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prove di scrittura narrativa: Paolo Ferrario, Gaber, Ravel e l’incendio del giardino, 8 marzo 2016

Mi ricordo di quella notte: temevo di avere provocato l’incendio del giardino.

Anche la musica può colorare un ricordo. Eccome.

Per la precisione quell’estate era stato il monologo di Giorgio Gaber a scatenare un risveglio non esattamente tranquillo, cui il Bolero poco dopo avrebbe contribuito a dare una mano.

Solo che l’idea fissa di Gaber era relativa alla chiusura del gas; la mia, invece, allo spegnimento della brace.

A letto ti viene un dubbio. La brace. Avrò spento la brace? Meglio andare a vedere”.

Mi sono sempre chiesto come mai proprio quella mattina, pochi minuti prima delle cinque, Radiotre avesse scelto di mettere in onda la famosa danza spagnola di Ravel.

In auto, mentre attraversavo la città per recarmi alla casa sul lago, sentivo ululare le raffiche del vento e nella penombra delle prime luci del giorno i corpi volanti dei più disparati oggetti assumevano inquietanti forme di funesti presagi. Le note del ritmo ostinato del tamburo militare facevano da tappeto musicale a quel volo disordinato, illuminato dai fari accesi come lo spotlight sul proscenio.

Avrò spento la brace? Meglio andare a vedere”.

Il Bolero ha una durata di circa trenta minuti, lo stesso tempo impiegato per raggiungere il mio giardino lacustre.

Io, l’automobile, il turbinio delle folate di vento, i pochi automezzi circolanti sulla strada, la musica alta nello stretto abitacolo e una domanda ossessiva: “Avrò spento la brace”?

Ed è stato proprio lì, quando il tamburo raddoppiato dal fagotto e dall’oboe è salito d’intensità, che si è accesa la mia immaginazione visiva.

Al suono di tromba, flauto e sax tenore e mentre il corno entra con gli ottoni, le mie pupille sempre più dilatate assistono all’innalzamento di mulinelli ardenti, lingue arroventate e colonne infuocate il cui fumo, a contatto con l’umidità dell’aria, sparge raggi rossi in ogni direzione del cielo.

L’ingresso del trombone con tutti i legni non fa che peggiorare la situazione: fiammelle purpuree si rincorrono come spiritelli impazziti a cercare riparo dietro i tronchi degli alti cedri del Libano, abbracciano e avviluppano e incendiano le vecchie cortecce con ghigni beffardi.

I primi violini con gli archi, i legni e la tromba accompagnati a tamburo, trombone e sax sospingono malefici tizzoni nell’arida vegetazione dove rimbalzano, saltellano, rotolano e si accavallano in una ridda frenetica e scomposta.

Il fortissimo del ritmo finale delle percussioni fa esplodere il parossismo: il paese brucia e dalle finestre spalancate facce incredule e attonite guardano impotenti il devastante girone infernale.

Così finisce il Bolero.

Silenzio. Sudore. Sgomento.

Avrò spento la brace? Guardo la brace: spenta”.

Anzi, ancora umida per via delle secchiate che per precauzione getto sempre prima di chiudere il cancello del giardino e rientrare in città.

Torno in macchina. Sollevato. Quasi divertito per l’inutile spavento.

Radiotre trasmette il notiziario delle sei. Allarme siccità e Sardegna in fiamme.

Mi viene un dubbio. Ma avrò visto bene che la brace è spenta? Meglio tornare a vedere. Spenta”.

E allora ci tiro addosso altre secchiate, così sono sicuro che l’ho spenta. “Giuro che l’ho spenta”.

Paolo Ferrario Mostra tutti

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