblunga opacità del frutto picchiettato di sabbia rossiccia dà un tocco di femminilità. … Fa caldo ma il prugno, l’albicocco, il ciliegio offrono un’ombra dove dorme anche il tavolo da ping-pong inutilizzato – qualche prugna rossa è caduta sulla vernice smeraldo scrostata. Fa caldo, ma nel cuore dell’agosto dorme nell’orto l’idea dell’acqua”.

O, ancora, quel sentore pungente e penetrante delle mele appena raccolte, poste a dimora nelle cassette di legno, “L’odore delle mele”: “Entriamo in cantina. E subito ci colpisce. Le mele sono lì, allineate sui graticci – cassette da frutta capovolte. Non ci pensavamo. Non avevamo nessuna intenzione di lasciarci sommergere da un tale spleen. Ma è inutile. L’odore delle mele è un’onda travolgente. Come avevamo potuto fare a meno per tanto tempo di quest’infanzia aspra e dolce?

Devono essere deliziosi i frutti avvizziti, di quel falso prosciugamento dove in ogni grinza sembra essersi insinuato un sapore intenso. Ma non abbiamo voglia di mangiarli. Non vogliamo trasformare in sapore identificabile il potere fluttuante dell’odore. Dire che hanno un buon profumo, un profumo forte? No, c’è ben altro … Un odore interiore, l’odore di un sé migliore. Lì c’è racchiuso l’autunno della scuola. Con l’inchiostro blu verghiamo sul foglio pieni e filetti. La pioggia batte sui vetri, la serata sarà lunga …

Ma il profumo delle mele non è solo il passato. Si pensa al tempo che fu per via della portata e dell’intensità, di un ricordo di cantina umida, di solaio buio. Ma è da vivere lì, da tenere lì, in piedi.

Abbiamo alle spalle l’erba alta e l’umidore del frutteto. Davanti, come un respiro caldo che si sprigiona nell’ombra. L’odore ha preso tutti i marroni, tutti i rossi, con un po’ di acido verde. L’odore ha distillato la morbidezza della buccia, la sua impercettibile rugosità. Abbiamo le labbra secche, ma sappiamo che questa sete non deve essere placata. Non succederebbe niente a mordere la polpa bianca. Bisognerebbe diventare ottobre, terra battuta, volta di cantina, pioggia attesa. L’odore delle mele è doloroso. E’ l’odore di una vita più intensa, di una lentezza che non meritiamo più”.

Ecco pertanto come la parola può comprendere due aspetti visivi: l’uno riferito all’immagine della grafia, l’altro all’immagine della situazione che trascina con sé la cascata delle connessioni a rete, degli intrecci infiniti, del telaio tutto da scoprire della nostra memoria.

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Paolo Ferrario Mostra tutti

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