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TartaRugosa ha letto e scritto di: Georges Perec (1989), Pensare/Classificare, Rizzoli, Milano, Traduzione di Sergio Pautasso

 TartaRugosa ha letto e scritto di: 

Georges Perec (1989)

Pensare/Classificare

Rizzoli, Milano

Traduzione di Sergio Pautasso 

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Così come l’introduzione del concetto di “ limite” libera la creatività nella psiche umana, altrettanto si può affermare che, nella scrittura, la costrizione induce alla produzione di fantasia.

E’ questo il primo pensiero che mi è sopraggiunto quando, uscita dal letargo, mi sono finalmente decisa di approfondire la conoscenza dell’Ou-Li-Po Ouvroir de littérature potentielle (“Opificio di letteratura potenziale”), gruppo francese fondato da Queneau e a cui aderirono, fra altri, Georges Perec e Italo Calvino.

Perec mi “intriga” molto ed è ritornato fra le mie mani grazie all’ossessione classificatoria di TartaRugoso , così lontana dalle mie modalità che seguono altre linee di pensiero e, nonostante ciò, degne di esistere, come fra poco vedremo direttamente dalle parole di Perec.

Tornando all’Ou-Li-Po, ciò che rende affascinante l’approccio di questo opificio è lo sforzo di proporre a chi scrive nuove strutture di natura matematica o l’invenzione di procedimenti che, in virtù di regole date (appunto le costrizioni) consente il raggiungimento di soluzioni originali e bizzarre.

Calvino, parlando di Perec, affermava che ”la costrizione allarga le potenzialità visionarie e risveglia i demoni poetici più inaspettati e segreti” e la metafora dell’oulipiano simile al corridore nella corsa ad ostacoli è molto efficace: “per arrivare a scegliere quello che vuole, comincia mettendo un certo numero di ostacoli sul cammino che lo conduce a ciò che cerca, e questi ostacoli si chiamano costrizioni, regole».

Nel capitolo Brevi note sull’arte e il modo di sistemare i propri libri, è geniale il modo utilizzato da Perec per ragionare sull’ampliamento dello spazio di una biblioteca. Parte da una formula matematica che fissa il totale di opere da non superare nel numero 361: K+X >361>K-Z (se K è uguale a 361 e inteso come numero giusto per una biblioteca, se entra un’opera nuova X occorre eliminarne un’altra Z, in modo che K rimanga costante).

Ma la razionalità apparentemente semplice della formula si scontra con gli ostacoli della realtà libraria: per esempio che “un volume contasse per un (1) libro, anche se riuniva (3) romanzi (o raccolte di poesie o di saggi, ecc.) … non alterava affatto il progetto iniziale, semplicemente invece di parlare di 361 opere, si decise che la biblioteca essenziale avrebbe dovuto comporsi idealmente di 361 autori”.  Tutto ciò avrebbe potuto funzionare, ma … per le opere che vengono scritte o riscritte da più autori? “certe opere, poniamo  i romanzi del ciclo cavalleresco, non avevano autore o ne avevano più d’uno e ceri autori, i dadaisti, per esempio, non potevano essere separati gli uni dagli altri senza perdere automaticamente dall’80 al 90% del loro interesse precipuo: si giunse così all’idea di una biblioteca limitata a 361 temi”.

Di fatto “uno dei principali problemi per l’uomo che conserva i libri che ha letto o che si ripromette di leggere, è dunque quello dell’accrescimento della propria biblioteca”.

Ed è sulla base di questa osservazione che Perec dà inizio  ai diversi modi di scegliere ed organizzare gli spazi per ordinare i libri di cui si è in possesso, con lo stile dei tentativi di esaurimento di un luogo: “nell’ingresso, nel soggiorno, nella o nelle camere, nel cesso … sulle mensole dei caminetti o dei radiatori (pur considerando che, alla lunga, il calore può risultare nocivo), tra due finestre, nella strombatura di una porta chiusa, sugli scalini di uno sgabello di biblioteca, rendendolo così inutilizzabile (molto chic, vedi Renan), sotto una finestra, in un mobile disposto obliquamente e che ne pari il vano fra i due (molto chic, fa ancora più effetto con qualche pianta verde)”. Quanto al modo di sistemare i libri, elenca: “ordine alfabetico, ordine per continente o paesi, ordine per colore, ordine in base alla data di acquisto, ordine secondo la data di pubblicazione, ordine per formati, ordine per generi, ordine seguendo i grandi periodi letterari, ordine per lingua, ordine per priorità di lettura, ordine per rilegature, ordine per collane”.

Specifica inoltre che “conviene distinguere le classificazioni stabili da quelle provvisorie .. queste ultime destinate a durare appena qualche giorno in attesa che il libro trovi, o ritrovi, il suo posto definitivo”, e questa precisazione porta alla mia memoria i grandi trasferimenti che ogni tanto in casa sconvolgono la mia ricerca di testi che credevo in un posto e invece sono stati spostati in un altro, problema evidentemente non solo mio, visto che Perec conclude: “aspettando l’ordine, li trasporto da una stanza all’altra, da uno scaffale all’altro, da un mucchio all’altro, e mi capita di passare tre ore a cercare un libro senza trovarlo, ma con la soddisfazione, a voltre, di scoprirne altri sei o sette che mi vanno bene lo stesso”.

L’intero testo rispecchia lo stile di Perec: guardare il quotidiano attraverso la memoria autobiografica e il gusto ludico sollecitato dall’Ou-Li-Po nella creazione di contrasti e virtuosismi di prodezze.

Come nel capitolo Considerazioni sugli occhiali, vero esercizio per cimentarsi con l’arte dello scrivere, partendo proprio da questo spunto: A proposito di quanto sia difficile parlare di occhiali in generale e nel mio caso in particolare. L’autore dedica ben quindici pagine a descrivere l’oggetto in sé nelle sue particolarità e nei diversi periodi storici e al rapporto con il soggetto che li indossa.

Specificità d’uso: certuni portano gli occhiali per tutto il giorno, altri in qualche occasione ben precisa, per esempio per guidare o per leggere … Posto degli occhiali: alcune persone tengono gli occhiali anche quando non li usano; li spostano sulla fronte o decisamente tra i capelli: altre, che devono avere una costante paura di perderli, li lasciano penzolare attorno al collo servendosi di una catenella; altre ancora li sistemano in una particolare custodia .. altre invece li posano sempre e rigorosamente allo stesso posto, in un cassetto del comò, sulla mensola del lavabo o di fianco al posto per vedere la televisione. Pulire gli occhiali: so che esiste una carta speciale che certi ottici danno in omaggio … molte persone invece …usano comunemente tutto ciò che capita loro a portata di mano: fazzoletto, Kleenex, tovagliolo, angolo di tovaglia, ecc. Gesti con gli occhiali: poiché si ritiene che gli occhiali conferiscano un’aria severa a chi li porta, alcune persone se li tolgono in segno di benevolenza … grattarsi la fronte con gli occhiali o mordicchiare le stanghette sono segni di profonda riflessione”.

Emblematico il capitolo che dà il titolo al testo Pensare/classificare: “E’ talmente forte la tentazione di distribuire il mondo intero secondo un unico codice! Una legge universale reggerebbe l’insieme dei fenomeni: due emisferi, cinque continenti, maschile e femminile, animale e vegetale, singolare, plurale, destra sinistra, quattro stagioni, cinque sensi, cinque vocali, sette giorni, dodici mesi, ventisei lettere. .. Con le mie classificazioni ho sempre un problema: non durano … il gran numero delle cose da mettere a posto, la sensazione che sia quasi impossibile distribuirle secondo criteri veramente soddisfacenti, fanno sì che non ci riesca mai e che mi fermi a sistemazioni provvisorie e vaghe.. Il risultato finale è dato da categorie che, quanto meno, sono strane; per esempio una cartellina piena di scartoffie varie sulla quale si trova scritto “Da classificare” o un cassetto con l’etichetta “urgente 1” che non contiene nulla (nel cassetto” urgente 2” c’è qualche vecchia fotografia, in quello “urgente 3” alcuni quaderni nuovi”). Insomma, me la cavo”.

Anche in queste parole c’è un vago rispecchiamento di ciò che accade nella nostra casa e nei nostri contenitori, visto che entrambi, nelle reciproche diversità, godiamo del furor classificatorio.

Godibilissima la lettura di queste pagine in cui troviamo inserite considerazioni anche intorno ai temi delle case abitate, di schede di cucina, di stanze di analisi, di scrivanie, di città ideali, di moda … una vera immersione nell’arte dello scrivere senza frontiere.

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“Probabilmente la propensione già dalla tenera età ad esercitare più sguardo e ascolto che linguaggio era un indizio predittore di quello che avrei voluto “fare da grande”. E così sono diventata psicologa, affascinata dal funzionamento della struttura psichica di coloro che, per definizione clinica, vedono disgregata la propria personalità. Guarigione improbabile, ma uno spazio infinito per poter agire sull’individuo e sulla società. Ecco perché ho scelto la riabilitazione psico-sociale nel settore della malattia mentale. Da quindici anni il mio interesse è rivolto al problema della demenza, ai malati che smarriscono la loro identità, alle loro disperate famiglie e agli operatori che li assistono. E se si considera l’ultima tappa della vita la forma estrema del dissolvimento, allora anche lì ho trovato una collocazione, accanto ai morenti. Qualcuno, leggendo il mio profilo, potrebbe fare gesti di scongiuro. Eppure il contatto con queste realtà è straordinariamente arricchente, poiché ti insegna a guardare all’esistenza con un orientamento necessariamente costruttivo, positivo e progettuale. Un po’ alla maniera di Stannah, che ha interpretato il bisogno del movimento come proprio cavallo di battaglia per rendere più agevole le salite, non solo quelle fatte da gradini, ma anche quelle delle opinioni, dei giudizi e dei pregiudizi. E chissà che proprio da queste pagine arrivino notizie e proposte incoraggianti per coloro che credono che la terza età corrisponda all’inizio della discesa!”

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