Finestre affacciate su VENEZIA tengono assieme Iosif Brodskij e un ricordo

D’inverno, specialmente la domenica, ti sve­gli in questa città tra lo scrosciare festoso delle sue innumerevoli campane, come se dietro le tendine di tulle della tua stanza tutta la por­cellana di un gigantesco servizio da tè vibrasse su un vassoio d’argento nel cielo grigio per­la.

Spalanchi la finestra, e la camera è subito inondata da questa nebbiolina carica di rin­tocchi e composta in parte di ossigeno umi­do, in parte di caffè e di preghiere.

Non im­porta la qualità e la quantità delle pillole che ti tocca inghiottire questa mattina: senti che per te non è ancora finita.

Alla stessa stregua, non importa se sei più o meno autonomo, se e quante volte sei stato tradito, se il tuo esa­me di coscienza è più o meno radicale, più o meno sconsolante: comunque stiano le cose, presumi che per te ci sia ancora speranza, o almeno un futuro. Questo ottimismo deriva dal­la nebbiolina; dalle preghiere che ne fanno parte, specialmente se è l’ora della colazione.

In giorni come questo la città sembra davve­ro fatta di porcellana: come no, con tutte le sue cupole coperte di zinco che somigliano a teiere, o a tazzine capovolte, col profilo dei suoi campanili in bilico che tintinnano come cucchiaini abbandonati e stanno per fondersi nel cielo. Per non parlare dei gabbiani e dei colombi che ora accorrono per mettersi a fuo­co, ora si dissolvono nell’aria. 

di Iosif Brodskij in Fondamenta degli Incurabili

Tetti da  una finestra veneziana, 2004:

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