la miseria personale ed etica del brigatista rosso VALERIO MORUCCI e la grandezza umana e politica di ALDO MORO: la telefonata che anticipa l’assassinio, quella dopo l’assassinio e le lettere prima della morte, 16 marzo 2008


Telefonata di Valerio Morucci al professor Franco Tritto, amico di Moro.
“E’ il professor Franco Tritto?”
Chi parla?”
Il dottor Nicolai.”
Chi, Nicolai?”
È lei il professor Franco Tritto?”
“Sì, ma io voglio sapere chi parla. ”
“Brigate rosse. Ha capito?”
“Sì.”
“Adempiamo alle ultime volontà del presidente comunicando alla famiglia dove potrà trovare il corpo dell’ onorevole. Aldo Moro. Mi sente?”
“Che devo fare? Se può ripetere…”
“Non posso ripetere, guardi. Allora, lei deve comunicare alla famiglia che troveranno il corpo dell’onorevole. Aldo Moro in via Caetani. Via Caetani. Lì c’è una Renault 4 rossa. I primi numeri dì targa sono N5.”


La mattina del 16 marzo 1978 – il giorno in cui un nuovo governo  guidato da Giulio Andreotti e sostenuto dall’allora Partito Comunista Italiano – stava andando in Parlamento per ottenere la fiducia, l’auto che trasportava Aldo Moro, dalla sua abitazione alla Camera dei Deputati, fu intercettata in via Fani, a Roma, da un commando delle Brigate Rosse. In pochi secondi i terroristi (Mario Moretti, Barbara Balzerani, Valerio Morucci, Prospero Gallinari, Alvaro Lojacono, Alessio Casimirri, Rita Algranati, Bruno Seghetti, Raffaele Fiore, Franco Bonisoli) uccisero i due carabinieri a bordo dell’auto di Moro (Domenico Ricci e Oreste Leonardi) e i tre poliziotti sull’auto di scorta (Raffaele Jozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi) e sequestrarono il presidente della Democrazia Cristiana.

Penso che la storia dell’assassinio di Aldo Moro sia una storia tutta italiana. E’ la storia delle Brigate rosse. E’ la storia di una componente tutta interna alla “famiglia politica” del comunismo italiano. Lo testimoniano le biografie dei componenti di quel gruppo di assassini.

Ma è l’Aldo Moro “persona” che vorrei fare risaltare in questo mio ricordo.

Dopo una prigionia di 55 giorni – durante la quale venne sottoposto ad un interrogatorio e ad un “processo politico” (sic !) e venne chiesto invano uno scambio di prigionieri con lo stato italiano – il cadavere di Aldo Moro fu ritrovato il 9 maggio nel cofano di una Renault 4 a Roma, in via Caetani, emblematicamente a poca distanza da Piazza del Gesù (dov’era la sede nazionale della Democrazia Cristiana) e via delle Botteghe Oscure (dove era la sede nazionale del Partito Comunista Italiano).

Mario Moretti è stato condannato a sei ergastoli, dal 1994 è in libertà condizionata ed è attualmente coordinatore del laboratorio di informatica della Regione Lombardia, stipendiato da quella pubblica amministrazione che egli voleva un tempo distruggere. Barbara Balzerani (tra le ultime ad essere arrestata) è stata condannata all’ergastolo e dal 2006 è in libertà vigilata. Valerio Morucci ha avuto più condanne all’ergastolo, portate poi a ventidue anni e mezzo per l’applicazione della legge sulla dissociazione. Ha poi ottenuto la semilibertà e la libertà condizionale. Ha pubblicato alcuni libri e (anche lui!) lavora in informatica. Alvaro Lojacono vive in Svizzera e non ha mai scontato un solo giorno di carcere. Alessio Casimirri ha ottenuto la cittadinanza dello stato del Nicaragua – grazie ad un matrimonio e ai buoni rapporti con uomini politici e militari del paese – dove ha partecipato alla lotta dei sandinisti (uno dei tanti partiti ispirati a Che Guevara) contro i Contras. Attualmente è padrone di un ristorante a Managua. Nella metà degli anni 90 Prospero Gallinari, a causa di gravi motivi di salute, dopo quindici anni di prigione riesce ad ottenere i primi permessi premio per poter tornare a casa.

Durante il periodo della sua detenzione, Aldo Moro scrisse alcune lettere ai principali esponenti della Democrazia Cristiana, alla famiglia ed all’allora Papa Paolo VI .

Alcune arrivarono a destinazione, altre non furono mai recapitate.

Estraggo quelle di maggior significato personale, per segnare l’abisso morale che divide la persona Aldo Moro dai suoi assassini, dagli indifferenti e dalla zona grigia di coloro che ancora oggi assegnano valore a quella teoria politica in quanto “necessaria nel quadro dello scontro sociale di quegli anni”.

Questo è il loro linguaggio:

Chi è Aldo Moro è presto detto: dopo il suo degno compare De Gasperi, è stato fino a oggi il gerarca più autorevole, il “teorico” e lo “stratega” indiscusso di questo regime democristiano che da trenta anni opprime il popolo italiano […] la controrivoluzione imperialista […] ha avuto in Aldo Moro il padrino politico e l’esecutore più fedele delle direttive impartite dalle centrali imperialiste.”  (Brigate Rosse, Primo Comunicato)

E questo è il linguaggio di Aldo Moro:
 
A Eleonora Moro
(non recapitata)

Genesi 44-29 segg.
“e se mi togliete anche questo, e se gli avviene qualche disgrazia, voi farete scendere la mia canizie con dolore nel soggiorno dei morti. Or dunque, quando giungerò da mio padre, tuo servitore, se il fanciullo, all’anima del quale è legata, non è con noi, avverrà che, come avrà veduto che il fanciullo non c’è, egli morrà e i tuoi servitori avranno fatto scendere con cordoglio la canizie del tuo servitore nostro padre nel soggiorno dei morti. …Perché come farei a risalire da mio padre senz’aver meco il fanciullo? Ah, ch’io non vegga il dolore che ne verrebbe a mio padre.”
Così Luca lontano fa scendere la mia canizie con dolore nel soggiorno dei morti.

Mia dolcissima Noretta,
ti mando alcune lettere da distribuire che vorrei proprio arrivassero come mi è stato promesso. Aggiungo due testamenti che ho già mandato, ma che temo possono non essere arrivati. Uno è il mio lascito ad Anna della mia quota di condominio al terzo piano. L’altro è un lascito a Luca, il mio archivio che, come esecutori testamentari il Sen. Spadolini ed il Dott. Guerzoni dovrebbero opportunamente alienare ad Istituto o Biblioteca, preferibilmente italiani, per costituire una piccola rendita per il piccolo, al quale va la mia infinita tenerezza.
Carissima, vorrei avere la fede che avete tu e la nonna, per immaginare i cori degli angeli che mi conducono dalla terra al cielo. Ma io sono molto più rozzo. Ho solo capito in questi giorni che vuol dire che bisogna aggiungere la propria sofferenza alla sofferenza di Gesù Cristo per la salvezza del mondo. Il Papa forse questa mia sofferenza non l’ha capita. E sembra, d’altro canto, impossibile che di tanti amici non una voce si sia levata. Pacatamente direi a Cossiga che sono stato ucciso tre volte, per insufficiente protezione, per rifiuto della trattativa, per la politica inconcludente, ma che in questi giorni ha eccitato l’animo di coloro che mi detengono. …

Ma ormai è fatta. Mi è stato promesso che restituiranno il corpo ed alcuni ricordi. Speriamo che si possa. E voi siate forti e pregate per me che ne ho tanto bisogno. Tutto è così strano. Ma Iddio mi dia la forza di arrivare fino in fondo e mi faccia rivedere poi i tanto dolci visi che ho tanto amato ed ai quali darei qualunque cosa per essere ancora vicino. Ma non ho, purtroppo, tutto quello che dovrei dare. Così fosse possibile. Dopo si vedrà l’assurdità di tutto questo. Ed ora dolcissima sposa, ti abbraccio forte con tutto il cuore e stringo con te i nostri figli e i nipoti amatissimi, sperando di restare con voi così per sempre. Un tenerissimo bacio.
Aldo

 

A Eleonora Moro

(lettera non recapitata)

Mia dolcissima Noretta,

dopo un momento di esilissimo ottimismo4, dovuto forse ad un mio equivoco circa quel che mi si veniva dicendo, siamo ormai, credo 5, al momento conclusivo. Non mi pare il caso di discutere della cosa in sé e dell’incredibilità di una sanzio­ne che cade sulla mia mitezza e la mia moderazione. Certo ho sbagliato, a fin di bene, nel definire l’indirizzo della mia vita. Ma ormai non si può cambiare. Resta solo di riconosce­re che tu avevi ragione. Si può solo dire che forse saremmo stati in altro modo puniti, noi e i nostri piccoli. Vorrei re­stasse ben chiara la piena responsabilità della D.C. con il suo assurdo ed incredibile comportamento. È sua va detto con fermezza cosi come si deve rifiutare eventuale medaglia che si suole dare in questo caso. E poi vero che moltissimi ami­ci (ma non ne so i nomi) o ingannati dall’idea che il parlare mi danneggiasse o preoccupati delle loro personali posizio­ni, non si sono mossi come avrebbero dovuto. Cento sole fir­me raccolte avrebbero costretto a trattare 6. E questo è tutto per il passato. Per il futuro / c’è in questo momento una te­nerezza infinita per voi, il ricordo di tutti e di ciascuno, un amore grande grande carico di ricordi apparentemente insi­gnificanti e in realtà preziosi. Uniti nel mio ricordo vivete insieme. Mi parrà di essere tra voi. Per carità, vivete in un’unica casa, anche Emma se è possibile e fate ricorso ai buoni e cari amici, che ringrazierai tanto, per le vostre esigenze. Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per oc­chi, capelli per capelli. A ciascuno una mia immensa tenerez­za che passa per le tue mani. Sii forte, mia dolcissima, in que­sta prova assurda e incomprensibile. Sono le vie del Signo­re. Ricordami a tutti i parenti ed amici con immenso affetto ed a te e tutti un caldissimo abbraccio pegno di un amore eterno. Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo. Amore mio, sentimi sempre con te e tienmi stretto. Bacia e carezza Fida, Demi, Luca (tanto tanto Luca) Anna Mario il piccolo non nato Agnese Giovanni. Sono tanto grato per quello che hanno fatto. Tutto è inutile, quando non si vuole aprire la porta. Il Papa ha fatto pochino: forse ne avrà scrupolo

1 Recapitata il 5 maggio, insieme con la successiva, da don Mennini, ma la da­ta di stesura potrebbe essere antecedente. Non è presente tra i dattiloscritti ritro­vati nell’ottobre 1978, né tra le fotocopie dei manoscritti di dodici anni dopo. L’o­riginale è riprodotto in CM, voi. CXXII, pp. 445-46. E lettera autonoma dalla se­guente. Lo stesso giorno, qualche ora prima, il comunicato n. 9 delle Br annunciava: «Concludiamo quindi la battaglia iniziata il 16 marzo eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato». Divulgata il 13 settembre 1978 dal «Corriere del­la Sera», p. 6, ma fu pubblicata per la prima volta integralmente e in modo auto­nomo dalla successiva, in L’intelligenza e gli avvenimenti, pp. 427-28.

2 Si distingue una «t» corretta: forse in precedenza aveva scritto «politiche».

3 È il solito esergo aggiunto posteriormente nello spazio residuo del foglio.

4 Questa espressione non sembra essere giustificata dai toni sicuri delle due versioni della lettera a Zaccagnini e soprattutto dal perentorio argomentare delle pagine finali del “Memoriale”, che non sono certo il prodotto di un «esilissimo ot­timismo».

5 II prigioniero, rispetto alla lettera successiva, «crede» ancora, cioè non è del tutto sicuro di morire: in 55 giorni sarebbe questa la terza volta in cui vive un si­mile stato emotivo di imminente minaccia di morte.

6 A proposito di questa raccolta di firme, Guerzoni ha testimoniato in Com­missione stragi, il 6 giugno 1995: «L’onorevole Moro chiese la raccolta di cento fir­me per convocare il Consiglio Nazionale e noi arrivammo a ventinove, a quel pun­to dissi che non avrei più collaborato per cercare le firme, perché non volevo che l’onorevole Moro rimanesse alla storia come colui che aveva determinato la rottu­ra formale del partito. A mio parere infatti l’onorevole Moro non voleva la rottura del partito; semmai che venissero in evidenza delle contraddizioni. Tanto più ero convinto di questo, perché sapevo che egli non sarebbe mai tornato e che quindi ol­tretutto avremmo fatto delle operazioni di significato storico che non servivano nemmeno a salvarlo». Secondo la testimonianza di Vittorio Cervone, fra i promo­tori nel 1968 della corrente democristiana «Gli amici di Aldo Moro», il 9 maggio, alle 13,1 principali esponenti del gruppo, erano riuniti a pranzo al ristorante il « Bar­roccio» e stavano decidendo di chiedere la convocazione del Consiglio nazionale della De, quando furono raggiunti dalla tragica notizia del ritrovamento del cada­vere dell’uomo politico (Cervone, Ho fatto di tutto, p. 44).

da: Aldo Moro, Lettere dalla prigionia, a cura di Miguel Gotor, Einaudi 2008, p. 177-179

 

A Maria Fida Moro e D. Bonini

(non recapitata)

Miei carissimi Fida e Demi,
credo di essere alla conclusione del mio calvario e desidero abbracciarvi forte forte con tutto l’amore che, come sapete, vi porto. Forse in qualche momento sarò stato nervoso o non del tutto capace di comprensione. Ma l’amore dentro è stato grande in ogni momento con un desiderio profondo della vostra felicità sempre in una vita retta, quale voi conducete. Con Luca, dicevo, mi avete dato la gioia più grande che io potessi desiderare. Questa è per me la punta più acuta di questa dolorosissima vicenda. Non vedere il piccolo e non potergli dare tutto l’amore, tutto l’aiuto, tutto il servizio che avevo progettato. So poi i problemi di Fida che tutti dobbiamo aiutare. Ho già detto a quanti lo amano che gli siano vicini, che facciano la mia parte, che prendano il mio posto. Anche tu, Demi carissimo, tienilo pieno d’amore come egli merita; tienilo tra le braccia come vorrei tenerlo e come sarei felice di fare, lasciando ogni altra cosa. Vivete uniti con la nonna, con gli zii, con gli amici. …. Ricordatevi di me che ricordo e prego. Che Iddio vi aiuti a passare questo brutto momento e dia a voi ed al piccolo tutta la felicità. Che Iddio vi benedica come io vi benedico e vi abbraccio dal profondo del cuore.
Papà
per Fida e Demi

A Anna Moro e Mario Giordano

(non recapitata)

Miei carissimi Anna e Mario,
credo di essere ad un momento conclusivo e desidero abbracciarvi forte forte con tutto l’amore che meritate. C’è stato certo qualche momento di difficoltà dovuto ad un momento particolarmente impegnativo. Spero che sia davvero cancellato tutto e che siate uniti e in salute, come mamma mi scrive tramite il giornale. Tu sai, Anna mia, quanto bene ti ho voluto da sempre, come ho goduto della tua confidenza e fiducia, come sono riuscito a vincere alcune tue amarezze. Poi è venuto Mario ed io sono stato felice che un’altra persona cara abbia preso a svolgere la funzione che era stata mia. E ne sono felice tuttora. Non per questo però ti ho voluto e ti voglio meno bene. Sei sempre la mia piccolina della gamba destra, mentre Agnese era per parte sua quella della gamba del cuore. Tempi felici. Niente ha potuto annullare la grandezza dell’amore. A qualsiasi età i figli sono i nostri piccoli. E tu sei la mia piccola. Come vorrei vedere nascere il tuo bimbo. Che venga su bello, buono, vispo, felice. Mi parrà di averlo conosciuto. Non so darvi nessun consiglio. Vogliatevi bene sempre e siate uniti alle vostre due famiglie. Tutte ne hanno diritto: una, la nostra, un particolare bisogno. Siate buoni e puliti come siete stati sempre. Iddio vi aiuterà. Quello che Egli vi toglie, vi darà in altro modo. Certo tutto questo pesa. Ma sia fatta la volontà del Signore.
Carissimi, vi abbraccio forte dal profondo del cuore e vi benedico. Ricordatemi ai vostri cari.
Papà
per Anna e Mario

 
A Luca Bonini
(non recapitata)

Mio carissimo Luca,
non so chi e quando ti leggerà, spiegando qualche cosa, la lettera che ti manda quello che tu chiamavi il tuo nonnetto. L’ immagine sarà certo impallidita, allora. Il nonno del casco, il nonno degli scacchi, il nonno dei pompieri della Spagna, del vestito di torero, dei tamburelli. E’ il nonno, forse ricordi, che ti portava in braccio come il S.S. Sacramento, che ti faceva fare la pipì all’ora giusta, che tentava di metterti a posto le coperte e poi ti addormentava con un lungo sorriso, sul quale piaceva ritornare. Il nonno che ti metteva la vestaglietta la mattina, ti dava la pizza, ti faceva mangiare sulle ginocchia. Ora il nonno è un po’ lontano, ma non tanto che non ti stringa idealmente al cuore e ti consideri la cosa più preziosa che la vita gli abbia donato e poi, miseramente, tolta. Luca dolcissimo, insieme col nonno che ora è un po’ fuori, ci sono tanti che ti vogliono bene. E tu vivi e dormi con tutto questo amore che ti circonda. Continua ad essere dolce, buono, ordinato, memore, come sei stato. Fai compagnia oltre che a Papà e Mamma, alla tua cara Nonna che ha più che mai bisogno di te. E quando sarà la stagione, una bella trottata coi piedini nudi sulla spiaggia e uno strattone per il tuo gommoncino. La sera, con le tue preghiere, non manchi la richiesta a Gesù di benedire tanti ed in ispecie il Nonno che ne ha particolare bisogno. E che Iddio pure ti benedica, il tuo dolcissimo volto, i tuoi biondi capelli che accarezzo da lontano, con tanto amore. Ti abbraccia tanto nonno
Aldo

 
 
A Luca Bonini
(non recapitata)

Mio carissimo Luca,
non so chi e quando ti leggerà questa lettera del tuo caro nonnetto. Potrai capire che tu sei stato e resti per lui la cosa più importante della vita. Vedrai quanto sono preziosi i tuoi riccioli, i tuoi occhietti arguti e pieni di memoria, la tua inesauribile energia. Saprai così che tutti ti abbiamo voluto un gran bene ed il nonno, forse, appena un po’ più degli altri. Per quel poco che è durato sei stato tutta la sua vita.
Ed ora il nonno Aldo, che è costretto ad allontanarsi un poco, ti ridice tutto il suo infinito affetto ed afferma che vuole restarti vicino. Tu non mi vedrai, forse, ma io ti seguirò nei tuoi saltelli con la palla, nella tua corsa al [… ] nel guizzare nell’acqua, nel tirare la corda al motore. Io sarò là e ti accarezzerò, come sempre ti ho accarezzato, dolcemente il visino e le mani. Ti sarò accanto la notte, per cogliere l’ora giusta della pipì, e farti poi dolcemente riaddormentare. E la mattina portarti la vestaglietta, magari con le scarpette pronte in mano in attesa della pizza o del pane fresco. Queste sono state le grandi gioie di nonno e, per quanto è possibile lo resteranno. Cresci buono, forte, allegro serio. Il nonno ti abbraccia forte forte, ti benedice con tutto il cuore, spera sia in mezzo a gente che ti vuol bene e che forma anche la tua psiche.
Con tanto amore
il nonno

 
A Giovanni Moro
(non recapitata)

Mio carissimo Giovanni,
tu sei il più piccolo e insieme, in un certo senso, il capo della famiglia. Ti devo trattare da uomo, anche se non riesco a distaccarmi dalla tua immagine di piccolino, tanto amato e tanto accarezzato. Lo so c’è stato poi il momento in cui hai rivendicato la tua autonomia ed hai forse avuto un po’ fastidio di un padre un tantino opprimente (s’intende per amore). Ma è stato poi bello, quando, passata quell’età critica, sei stato tu stesso che sei tornato a carezzarmi di quando in quando. Ed io la tua carezza non l’ho dimenticata, né, in quest’ora triste, la dimentico. Così sei restato il mio piccolino, che avrei voluto accompagnare un po’ più a lungo nella vita. Che anno terribile. Che anno incomprensibile. Povero libro del buon Mancini che avrei dovuto leggere e che avevo con me in macchina da qualche parte. Che ne sarà stato? E’ meglio non pensare. Voglio solo dire, senza contrastare la tua vocazione, che vi sono in politica fattori irrazionali che creano situazioni difficilissime. E’ meglio essere prudenti e difendersi dall’incomprensione. Sarei più tranquillo per te e per Emma (che ricordo tanto e che ti farà buona compagnia), se non ti avviassi su questa strada. Io volentieri tornerei indietro, come consigliava la mamma, ma sono stato preso dal laccio di questa infausta presidenza del Consiglio nazionale. Sia fatta la volontà di Dio. Tu studia, prega, opera per il bene, aiuta la famiglia ed il piccolo Luca che mi fa finire nell’angoscia. Fai un po’ meno fuori, un po’ più per questo bambino carissimo che mi strazia il cuore. Sii prudente, saggio, misurato in tutto. Consigliati con Don Mancini che mi saluterai tanto. Quanto la sua previsione, fatta di amore, non ha avuto riscontro nella realtà. Ti abbraccio forte forte con Emma, piccolo mio e ti benedico dal profondo del cuore.
il tuo papà

4 pensieri riguardo “la miseria personale ed etica del brigatista rosso VALERIO MORUCCI e la grandezza umana e politica di ALDO MORO: la telefonata che anticipa l’assassinio, quella dopo l’assassinio e le lettere prima della morte, 16 marzo 2008

  1. Sono pienamente, pienamente d’accordo con te. Ti ringrazio per la tua onestà, quella
    con cui tratti un argomento che, tra l’altro sei uno dei pochi a trattare. Sei uno dei pochissimi, non so perché.
    Accorgersi della miseria morale di un Morucci o di un Moretti è facile,
    possibile in pochi secondi, quando li si legge o li si ascolta specialmente.
    La loro visione capovolta della realtà, la loro ipocrisia, che è l’anima di una parte della sinistra, è un aspetto ancora poco chiarito, perché è ancora poco chiaro il fatto che, oltre a trattarsi di esseri miseri umanamente, si tratta di gente ignorante (per Morucci esiste la “lectospirosi”, vedere la lettera che ha indirizzato a Saviano), ma brava a mostrare una cifra intellettualoide, a mo’ di pantomima di acculturati, quella certa aria sessantottina che non è altro che cinismo, frustrazione, nichilismo assoluti. Non importa se siano di destra
    o di sinistra, se siano Curcio o Fioravanti, quell’aria è una caratteristica comune a tutti questi personaggi.
    Il fatto che durante le interviste e le loro divulgazioni abbiano lasciato (e continuino a lasciare tuttora) messaggi in codice sotto forma di errori e imprecisioni volute, non li
    qualifica affatto. Perché loro vogliono dire: “non è così, non posso parlare, posso soltanto sbagliare apposta per farti capire”; ma vogliono, al contempo, anche scagionarsi, e questo gli fa vergogna.
    Penso anche, naturalmente, che siano stati usati, che abbiano svolto le loro missioni come si svolge un temino, un compitino in classe: con una logica da tavolino.
    Immaginare quelle azioni come completamente eterodirette è sicuramente un modo usato dalla sinistra per assolverli; va anche detto, d’altra parte, che l’assoluzione l’hanno avuta anche da Cossiga, che di sinistra non è di certo, ma che doveva far credere che la tragedia di Moro fosse stata opera “soltanto” delle BR, e frutto marcescente “soltanto” della storia della Resistenza; in realtà, in questa storia gli esecutori contano, contano quanto e più dei mandanti. Hai ragione, è una storia italiana, tutta interna al nostro costume, parla di come funzionava la DC, parla dei ricatti dei comunisti ai democristiani, e parla anche dei rapporti ambigui della sinistra “extra” con la Mafia. Se Camilla Cederna non avesse scritto quel libro, forse (forse) Leone non si sarebbe dimesso; né forse si sarebbe creata, dall’una né dall’altra parte, la terribile acredine sfociata nel delitto di Moro. Per quanto riguarda il “dopo”, penso che alcuni avrebbero fatto meglio a tacere: Massimo Fini, Indro Montanelli, Giorgio Bocca e, mi duole dirlo, anche Rossana Rossanda. E’ solo dietrologia, naturalmente. Anch’io stimo Aldo Moro, lo ammiro soprattutto per la fede che ha mantenuto fulgida, ferrea fino alla fine.
    Una fede incrollabile, vera; che io non ho, ma che mi trova rispettosamente arreso. Saluti

  2. ricevo questo tuo commento in piena notte, mentre sono ricoverato in ospedale per curare gli esiti di un infarto.
    le tue parole sono una medicina.che si aggiunge alle altre cure
    ti ringrazio e mi sento felice per il nostro “idem sentire” politico e storico

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