Gabriele De Ritis: … Tu non credi, però, che il nostro compito ora sia quello di ringraziare per ogni nuovo giorno che ci sia concesso? …

La pace raggiunta con la tranquillità dell’anima – che non è la mera quiete né la serenità di un giorno né la contentezza per i doni ricevuti – è ciò che consente di contemplare la vita dall’alto della collina, alla maniera di Alce Nero, e come lui ringraziare per il bene ricevuto e dire sì alla vita, a tutta la vita che è santa e buona. Alce Nero ha la visione dell’intera storia del suo popolo, al culmine della sua esistenza. Egli è commosso davanti a tutte le creature. Anche un filo d’erba è buono e santo per lui. Per questo, la sua è una Grande Visione.
A me accade di provare quella pace. Riesco a contemplare la vita senza grandi affanni, come se fossi un grande vecchio. So che una malattia – un’altra malattia – potrebbe intervenire a turbare questa pace, introducendo inquietudine e sconcerto.
Tu non credi, però, che il nostro compito ora sia quello di ringraziare per ogni nuovo giorno che ci sia concesso, gustando la sazietà che è propria dell’età matura?
Io avverto un sentore di eternità nell’emozione rinnovata che provo ogni giorno a contatto con le persone che amo e con le nuove esistenze che si affacciano all’orizzonte in cerca di un sorriso, del conforto della parola e di una vicinanza che non si risolva soltanto nell’intervento a sostegno di.
L’istante eterno che si dà quando la mia libertà in modo disinteressato si ritrova nuda di fronte alla bellezza non è tutto ciò che si possa desiderare, soprattutto quando la fragilità esistenziale si fa domanda tacita, anelito inespresso, ma non per questo meno comprensibile?
E lo sguardo che ancora è lecito posare sul sacrario dell’anima di una donna – non importa se solo per un po’ e senza che nulla possa essere chiesto – non è ancora sentore di eternità, se dall’altra parte si mostrasse un sorriso, un cenno di complicità inconfessabile, una promessa di felicità affidata al retto conversare quotidiano?
Cos’altro possiamo noi sperare, di fronte al ritrarsi delle cose, nel momento stesso in cui si mostrano a noi, mentre l’anima consuma nell’Aperto il suo darsi, se non che quel silenzio sia silenzio per noi? che ciò che si nasconde alla vista valga per occhi di seconda vista, a significare che non c’eravamo sbagliati, che qui c’è ancora posto anche per noi?

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