Alan Dershowitz, La ragione per cui il terrorismo funziona è precisamente perché gli esecutori credono che ammazzando dei civili innocenti riusciranno ad attirare l’attenzione del mondo

Il mantra attuale di coloro che si oppongono a una risposta militare al terrorismo è la supplica a comprendere ed eliminare le cause alla radice del terrorismo. Sono parecchie le ragioni per cui questo è esattamente il metodo sbagliato.

La ragione per cui il terrorismo funziona – e continuerà a farlo a meno che non vi siano cambiamenti significativi nel modo di reagire – è precisamente perché gli esecutori credono che ammazzando dei civili innocenti riusciranno ad attirare l’attenzione del mondo su quelle che ritengono le loro rivendicazioni, pretendendo che il mondo li “comprenda” ed “elimini le cause alla radice”. Sottomettersi a questa pretesa equivale a inviare il seguente messaggio controproducente a chi avanza tali rivendicazioni: se ricorrete al terrorismo, ci sforzeremo di comprendere le vostre rivendicazioni e risponderemo più di quanto avremmo fatto se aveste impiegato metodi meno violenti.

[…]

Con il terrorismo dobbiamo usare proprio il metodo opposto. Dobbiamo impegnarci a non cercare mai di comprendere o eliminare le cause dichiarate alla radice, ma respingerlo invece al di là dei limiti del dialogo e dei negoziati. Il nostro messaggio deve essere questo: anche se avete delle rimostranze legittime, se ricorrete al terrorismo come mezzo per eliminarle noi ci limiteremo a non ascoltarvi, non cercheremo di comprendervi e sicuramente non cambieremo nessuna delle nostre politiche nei vostri confronti. Invece vi daremo la caccia e distruggeremo la vostra capacità di usare il terrore. Qualsiasi altro metodo incoraggerà l’uso del terrorismo come mezzo per raggiungere degli scopi – siano questi scopi legittimi, illegittimi o una via di mezzo tra i due.

Non c’è nemmeno un’unica radice sostanziale di tutto il terrorismo – o anche solo della maggior parte di esso. Se ci fosse – se, per esempio, la povertà fosse la causa alla radice di tutto il terrorismo -, allora aggiustando questo problema potremmo affrontare la causa alla radice di gruppi terroristici specifici senza incoraggiarne altri. Ma la realtà è che le “cause alla radice” del terrorismo sono varie quanto la natura umana. Ogni singola “causa alla radice” legata al terrorismo esiste da secoli e la grande maggioranza dei gruppi con cause equivalenti o più urgenti – e con una povertà maggiore e condizioni ancor più sfavorevoli – non ha mai fatto ricorso al terrorismo. Non c’è mai stata una correlazione diretta, per non parlare di causa, tra i gradi di ingiustizia patiti da un certo gruppo e la volontà di quel gruppo nel ricorrere al terrorismo. La ricerca di “cause alla radice” sa più di giustificazione politica posteriore ai fatti che non di indagine scientifica induttiva.

[…]

Può essere anche vero che la disperazione renda più disponibili alcuni individui a diventare attentatori suicidi, ma è il successo di questa tattica che incentiva coloro che reclutano e mandano gli attentatori suicidi nelle loro missioni letali. E’ essenziale distinguere tra le motivazioni degli attentatori e quelle dei leader che decidono di impiegare la tecnica del terrorismo per raggiungere obiettivi politici e diplomatici. Da questa realtà consegue che un atto di terrorismo non deve mai diventare l’occasione per affrontare la causa sostanziale alla radice del terrorismo. Il messaggio inequivocabile ai terroristi dev’essere che l’unica risposta agli atti di terrorismo sarà di accertarsi che non abbiano mai successo, di infliggere punizioni severe ai terroristi e impedirne atti terroristici futuri rendendoli incapaci di farlo e intraprendendo efficaci misure preventive e proattive. […] Questo è l’unico modo per mandare il messaggio che nessuna causa e nessun obiettivo giustificano il ricorso ai mezzi inaccettabili del terrorismo. Se ci allontaniamo da questo principio diventiamo complici nell’incoraggiare ulteriormente il terrorismo.

Questo metodo duro nei confronti del terrorismo non significa che le cause alla radice non debbano mai essere affrontate. Se la causa è giusta, deve essere presa in considerazione – nel suo ordine di giustizia in rapporto ad altre cause, tolta la pena che dev’esservi imposta per aver fatto ricorso al terrorismo. […] Ci sono molte cause giuste nel mondo. Quelle che invocano il terrorismo o vi fanno ricorso devono essere messe in fondo, e non in cima, alla lista delle cause giuste che meritano la considerazione della comunità internazionale. Questo è particolarmente vero se i terroristi rappresentano la causa, più che restarne ai margini.

[…]

Sembrerebbe un principio ovvio e semplice quando si affronta il terrorismo (e quando si affrontano altri crimini). Invece […] la comunità internazionale ha risposto esattamente nel modo opposto. Generalmente il terrorismo ha fatto avanzare – e non retrocedere – la propria causa. E continua a essere così, persino dopo l’11 settembre. Quanto più orribile è la natura del terrorismo, tanto maggiore è stato l’avanzamento. I terroristi – e specialmente i loro leader – sono stati più onorati che puniti. Anzi, almeno tre leader hanno vinto il premio Nobel per la Pace. Qualcuno ha ricevuto lauree ad honorem dalle università. Molti sono diventati capi di stato. Qualcuno è stato accolto dai leader religiosi. Il messaggio è stato chiaro: se ritenete che la vostra causa sia sufficientemente giusta da ricorrere al terrorismo, allora dovete avere ragione. La stessa decisione di ricorrere al terrorismo è vista come una conferma della giustezza della causa. Quanto più orribile la natura del vostro terrorismo, tanto più giusta dev’essere la vostra causa. Il terrorismo consente alla propria causa di scavalcarne altre altrettanto giuste, se non di più, i cui difensori non hanno fatto ricorso al terrorismo. Non c’è da stupirsi, quindi, che alcuni gruppi con delle rivendicazioni lo usino come prima risorsa, e non come ultima.

Alan Dershowitz, Why Terrorism Works. Understanding the Threat, Responding to the Challenge (Perché il terrorismo funziona. Comprendere la minaccia, reagire alla sfida), pagg. 24-29.

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