Berselli Edmondo, 1951-2010

Un mio contemporaneo.
Abbiamo attraversato lo stesso arco storico e biografico.
Ed abbiamo condiviso interessi e passioni simili: la musica, la politica.
Quando cominciano a morire i coetanei occorre fare un atto di contrizione e pensare e pensarsi.
La curva del tempo è inesorabile.
Restano i suoi libri, fra cui il bellisimo racconto del suo rapporto con la Labrador Liù:


Liù è una labrador nera. È arrivata per un ricatto affettivo, ha gettato lo scompiglio prevedibile, ha occupato una famiglia progressista e ne ha rivoluzionato la vita.

Quella che si narra in questo libro, però, non è la storia di un cane. È la «biografia morale» di un animale non immaginario ma esemplare, che racconta come intelligenze diverse, umana e canina, cominciano a sfiorarsi. Ma proprio qui iniziano le sorprese. E sono sorprese filosofiche. E dolori ideologici. E dilemmi intellettuali.
Infatti, grazie allo stile «lunatico» di Berselli, al suo divagare un po’ picaresco, decollano subito, con vari scodinzolii, storie molto italiane e politiche, disincantate e ironiche, in cui avventure e disavventure di razze differenti si specchiano in una visione di pura tolleranza, all¿insegna di un relativismo assoluto, di un italianissimo «sì, vabbè…».
Perché non ci sono verità o regole, nel regno dei labrador. In natura ci sono solo abitudini. Non sarà per caso una buona descrizione dell’Italia di sempre? Allora non stupitevi se la biografia «reazionaria» di Liù si intreccia con quelle di Montanelli e De Felice, di Cacciari e Agnelli, di Pasolini e Nanni Moretti, fra aneddoti memorabili e detti molto celebri o strazianti (con qualche cenno alle avanguardie del Novecento, allo strutturalismo, alla Mitteleuropa, alla teoria dei giochi e alla filosofia medievale, perché se tutto è relativo ogni lasciata è persa). Intorno all’«idea di un cane», ecco allora una società italiana che guarda attonita se stessa, la sua cultura e il suo modo di essere, e alla fine si convince che un metodo, o un rimedio, per la convivenza ci dev’essere: basta accontentarsi di raccontare storie, accoccolati su un divano, immaginando magari una portentosa festa con tutti gli amici che abbiamo, mentre fra i piedi scalzi si diffonde il tepore dolce, filosofico e irrimediabilmente, deliziosamente poco progressista dell’ultimo riferimento politico rimasto, la pancia calda di Liù. in http://www.liberonweb.com/asp/libro.asp?ISBN=8804593571

MARIO CALABRESI su La Stampa

Edmondo Berselli aveva due grandi doti non comuni: l’ironia e l’originalità. Era una persona che valeva la pena conoscere e avere la fortuna di incontrare, anche solo per pochi minuti in mezzo a una strada. In quattro frasi riusciva a illuminare una giornata e a sintetizzare tutto quello che c’era da ricordare dei giornali di quella mattina. Saltava da un argomento all’altro, mescolando l’alto e il basso con naturalezza, spiazzandoti continuamente con i suoi guizzi; ti parlava di una canzone, poi scartava sulla politica per chiudere con un pettegolezzo fulminante. Sottolineava questa brillantezza e il suo estro con un’impercettibile irrequietezza del corpo e con un continuo muoversi in treno per l’Italia, quasi un modo per dare sfogo a tutta l’energia che attraversava la sua testa.

Aveva un modo di pensare libero, mai stereotipato: aveva le radici in una terra di valori solidi e pensiero unico come l’Emilia, di cui manteneva la cadenza dialettale come vezzo, ma a lui piaceva scartare e dissacrare, rompere il conformismo e salutarti con una battuta feroce che ti rimaneva in testa per tutta la giornata.

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Categorie:Biografie, Vita e Morte

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