Oriana Fallaci e la sua ghianda | Tracce e Sentieri, 5 Agosto 2004 – 8 Novembre 2011

La radio del mattino mi sveglia e in questi attimi fra l’ancora sonno e il “io sono vivo” mi giunge la notizia della morte di Oriana Fallaci (1929-2006, 77 anni).
I pensieri corrono, si aggrovigliano e ora ne seleziono tre.

In primo luogo affiora alla mia mente il ricordo del racconto mitologico di Cassandra, la più bella fra le figlie di Priamo ed Ecuba, sovrani di Troia al tempo della famosa guerra. Il dio Apollo era carico di desiderio per lei e avrebbe soddisfatto ogni suo desiderio per una notte d’amore. Cassandra, in cambio, chiese ed ottenne il dono della profezia. Ma poi non volle mantenere il patto. E così, con un bacio di addio, Apollo si vendicò gettandole addosso un maleficio: le sue profezie si sarebbero sempre avverate, ma nessuno avrebbe mai creduto alle sue previsioni. Anzi: tutto quanto avrebbe detto sarebbe stato accolto come falso. Fu così che i Troiani non le credettero quando intravvide il cavallo di legno e predisse l’incendio di Troia.

Il secondo ricordo che affiora nella mia mente è l’idea centrale di un aureo libro di James Hillman (“Il codice dell’anima. Carattere, vocazione, destino”, mirabilmente tradotto da Adriana Bottini). Il grande psicanalista americano insegue con gusto letterario per 400 pagine quella che chiama la  “teoria della ghianda”. Come in un seme di quercia c’è già il progetto ed il risultato di quello che sarà la pianta (“Vedi, lei è piccola, ma sa già che sarà una quercia” diceva ad un bambino la mia indimenticabile amica Laura Conti), così “io e voi e chiunque altro siamo venuti al mondo con una immagine che ci definisce” (pag. 27). Il nostro compito esistenziale è di ricercare una “biografia soddisfacente” che metta assieme i pezzi della nostra vita terrena e sia capace di intrecciare la trama profonda della nostra storia (pag. 19)

Ecco, l’immagine che mi si presentifica: Oriana Fallaci come Cassandra.
La sua ghianda, il suo progetto, il suo destino sono stati quelli di predire, fra il non-ascolto e il disprezzo, il vero, senza essere creduta. E’ per me tristissimo sentire i suoi amici di una vita (per esempio Furio Colombo) distinguere l’Oriana di prima degli anni novanta e quella di dopo.
Gli ultimi suoi tre libri ( “La rabbia e l’orgoglio”, “La forza della ragione”, “Oriana Fallaci intervista se stessa – L’Apocalisse”) sono un urlo che condenso in una parola sola:

ATTENZIONE !!! …, ce n’è per almeno altri 100 anni.

Il terzo e ultimo pensiero che affiora alla mia mente è quello di ricordarla non per il suo avvertimento sui pericoli che corre la nostra civiltà, ma per il suo straordinario, energetico e magmatico linguaggio, come in questo testo da tenere accanto ai manuali di diritto costituzionale comparato:

 

Il fatto è che l’America è un paese spe­ciale, caro mio. Un paese da invidiare, di cui esser gelosi, per cose che non hanno nulla a che fare con la ricchezza eccetera. E sai perché? Perché è nata da un bisogno dell’anima, il bisogno d’avere una patria, e dall’idea più sublime che l’Uomo abbia mai concepito: l’idea della Libertà anzi della li­bertà sposata all’idea di uguaglianza. Lo è anche perché, quando ciò accadde, l’idea di libertà non era di moda. L’idea di uguaglianza, nemmeno. Non ne parlavano che certi filosofi detti Illuministi, di queste cose. Non li trovavi che in un costoso librone di diciassette volumi più diciotto illustrati detto Encyclopédie ed edito da un certo Diderot e da un certo D’Alembert, questi concetti. E a parte gli scrittori e gli altri intellettuali, a parte i prìncipi e i signori che avevano i soldi per comprare il librone o i libri che avevano ispirato il librone, chi ne sapeva nulla dell’Illuminismo? Non era mica roba da mangiare, l’Illuminismo! Non ne parlavan neppure i rivoluzionari francesi, visto che la Rivo­luzione Francese sarebbe incominciata nel 1789 ossia quindici anni dopo la Rivoluzione America­na che scoppiò nel 1776 però era sbocciata nel 1774. (Dettaglio che gli antiamericani del bene-agli-americani-gli-sta-bene ignorano o fingono di ignorare). Ma, soprattutto, l’America è un paese speciale, un paese da invidiare, perché quell’idea venne capita da contadini spesso analfabeti o co­munque ineducati: i contadini delle tredici colonie americane. E perché venne materializzata da un piccolo gruppo di leader straordinari, da uomini di grande cultura e di grande qualità: the Founding Fathers, i Padri Fondatori. Ma hai idea di chi fos­sero i Padri Fondatori, i Benjamin Franklin e i Thomas Jefferson e i Thomas Paine e i John Adams e i George Washington eccetera?!? Altro che gli avvocaticchi (come giustamente li chiamava Vitto­rio Alfieri) della Rivoluzione Francese! Altro che i cupi e isterici boia del Terrore, i Marat e i Danton e i Desmoulins e i Saint-Just e i Robespierre! Era­no tipi, i Padri Fondatori, che il greco e il latino lo conoscevano come gli insegnanti italiani di greco e di latino (ammesso che ne esistano ancora) non lo conosceranno mai. Tipi che in greco s’eran letti Archimede e Aristotele e Platone, che in latino s’eran letti Seneca e Cicerone, Virgilio e Ovidio, e che i principii della democrazia greca se l’eran stu­diati come nemmeno i marxisti del mio tempo stu­diavano la teoria del plusvalore. (Ammesso che la studiassero davvero). Jefferson conosceva anche l’italiano. Lui diceva «toscano». In italiano parla­va e leggeva con gran speditezza. Infatti con le duemila piantine di vite e le mille piantine di olivo e la carta da musica che in Virginia scarseggiava, nel 1774 il medico fiorentino Filippo Mazzei gli aveva portato varie copie d’un libro scritto da un certo Cesare Beccaria e intitolato Dei Delitti e del­le Pene. Quanto all’autodidatta Franklin, era un genio. Scienziato, stampatore, editore, scrittore, giornalista, politico, inventore. Nel 1752 aveva scoperto la natura elettrica del fulmine e inventa­to il parafulmine, ad esempio. Aveva inventato an­che la stufa con la canna fumaria di metallo per ri­scaldare le stanze senza caminetto. Infatti Pietro Leopoldo, il granduca di Toscana, se n’era com­prate due da installare nel suo studio di Palazzo Pitti poi gli aveva scritto un’estasiata lettera di rin­graziamento. E fu con questi leader straordinari, questi uomini di grande cultura e di grande qualità, che nel 1776 anzi nel 1774 i contadini spesso anal­fabeti e comunque ineducati si ribellarono all’In­ghilterra. Fecero la guerra d’Indipendenza, la Ri­voluzione Americana.
La fecero, nonostante i fucili e la polvere da sparo, nonostante i morti che ogni guerra co­sta, senza i fiumi di sangue e gli abominii della fu­tura Rivoluzione Francese. Senza la ghigliottina, insomma, senza le migliaia e migliaia di decapita­ti, senza i massacri della Vandea e di Lione e di Tolone e di Bordeaux. La fecero con un foglio che insieme al bisogno dell’anima, il bisogno d’avere una patria, concretizzava la sublime idea della li­bertà anzi della libertà sposata all’uguaglianza: la Dichiarazione d’Indipendenza. «We hold these Truths to be self-evident… Noi riteniamo evidenti queste verità. Che tutti gli Uomini sono creati uguali. Che sono dotati dal Creatore di certi ina­lienabili Diritti. Che tra questi Diritti v’è il Diritto alla Vita, alla Libertà, alla Ricerca della Felicità. Che per assicurare questi Diritti gli Uomini devo­no istituire i governi…». E quel foglio che dalla Ri­voluzione Francese in poi tutti gli abbiamo bene o male copiato, o al quale ci siamo ispirati, costi­tuisce ancora la spina dorsale dell’America. La linfa vitale di questa nazione. Sai perché? Perché trasforma i sudditi in cittadini. Perché trasforma la plebe in Popolo. Perché la invita anzi le ordina di ribellarsi alla tirannia, di governarsi, d’esprime­re le proprie individualità, di cercare la propria fe­licità. (Cosa che per un povero, anzi per un ple­beo, significa anzitutto arricchirsi). Tutto il con­trario di ciò che il comunismo faceva proibendo alla gente di ribellarsi, governarsi, esprimersi, ar­ricchirsi, e mettendo Sua Maestà lo Stato al posto dei soliti re. «Il comunismo è un regime monar­chico, una monarchia di vecchio stampo. In quan­to tale taglia le palle, agli uomini. E quando a un uomo gli tagli le palle, non è più un uomo» dice­va mio padre. Diceva anche che invece di riscattare la plebe il comunismo trasformava tutti in plebe. Rendeva tutti morti di fame, quindi impe­diva alla plebe di riscattarsi.
Bè, secondo me l’America riscatta la ple­be. Sono tutti plebei, in America. Bianchi, neri, gialli, marroni, viola. Stupidi, intelligenti, poveri, ricchi. Anzi i più plebei sono proprio i ricchi. Nel­la maggioranza dei casi, certi piercoli! Rozzi, ma­leducati. Lo vedi subito che non hanno mai letto Monsignor della Casa, che non hanno mai avuto nulla a che fare con la raffinatezza e il buon gusto e la sophistication. Nonostante i soldi che spre­cano nel vestirsi son così ineleganti che, in para­gone, la regina d’Inghilterra sembra chic. Però sono riscattati, perdio. E a questo mondo non c’è nulla di più forte, di più potente, di più inesora­bile, della plebe riscattata. Ti rompi sempre le corna, con la Plebe Riscattata. E, in un modo o nell’altro, con l’America le corna se le sono sem­pre rotte tutti. Inglesi, tedeschi, messicani, russi, nazisti, fascisti, comunisti… Da ultimo se le son rotte perfino i vietnamiti di Ho Chi Minh. Dopo la vittoria son dovuti scendere a patti, con gli americani, e quando l’ex-presidente Clinton è an­dato a fargli una visitina hanno toccato il cielo con un dito. 
«Bienvenu, Monsieur le Président, bienvenu! Facciamo business con America, oui? Boku money, tanti soldi, oui?». Il guaio è che i figli di Allah non sono vietnamiti. E con loro la fac­cenda sarà dura. Molto lunga, molto difficile, molto dura. Ammenoché il resto dell’Occidente non smetta di farsela addosso. E ragioni un po’ e dia una mano. Papa compreso.

in La rabbia e l’orgoglio, Rizzoli, 2001, p. 72-77

Oriana Fallaci e la sua ghianda | Tracce e Sentieri, 5 Agosto 2004 – 8 Novembre 2011.

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