Racconti poetici di luoghi interiori, a cura di Leonora Cupane, Tutor Ada Ascari, Libera Universita’ Autobiografia

15/17 ottobre 2010
Racconti poetici di luoghi interiori
Seminario a cura di Leonora Cupane
Tutor Ada Ascari
Restituzione narrativa

Ci ritroviamo il venerdì per iniziare il seminario, tante donne, come è solito vedere alla Libera, ma anche un uomo accolto immediatamente da tutte le partecipanti. Intorno ai grandi tavoli disposti a quadrato, ricoperti da colorate tovaglie azzurre, aspettiamo che Leonora prenda la parola e per iniziare al viaggio attraverso gli spazi poetici che dobbiamo attraversare.
Come primo saluto Leonora distribuisce dei bigliettini su cui sono segnate parole che rappresentano luoghi o spazi, e invita ciascuno a scrivere altre parole, che abbiano affinità non concettuali, ma esclusivamente sonore, con la parola scritta sul bigliettino. Ciascuno è poi invitato a scrivere poi un breve testo dal titolo Io ho dentro… Oppure Io sono… immaginando di essere, o di avere dentro di sé, quel luogo o quello spazio.
Tutti scrivono, ognuno con le parole e le risonanze del proprio spazio interiore, immersi nel primo sogno di luoghi lontani.

Leonora introduce qui il concetto di Petit-onze perché ciascuno possa creare un piccolo componimento estratto dal testo precedentemente composto.
[petit-onze: piccolo componimento poetico inventato dai surrealisti francesi, formato da 11 parole disposte su 5 righe in cui la prima di una parola, la seconda da due, la terza da tre, la quarta da 4 e l’ultima e conclusiva da un’unica parola]

Ci alziamo e ci disponiamo in cerchio, è venuto il momento di condividere le nostre poesie. In successione le parole prendono forma sulla bocca di ciascuno: spazi prima solo immaginati prendono corpo.
Segue un brindisi sonoro in cui ognuno pronuncia il proprio petit-onze prima che il precedente sia finito, così da creare una assonanza di voci che si rincorrono come una “ola” lungo il cerchio. Anziché toccare i bicchieri, si “toccano” le poesie. È una forma inconsueta, spiazzante, di presentazione poetica.

Ci sediamo, ancora mantenendo il cerchio vuoto davanti a noi, e Leonora introduce la parte teorica del seminario. Così come un bambino che sente le parole come organismi viventi, anche l’adulto può riscoprire il piacere bambino di usare, come dice Benjamin, “la lingua della domenica, della festa”. Il nostro intento sarà quello di ridare corpo alle parole restituendo loro la grana originale e lo faremo attraverso la poesia che è l’unico linguaggio che affonda le sue radici nel vivente, nel corpo perchè ha una pulsazione, un battito, un ritmo, attiva tutti i canali sensoriali, accende immagini interiori. Come dice Marina Cvetaeva “ciò che per l’uomo comune è spirito per il poeta è quasi carne”. Il poeta “sente nella propria carne l’ustione del mondo”, è vulnerabile a ogni sfumatura della realtà, si fa sorprendere da essa, mantiene un’attitudine di stupore ammirato.
Occorre innamorarsi del reale, perchè “solo quando la mente è innamorata è capace di esser pienamente assorbita nel processo conoscitivo”.
La poesia dialoga col silenzio: è linguaggio poroso, ha spazio e da spazio, le parole nella poesia si affacciano nel vuoto del bianco della pagina, i versi terminano sul bordo dell’abisso. Parole e silenzio si integrano. La poesia lavora proprio con gli spazi bianchi, quindi è proprio dagli spazi bianchi che cominciamo questo viaggio nei luoghi interiori.

Dopo queste indicazioni di Leonora ritorniamo ai tavoli e ci cimentiamo con la prima esperienza di scrittura automatica o libero-associativa in cui ciascuno deve scrivere “a rotta di collo” su una sollecitazione di Leonora
Gide dice che bisogna “Scrivere nell’ebbrezza e rileggere da sobri” e sobriamente, dopo la scrittura, ciascuno deve sottolineare nel proprio testo alcuni frammenti significativi, quindi ricopiarli e ricomporli secondo un respiro poetico, usando pochissimi connettivi.

Dopo la pausa, Leonora continua il suo excursus nella poetica dello spazio raccontata da Bachelard, distribuendo e leggendo ad alta voce delle fotocopie che riportano frammenti del pensiero del filosofo Bachelard sulla necessità di un fertile intreccio fra memoria e immaginazione. “Ogni memoria” afferma Bachelard “deve esser reimmaginata. I ricordi sono microfilm che non possono essere letti se non alla luce viva dell’immaginzione”.
È il principio base della reverie poetica: essa parte da immagini concrete, materiali, ma le dilata e pprofondisce al punto da risvegliarne il nucleo intimo, che si carica così di un valore soggettivo e denso di risonanze universali allo stesso tempo. Il reveur, il percipiente – sognatore, arriva così a sentire la rete sottile che connette tutti gli elementi del reale e ricompone così i legami, riconcilia gli opposti: “L’essere del sognatore” dice Bachelard “è un essere diffuso”, partecipa del mondo come un bambino, lo contempla nella sua interezza, senza scissioni. E’ l’infanzia infatti a custodire l’intreccio originario fra memoria e immaginazione. Per Bachelard la reverie, pur nutrendosi di memoria e percezione, nasce da un dilatarsi dell’immaginario.

Leonora distribuisce poi molte poesie che hanno per argomento la casa, spazio da cui partire per il nostro viaggio nei luoghi interiori ed esteriori. Sono suggestioni che attivano canali sensoriali, memorie, immagini. Il successivo esercizio è quello di farsi ispirare dai versi estrapolati dalle poesie stesse, creando un testo dal titolo:
Racconto una casa lontana nel tempo….

Tutti i partecipanti leggono il testo che hanno composto, ad alta voce, almeno due volte, e ogni partecipante trascrive sul suo quaderno qualche frammento che sentono particolarmente suggestivo. Poi, finite le letture condivise, ciascuno ricuce come vuole i frammenti che ha trattenuto dagli altri, senza aggiungere nulla, e ricompone così un nuovo testo con una scansione ritmica, una poesia dove sono presenti tutti i frammenti degli altri. Ognuno adesso ha i luoghi di tutto il gruppo dentro la propria poesia. Ci salutiamo leggendo questi ultimi componimenti in un cerchio sonoro dove i versi si intrecciano e rincorrono, fino al silenzio finale.

La mattina di sabato inizia secondo l’uso anghiarese con una nuova scrittura libero-associativa.
Ciascuno può lasciarsi andare ai propri luoghi reali od immaginari.
Montagne su cui batte un cuore rosso, torri di vedetta sul mare, ponti di pietra, altopiani da cui si vede il lontano, catini absidali rifulgenti d’oro, cunicoli con laghetti sotterranei, giostre, foreste sommerse, buchi di vuoto, stanze del cucito, conche tra le mani, tunnel bui, giardini selvaggi, aule, case sul lago, solai velati di ragnatele, saline con vasche, cassetti con noci e formaggio, vulcani, templi, labirinti oscuri, fiumi verdi di foglie, verande riparate da rampicanti, radure con gelsi, amache insicure su cui posare i sogni, scatole da non aprire… sarebbe infinito citare tutti i luoghi che si sono rivelati con la sorpresa degli stessi scrivani.
Stupore e meraviglia serpeggia nella stanza all’evocazione di tutti i luoghi che vivono dentro ciascuno.
Ma non è finita: la successiva sollecitazione è quella di individuare uno dei luoghi descritti e scrivere di quell’unico in cui si avrebbe piacere di abitare.

Terminata la scrittura ci si dispone a coppie e ciascuno sussurra al compagno o compagna il proprio testo. Sono necessarie più riletture per afferrare le parole e suggerire, da parte dell’ascoltatore, a chi legge di sottolineare alcuni frammenti che risuonano.
La fase successiva consiste nell’attribuire i frammenti di uno al luogo dell’altro, lasciandosi contaminare dal testo altrui come se un po’ del suo colore colasse sulla propria tavolozza. Le storie vengono intrecciate, le parole sono divenute autonome e si sono prese la rivincita.

Nel pomeriggio dopo un giro di commenti sull’esercitazione del mattino in cui traspare la soddisfazione provata specialmente nel momento di relazione a due di lettura e ascolto, Leonora ci invita a proseguire il viaggio all’interno degli spazi poetici di Bachelard prendendo in considerazione la dimensione verticale della casa che si innalza dalla cantina alla soffitta, una polarità che connota la soffitta come luogo della chiarezza e della solitudine scelta e sognante, contrapposta alla cantina, luogo dell’oscurità viscerale e indicibile.

L’invito è quello di salire con il pensiero, la memoria e la scrittura nella nostra soffitta e descriverla, minuziosamente. Dopo la scrittura Leonora invita ciascuno a individuare da 5 a 10 elementi riposti nella nostra soffitta e a coppie, in un rimbalzo vocale, far sì che ogni oggetto proprio divenga dimora dell’oggetto dell’altro
Si restituisce al gruppo, di nuovo in un cerchio in cui anche le parole si fanno cerchio, anzi, un lago dove, una volta lanciato un sasso, si formano innumerevoli cerchi concentrici, moltiplicando le immagini. Ogni oggetto si riverbera nell’altro, e alla fine siamo stracolmi, noi stessi siamo diventati soffitte.

Molto emozionate dall’atmosfera che si è venuta a creare, veniamo portate per mano da Leonora ancora più in alto, nella torre; luogo di solitudine, di luce, di silenzio. Spazio bianco a cui si accede da una botola della soffitta.
Dopo la scrittura ancora ci si divide a gruppetti di 4, questa volta per scegliere una frase, una sola, la più significativa, quella che da il senso a tutto lo scritto, quella che è il cuore del brano appena composto.
Poi ancora i gruppi si uniscono a due a due formando complessivamente tre gruppi che mettono in scena le frasi individuate lette da una di noi da una posizione elevata (la torre).
Le altre fanno da cassa di risonanza, eco alla voce “principale” intervenendo quando lo ritengono più opportuno.

Alla fine della giornata di sabato, stanche ma molto emozionate ci ritroviamo a pronunciare ciò che è stato scritto davanti a tutte le altre come saluto e buonanotte, arrivederci al giorno successivo.

Domenica mattina siamo consapevoli che oggi sarà l’ultimo giorno insieme, ci ritroviamo di nuovo al Castello di Sorci, nella sala del “tempio” pronte a ricominciare il viaggio attraverso gli spazi poetici di Bachelard. Oggi ci viene in aiuto anche Maria Zambrano che integra con lo spazio “radura” raccontato nel suo libro” Chiari del bosco” un vuoto lasciato da Bachelard.

Ed è proprio il vuoto, la sottrazione che connota la poesia, che ha caratterizzato molti degli scritti che si sono prodotti in questo seminario. Estrazioni di oggetti, frasi, engrammi e frammenti che svincolati dalle pastoie dell’ampollosità di scritture a volte troppo lunghe, brillano di luce propria.

Continuiamo il viaggio.
Leonora descrive gli spazi del guscio e del nido e come attraverso la narrazione possiamo trasformare ciò che è concentrato e chiuso in se stesso, bisognoso di protezione (il guscio) in uno spazio dal quale si parte e si ritorna, più morbido e libero (il nido). Abitazione di uccelli, che costruiscono il proprio spazio di riposo mimetico, uno spazio verde, leggero, in un fogliame verde.

Per trasferirci dallo spazio guscio allo spazio nido Leonora ci propone un nuovo esercizio. A coppie chi narra deve stare con gli occhi chiusi e raccontare il suo viaggio. Chi ascolta è invitato a scrivere ciò che viene narrato, il più fedelmente possibile.

L’esercizio ci porta via molto tempo, dalle osservazioni raccolte a posteriori si evidenzia il piacere di lasciarsi andare al flusso del pensiero, l’aspetto di sogno, il piacere di seguire una storia già tracciata ma all’inizio non conosciuta.
Le storie vengono trascritte su strisce di fogli incollati che ricostruiscono metaforicamente e anche visivamente un percorso attraverso una foresta di parole. Poi ancora un esercizio di sottrazione che mira a creare fisicamente sentieri e radure nel testo, togliendo gruppi di parole e trasportandoli, prima di cancellarli, su un altro foglio.
Ma sorprendentemente Leonora, dopo averci di nuovo chiamate in cerchio ci dice di leggere ciò è abbiamo scartato, non ciò che abbiamo evidenziato.
Ancora una volta uno spiazzamento nel sperimentare cosa succede quando si toglie, e ciò che si toglie sorprende: i gruppi di parole scartati creano dei nessi inaspettati, si ricompongono in un nuovo senso.

L’ultimo esercizio per salutarci ci vede attorno a grandi fogli colorati strappare brandelli di cartoncino su cui scrivere parole, frasi che in questi giorni ci sono risuonate in riferimento ai luoghi interiori.
Ogni frammento colorato viene di nuovo gettato nel mucchio da cui poi ciascuno ne raccoglie alcuni per comporre la propria poesia, ciò che metaforicamente sarà l’uovo da custodire nel nostro nido.
In questo palpitare di nessi, così Leonora ha chiamato l’esercizio in onore di Danilo Dolci, ci si ritrova per l’ultima volta a pronunciare sorprendenti composizioni poetiche, opere impensate fino a pochi minuti prima.

A conclusione del percorso seminariale e di questo scritto non posso che ringraziare Leonora, abile guida, tutto il gruppo che ha seguito fiduciosa la strada indicata e osservare che pur avendo sottratto molto, molto ci siamo arricchite.

Ada Ascari

Libera Universita’ Autobiografia – 2010-10-15 – Leonora Cupane – Racconti poetici di luoghi interiori.

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