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TartaRugosa ha letto e scritto di: Raffaele Simone (2012), Presi nella rete, Garzanti

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Raffaele Simone (2012)

Presi nella rete, Garzanti

Dove scopro come il cervello preistorico di TartaRugosa funziona …

L’interrogativo posto è sicuramente accattivante: la rete altera i nostri processi cognitivi?

Simone inizia la sua indagine con la definizione di ESATTAMENTO: funzioni e bisogni inesistenti emergono e diventano urgenti appena viene offerto un mezzo tecnico capace di soddisfarli: “l’ubiquità dei media è talmente capillare da dar luogo, nei loro utilizzatori, a una gigantesca catena di esattamenti” (spedire sms, youtube, face-book, ecc. ecc.).

tratto dalla intervista di Igor Guida in:

http://www.salonelibro.it/it/multimedia/video/11854-bookswebtv-raffaele-simone.html

Molti degli oggetti fisici e tecnologici che ci circondano hanno trasformato nel passato la nostra vita e la visione delle cose. Oggi tale ruolo è rivestito dalla MEDIASFERA (media elettronici e telematici) che stravolge completamente il nostro tempo, costellandolo di interruzioni e frammenti: incollati al telefonino, allo schermo di un computer, di un e-reader, di un I-pad.

Ruolo centrale di questo libro è verificare come la rete ha cambiato – o sta cambiando –  la nostra mente e la nostra intelligenza e come come cambia il SAPERE, ovvero tutte le forme di conoscenza diffusa di cui disponiamo e di cui ci serviamo nella vita di tutti i giorni.

Simone distingue nella storia dell’uomo tre fasi:

a)     la PRIMA FASE coincidente con l’invenzione della scrittura

b)     la SECONDA FASE coincidente con l’invenzione della stampa

c)      la TERZA FASE caratterizzata dall’informatica e dalla telematica a partire dagli ultimi vent’anni del XX  secolo

Mentre le prime due fasi hanno entrambe a che fare con leggere e scrivere testi, nella terza fase la nostra conoscenza non è più basata sul libro, ma si avvale di altre forme sempre più in aumento (computer, telefono, televisioni connessi alla rete) che modificano pure l’idea stessa di “conoscenza”.

Per dimostrare l’alterazione dei processi cognitivi, Simone parte da una gerarchia di importanza degli organi di senso, dove le vie principali della conoscenza sono VISTA e UDITO. Già a suo tempo l’invenzione della scrittura ha contribuito a trasformare la profondità della percezione visiva, facendone emergere il tratto della VISIONE ALFABETICA (serie lineare di simboli visivi ordinati l’uno dopo l’altro).

Per lungo tempo acquisire conoscenza ha usufruito di:

–          ascolto lineare (segue lo svolgimento del segnale sonoro)

–          visione non-alfabetica (si vedono oggetti e varietà di stimoli visivi)

–          visione alfabetica (linearità della scrittura)

La grande rivoluzione avvenuta sul finire del XX secolo è che sta tornando una dominanza dell’orecchio sull’occhio. I nuovi media infatti lavorano più insistentemente sull’ascolto e, per quanto riguarda la  vista, si privilegia la visione non-alfabetica, la capacità cioè di elaborare simultaneamente più stimoli (guardare anziché leggere).

Questa affermazione può essere meglio compresa se distinguiamo due forme di intelligenza:

1)     intelligenza sequenziale, favorita dalla lettura e dall’uso di codici alfabetici (scrittura)

2)     intelligenza simultanea, favorita dall’uso di codici iconici, basati cioè sull’immagine.

Un esempio chiarificatore: “non ho letto il libro (lettura), ma ho visto il film (visione)”.

A questo punto occorre dettagliare come lettura e visione comportino due modi diversi di recepire ed elaborare l’informazione. Simone ne analizza 7 fattori:

1)     ritmo: lento per la lettura, veloce per la visione

2)     correggibilità: il lettore può inserire delle pause per domandarsi il significato di ciò che legge o per approfondire il testo, mentre chi guarda è etero-trainato e quindi non si sforza di controllare il suo ragionamento

3)     richiami enciclopedici: richiamo a nostre conoscenze precedenti, impossibile nella visione per mancanza di tempo

4)     convivialità: poco conviviale la lettura che richiede solitudine e silenzio, molto conviviale la visione (cinema, televisione, piazza del paese)

5)     multisensorialità: la visione coinvolge più sensi contemporaneamente, la lettura è monosensoriale

6)     grado di iconicità: la parola scritta non rivela la natura del suo soggetto, l’immagine sì

7)     citabilità: la visione, rispetto al testo, si presta poco a essere citata per la difficoltà di tradurre le immagini in parole

Tutto questo porta a dire che la “fatica di leggere” non compete con la “facilità di guardare”.

Diventa interessante – e anche mitigante rispetto alle considerazioni condotte sull’impatto della mediasfera – la ricostruzione fatta a proposito delle reazioni all’invenzione della scrittura.

Platone considerava la scrittura come strumento che avrebbe favorito l’oblio, poiché leggendo l’uditore non avrebbe più beneficiato della spiegazione orale di chi trasmetteva verbalmente la conoscenza e, inoltre, perché attraverso la scrittura l’autore consegnava al lettore un testo stabile, quindi senza più avere la possibilità di correggerlo, difenderlo, commentarlo, chiarirlo.

Perciò per Platone lo stabilizzarsi di un testo costituiva pericolo, non conquista.

Per fortuna Simone riconosce che l’analisi platonica “scrittura equivalente a incitamento alla dimenticanza” oggi è stata completamente sovvertita: “il deposito della conoscenza passata si sposta dalla mente dell’uomo agli archivi e alle biblioteche e, in epoca moderna, ai data base”.

TartaRugosa invece pensa: a meno che non si debba recuperare Platone (ad essere proprio pignoli il filosofo non aveva tutti i torti se pensiamo ai danni che possono fare critici o interpreti alle opere consegnateci dal tempo, quando ormai i loro produttori giacciono nelle tombe e magari si rivoltano ascoltandone lo scempio dei suddetti), si può ipotizzare che, come avvenne per la scrittura, anche per la Terza Fase si debba dare tempo al tempo. Probabilmente essa sta ancora vivendo nell’epoca della transizione e come ogni avvio mostra le sue imperfezioni. Ciò non impedisce di difenderne comunque l’incredibile capacità di mettere a disposizione infiniti scrigni di conoscenze.

Ma anche su questo punto Simone ha le sue remore.

La produzione di un testo può assumere varie forme: PARLATO, SCRITTO e DIGITALE,

Sul testo digitale muove alcune puntuali osservazioni:

a)     enfatizzazione della fase processuale: ogni volta che il testo è stato chiuso, lo si può riaprire senza limite senza lasciare traccia della “storia” che ha condotto al prodotto finale. Il testo digitale quindi è perennemente instabile

b)     immaterialità: non ha volume, massa, pagina su cui depositarsi; non ha tracce fisiche della persona che lo ha scritto e del luogo in cui è stato prodotto

c)      delocalizzazione e adespotia: una volta scritto, il testo può essere spedito immaterialmente a un numero illimitato di destinatari, ognuno dei quali può a sua volta riaprirlo e farlo circolare a chi desidera.

Queste caratteristiche, rispetto al testo scritto su carta, conducono a un rischio: la scomparsa dell’autore. “Si dissolve così la membrana protettiva che il testo scritto ha da secoli … il testo perde quella sorta di habeas corpus che permetteva di riconoscerne l’autore, l’originalità, la responsabilità. In numerosi testi digitali, l’autore non esiste semplicemente più”.

E oltre a dissolversi l’autore, si dissolve anche l’ospite del libro, il testo, che diventa manipolabile e interpolabile.

Simone si sofferma poi sulle forme del sapere e su come la modernità digitale abbia profondamente modificato la formazione e la trasmissione di conoscenze.

Nella società tradizionale le conoscenze si formano in luoghi precisi, siano esse di tipo evoluto, sia di tipo pratico e operativo.

La “struttura interna” del sapere segue una particolare organizzazione architettonica: pensiamo alle materie scolastiche e al loro sistema di correlazione. Una charpante simile a un vasto ipertesto, dove un certo settore rimanda ad un altro, dalla matematica alla fisica, dalla letteratura all’arte, e così via.

Sempre nell’ambito scolastico, inoltre, la conoscenza viene presentata sotto forma di ciclo che segue un arricchimento graduale man mano che si sale il livello della scolarità.

La mediasfera invece, sostiene Simone, “ha alterato alla radice questo modello … dando luogo a un paradigma del tutto diverso per quanto riguarda la struttura organizzativa della conoscenza”:

a)     moltiplicazione delle fonti e dei luoghi: nella rete si trova di tutto e le informazioni sono reperibili in qualsiasi istante e luogo del pianeta. Di molte cose che troviamo però non sapremo dire se la fonte è unica o multipla, se di buona o scadente qualità, se controllata da qualche autorità o abbandonata a se stessa;

b)     disarticolazione: la navigazione in rete è simile a un collage prodotto per caso, un modo di perdersi nello spazio telematico lasciandosi andare alla deriva. Navigando si possono scrivere tesi di laurea, articoli di giornale, ecc.;

c)      soppressione degli intermediari e dei garanti: la mediasfera non consente controlli, indebolendo l’autorità che emana le informazioni e la validità che tali informazioni contengono (vedi wikipedia o il self-publishing che elimina l’editore e la sua possibilità di valutare, scegliere o eliminare prodotti di scarsa qualità);

d)     frammentazione del corpo dei saperi ed erosione dei confini: i frammenti raccolti qui e là si accumulano facendo massa e il contenuto di un contenitore qualsiasi può essere trasferito in altri;

e)     interposizione del software: la conoscenza non è propriamente accessibile come si crede poiché bisogna superare lo sbarramento di un software sempre più complicato, che richiede costante aggiornamento;

f)       vittime: il testo, l’autore, la fonte delle informazioni

E in più la mediasfera altera anche il ritmo della trasmissione del sapere.

Da sempre acquisire conoscenza ha richiesto fatica, attenzione, concentrazione, pazienza.

In che cosa si differenzieranno i nativi della Terza Fase da coloro che appartengono alla Seconda? “La ritmica della cultura digitale è rappresentata alla perfezione dal computer e in generale dagli apparati e gadget della mediasfera: macchine la cui intelligenza consiste nel conservare, classificare, elaborare e ritrovare in modo veloce … l’attesa di minuti, o peggio di ore e giorni, che è stata indispensabile per secoli per acquisire qualsivoglia informazione, sarebbe oggi insopportabile. … Tutto quel che, nell’imparare, si associa alla lentezza ha perso mordente e appare estenuato, poco interessante, senza vita… La lentezza e la pena che sono state associate per millenni all’apprendimento complesso sono sostituite dalla rapidità e dal fun”.

Di fronte a questi mutamenti, la scuola, sinora luogo in cui si distribuisce la conoscenza, resta incapace di competere con la velocità dell’accrescimento delle informazioni fornite dalla mediasfera.

E allora come, a questo punto, si trasmette la cultura da generazione in generazione?

Che “il sapere si erediti dalle generazioni precedenti è un concetto che sta perdendo legittimità: sono troppe le cose che i vecchi non sanno, non sanno fare o non capiscono”.

La cultura digitale non usa più tramandare la memoria attraverso processi mentali. Essa sta piuttosto esaltando una memoria “esterna” costituita da un supporto inanimato, come per esempio la calcolatrice che sta annullando la nostra capacità di fare i calcoli a memoria.

Simone, pur ampiamente descrittivo e preciso nella sua analisi,  presenta però un quadro visto con gli occhi del Senex, francamente cupo e pessimistico. Cita a suo rinforzo la frase di Hannah Arendt: “dimenticare è diventato un dovere sacro, la mancanza di esperienza un privilegio e l’ignoranza una garanzia di successo”.

Nella riflessione sul binomio lentezza-velocità – fatica, ripetizione, consultazione di testi nella prima; insopportabilità delle pause nella seconda – non si può non condividere le sue osservazioni. Occorre però limitarne i confini del catastrofismo, essendo ogni processo di cambiamento portatore di incertezza e resistenza.

Si può sicuramente affermare che il peso del virtuale stia capillarmente penetrando nella vita di ognuno, ma persino una TartaRugosa come me, ferocemente abbarbicata alla tradizione del sapere della Seconda fase, deve riconoscere che, almeno per il momento, le capacità cognitive classiche non sono state scalzate dal mondo digitale.

Se invece l’obnubilamento della memoria diventerà realtà, perché non guardare al fenomeno con occhi più positivo?

Forse in quell’occasione la scienza potrà dichiarare conosciute le zone del cervello oggi ancora inesplorate (tutti sono concordi nel dire che la nostra materia grigia ha potenzialità inaudite) e rivedere le proprie posizioni, esattamente come è avvenuto con la scoperta della plasticità cerebrale e il funzionamento dei neuroni a specchio.

L’essere umano ha capacità incredibili di adattamento e la storia lo dimostra. Così come la storia dimostra che i pro e i contro hanno costituito l’essenza del progresso.

In entrambi gli schieramenti, di fatto, il punto d’incontro vincente è sempre e comunque la ricerca del “divenire altro”.

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“Probabilmente la propensione già dalla tenera età ad esercitare più sguardo e ascolto che linguaggio era un indizio predittore di quello che avrei voluto “fare da grande”. E così sono diventata psicologa, affascinata dal funzionamento della struttura psichica di coloro che, per definizione clinica, vedono disgregata la propria personalità. Guarigione improbabile, ma uno spazio infinito per poter agire sull’individuo e sulla società. Ecco perché ho scelto la riabilitazione psico-sociale nel settore della malattia mentale. Da quindici anni il mio interesse è rivolto al problema della demenza, ai malati che smarriscono la loro identità, alle loro disperate famiglie e agli operatori che li assistono. E se si considera l’ultima tappa della vita la forma estrema del dissolvimento, allora anche lì ho trovato una collocazione, accanto ai morenti. Qualcuno, leggendo il mio profilo, potrebbe fare gesti di scongiuro. Eppure il contatto con queste realtà è straordinariamente arricchente, poiché ti insegna a guardare all’esistenza con un orientamento necessariamente costruttivo, positivo e progettuale. Un po’ alla maniera di Stannah, che ha interpretato il bisogno del movimento come proprio cavallo di battaglia per rendere più agevole le salite, non solo quelle fatte da gradini, ma anche quelle delle opinioni, dei giudizi e dei pregiudizi. E chissà che proprio da queste pagine arrivino notizie e proposte incoraggianti per coloro che credono che la terza età corrisponda all’inizio della discesa!”

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