DARIO FO, … ha trascorso tutta la vita a nascondere la sua gioventù da mussoliniano e aderente alla repubblica di Salò per trasformarsi poi, guarda un po’, in un partigiano della prima ora e terrorista e killer morale di Calabresi, firmatario di ogni nefando manifesto della congrega di quelli che giocavano a fare i rivoluzionari e mandavano i ragazzi a sparare per le strade e demagogo e masaniello e grillino …, di Diego Minonzio in La Provincia, 16 ottobre 2016

con la consueta classe, e ruffiano e cortigiano della sinistra opportunista, solipsista e doppiomoralista, parassita che ha trascorso tutta la vita a nascondere la sua gioventù da mussoliniano e aderente alla repubblica di Salò per trasformarsi poi, guarda un po’, in un partigiano della prima ora e terrorista e killer morale di Calabresi, firmatario di ogni nefando manifesto della congrega di quelli che giocavano a fare i rivoluzionari e mandavano i ragazzi a sparare per le strade e demagogo e masaniello e grillino e giù fiele e veleni e scaracchi e gatti morti in faccia. Quasi peggio di Girolimoni.

Uno spettacolo molto alla Fo, in effetti, che ha sempre affondato le mani nel guano di un’umanità laida e purulenta con la quale ha poi nutrito i suoi testi e il suo formidabile vocabolario. Un spettacolo nel quale va in scena qualsiasi cosa tranne l’unica che conta. La sua opera. I suoi libri. Le sue sceneggiature teatrali. I suoi monologhi. Insomma, la sua arte.

Sorgente: La morte di Fo, in scena tutto tranne ciò che conta – Editoriali Roma

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