Ayaan Hirsi Ali: il relativismo culturale non tiene conto del fatto che ….

Ayaan Hirsi Ali è nata in Somalia nel 1969. A 22 anni viene promessa in sposa contro la sua decisione e fugge, prima in Germania e poi nei Paesi Bassi. Studia scienze politiche e lavora presso l’ufficio studi del partito socialdemocratico. Scrive la sceneggiatura di Submission, il film per il quale il regista Theo van Gogh sarà assassinato da un fanatico islamista. Da lì inizia critica con forza la società islamica e riceve una fatwa, con la condanna a morte. Ora vive negli Stati Uniti, dove si sente più libera nella sua elaborazione culturale. Ha pubblicato: Non sottomessa. Contro la segregazione islamica, Einaudi, 2005; Infedele, Rizzoli, 2007.

Sostiene Ayaan Hirsi Ali:

Coloro i quali nell’Occidente tradizionalmente si oppongo­no all’imposizione di religioni e usanze, i progressisti laici (la cosiddetta «sinistra» di alcuni Paesi) hanno stimolato il pensiero critico mio e di altri musulmani. Ma la sinistra occidentale ha la singolare attitudine ad assumersi la responsabilità delle colpe e a considerare gli altri come vittime, è il caso per esempio dei musulmani. Le vittime vanno compatite e tutti gli oppressi e i degni di compassione sono per definizione persone buone. La sinistra non si limita a criticare l’Occidente. Critica gli Stati Uniti ma non il mondo islamico, cosi come prima non criticava i gulag. Gli Stati Uniti infatti corrispondono all’Oc­cidente, e il mondo islamico non è potente quanto l’Occiden­te. Critica Israele, ma non i palestinesi, perché Israele viene considerato Occidente e perché i palestinesi vanno compatiti. Critica la maggioranza autoctona nei Paesi occidentali ma non le minoranze islamiche. Chi critica il mondo islamico, i pale­stinesi e le minoranze islamiche è considerato islamofobo e xenofobo. Questo relativismo culturale non tiene conto del fatto che escludendo timorosamente le culture non occidentali dalle critiche si finiscono per imprigionare nella loro arretratezza quanti appartengono a tali culture.

In : Non sottomessa. Contro la segregazione islamica, Einaudi, 2005, p. 8

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