TartaRugosa ha letto e scritto di: GASPARE ARMATO (2011) Il senso storico del FLANEUR, Autorinediti, Napoli

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Gaspare Armato (2011)

Il senso storico del flaneur

Autorinediti,  Napoli

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Mi sono recentemente imbattuta nella lettura di “Manuale di psicogeografia” di Daniel Vazquez, dove l’autore spiega le tappe che hanno portato, negli anni Cinquanta, alla nascita di questa scienza.

Ho appreso così il concetto di deriva, una pratica che consiste nell’errare per città, strade, quartieri in modo dinamico e frettoloso, allo scopo di osservare come i vari ambienti cambino e come influenzino i comportamenti affettivi umani, nonché di accentuare la contraddizione tra aspettativa di libertà e ostacoli che il territorio urbano pone.

Un capitolo del libro è titolato “La psicogeografia non è flanerie” e qui si spiega che la deriva è un’esperienza completamente diversa da quella condotta dal flaneur, che gira per la città come fosse uno spazio pieno di meraviglie.

L’avanguardista Debord sostiene che la civiltà contemporanea ha precluso le quattro condizioni necessarie al fare flanella: folla, anonimato, tempo di non-lavoro e smarrimento davanti alla merce infatti non sono più attuali.

La folla si è spostata dalla piazza alla fabbrica; l’anonimato non è più garantito dalle nuove ipercontrollanti tecnologie (cellulare, computer, webcam); il non-lavoro si è trasformato in disoccupazione dilagante e quindi incompatibile col lusso della spensieratezza; infine, quanto alla merce, c’è stato un rovesciamento di senso poiché non si esce più per andare a consumare, ma si va a consumare per poter uscire.

Probabile. Però la deriva non ha avuto grande storia. Di definizione in definizione, così abbarbicata all’ideologia e all’iperpoliticismo, ha finito per diventare qualcosa di cui non si sa più bene di che si tratti.

Viceversa, stando al libro di Gaspare Armato, il flaneur resiste e segue i cambiamenti per poterne fare la storia.

E qui ci sta una parentesi autobiografica. Sono tartaruga lenta e primitiva. Ci sono affermazioni che non sempre riesco a capire. Per esempio, i detti popolari. Ancor oggi mi angustia il motto “Non si getta l’acqua sporca col bambino dentro”. Come si fa, dico io, a gettare l’acqua con dentro il bambino? Lo si vede, no? Non è una spugna o una saponetta. Stando agli atti criminali in auge, non ci sarebbe forse da stupirsi così tanto, ma ogni volta che sento queste parole, scatta in me l’interrogativo.

Il secondo modo di dire risale alla mia infanzia. “Muoviti, non stare lì a far flanella”. La flanella è sempre stato un materiale molto amato nella mia famiglia. I miei pigiami e quelli dei miei genitori erano, d’inverno, rigorosamente di flanella. Avevo camicie coloratissime e calde sempre di questo materiale, prima dell’avvento del pile. In campagna, nelle notti ancora fresche e umide di fine maggio, sui letti le lenzuola di flanella evitavano il brivido da contatto al momento del coricamento. Cosa voleva quindi dire, muoviti non fare flanella? Le mie cognizioni riguardo alla materia non si erano troppo spinte in là (ai tempi non c’era Google). La definizione del vocabolario confermava la flanella come tessuto morbido di cotone e, nella mia fantasia, mi ero data la spiegazione che per trasformare il cotone nella blanda peluria flanellosa ci volesse molto tempo d’attesa. Evidentemente sarei rimasta ancor più perplessa se avessi saputo che un ulteriore significato di far flanella è quello di intrattenersi in una casa di tolleranza senza richiedere alcuna prestazione. Probabilmente l’avrei associato al tenero abbraccio delle lenzuola … Fine della parentesi dei ricordi.

Ritorniamo alla figura del flaneur o,.come lo definisce Armato, pedone attento: esce di casa, cammina, girovaga senza una meta e senza orario, una strada tira l’altra, una curiosità approda alla seguente, una conversazione induce ad approfondire uno specifico tema, si immedesima. Eppure lui ne è distaccato, vede il movimento da un angolo del tutto particolare, dal suo angolo culturale, dalla sua inclinazione caratteriale, dalla sua visione storica, dal suo essere un ozioso affaccendato. L’ozio si rivela una condotta più virtuosa del lavoro fisico in sé per sé.

Non è da poco essere flaneur: S’intende di fisiognomica, scruta con attenzione i soggetti di cui è attratto, legge i loro volti, le loro rughe, ne deduce il mestiere, l’origine, ascolta i loro ragionamenti, analizza il modo di muoversi, il passo veloce o lento, deciso o perplesso, a volte segue il loro cammino, a volte si perde fra la folla, a volte ne esce, a volte fugge verso la periferia dove ritrova quella parte di esseri umani che non possono avvicinarsi al nuovo, al lusso, s’immerge nei dedali estremi della città costruita come i labirinti della mente.

Diversamente da quanto sostiene Debord, il flaneur conserva la sua capacità di essere testimone delle mutazioni del suo ambiente di vita “coglie le differenze fra una città in cui si ritrova piacevolmente … e una città che diventa sempre più strumento per vivere meccanicamente, per lavorare, viaggiare, dormire, una città asettica, fredda, priva di passioni”.

Armato considera nelle pagine del suo libro opere letterarie, poetiche, pittoriche che vanno da Baudelaire, a Whitman, a Walser, a Calvino, Pier Paolo Pasolini, tanto per citarne alcuni, fino alle pennellate impressionistiche di Van Gogh, Pissarro, Monet, e poi Guttuso e Saura. Grazie a loro, al loro muoversi, al loro guardare, toccare, odorare, sentire e all’intuizione, nonché sensibilità artistica, si può identificare il passaggio da un’epoca all’altra.

Che poi, avverte Armato, essere flaneur non significa appartenere ad un tempo che non tornerà più.  Anche l’oggi necessita i suoi flaneur. Non è forse flaneur un giornalista? “L’articolista deve scendere in campo, attraversare le vie, accorgersi del movimento, dei sussurrii, delle  inquietudini, deve essere in grado di sviscerare la vera quintessenza per informare sulla realtà di una città che si trasforma da un giorno all’altro, dove l’industrializzazione e la nuova società borghese capitalistica acquistano sempre maggiore forza e la vita nevrotica porta a non essere presenti come si deve.”

Il compito del flaneur,nel suo ozio affaccendato, è quello di scrivere la Storiaattraverso tante piccole storie:  “il pedone attento flanella senza un preciso itinerario, giacchè sa che ogni scoperta ha un valore che alla fine si somma a un altro per completare un insieme”.

E allora scruta, rovista negli archivi, si fa attrarre da piccoli indizi provenienti dalle mura di una casa, si intrattiene in conversazioni con la gente per “ascoltare la vita dalle loro stesse bocche… loro hanno la storia segnata sul volto, nel sangue delle loro vene, hanno un’oralità che bisogna tramandare: lo storico flaneur, lo abbiamo detto, se ne incarica come per destino”. 

Bighellonando fra le numerose citazioni letterarie che ci immergono nello spirito dei luoghi, Armato conclude il suo testo con un serrato pedinamento di un flaneur pistoiese, per seguire i cui passi ci troviamo pian piano a conoscere la bella città toscana. Poi la “preda” sfugge e l’autore dialoga fra sé e sé, sul senso di raccogliere brandelli di storia, sulle sorprese che sfuggono agli occhi disattenti, incapaci di osservare con intensità perché la mente troppo distratta da “idee che non portano da nessuna parte e che spesso non ci appartengono”.

Un piccolo incidente permette il giorno dopo un incontro più ravvicinato fra i due e il gusto di una amabile conversazione: “Confermò ciò che nel mio animo sentivo, che un vero flaneur non ha paura del prossimo, dell’incognito, dello sconosciuto, delle strade cupe e deserte o affollate all’inverosimile, o di trovarsi a parlare con persone che non ha mai incontrato, viceversa, è da tutto ciò che lui trae la sostanza vitale per riflettere, un’energia che lo conduce e induce a confrontarsi con le più disparate religioni … le più disparate mentalità … A lui piace il cambio, la trasformazione, vivere per comprendere il trascorrere del tempo nei segni dei singoli e pur minimi avvenimenti”.

La lettura si chiude quindi con un insegnamento che ha poco a che vedere con le critiche antiromantiche di Debord: è grazie all’uso di tutti i cinque sensi e dell’intuizione che il luogo attraversato ci parla, ci racconta, ci informa, ci tiene coscienti del nostro agire e ci avverte dei pericoli che noi stessi causiamo. Occorre che tutti diventiamo un po’ flaneurs.

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