Giovanni Carducci: "Trasformarsi da sinistri a destri senza però diventare destri e non però rimanendo sinistri".

1 febbraio 2003

Il Convegno di Liberal, Todi 1 febbraio 2002

Strana sincronicità: oggi, del tutto per caso, ascolto per radio le relazioni ad un convegno (tenuto nella città di Todi) dagli intellettuali che fiancheggiano la destra che governa l’Italia,, dove fa un intervento anche C.R. (che tanto ha contato nella mia vita e che proprio per questo mi provoca incredulità e profondo dispiacere) e, nello stesso lasso di tempo, leggo le pagine di un “saggio biografico” di Bruno Schacherl. Quest’uomo è un tipico esponente dell’intellettualità di sinistra del secondo Novecento: letterato, traduttore di libri, giornalista, direttore dello straordinario inserto ” Il Contemporaneo” di Rinascita che molto ha contribuito alla mia formazione ed abitudine allo studio nei nei miei vent’anni. Un impasto, oggi sconosciuto, di cultura e impegno politico.

E’ veramente un episodio sincronico. Due eventi che casualmente mi vengono addosso e si intrecciano in una giornata abbastanza qualsiasi e che mi fanno affondare nella mia memoria biografica e storica.

Leggo fra le pagine di Schacherl:

Roma, aula magna del Liceo classico Virgilio, primavera 1995.

«Prima di parlare di II rosso e il nero di Stendhal, il libro che siete stati invitati a leggere e a discutere oggi con me, io vi devo presentare un ragazzo. Ha poco più di diciassett’anni, più o meno come voi. Di famiglia borghese, ha fatto prima gli studi privati con un prete pedante e reazionario, e proprio in pieno periodo di rivoluzione. Poi ha completato il primo liceo aperto nella sua città di provincia. Bravo in matematica, perché gli servirà per passare l’esame senza il quale non potrebbe frequentare la grande Scuola politecnica, fucina dei giovani quadri del giovane stato repubblicano. Adesso è a Parigi, con un piccolissimo procuratogli da uno zio, grande burocrate e futuro organizzatore di tutta la logistica della Grande Armée. Napoleone, ancora primo console, decide la seconda campagna d’Italia. Il ministero lo segue. Il nostro ragazzo varca le Alpi, sente le prime cannonate. A Ivrea (o a Novara?) scopre l’opera lirica di Cimarosa, che lo incanta, e più lo incantano le belle donne milanesi che impazziscono per gli ufficialetti invasori. Italia e Napoleone: è l’imprinting di tutta la vita di quel giovane. Il suo nome è Henri Beyle. Quarantanni più tardi detterà lui stesso l’iscrizione che figura sulla sua lapide al cimitero di Montparnasse: «Enrico Beyle, milanese. Quest’animo visse, scrisse, amò…». Ma per voi e per tutti Henri Beyle è ormai Stendhal. È stato lui ha creare quello che io definisco il romanzo. Con il libro che ora discuteremo e in seguito con la Certosa di Parma, con le Cronache italiane e altre splendide pagine narrative incompiute».

Così cominciava la mia introduzione, davanti a una bella assemblea di ben tre classi di quel liceo. Un mio nipote, figlio di mio figlio, che frequentava l’ultimo anno, aveva detto alla professoressa che suo nonno aveva tradotto Stendhal. Di qua l’invito.

A tradurlo io ero arrivato per gradi; ma ancora una volta, per caso. Non che fosse una mia scoperta tardiva. Il rosso e il nero lo avevo letto da ragazzo. Dirò di più: me lo aveva suggerito mio fratello, più giovane di me. E da allora credo di pensare che sia il libro più grande per un giovane. Se giovane vuoi dire ribelle alle costrizioni sociali, familiari, politiche. Durante la resistenza, trovando quel titolo nei piccoli scaffali delle case operaie, tra II tallone di ferro, i Miserabili e La madre, mi ero convinto che non stesse lì soltanto per il titolo, che allude alla netta contrapposizione di forze politiche, ma che avesse quasi la funzione di indicare le prospettive di una letteratura – come dire? -di classe, della classe che stava lottando contro i fascisti.

Posso tuttavia citare, a conferma di questo segno giovanile, un altro episodio. Quando la mia traduzione uscì in un’edizione riservata agli abbonati dell’«Unità», io ero redattore capo del giornale. Un pomeriggio, venne a sedersi accanto a me un ragazzo. Avrà avuto allora tredici o quattordici anni. Era Giuliano, figlio di Maurizio e Marcella Ferrara, per lunghissimi anni miei carissimi compagni di lavoro, rientrati da poco da un lungo

soggiorno in Russia. E a Mosca il ragazzo aveva fatto le elementari. A parte il suo nome che quasi lo predestinava, credo che Giuliano avesse scoperto Stendhal proprio allora. Voleva discuterne con me. Non posso ricordare i dettagli di quella chiacchierata. Oltre all’impressione che mi restò della grande intelligenza del mio giovanissimo interlocutore, vi trovai la conferma di quanto fossero davvero giovani e insieme pieni di futuro quegli happy few, quei pochi fortunati (del suo tempo ma anche del secolo successivo) ai quali lo scrittore dedicava le sue opere. I pochi fortunati (la formula sta nell’Enrico V shakespeariano) erano i napoleonidi del suo tempo nero, i rivoluzionari di un domani.

(Ora che quel domani è già passato, non avrebbe molto senso mettere a fuoco quell’episodio. Dall’uomo pubblico e dal grande e spregiudicato giornalista che quel ragazzo è diventato, posso solo immaginare che la sua ammirazione per quel romanzo venisse, se non esclusivamente, soprattutto dalla seconda parte. Là dove Julien Sorel, diventato segretario di un potente ministro, viene coinvolto negli intrighi politici della Restaurazione, pur essendo in grado di valutare con lucida e disperata consapevolezza tutte le loro miserie…).

citazione tratta da: Bruno Schacherl, Come se, Edizioni Cadmo, Fiesole 2002, pag. 67-68

Questo ricordo mi ha molto colpito. Mi ha fatto capire alcune cose del tempo presente. Oggi l’informazione in Italia è in grande sofferenza, essendo stretta fra due monopoli dominati dalla stessa mano potente. E così per resistere occ
orre guardare ascoltare la trasmissione giornalistica di Luca Sofri e di Giuliano Ferrara sulla cosiddetta “Sette”, una televisione che avrebbe dovuto essere libera, ma che è stata subito azzoppata all’inizio del suo progetto. Comunque, dopo l’uccisione informativa del giornalista Enzo Biagi, è una delle poche possibili via di approfondimento: cinque ore alla settimana su argomenti animati da interlocutori esperti.

Tuttavia ogni volta che vedo la luciferina cattiveria intelligente di Ferrara mi chiedo cosa possa essere successo nella sua biografia per avere così dannatamente sviluppato un odio (“totale e intensissima avversione verso qualcuno”) verso la sua infanzia e adolescenza. Suo padre è stato direttore dell’Unità, lui stesso è stato dirigente del Pci a Torino. Attratto dalla intelligenza e respinto dai contenuti delle sue riflessioni non so rispondermi. Io che avrei voluto avere padri di quella tempra e di quel coraggio.

Lo scritto di Schacherl è quindi una illuminazione: stare con il potere “pur essendo in grado di valutare con lucida e disperata consapevolezza tutte le loro miserie”. Spaventosamente cinico, ma razionale.

In tutto ciò (ed anche negli intellettuali che sostengono un governo reso coeso dalla ricchezza di un miliardario che trasuda autoritarismo e di cui fanno parte gruppetti che drammaticamente richiamano alla memoria le squadre del Klu Klux Klan) ci vedo solo un antico tratto della cultura politica degli italiani. Quella del “trasformismo”, che da metodo di governo inaugurato da Agostino Depretis nel 1876, oggi è diventato un tratto integrante della cultura di professionisti, giornalisti, professori.

Diceva bene Giovanni Carducci: “Trasformarsi da sinistri a destri senza però diventare destri e non però rimanendo sinistri”. Ho pescato questo straordinario frammento sul Nuovo Dizionario Etimologico Zanichelli)

Faccio alcune ricerche fra i miei libri sul “trasformismo” e trovo questa importante ed attuale argomentazione:

“Società civile che per tutta la stona italiana si presenta tormentata da fratture assai profonde, dalla contraddittoria natura di quello che Gramsci chiama il « blocco storico » all’ interno del quale nessuna componente riesce a divenire definitivamente egemone.

Ad una situazione di stallo cosi protratta nel tempo, ci pare che la società italiana abbia saputo soltanto proporre due tipi di soluzione: da un lato un parlamentarismo estremamente debole, in cui la classe politica non ha ne la forza né e risorse per intervenire a risolvere le fratture della società civile ed e costretta a limitarsi ad una mediazione meramente politica, verbale, trasformistica, dall’altro la soluzione autoritaria, sovente prospettata, di rado, data la debolezza dell’ apparato dello Stato (burocrazia, esercito, magistrati) attuata con successo. Perfino sul fascismo, si può dire che le contraddizioni della società civile abbiano a lungo finito per avere la meglio”

(citazione tratta da: Dizionario di politica, diretto da Norberto Bobbio, Nicola Matteucci, Gianfranco Pasquino, Tea-Utet, p. 1182

Questo testo di Alfio Mastropaolo è stato scritto nel 1983. Coglie un aspetto di verità storica, ma oggi andrebbe corretto e rivisto alla luce dell’autoritarismo televisivo: forse (speriamo: forse) non occorre più la violenza della polizia e dei tribunali speciali (quelli che hanno sepolto in un carcere fino alla morte un grandissimo intellettuale come Antonio Gramsci). Bastano le continue e martellanti esternazioni dei vari comici, presentatori, cantanti, “cittadini comuni” ballerini che occupano i vari talk show per creare un “autoritarismo morbido”.

E’ per questo che trovo tremendamente debole e cieco il ragionamento del mio indimenticato mentore C.R. Egli, con acume, contrappone un indispensabile “valore di coesione” ad un opposto “principio di dissoluzione” presente nella cultura pubblica italiana e mondiale. Anch’io rilevo questa presenza. E’ anche per questo che, con fatica ed incertezze, ho dolorosamente preso le distanze dalla mia storia politica (Pci, Pds, Ds): vedo troppa incoscienza e troppi narcisismi dissolutori che stanno distruggendo la pur lontana probabilità di vincere le prossime elezioni ed allontanare l’ amarissimo calice che politica della destra italiana sta propinando alla opinione pubblica ed ai suoi orientamenti culturali

Ma poi rimango del tutto allibito quando un uomo di ampie letture come C.R. dice di riconoscere un indispensabile riconoscimento di un “principio di autorità” (che a suo dire sosterrebbe il necessario valore di coesione) nell’attuale vittoria della coalizione di Centro destra. Dimenticando di quali PARTI essa è composta (liberismo selvaggio, avvocati, ex democristiani – sicuramente i migliori – ex socialisti vendicativi, montanari di scarsa alfebetizzazione che hanno sostituito il cappuccio del Ku Klux Klan con camicie e fazzoletti verdi; ex fascisti che fanno prendono le distanze dalle leggi anti ebraiche del 1938 solo da qualche anno). Lo stupore e l’incredulità di quella affermazione consiste nel fatto che (evidentemente) il principio di coesione è rappresentato fisicamente e simbolicamente da un personaggio come Berlusconi. Se parliamo di soldi e potere questo è indubbio. Se amplifichiamo a compito storico c’è solo da stupirsi che si possa anche solo lontanamente mettere assieme le due cose: progetto collettivo (unire) e persona (Berlusconi)

Brutti tempi. Bruttissimi tempi se anche persone dello spessore culturale ci C.R. trovano un contesto comunicativo dove fare questi accostamenti. Davvero brutti tempi. Bruttissimi tempi. Mi resta da vivere ancora vent’anni, se tutto va bene. Speriamo che questa fase passi e si arrivi a un paesaggio socio-culturale più respirabile. Altrimenti era infinitamente meglio “morire democristiani”.

Sono alla fine di questa pagina di diario. E ritorno alle pagine di Bruno Schacherl. Quanto mi ritrovo bene, dopo tanto malessere …. Come è bello ritrovare il ricordo di Mario Spinella. … Come è bello ricordare ancora Laura Conti, di
cui contribuirò con E.S. a rinnovare la memoria politica a scientifica … Come sarà incoraggiante leggere le biografie della raccolta “La mia Italia” di Norberto Bobbio (con i ritratti di Francesco Ruffini, Renato Treves, Concetto Marchesi; Ferruccio Parri, Sandro Pertini; Massimo Mila, Lelio Basso, Enzo Enriquez Agnoletti, Carlo Casalegno, Giovanni Spadolini, …)

C’è stata un Italia migliore e c’è. Sommersa ma c’è. . E’ minoritaria. Ma esiste. Però non era a Todi, al convegno 2003 degli intellettuali delle nuove destre.

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