Fra i miei tratti di personalità "laterali" c'è il gusto e il piacere di dare molta importanza al caso

9 maggio 2003, sul treno Como-Venezia

Fra i miei tratti di personalità “laterali” c’è il gusto e il piacere di dare molta importanza al caso.

Agli eventi che casualmente, cioè in modo apparentemente imprevisto, accadono assieme. Proprio per questo tento sempre di ricordare questi eventi, perchè mi appaiono carichi di significato psicologico.

Su quest i fatti Jung ha elaborato la sua teoria della “sincronicità”, uno dei contributi più sapienti alle sue teorie dei rapporti individuo-società (e inconscio collettivo):

“Ho scelto questo termine perché la contemporaneità di due eventi connessi quanto al significato, ma in maniera acausale, mi è sembrata un criterio essenziale. Io impiego dunque in questo contesto il concetto generale di sincronicità nell’accezione speciale di coincidenza temporale di due o più eventi non legati da un rapporto causale, che hanno uno stesso o un analogo contenuto significativo. Uso quindi il termine “sincronicità” in opposizione a “sìncronismo”, che rappresenta la semplice contemporaneità di due eventi.

Sincronicità significa allora anzitutto la simultaneità di un certo stato psichico con uno o più eventi esterni che paiono paralleli significativi della condizione momentaneamente soggettiva e — in certi casi — anche viceversa.

IN CG JUNG, LA DINAMICA DELL’INCONSCIO, BORINGHIERI 1976, p. 471

“Il problema della sincronicità mi tiene occupato ormai da parecchio tempo. Ho cominciato a dedicarmici seriamente intorno al 1925 circa, quando durante le mie ricerche sui fenomeni dell’inconscio collettivo continuavo a urtare contro nessi che non potevo più spiegare come raggruppamenti casuali o come effetti di accumulazione. Si trattava infatti di “coincidenze” legate tra loro quanto al significato in modo che il loro coincidere “casuale” comporta un’improbabilità che andrebbe espressa mediante una grandezza incommensurabile. Mi limiterò a citare a titolo d’esempio un caso che ho osservato personalmente. Una giovane paziente fece un sogno, in un momento decisivo della cura. Nel sogno essa riceveva in dono uno scarabeo d’oro. Mentre mi raccontava questo sogno, io stavo seduto voltando la schiena alla finestra chiusa. D’un tratto udii alle mie spalle un rumore, come se qualcosa bussasse piano contro la finestra. Mi voltai e vidi un insetto alato che, dall’esterno, urtava contro la finestra. Aprii la finestra e presi al volo l’insetto. Era l’analogia più prossima a uno scarabeo d’oro che si possa trovare alle nostre latitudini, ossia uno scarabeide, una Cetonia aurata, il comune coleottero delle rose, che evidentemente proprio in quel momento si era sentito spinto a penetrare, contrariamente alle sue abitudini, in una camera buia. Devo aggiungere che un caso del genere non m’era mai successo prima né mi successe in seguito; anche quel sogno della paziente è rimasto un fatto unico nella mia esperienza.”

IN CG JUNG, LA DINAMICA DELL’INCONSCIO, BORINGHIERI 1976, p. 467

Rileggo alcuni ritagli di giornale di questi giorni che mi appaiono sincronici fra loro ed anche con la mia personale ricostruzione del “padre interno”.

Sull’ Espresso Walter Veltroni parla di suo padre:

«Mio padre io non so chi sia stato. Dirigeva uno dei primi telegiornali ed era un cattolico. Ma è morto che avevo un anno».

Ha sofferto della sua assenza?

Non subito. Da piccolo facevo le cose che credo facciano tutti gli orfani. Quando mia madre non c ‘ era, aprivo l ‘ arma­dio dove stavano ancora i suoi vestiti e me li mettevo. Ricordo di aver passato ore a guardare il suo ultimo pacchetto di Chesterfield, il suo passaporto con i timbri dei Paesi che aveva visitato, le sue foto. È morto a 38 anni, ma a me sembrava un signore anziano perché aveva la brillantina e i vestiti infagottati. Il dolore per la sua morte, quello vero, è arrivato più tardi. Accresciuto dal fatto che non sapevo niente di lui».

Ma non ha chiesto, non si è fatto raccontare?

No, non volevo rattristare mia madre. Ho avuto il coraggio di chiederle come fosse morto quando avevo già più di trent ‘ anni, un giorno che eravamo in auto. Lei cominciò a parlare, ricordo perfettamente la strada verso l ‘ aeroporto mentre raccontava, ma non ricordo una parola di quanto disse. Poi anche mia madre è morta e io, per paura di perdere ogni traccia di radici, ho fatto una cosa che non ho mai raccontato».

La racconti ora.

-Qualche anno fa, quando ero vicepresidente del Consiglio, mandai una lettera a tutti i suoi amici, perché avevo l ‘ impressione che il tempo stesse sfuggendo. Chiesi loro di scrivermi qualcosa su mio padre.

Mi sono arrivati 40 testi, uno più bello dell ‘ altro. Ora so qualcosa di più».

Un’altra traccia:

In questi giorni cade l’anniversario dell’assassinio di Aldo Moro. Trovo sulla Stampa alcuni ricordi del figlio Giovanni Moro:

Aldo Moro era un buon padre. Un padre normale nella sua anormalità. Un padre notturno. A casa c ‘ era poco, e solo la notte. Ma erano notti vive, perché lui aveva orari strani, la pressione bassa, vecchie abitudini del Mezzogiorno, pranzava alle tre e mezza, cenava a mezzanotte. Poi c ‘ erano i giornali. Il suo incubo. Cataste di giornali, che teneva da parte, e leggeva appunto la sera tardi. La sera tardi parlavamo, anche. Oppure andavamo al cinema, abbastanza spesso. Negli ultimi tempi era molto stanco. Stufo. Diceva che avrebbe lasciato la politica, che si sarebbe dedicato all ‘ insegnamento. Gli piaceva insegnare, quand ‘ era ministro degli Esteri rientrava la notte dalle missioni per poter dare esami il mattino dopo. Non aveva eredità da consegnarmi, né voti né collegi né carisma, nulla gli era più estraneo del pensiero di fondare una dinastia. Né io ci ho mai pensato. Non allora, non a maggior ragione dopo. Mi hanno chiesto tante volte di entrare in Parlamento. Non lo farò. Non sarebbe giusto, per come è finita la storia di Moro».

Quando parla di lui dice quasi sempre: Moro, non mio padre, tantomeno papà. Ne parla a tratti, vincendo una ritrosia familiare e personale. Giovanni Moro non appartiene alla categoria dei figli, cui guarda senza complessi di superiorità ma anche da estraneo. Seleziona il ricordo. Ad esempio non ha visto nessuno dei film su suo padre, ma ha letto tutti i libri. Soprattutto, ha letto i libri, le carte, i discorsi del padre. Ha tentato di conoscerlo meglio, di capirlo. Di continuare quei dialoghi notturni.

«Il 9 maggio di 25 anni fa ci telefonarono a casa per avvisarci. Ma non da Palazzo Chigi, né dal Viminale, né da piazza del Gesù. Seppi che mio padre era morto nello stesso modo in cui, 55 giorni prima, avevo saputo che era stato rapito: da un amico. Il 16 marzo ero in università, filosofia, alla Sapienza. Il 9 maggio ero a casa. Suonò il telefono. Risposi io. Diedi la notizia a mia madre. Dei politici, degli uomini di Stato, dei democristiani non chiamò nessuno. Non venne nessuno. Mancò loro il coraggio. Solo Fanfani. Ai funerali, a Torrita Tiberina, c ‘ era l ‘ intero paese, più trenta persone. Non c ‘ erano politici. A cose fatte, mentre stavamo andando via, arrivò il solo Fanfani. Perché lui? Perché c ‘ era un rapporto speciale, la stessa formazione, la stessa militanza, un tratto di vita in comune, malgrado le tante divergenze politiche che pure avevano. E c ‘ erano le vedove degli uomini della scorta. Persone di famiglia, amiche di mia madre».

Agli amici e ai compagni di partito di suo padre, Giovanni Moro non muove «rimproveri sentimentali». Ha però un rapporto molto severo con la memoria. Diserterà la cerimonia della Regione Puglia per l ‘ anniversario dell ‘ assassinio, cui è stato invitato a parlare anche Andreotti. «Da 25 anni la mia famiglia attende un segno non dico di pentimento, non dico di scuse, ma almeno di riflessione».

C’è qualcosa di nuovo, in questo anniversario: l ‘ emergere di un filone che viene definito revisionista, e ha trovato un libro-manifesto nel lavoro di Vladimiro Satta, un funzionario del Senato «che ha catalogato anni di indagini del Parlamento che tra decine di migliaia di documenti ha scelto proprio quelli che lo portavano alla conclusione che non c ‘ è nulla da chiarire. E invece a me quel libro è parso un ‘ occasione sprecata. Tempo male impiegato, soldi nostri, dei contribuenti, che potevano essere spesi meglio. Difficile dire che è tutto chiaro, quando ci sono voluti anni per sapere, e nemmeno con certezza, chi ha ucciso mio padre. Gallinari, come si è sempre creduto? Moretti, come ha affermato lui stesso? Maccari, come è stato ipotizzato di recente? Vedo che i brigatisti ancora dicono che mancano soltanto particolari. E invece molte cose restano oscure. Ogni sei, sette anni spunta un carceriere nuovo. Un ‘ Honda rossa. Una tipografia clandestina, cui si arriva ovviamente troppo tardi. Fiancheggiatori che anche durante il sequestro di mio padre ospitano a pranzo e a cena i terroristi, pare facesse chic all ‘ epoca ospitare terroristi. Un libro di memorie che non chiarisce nulla, quando non è indecente, come quello di Morucci, un inno al culto delle armi».

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