Sogni e Reverie di Paolo

Il sogno in cui Keith Jarrett non vuole ascoltare un suo concerto (notte fra il 23 e il 24 dicembre 2009)

Sono andato ad un concerto di Keith Jarrett. Forse suonava il trio, ma il protagonista assoluto era stato lui.
Torno a casa stordito dalla bellezza della musica suonata quella sera.
La casa, una vecchia casa,  è in campagna, su un colle, lontana ed isolata.
Ho solo voglia di far sentire al mondo l’emozione provata nel sentire le creature dell’aria intessute nelle note.
Incontro keith Jarrett.
Sì: lui è lì con me nella casa.
Mi manca il fiato per solo tentare di raccontare cosa avevo provato e perchè.
Ho la registrazione.
Metto nel lettore e dico – come faccio sempre quando tento di trasferire le mie ipnosi musicali – che occorre sottrarre dal fluire del tempo uno spazio per provare a ricreare la stessa situazione. E’ così che si deve fare: occorre assecondare l’indole della musica, che è quella di fermare il tempo in una serie di attimi che assomigliano all’eternità.
Nessuno vuole farlo. Nessuno vuole dedicare tempo al tempo.
Neppure Keith Jarrett vuole. Sì: perfino lui si rifiuta di fermarsi a ri-ascoltare quel concerto che mi aveva fatto andare in estasi.
Allora me ne vado nella stanza dell’ascolto, la stanza “conclusa”, e avvio il lettore.
Le note cominciano ad espandersi e a prendere posto nello spazio.
Lui, Keith Jarrett (proprio lui), è fuori, ma si affacci alla finestra, quasi rassegnato. Guarda dentro con la testa appoggiata al davanzale e ascolta.
Io mi immagino una tastiera del pianoforte, dispongo le mani e le dita come per muoverle sulla tastiera e dico … “ha suonato così” …

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