TartaRugosa ha letto e scritto di: Florence Seyvos (2009) La tartaruga che viveva come voleva, Salani Editore Traduzione di Michela Finassi Parolo Illustrazioni di Claude Ponti

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Florence Seyvos (2009)

La tartaruga che viveva come voleva, Salani Editore

Traduzione di Michela Finassi Parolo

Illustrazioni di Claude Ponti

I temi dell’esistenza spesso sono complessi da introdurre nella mente di chi ha alle spalle troppi pochi anni per poter comprendere ciò che pure in età più avanzata nasconde mistero e interrogazione.

Con questo racconto breve, l’autrice ha scelto una modalità narrativa assai efficace per portare all’immaginazione prima e all’interiorizzazione poi gli incontri che marcano la vita di chiunque. Lo ha fatto scegliendo la tartaruga, un animale che archetipicamente rappresenta forza, resistenza, perseveranza.

Accompagniamo quindi Pucé “che aveva lasciato molto presto la casa dei suoi genitori, per vivere come fanno i grandi”.

E come nei racconti mitici, quando esci di casa lo fai per intraprendere un viaggio e in quel viaggio la tua vita cambia.

Pucé trova un amico, Pocì, col quale nutre un intenso rapporto di amicizia e di condivisione della casa con “una grande cucina con tante buone cose da mangiare … una piscina a forma di foglia di quercia e un caminetto”.

Pucé non sa che cosa significa morire. Lei vuole vivere come vuole.  “Un giorno … un sasso cadde sulla testa di Pocì … Pucé rideva a crepapelle… ma Pocì non era soltanto stordito, era morto”.

L’attesa diventa oppressione, quando ciò che attendi non succede. E Pucé vuole che Pocì si svegli, ma questo non accade.

Quando uno muore potrebbe scrivere qualcosa per avvertire, no? Ma Pucé non trova nessun messaggio e il dolore della perdita è così grande – tanto quanto quello della delusione – che per lenire la sofferenza, Pucè inventa lettere firmate da Pocì con piccoli pensieri affettuosi, affinchè lei non si senta troppo sola.

Ma non è molto consolatorio, nonostante ad ogni lettera trovata si premuri di dare una risposta. Finchè decide: “Mio caro Pocì, so bene che non sei tu a scrivere questi messaggi. ,,, Adesso lascia perdere, non mi fanno più piacere, perché li conosco a memoria. … Pucé”.

E quasi per la troppa severità, o perché in ogni caso la vita riserva sempre qualche visione segreta, fa seguire “Mia cara, piccola Pucé, anche se non sono io a scrivere i messaggi, non vuol dire che non pensi a te. Pocì” .

Talvolta l’impatto con la pena spinge a una regressione, a un ritorno verso la protezione. Ma Pucé è una tartaruga che vuole continuare il suo percorso, per cui anche durante la visita dei genitori preferisce fingersi felice – a dispetto della voglia di piangere – e a congedarsi da loro.

Com’è difficile mettere insieme le nostre diverse parti, quando fra loro si scontrano, divergono, sono ambivalenti. Sbarazzarsi dei ricordi, degli oggetti appartenuti a qualcuno che si ama, non è compito facile. “Ma tutt’a un tratto Pucé si ricordò che le collezioni sono fatte per essere tenute da parte Tirò un sospiro di sollievo, e si mise a cercare un posto adatto”.

Può anche succedere che si resti diffidenti verso nuovi incontri,  non sempre certi dell’esito di nuove amicizie. Ma le relazioni possono essere transitorie e lasciare comunque tracce interessanti. Come la chiocciola Coso, che, in attesa del primo acquazzone, fa scoprire a Pucé la gioia di dipingere.

Il viaggio continua e la valigia non deve risultare troppo pesante. Può bastare qualche foglio di carta e una matita.

Nestore, un’altra tartaruga incrociata nel sentiero, fa capire a Pucé quanto sia importante essere accuditi e coccolati “Non c’è nessuno che si occupi di me, si ripeteva tristemente Pucé. Prima Pocì si occupava di me: Quando ero malata, mi preparava la camomilla … Si sentì pizzicare in gola. Devo smettere di pensare alla camomilla, si disse, altrimenti mi verrà il raffreddore””.

Semolino, il porcospino, le racconta una storia davvero incresciosa: “Papà e mamma mi avevano chiesto di accompagnare i miei sette fratellini e le mie nove sorelline a fare una passeggiata, stando bene attento a non perderli. Ma sono stati loro che hanno perduto me. Prima mi hanno bendato gli occhi, per gioco. Poi mi hanno sotterrato, per gioco. E poi se ne sono andati” … “Ma è orribile! esclamo Pucé”. “No, no, disse Semolino e comunque eravamo in troppi. Sto bene qui.  Mi sono costruito una casa e so fare la torta ai mirtilli. E’ squisita. La vuoi assaggiare?”.

Possiamo riconoscere grandi cose in piccole cose. Una fetta di torta di mirtilli, una grotta ampia e sicura per ripararsi dal freddo e dal buio, una crepe mangiata in compagnia ….

I ricordi ci abitano.

“Mio caro Pocì, sono una tartaruga molto felice. Forse ora non piangerò più pensando a te, ma mi mancherai sempre. Allora, quando sarò davvero triste, farò finta di piangere. Spero che ti dimenticherò un pochino, fra qualche tempo. Ma per adesso spero di non dimenticarti mai. Pucé”.

Così è la vita. Così essa trascorre con le sue incognite e le sue emozioni.

Ritroviamo Pucé a 111 anni con tanti nipotini e nipotine attorno che ascoltano con rinnovato stupore le sue numerose storie.

Una, Bollicina, è la preferita di Pucé. Chissà se in lei rivede se stessa, la sua determinazione, le sue passioni, i suoi desideri.

Bollicina sostiene che da grande non farà nulla di quello che ha fatto la nonna. Si troverà un compagno e starà sempre con lui. “Faremo dei grandi viaggi insieme. E io sarò sempre molto felice. E lui non mi lascerà mai”. “Che bella idea, Bollicina, disse Pucé”.

Perché illusione e speranza sono necessari per governare la vita e il suo destino.

Categorie:Letture

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