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TartaRugosa ha letto e scritto di: H.G. Wells (2008) Nel Paese del Ciechi, Adelphi

TartaRugosa ha letto e scritto di:

H.G. Wells (2008)

Nel Paese del Ciechi, Adelphi

Mi piace chiudere il 2010 con un racconto breve di Wells, scritto nella seconda metà dell’Ottocento, ma denso di piani interpretativi riferibili ai tempi attuali.

Prendendo come immagine mataforica un cono rovesciato, troviamo alla base una valle isolata in cui, nel corso di decenni, ha imparato a muoversi con destrezza una piccola popolazione di ciechi. Man mano che si risale il cono si allarga la visuale, impedita allo sguardo dei ciechi, ma raccontata da Nunez, lo straniero che giunge per fatalità dal mondo sovrastante, ma al tempo stesso per allargare la conoscenza.

Dove scegliere di collocarsi? Tra i non vedenti che hanno organizzato il loro pezzo di luogo secondo leggi e miti propri, o tra coloro che si sforzano di vedere, a scapito di incomprensione ed emarginazione?

Per il protagonista pare non esservi dubbio.

Un’antica leggenda racconta di un uomo che si allontana dalla sua paradisiaca terra per cercare un rimedio.

Un’angoscia nuova infatti tormenta il suo popolo fin’allora felice. Uno strano morbo provoca la cecità e l’uomo, con un lingotto d’argento, vuol procacciarsi qualcosa in potere di guarire questa nefanda piaga, secondo lui causata dai peccati di forestieri giunti da fuori, senza sacerdoti e senza templi in cui chiedere perdono.

Un accadimento catastrofico cancellerà la via d’accesso alla valle, impedendo a quell’uomo di far ritorno al suo luogo collocato tra le più selvagge solitudini delle Ande ecuadoriane. E il morbo, in quella valle isolata e dimenticata da tutti, colpirà di generazione in generazione, facendo col tempo scordare agli abitanti l’esistenza della vista: “Il senso della vista era scemato così gradualmente che quasi non ne avevano avvertita la perdita…”

Molto tempo dopo Nunez, montanaro della regione di Quito, durante un’escursione a guida di un gruppo di turisti, scivolerà in un anfratto, e in seguito a lungo vagare si troverà in una terra per lui misteriosa, che non aveva mai conosciuto prima, priva di qualsiasi indicazione geografica. Il Paese dei Ciechi.

Ciò dava a quel luogo romito un carattere singolarmente urbano, carattere molto accentuato dal fatto che vari viottoli lastricati di pietre bianche e nere e bordati ciascuno da un curioso piccolo cordolo correvano ordinatamente qua e là. Le case del villaggio centrale non somigliavano affatto agli agglomerati casuali e sconnessi dei villaggi montani a lui noti: erano schierate in fila continua da entrambe le parti di una via centrale di stupefacente lindura; qua e là le facciate variopinte erano forate da una porta, mentre non una sola finestra rompeva il lor prospetto uniforme. …

Fu la vista di questa intonacatura scombinata a far affiorare nei pensieri dell’esploratore la parola “cieco”. “il brav’uomo autore di questa roba … doveva essere cieco come una talpa”.

Questa nuova avventura porta Nunez a sviluppare la certezza che “in terra di ciechi il monocolo è re” e a meditare come diventare signore di questa comunità, poiché senza dubbio la sua capacità di vedere può imporre loro una visione superiore del mondo. La convinzione di essere una persona eccezionale è però destinata ad avere breve durata: suo malgrado la sua diversità è percepita dagli altri come una menomazione.

Nunez ritrasse la mano “Io vedo” disse. “Vedo?” disse Correa. “Sì, io vedo” disse Nunez volgendosi a lui, e inciampò nel secchio di Pedro. “I suoi sensi sono ancora imperfetti” disse il terzo cieco “Inciampa e dice parole senza senso. Conducilo per mano”.

Il monocolo è re, il ritornello che continua a ripetersi, in realtà non ha speranza di condurre il popolo in un orizzonte esistenziale diverso.

Tra loro  erano nati ciechi di genio, che avevano messo in forse le briciole di credenze e tradizioni risalenti ai tempi della vista, e le avevano liquidate come vane fantasie, sostituendovi nuove e più sensate spiegazioni. …

Mirabile era la sicurezza e la precisione con cui si muovevano nel loro mondo ordinato. Tutto era stato adattato ai loro bisogni; ciascuno dei viottoli che si irraggiavano nella valle formava con gli altri un angolo costante, ed era contrassegnato da una tacca particolare sul bordo; tutte le irregolarità e gli ostacoli di campi e strade erano stati eliminati da tempo. … I loro sensi avevano acquistato una meravigliosa acutezza, erano in grado di udire e giudicare il minimo gesto di un uomo a dieci passi di distanza, di udire il battito del suo cuore.”

Nunez, continuamente critico sulle capacità cinestesiche e sensitive della popolazione con la quale si relaziona, scopre che non ha alcuna possibilità di compromesso con i ciechi. Il potere che egli affida alla vista è limitato rispetto all’acutezza sviluppata dagli altri sensi dei ciechi, che riescono ad interpretare il mondo sulla base di segni ignoti per Nunez. Quando decide di passare a dimostrazioni più efficaci del prestigio della sua diversità, “scoprì una cosa nuova sul proprio conto, e cioè che gli era impossibile colpire un cieco a sangue freddo”.

Il suo presunto “colpo di stato” è miseramente destinato a fallire e i ciechi “Videro nella sua ribellione solo un’altra prova della sua fondamentale idiozia e inferiorità; e dopo averlo frustato lo assegnarono al lavoro più semplice e più pesante di tutti, e lui, non vedendo altro modo di vivere, fece docilmente ciò che gli ordinavano.”

Nella piccola comunità autarchica, solo una donna pare più sensibile alle visioni narrate da Nunez sulla bellezza del mondo. Si tratta di Medina-saroté che “…nel mondo di quei ciechi era poco apprezzata, perché aveva un viso dai tratti netti e mancava della polita levigatezza che costituiva il loro ideale di bellezza femminile … le sue palpebre chiuse non erano rosse e infossate al modo comune nella valle, ma pareva si potessero riaprire da un istante all’altro; e aveva lunghe ciglia, che là erano considerate un grave difetto.”

Nasce una storia d’amore che per Nunez rappresenta l’unica modalità per rendere accettabile la sua permanenza nella valle. Ma si tratta di un’inconciliabilità troppo intensa: “Fin dal primo momento il matrimonio di Nunez e Medina-saroté incontrò fortissima opposizione; non tanto perché attribuissero a lei un particolare valore, ma perché giudicavano lui un essere a parte, un individuo idiota e incapace, al disotto del livello umano accettabile.”

I saggi venuti a consiglio deliberano che il matrimonio è possibile ad un’unica condizione: Nunez deve farsi accecare e diventare un cittadino come loro,  quindi perfetto.

Il suo cervello è turbato” disse il dottore cieco. …”ora, che cosa lo turba?” … “Questo” disse il dottore..”Le strane cose che hanno il nome di occhi, e che esistono per formare una soffice e gradevole depressione nel volto … Sono assai gonfie, e le palpebre, munite di ciglia, si muovono. Di conseguenza il suo cervello è in uno stato di continua irritazione e logoramento” …”E io penso di poter dire con ragionevole certezza che per guarirlo completamente altro non occorre se non una semplice e facile operazione chirurgica: asportare, cioè, questi corpi irritanti”.

Nunez  ora deve operare una scelta: l’amore cieco ed isolato o l’amore per la visione della natura, di quei boschi, colori, foglie che aveva imparato ad apprezzare durante le sue escursioni.

Nunez aveva pensato di andare in un luogo solitario, con i prati fioriti di bei narcisi bianchi, e di rimanervi fino all’ora del suo sacrificio; ma andando alzò gli occhi e vide il mattino… Non piegò di lato come si era proposto, ma proseguì, varcò il muro di cinta, salì tra le rocce, e sempre aveva gli occhi fissi sul ghiaccio e la neve accesi al sole. Vide la loro infinita bellezza, e la sua immaginazione si librò al di sopra, al di là, alle cose cui ora doveva rinunciare per sempre.”

Medina-saroté sente dileguarsi lentamente i suoi passi,” e qualcosa nel loro ritmo le suscitò un impeto di pianto”, quasi un presentimento che qualcosa di inevitabile stava accadendo.

Nelle rocce vicine certi particolari erano intrisi di una delicata bellezza: una vena di minerale verde affiorante nel grigio, i lampi qua e là di sfaccettature cristalline, un minuscolo lichene di un bel colore aranciato a un palmo del suo viso. Nella gola c’erano ombre profonde, misteriose, di un blu cangiante in violetto, e il violetto in un’oscurità luminosa, e c’era, sopra, l’illimitata vastità del cielo. Ma a queste cose egli non prestava più attenzione: giaceva immobile, sorridendo come fosse semplicemente soddisfatto di essere scampato dalla valle dei Ciechi, dove aveva creduto di essere re.”

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“Probabilmente la propensione già dalla tenera età ad esercitare più sguardo e ascolto che linguaggio era un indizio predittore di quello che avrei voluto “fare da grande”. E così sono diventata psicologa, affascinata dal funzionamento della struttura psichica di coloro che, per definizione clinica, vedono disgregata la propria personalità. Guarigione improbabile, ma uno spazio infinito per poter agire sull’individuo e sulla società. Ecco perché ho scelto la riabilitazione psico-sociale nel settore della malattia mentale. Da quindici anni il mio interesse è rivolto al problema della demenza, ai malati che smarriscono la loro identità, alle loro disperate famiglie e agli operatori che li assistono. E se si considera l’ultima tappa della vita la forma estrema del dissolvimento, allora anche lì ho trovato una collocazione, accanto ai morenti. Qualcuno, leggendo il mio profilo, potrebbe fare gesti di scongiuro. Eppure il contatto con queste realtà è straordinariamente arricchente, poiché ti insegna a guardare all’esistenza con un orientamento necessariamente costruttivo, positivo e progettuale. Un po’ alla maniera di Stannah, che ha interpretato il bisogno del movimento come proprio cavallo di battaglia per rendere più agevole le salite, non solo quelle fatte da gradini, ma anche quelle delle opinioni, dei giudizi e dei pregiudizi. E chissà che proprio da queste pagine arrivino notizie e proposte incoraggianti per coloro che credono che la terza età corrisponda all’inizio della discesa!”

One thought on “TartaRugosa ha letto e scritto di: H.G. Wells (2008) Nel Paese del Ciechi, Adelphi Lascia un commento

  1. Io credo che Wells non abbia voluto concepire un Paese di ciechi solo per farci apprezzare alla fine, attraverso gli occhi del protagonista, quello che abbiamo sotto gli occhi: sarebbe ben misera consolazione sentirsi più fortunati dei ciechi!
    A modo suo, Nunez è a sua volta cieco e può comprenderlo bene solo quando è posto di fronte alla scelta della rinuncia a vedere con i suoi occhi, per vedere con quelli della sua donna: con altri occhi.
    Più che un vedere, quello di lei e dei suoi è un altro sentire, a cui manca solo la vista degli occhi: non si può dire che i Ciechi non vedessero nulla!
    Forse, Nunez torna a vedere, dopo essere stato accecato dall’avidità e dalla bramosia del potere.
    Questo forse vuole dirci l’apologo di Wells: siamo accecati dalle nostre passioni. Quello che pure cade sotto il nostro sguardo è degno di considerazione e vale – basta – a farci protendere oltre le stesse possibilità della nostra vista. A noi è concesso il dono di aspirare all’infinito. La natura è la porta spalancata sull’infinito.
    Nel Paese dei ciechi questa dimensione non è preclusa, a ben vedere.
    Piuttosto, rischiamo di perderla noi, se andiamo a cercare ‘vicino’ ciò che invece ci supera e che pure possiamo ‘attingere’, aprendo l’anima a nuove evidenze.
    Buon Infinito, Luciana!

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