Comunicazione tramite Deturpazione morale

C’è un metodo inaugurato prima da Lenin per sconfiggere con la politica i suoi avversari, poi da Stalin per eliminare prima politicamente e poi concretamente i suoi avversari e poi ancora da Togliatti per ritornare ad eliminare politicamente i suoi avversari.
Si fa così. Prima si dipinge in modo negativo il proprio avversario (l’argomento principe era quello di dire che era un  “traditore”)  poi, una volta ottenuto il risultato di far apparire un certo “volto” di questa persona, si passa a demolire le sue opinioni opportunamente selezionate per far apparire quel volto in precedenza dipinto, infine si fa una proposta e si incita ad una azione (sberleffo, insulto, espulsione o, in extremis, eliminazione fisica)

In tal modo la strada è spianata e l’argomentazione può anche fare a meno di mettere in campo TUTTE le strategie argomentative che, tenendo conto della solida e duratura scaletta della retorica classica, dovrebbero essere :

INVENTIO: inventario di tutte le questioni che sono in campo
DISPOSITIO: loro disposizione in un discorso coerente
ACTIO: dire le parole, formularle in espressione orale o scritta
ELOCUTIO: usare tutta la propria arte oratoria (fra cui anche l’invettiva, che è la via semplice quando non si hanno argomenti plausibili)

In teoria della comunicazione questo metodo si chiama: Comunicazione tramite Deturpazione morale.

Si offre una immagine di comodo dell’interlocutore, si evita di entrare nel merito delle sue informazioni e dei suoi argomenti, si cerca una alleanza collusiva con il resto dell’uditorio (gruppo o lettori che siano), si conclude con una critica demolitoria.


COMUNICAZIONE INTERNETTIANA DEGENERATA IN VIOLENZA LINGUISTICA. Per non dimenticare una deturpazione personale avvenuto su Facebook

Per conservatorismo del passato e per non ripetere errori, ricordo qui una comunicazione deturpante attivata da alcuni “amici”  che usano in modo disinvolto e spregiativo le parole per attaccare innanzitutto la PERSONA e non le sue OPINIONI

Paolo Ferrario in bilanci di fine anno

Insegna il Cristo: amerai il tuo prossimo come te stesso, / ma non dimenticare mai che è un altro. 
ANTONIO MACHADO

«Prossimo, infatti, è ciò che differisce inesorabilmente da noi. Prossimo è soltanto ciò che possiamo concepire come avente un proprio carattere e un proprio luogo distinti dal nostro carattere e dal luogo che noi occupiamo. L’ansia di eliminare la distanza non produce comunità, ma, all’opposto, ne dissolve la stessa idea. Può produrre comunità, invece, soltanto uno sguardo che custodisca l’altro nella sua distinzione, un’attenzione che lo comprenda proprio sulla base del riconoscimento della sua distanza. L’intelligenza del prossimo non consiste nell’afferrarlo, nel catturarlo, nel cercare di identificarlo a noi, ma nell’ospitarlo come il perfettamente distinto». (Massimo Cacciari)

L’altro è il prossimo da amare. Ma l’amore come arma, strumento e modalità conoscitiva è più che un sentimento: «amore non vuol dire amare». L’amore del prossimo consiste nel riconoscimento di una situazione critica e nella disponibilità a farsene carico. Il linguaggio non religioso chiama ciò responsabilità. Tra etica della convinzione ed etica della responsabilità a costituire compito è ormai quest’ultima.

Le pulsioni di morte che sono state inoculate nella società civile daranno i loro frutti. E se non ne daranno di eclatanti, sarà comunque morte, sotto altre forme. Le donne di Adolf Hitler pare che si siano suicidate tutte. E’ stato scritto che l’uomo emanava gelo. Oggi siamo dominati da personalità prive di sensibilità. C’è una terza via tra Eros e Thanathos?

Ieri alle 10.54

MP

Oh mamma, cosa mi tocca leggere proprio oggi! E’ tornato Calderon dela Barca! Ragazzi, ve lo dico in tutta amicizia, ma ve lo devo dire: avete proprio deciso di diventare paranoici? Spero di no. Anche perch… Mostra tuttoé coltivare questo genere di ossessione per il catastrofismo il male e la morte ottiene unicamente di rinforzare e amplificare esponenzialmente la crescita e la diffusione di quello stesso morbo letale che invece voi vorreste denunciare. In questo modo però non solo non lo combattete, ma rischiate all’opposto di diventare i suoi migliori interpreti e alleati. Rendetevene conto. Einstein, nella sua geniale essenzialità, ha provato a spiegarci come non sia mai possibile risolvere un problema usando lo stesso tipo di pensiero (o di spirito, diremo meglio in questo caso) che lo ha prodotto. E se mai abbia ancora un qualche significato per voi, di nuovo buon Natale!

BL

mi dispiace Massimo ma continui a non cogliere!

MP

Caro … , è la stessa cosa che vi sto dicendo io. E’ lo stesso vicolo cieco. Non vedete? La differenza è che, personalmente non sono mai nemmeno lontanamente sfiorato dall’idea di poter cogliere tutto, e nemmeno nulla di assolutamente vero. Ci… Mostra tuttoò che colgo distintamente è soltanto che siamo portatori di visioni e verità individuali radicalmente diverse. E che però esse trovano il loro senso e il loro superamento in leggi superiori che a nessuno di noi è dato di conoscere, ma sulla cui fiducia può tuttavia essere fondato il sentimento etico che detta atti e atteggiamenti di cui ciascuno si rende individualmente responsabile.

BL

Non ho detto cogliere tutto, …, ho detto cogliere, cosa? ma l’hai detto anche tu all’inizio, lo spirito (“non condivido il tuo spirito”), poi hai aggiunto “ma comprendo il tuo punto”, che poi non risulta vero, perch… Mostra tutto è se non si condivide lo spirito non si può neppure comprendere il punto. E lo spirito è il “senso” della cosa di cui si parla, è quello che va colto, percepito, attraverso quel “sentire” che è l’unica umile e vera guida alla realtà dell’essenza umana, che si fonda nel rapporto con l’altro da me, col diverso, che va salvaguardato, sempre, non respinto, e senza la quale ogni visione è astratta, potenzialmente errata e criminale. Il “senso” si fa allora etica e esercizio alla percezione del dolore dell’altro, del mondo, e dell’orrore dello stato di coscienza in cui questo non viene sentito. Per cui non venirci a fare la morale … , oltretutto nel nostro campo di lavoro che per noi è tutta la nostra vita, rischi di essere irrispettoso e offensivo. Tu in che campo lavori scusa? Sono mai venuto lì a dirti che sbagli? Capisco che sei in buona fede e che cerchi sinceramente il dialogo non noi (altrimenti non avrei fatto ciò che ho fatto), per cui allora ti dico che ci siamo, anche noi siamo qui per questo, ma ti devi porre in ascolto, umilmente, dell’umano in noi sofferente che ci chiede aiuto [!!! mia sottolineatura , Paolo]  Solo così ci possiamo veramente dare la mano, senza ipocrisie ratzingeriane (che santifica il papa “degli ebrei” e poi dice che lo ha fatto per motivi di fede e non storici, separando drammaticamente le due cose). Solo così possiamo “aiutarci” reciprocamente, come hai detto.

BL

Una terza via tra Eros e Thanathos c’è e la conosci anche bene. Si trova nel cuore, non nella testa.

GDR

Conosco questa via: ha informato di sé tutta la mia vita, quando ho fatto politica, quando ero nel sindacato, da quando (dal 1989) faccio ‘volontariato’.
Recentemente, l’ho rivestita di dignità teorica, chiamandola pensiero del cuore. La sua archeologia è segnata con il sangue di Etty Hillesum, Marina Cvetaeva e tutti gli altri imperdonabili.
Si potrebbe dire di loro con Musil che sono uomini postumi: manifestano un’inesauribile molteplicità di ragioni. “L’uomo postumo ha ‘troppe’ ragioni, per accontentarsi di una verità semplice (“ogni verità è semplice – ma non è questa una doppia menzogna?”). L’uomo postumo trascorre per infinite maschere senza fissarsi in nessuna. E “questo mette paura”, è il suo Unheimliches” (Cacciari, Dallo Steinhof).
L’esperienza del ‘cum’ – di cui si sostanzia la mia vita – si riassume oggi nella relazione educativa. Lo ‘spazio linguistico’ che siamo perennemente impegnati a costruire come “comunità di parlanti (K.O.Apel) è la via che si costruisce insieme e che sola ci consente di procedere, non importa se viandanti o pellegrini, sicuramente tutti in esodo dallo ‘spirito del tempo’. … Mostra tutto
Ha ragione Esposito a riaffermare la non esistenza delle comunità: esse non sono mai esistite. Ho scritto per me e per chi lavora nel campo delle relazioni d’aiuto che la comunità non esiste, non è già da data: è il da farsi. Essa è il ‘luogo’ in cui si fa l’esperienza del ‘cum’. Si incontreranno in essa ‘nemici’, ossia ‘stranieri’. Con essi si dovrà non solo intrecciare un dialogo, ma trovare la dimensione del noi, dentro la quale soltanto si dà quella prossimità che non è l’indistinto dell’intersoggettività impersonale, ma sempre di nuovo un Terzo da dare, da riconoscere: la dimensione della Giustizia, che si fonda ponendo ogni distinto nella sua luce, esaminandolo con cura, riconoscendo all’altro ciò che gli spetta. “Analizzare ogni grumo, amare la distinzione, riconoscere a ciascuno i suoi diritti, distinguendosi l’un altro – questa sarebbe giustizia. […] Per esercitare una tale giustizia in grande stile, un uomo deve poter sentire in se stesso la lotta tra distinti poteri, e non volere che nessuno tramonti, lasciare che la loro lotta continui” (Cacciari). ‘Noi’ siamo impegnati “nell’impresa ricorrente di conversione di un mondo non intrinsecamente nostro in una realtà con altri durevolmente condivisa” (S.Veca, Dell’incertezza).

BL

I personaggi che hai citato, Etty e Marina in primis, sono i maestri che ci insegnano a percepire il dolore dell’altro e del mondo, e il modo di elaboralo in termini di specificamente umano. Ti riporto una frase del libro che sto leggendo in questo momento: “L’armonizzazione degli affetti è definita da Stern innanzitutto come un tratto … Mostra tuttocaratteristico della relazione intersoggettiva. Ed è immediatamente evidente come un’intersoggettività vera, profonda, una comunicazione autentica tra soggetti, non possa prescindere dalla partecipazione di ciascuno allo stato affettivo dell’altro.” (Il pensiero emozionale. Un percorso tra teorie cognitive e

MP

Caro … , a me sembra che il problema sia precisamente la tua generica pretesa di saperci indicare verit… Mostra tuttoà oggettive e universali. A tutti i miei “mi piace” tu mi opponi la ragione, salvo poi indicare nel “sentire” l’unica vera nostra guida. Ma quanti criteri di verità hai?! Ad ogni modo, su come la ragione medesima sia storicamente giunta a riconoscere i suoi stessi limiti non mi pare il caso di tornare. Né mi sembra necessario sottolineare l’intrinseca soggettività del sentimento. Piuttosto, ti invito a rileggere il mio precedente commento: vedrai che non mi riferivo (solo) a chi pretende di cogliere tutto (figura ovviamente retorica), ma sostanzialmente a chi pretendere di poter cogliere anche solo la più piccola frazione di verità assoluta, universale, appunto (che cioè possa valere per tutti, te e me inclusi). E, scusami, ma la tua accusa di incoerenza è in ogni caso un puro sofisma. Io posso benissimo comprendere il punto tuo e di … perché esso trova presa in me, attraverso un’infinita serie di elementi culturali comuni, sentimenti e impulsi, noti e ben radicati, che mi appartengono senz’altro e che risuonano chiari e forti alle vostre parole (io vi ho ascoltato), e tuttavia posso contemporaneamente superarlo, non abbandonandomi alla sua tentazione e dissociandomi anzi dallo spirito che esso esprime, in virtù di una dialettica trascendentale che da figura spirituale si fa carne e vita nella mia personale esistenza (potete voi ascoltarla?). Il senso della cosa di cui si parla, infatti, e dello spirito che essa sottende insieme a infinite altre, non lo si apprende per intuito o per inferenza logica, ma esperendo gli effetti ultimi che tali cose producono nel mondo reale. E a quali conseguenze nefaste conduca quello spirito l’ho ben potuto sperimentare nel corso della mia vita. Resta poi sospetto il contrasto tra la vostra voglia di amore e di concreta accettazione dell’altro da una parte, e il vostro acrimonioso, traboccante e profondo disprezzo per il nemico che pensate di avere individuato (o anche solo per la diversa visione che io qui vi oppongo), in cui non sembrate vedere precisamente l’Altro di cui parlate e che dite di voler salvaguardare. Questa violenza spirituale a me non fa meno orrore del dolore del mondo, perché li vedo come facce della stessa moneta. E su questa materia, caro … , voler accampare diritti “professionali” mi sembra del tutto fuori luogo, per voler usare un’espressione benevola. Questa tua concezione asimmetrica e autoritaria della comunicazione e del rapporto, spero ti renda conto che non è ammissibile, visto che non sono un tuo cliente. Né intendo minimamente sindacare su come tu ti conduci privatamente con i tuoi pazienti, cosa che, d’altra parte, non mi sembra di avere mai fatto. Allora, di quale “campo di lavoro” (tralascio il lapsus) parli, scusa? Della vita? Dell’esistenza umana? Dello spirito? Della coscienza sociale? Dell’essere uomini tra gli uomini? Su questi temi tu vorresti davvero avanzare una qualsiasi pretesa di autorità superiore? Pensi che qualcuno lo possa? Voglio sperare di averti frainteso, perché altrimenti dovrei preoccuparmi sul serio. Non è certo per il mestiere che fai, che mi interessava stabilire una relazione con te, e nemmeno per una mia personale necessità. Non posso allora che ricevere le tue parole come il segnale della volontà di interrompere un confronto che evidentemente ritieni privo di significato e di valore. Tutto al contrario di quell’esercizio etico all’ascolto dell’altro, che promuovi a parole. Se così è, aderisco volentieri alla tua richiesta inespressa di non venir più chiamato a rispondere di ciò che scrivi, visto che scambi per moralismo irrispettoso un modo diverso dell’esserci (proprio uno di quelli che dici di voler tenere in massimo conto, torno a sottolinearlo), espresso magari qua e là nei toni un po’ rudi del dialogo schietto, ma sempre franco e leale nelle intenzioni, faticosamente attinto in tutta coscienza (anche con grande dispendio di tempo sottratto ad altre attività molto più gratificanti) alla mia esperienza di vita e al mio concreto e costruttivo impegno materiale e spirituale nel mondo, e tra gli uomini.

MP

Caro …, non c’era assolutamente bisogno che mi ricordassi il valore del tuo straordinario impegno sociale e umano. Fin dal principio, se ricordi, ti avevo espresso tutta la mia incondizionata ammirazione e stima in tal senso. Ma, perdonami, non puoi per questo chiedermi di apprezzare altrettanto incondizionatamente anche quelle apocalittiche… Mostra tutto profezie di sventura e di morte che talvolta agiti. Né di condividere lo spirito che anima i tuoi più categorici e sferzanti giudizi morali, prima ancora che politici. Ho sempre avuto ben chiaro che il tuo impegno all’accoglienza e all’aiuto riguarda specificamente i tossicomani e i tanti altri individui diversamente disagiati. Mi piacerebbe però che si evitasse di confondere questo lodevolissimo interesse per la persona sofferente, con il più generale interesse per “l’Altro”, inteso come categoria dello spirito (tema quanto mai di moda, e mai come oggi fonte di equivoci e di banalizzazioni). A chi riflette, è del tutto evidente che sono due cose molto diverse, e che la prima non implica la seconda. E’ semplicemente questo che ho tentato di sottolineare nei miei post precedenti. Perché lo ritengo così importante? Perché sussiste una altrettanto evidente correlazione diretta tra la mancanza di apertura all’Altro e l’incapacità politica di immaginare forme sostenibili di convivenza globale. Ora, io credo che questo sia ormai diventato oggi un tema cruciale ineludibile e sempre più urgente da affrontare, almeno tra quanti non vogliano fare la fine di Sansone tra i filistei. E ho fatto riferimento a una precisa idea filosofica che circola in proposito in questi anni negli ambienti accademici. Immaginavo potesse servire a portare la discussione su questioni di merito, tanto più tra chi è votato alla cura del prossimo, senza che nessuno avesse a inalberarsi, svicolare, o trincerarsi dietro improbabili argomentazioni circa l’astrattezza della questione, il chi avrebbe titolarità a disquisire di cosa, ecc. (mi riferisco qui a … , evidentemente, non a te). La giudichi anche tu una proposta così irricevibile?

GDR

Caro …,
non mi sono abbandonato alla costruzione di un ‘curriculum’ o alla restituzione di ‘tranches de vie’ per esaltare meriti personali. Piuttosto, ho cercato di definire meglio quello che faccio, per chiarire il significato che attribuisco ai versi di Machado distribuiti per Natale a destra e a manca. Quei versi, peraltro, sono accompagnati nel mio post alla posizione più bella di Cacciari che, da saggi apparsi su MicroMega e con “Geo-filosofia dell’Europa” e “l’Arcipelago” insiste sulla dialettica hospes-hostis: noi non sapremo mai chi sia quello che entra in casa. Potrebbe rivelarsi hospes oppure hostis. Questo comporterà violenza e non possiamo farci nulla. Cioè, continuerà a lungo. Secondo lui, il destino dell’Europa è in quell’immagine dell’arcipelago che rinvia alle culture che debbono coesistere, meglio se imparassero a convivere.
Certo, con Machado intendevo alludere polemicamente alle posizioni di rifiuto della presenza straniera, invocata nei giorni feriali dai padroni e padroncini che se ne servono quando hanno bisogno di manodopera da pagare come fa loro più comodo, tenendo le persone in condizione di precarietà totale. Io credo che conculcare le culture altre e – ciò che è più grave – le religioni sia pericoloso: nel musulmano vilipeso e negato i dinieghi produrranno effetti positivi? L’insulto gratuito e preventivo, il disprezzo e la guerra aperta non sono il contrario dell’amore, comunque inteso? Non starò a scomodare su questo termine il giovane Hegel e con lui la lunga schiera di coloro che ne hanno fatto la bandiera dell’Occidente cristiano. D’altra parte, incazzarsi per i Crocifissi, per le radici cristiane dell’Europa e per la Croce sulle bandiere non dovrebbe poi accompagnarsi con quello che il Cristianesimo di fatto è sempre stato, almeno ‘programmaticamente’? Sappiamo bene che nemmeno i cristiani riescono ad amare il loro prossimo – al riguardo, molti hanno perfino le idee confuse – , ma quel ‘nomos’ è tale proprio perché non coincide con un compito facile: è scandalo.

In verità, in apertura di questa lunga discussione tu avevi subito risposto: Eh, se solo ce ne ricordassimo quando serve!, generando forse fraintendimenti. Ti riferivi al dovere della solidarietà nei confronti del Presidente del Consiglio? Dovevamo tutti prosternarci? Rinunciare ai nostri sentimenti politici? Conosci un solo uomo o una sola donna di destra che abbiano fatto un passo indietro in questi giorni? Si può dire che la violenza verbale sia aumentata! E con essa le minacce. I dossier che vengono preparati nell’ombra sono carezze? solidarietà a Putin? Io sto dalla parte di Annna Politkovskaia, che è stata assassinata per avere scritto la verità sulla Cecenia. E’ questa acrimonia? E’ odio? sicuramente, io odio i nemici della libertà. Se Berlusconi metterà le mani sulla Costituzione di tutti per attribuirsi tutti i poteri, tu pensi che resteremo a guardare?…

MP

Caro … , posso solo dire che apprezzo l’onestà con la quale nei tuoi ultimi post ammetti due fatti determinanti, capaci di spiegare da soli quasi tutto. Primo, che il vostro concetto di “Altro” include solo coloro che si trovano nella contingenza del dolore e del bisogno. Questo vi preclude a mio parere la visione del problema generale e della sua radice. Secondo, che non mi hai ascoltato. Quando riuscissi a farlo, troveresti la mia personale risposta a tutte le domande che mi poni in quello che ho già scritto.

GDR

Scusa ma non capisco ancora.
Machado e Cacciari non vanno alla radice del problema?
Non c’è alcun nesso tra i tossicomani e gli stranieri?

MP

Nella mia interpretazione essi vanno sì, entrambi, perfettamente alla radice, nella misura in cui, appunto, non riducono l'”altro” al tossicomane, al sofferente, al bisognoso, o a chi non ha lo stesso passaporto.

MIE LETTERE PRIVATE CON MP

caro …
ho letto con estremo disagio una conflittuale conversazione fra … , … e te.
Anche se non meriterebbe di essere definita “conversazione”,  parola che implica qualche zona di rispetto personale.
Mi spiace perchè stimo sia … che … , anche se sono lontanissimo dalle loro posizioni che vivo come unilaterali, talvolta violente e a-dialogiche.
Mi sono invece riconosciuto sulle tue argomentazioni, che mi ricopierò per rifletterci sopra.
C’è dunque un problema, oggi, anche fra chi dovrebbe usare la lanterna della ragione. Il problema è l’egoriferimento, usando un linguaggio psicologico o l’aureferenzialità, usando un linguaggio sociologico.
A furia di crescere in comunicazione vengono a mancare i dati comuni su cui imbastire perfino il parlato.
E la politica (che ha contato moltissimo nella mia vita essendo sato un militante del Pci dal 1973 fino al 2001) è il terreno più divisivo.
Non mi resta che rinunciare alla discussione politica. Ero stato insultato – sono pre-vecchio e me la prendo molto – in una conversazione sulle politiche di respingimento della immigrazione clandestina e da quel momento ho deciso di astenermi dalla conversazione politica, che sempre degenera nell’insulto personale, come è capitato pure a te.
Ho deciso dunque di lavorare sui dati, sulle informazioni (in fondo poi è il mio mestiere) e di evitare conflitti verbali.
però ci tenevo a dirti il mio personale consenso – per quello che conta: Uno. le opinioni contano Uno e non Tutti come pensano certi ideologismi (sì è l’deologia a parlare, non loro. C’è qualcosa di intrinsecamente totalitario nel pensiero della sinistra, tanto più quando si salda a quello dei cattolici) … dicevo che volevo dirti il mio personale consenso a quanto hai detto ed alla sorpresa di come anche un avveduto come … abbia perso il controllo. A conferma di quanto dicevo
buoni giorni e buon futuro
Paolo Ferrario

Grazie, Paolo! Apprezzo molto la tua solidarietà. A volte queste discussioni mi fanno sentire un alieno che parla una lingua diversa e incomprensibile. Mi fa piacere scoprire che, invece, non è esattamente così e che c’è anzi qualcuno che può addirittura riconoscersi in ciò che dico. Questo mi è decisamente di conforto. In effetti il problema dell’egoriferimento a cui tu fai cenno è intrinsecamente legato all’incapacità assoluta di concedere pari dignità a un “altro” come categoria esistenziale e di pensiero. Il brutale furore politico, incrociato con livori di fegato e di pancia, sembra accecare ogni coscienza critica. Manca del tutto la consapevolezza dei problemi che concernono le visioni del mondo, il criterio di verità e il nesso tra pensiero e azione. Ma, quel che è peggio, manca la volontà di trovare una via d’uscita sostenibile e dignitosa per tutti, e si preferisce anzi votarsi alla fine di Sansone, come ho scritto nell’ultimo post (perché la querelle sta continuando, purtroppo).
Anch’io sono continuamente tentato di sottrarmi a questo genere di discussioni. Le trovo anch’io snervanti, faticose, dolorose, mortificanti. In effetti in FB ho eliminato diversi “amici” la cui unica occupazione era risultata essere la diffusione quotidiana di decine di post e link di velenosa propaganda politica, più o meno strisciante. Questa virulenta violenza a-dialettica e ideologica, come giustamente fai notare tu, a me fa orrore, come ho scritto poco fa a … , quanto i più grandi orrori del mondo, che vedo fondarsi in quello stesso spirito. Trovo che avveleni mortalmente le menti e i cuori, prima ancora che il clima sociale.
Quando fosti insultato tu, mi accorsi benissimo che avevi eliminato il tuo post e tenni a far presente a … come l’unico effetto concreto sortito dal quel modo, suo e dei suoi tanti sostenitori, di perorare la causa dell’accoglienza e dell’integrazione, fosse intanto stato quello di isolarti e di respingerti. Purtroppo tu ed io, insieme a milioni d’altri, non sembriamo rientrare nella loro categoria di “prossimo”.
Insomma, anch’io ho la forte tentazione di evitare queste discussioni. Ma a un certo punto sento che deve prevalere il dovere morale di far valere la mia posizione. E accetto quindi la fatica e il tormento dello scontro, nella convinzione personale che se la mia opinione vale qualcosa, può valerlo solo in quanto espressa. Non mi sono per altro mai applicato alla propaganda partitica, che non rientra attualmente nei miei interessi e non appartiene neanche alle mie abituali forme espressive, ma soltanto in valutazioni filosofiche assolutamente pre-politiche, sulla cui riflessione vedo fondarsi l’unica speranza di una futura globalità organica e vitale.
Sarebbe bello poter lavorare insieme alla costruzione di qualcosa, fosse anche “solo” una visione da proporre.
Comunque grazie, e tanti cari auguri anche a te!
MP

Caro …

Grazie per la tua risposta alla mia lettera

Ho letto il proseguimento della interazione comunicativa . Non riesco a chiamarla dialogo.

Tu tenti un ragionamento argomentativo. … risponde con esclusivi epitaffi valoriali.

Ho già provato ad argomentare con lui sul piano dei dati e delle informazioni: impossibile farlo. Non c’è terreno di confronto.

Ti assicuro che mi spiace. Con lui mi unisce tutto: l’età (entrambi del 1948), il lavoro (insegnanti), la militanza (pci), la voglia di stare sulle tecnologie internettiane. Eppure tutte le volte che ho provato a confrontarmi sul piano politico viene fuori la nagazione del rapporto.

Perché questo avviene?

Secondo me perché quando l’ideologia (o meglio il costrutto ideologico) prende possesso sul discorso non c’è più la persona, con i suoi dubbi, le informazioni sempre limitate e da confrontare, la capacità di distinguere dentro il groviglio dei fatti

Sottilineo alcuni punti di mia condivisione rispetto a quanto scrivi nella lettera che mi hai inviato
1 Manca del tutto la consapevolezza dei problemi che concernono le visioni del mondo, il criterio di verità e il nesso tra pensiero e azione

2        l’unico effetto concreto sortito dal quel modo, suo e dei suoi tanti sostenitori, di perorare la causa dell’accoglienza e dell’integrazione, fosse intanto stato quello di isolarti e di respingerti

3        ho la forte tentazione di evitare queste discussioni. Ma a un certo punto sento che deve prevalere il dovere morale di far valere la mia posizione 

Punto 1: quando manca perlomeno una analisi comune della situazione c’è una afasia del linguaggio. Ti immagini se i costituenti del 1946/1948 avrebbero potuto scrivere la Costituzione in un clima di amico/nemico come quello di oggi. La mia diagnosi è che questo avviene perché E’ PIU’ FACILE (ed è bene che lo sia) ESPRIMERE OPINIONI SU QUESTO STRUMENTO TECNOLOGICO CHE E’ UNA TASTIERA ED UNO SCHERMO. E’ talmente facile che la parola perde la sua forza di rappresentare la realtà. La facilità mette in ombra la dura fatica della analisi dei dati e del rapporto pensiero/azione, di cui parli. Quello che indichi è un punto fermo e forte .

Punto 2 : è andata proprio come dici. Mi sono ritirato perché immaginavo una prosecuzione di linciaggio talebano nei miei confronti. E dato che non porgo mai l’altra guancia, questo fa male alla mia pressione alta e dunque al cuore. Perché rischiare di morire per un duello linguistico in cui le parole non hanno più il loro significato “sacro”. Che è quello di nominare le cose e mi sono ritirato.

Punto 3. Se hai la forza di stare su questi confronti fai bene a starci.  Anche se , per realismo, dovresti sapere che sul terreno ideologico ogni conversazione esce sconfitta

Conclusione: credo proprio che sulle questioni che attanagliano  il confronto culturale di questi tempi abbiamo qualche affinità, un “idem sentire” che mi auguro caratterizzi i processi di pensiero di molti. Non ho ottimismo che sia così, ma volgio sperarci.

E comunque saranno gli elettori (fantastica la democrazia delle urne: una opinione un voto) a decidere.

Con approcci così estremi il centrodestra governerà (bene su alcuni problemi, male si altri) per un bel ciclo ancora

Bene

Sono contento della nostra chiacchierata

Se avrai altri spunti di riflessione sarei contento di prenderne coscienza.

Sono persona di buone letture ma il mio punto di riferimento è questo saggio di carlo tullio altan (il docente che più ha influito sulla mia formazione)

Nel suo schema individuo/cultura società c’è il metodo per comprendere qualcosa delle questioni che abbiano accostato. Se vuoi leggerlo è qui (te lo mando anche via e.mail: dimmi se l’avrai ricevuto così mi confermi che l’indirizzo che hai è quello giusto):

http://tempocheresta.blogspot.com/2009/02/carlo-tullio-altan-modelli-concettuali.html

Ancora buoni giorni ed anni

Paolo Ferrario

Angelicamente: presentazione del libro alla società antroposofica di Milano

caro baldo, pure io sono arrivato salvo a como, dopo aver accompagnato p.t  (psicologa della famiglia e della vecchiaia) alla sua casa milanese.
sento di avere avuto il privilegio di conoscere un luogo “storico”, ossia questa sala degli antoposofi steineriani milanesi. inoltre l’occasione mi ha consentito di leggere ancora una volta il libro. e tu sei stato bravissimo nel riconoscere a ciascun autore il suo contributo al testo complessivo di Angelicamente. anche francesco pazienza ha rivelato un suo volto affettivo e relazionale che mi ha molto favorelmente colpito. ricorderò anche la presenza affettuosa di m.d.
è vero, come ha detto p., che  i contenuti sospesi ed anche enigmatici di alcune linee ispirative stanno lì, durevoli nel tempo e sulla carta, a trasmettere significati latenti che avranno forse modo di essere captati e resi significanti.

mi resterà nella memoria, e devo scriverlo nel mio diario biografico, l’intervento di quella persona che ha “criticato” metodo e prospettive del libro. 
come sai, (e il saggio sul genius loci lo conferma) io mi sento più attaccato alla terra che alle vertigini dei piani astrali della coscienza. e, dunque, il suo dire “attenzione a non perdere il contatto con l’uomo” risuonava forte dentro la mia coscienza.

La mia storia e biografia personale è sospinta da un destino che mi spinge verso una strada nella quale cresce la convinzione (oggi corroborata anche dalla sapienza di Emanuele Severino) che la mia “eternità” è vicinissima ed  è dentro la mia persona sulla terra, alla quale devo essere grato per la sua accoglienza e varianza, come nel mandala di foglie autunnali che ho visto durante la mattina sotto le mura di bergamo alta.

tuttavia il MODO in cui quella persona ha fatto la sua critica e ancora più il QUADRO in cui lo inseriva (usare il metodo “scientifico” di rudolf steiner) mi ha ulteriormente convinto della mia distanza (siderale) da ogni pensiero DOGMATICO.

Gli schemi dogmatici (tutte “fedi” controvertibili perchè basate su costrutti mentali) paralizzano, nella mia interpretazione,  ogni possibile ed infinito processo di personalissima INDIVIDUAZIONE.
Un caro saluto a te e a marialuisa e arrivederci ad altra occasione o personale o scritta di incontro intersoggettivo
paolo

Baldo Lami, Elena Briante, Paolo Ferrario, Claudia Reghenzi parlano di ANGELICAMENTE, il senso dell’angelo nel nostro tempo, Zephyro edizioni, 2010. VIDEO della presentazione del libro

ANGELICAMENTE. IL SENSO DELL’ANGELO NEL NOSTRO TEMPO

 

Presentazione di Baldo Lami

Questo libro è nato da una doppia esigenza: in generale quella di comprendere il senso dell’angelo come figura elettiva dell’immaginario spirituale dell’uomo alla luce della sensibilità moderna; e nello specifico quella di liberarlo dal recinto del folclore del sentimento religioso o della metafora solo poetica-letteraria, in cui è stato relegato, per restituirlo alla sua vera realtà vivente.

Per fare questo ho ritenuto necessario richiamarmi a esperienze e a saperi diversi anche rispetto a quelli conosciuti. Anche perché la verità dell’angelo si presenta in discontinuità rispetto all’ordine valoriale stabilito, rispetto alla doxa del momento, cioè dell’opinione corrente. Infatti oltre a infrangere la barriera spaziotemporale, l’angelo infrange anche il sistema di conoscenza vigente.

In questo contesto mi limito a riassumere in due parole il contenuto di ciascun articolo secondo la scansione presentata nel libro stesso.

  • Il primo articolo s’intitola: “L’angelo come metafora della presenza dell’infinito e dell’oltre”, di Grazia Apisa, poetessa e psicoanalista abitante e operante a Genova. Non poteva esserci miglior incipit di questo. Secondo l’autrice, quando l’infinito si è presentificato l’angelo scompare perché ha esaurito il suo compito e non c’è più bisogno di lui.
  • Segue l’articolo: “Gli angeli nella Bibbia e nella Riforma”, di Eliana Briante, pastora della chiesa evangelica metodista di Via Porro Lambertenghi a Milano, che è una comunità multietnica che dirige con molta sensibilità e saggezza. Nel protestantesimo si preferisce fare appello alla mediazione di Cristo, cioè all’umanità dell’uomo, anziché a quella dell’angelo.
  • L’articolo successivo è quello di Gabriele De Ritis, di Sora (FR), ex docente di lettere e da venti anni educatore in un centro di ascolto per ragazzi tossicodipendenti della comunità di Exodus. Il titolo è eloquente di per sé: “Essere angelo per qualcuno. Empatia e kairòs nella relazione di aiuto”. Empatia e kairòs sono due sensi “angelici” presenti potenzialmente in tutti.
  • Segue l’articolo: “Il Genius Loci come angelo del luogo” di Paolo Ferrario, sociologo e docente all’università di Milano Bicocca. Il genius loci fa pensare più a un’angelicità orizzontale pertinente alla terra e alla gens della polis anziché a quella verticale divina. Ma questo è proprio ciò che dovrebbe maggiormente responsabilizzare l’uomo alla cura del luogo che abita.
  • Succede l’articolo: “La mistica del colore. Gli angeli di luce rossa, di luce gialla e di luce blu” di Pietro Gentili, artista eccelso, pittore e astrologo, amico di vecchia data recentemente scomparso a cui devo il principale motivo ispiratore di questo libro e anche (così mi piace pensare) la guida dall’alto. Questa ala di angelo in copertina è un particolare di una sua opera.
  • Dopo è la volta di Claudio Gregorat, musicista compositore e commentatore della sterminata opera di Rudolf Steiner, apostolo dell’esoterismo cristiano, con l’articolo dal titolo anch’esso eloquente: “L’influenza dell’angelo nell’anima umana”, cioè cosa fa e come opera l’angelo nella nostra psiche, con quale finalità. È praticamente il riassunto di un importante saggio di Steiner.
  • Poi ci sono io, Baldo Lami, poeta, psicologo analista, curatore dell’opera e autore con: “La missione disconosciuta degli angeli emotigeni”, cioè suscitatori di emozioni, che hanno un indubbio connotato angelico in quanto sono motivate e motivanti, messaggere e intermediarie tra un mondo e l’altro, tra materia e spirito, tra mente e corpo, tra pensieri e sentimenti.
  • Segue Massimo Marasco, specialista informatico, scrivano e coautore con Silvia Montefoschi di alcuni saggi, con l’articolo dal titolo: “Angeli e custodi”, in cui racconta della “funzione custode” dell’angelo incarnata dalle figure reali che nella sua vita si sono poste come protettrici del suo progetto esistenziale, essendo proprio questo l’oggetto specifico della custodia angelica.

Seguono adesso tre articoli, quasi consecutivi, che pongono al centro dell’immaginazione o della riflessione la speciale supremazia letta in chiave simbolica di uno o più angeli biblici conosciuti.

  • Il primo s’intitola: “L’angelo dell’annunciazione”, di Paola Marzoli, pittrice e psicoanalista che ha svolto una sua personale ricerca sull’angelo che ha annunciato a Maria la nascita di Gesù, cioè l’avvento di un nuovo piano di coscienza. Per questa autrice è quindi questo l’angelo più importante di tutti perché segna l’inizio di un percorso assolutamente nuovo, inedito.
  • Il secondo è: “Michele e Lucifero: cosa avranno ancora quei due da dirsi?” di Maria Luisa Mastrantoni, editore Zephyro, che racconta il dialogo di una coppia angelica di prim’ordine: Michele (il custode dell’ordinamento divino) e Lucifero (il sovvertitore di questo stesso ordinamento) che periodicamente s’incontrano per decidere le sorti del mondo e dell’umanità.

 

  • S’intercala a questo punto l’articolo: “Angeli dell’Europa” di Francesco Pazienza, psicanalista milanese, ex docente steineriano di religione e attualmente anche insegnante di biografia e pedagogia steineriana. Anche Pazienza prende le mosse dal citato saggio di Steiner ma per inclinare subito sull’Europa al cui destino è legato anche il nostro.

 

  • Il terzo dei tre articoli anzidetti è: “Lucifero dinamica divina”, composto dalla coppia Bianca Pietrini e Fabrizio Raggi, abitanti e operanti a La Spezia, Fabrizio anche in qualità di medico e psichiatra. Al centro di questa disamina troneggia Lucifero, che nel pensiero di Silvia Montefoschi, cui gli autori si riferiscono, è il motore di tutta la dinamica evolutiva dell’essere.

 

  • Segue: “Lontananze che disegnano orizzonti”, di Massimo Pittella, ingegnere informatico. Alla mia proposta di scrivere qualcosa sull’angelo, Massimo mi ha risposto dicendomi che dovevo avere sbagliato persona, perché nella sua esperienza non è la presenza dell’angelo a risultare salvifica e creativa ma la sua assenza. Sarà questo “paradosso angelico” allora a essere spiegato.

 

  • Si arriva così all’articolo: “La sincronicità come manifestazione angelica dell’unità di senso interno-esterno” di Claudia Reghenzi, laureata in sociologia ma ora scrittrice che ha già in cantiere il suo terzo romanzo. La sincronicità è un evento veramente misterioso, un piccolo miracolo del vivente, e chi la scopre una volta nella propria vita non la dimentica mai.
  • Penultimo: “Quale angelo sulla scena della violenza alle donne?” di Stefania Valanzano, psicoterapeuta che si occupa dell’impatto traumatico della violenza sulle donne. Rigoroso sul piano scientifico e senza alcun riferimento all’angelo, il suo scritto apre a una lettura diversa da quella, datami all’inizio, dell’impossibilità della presenza angelica sulla scena del “delitto”.
  • L’ultimo articolo s’intitola: “L’angelo nel cinema: da La vita è meravigliosa alla vita dei nostri giorni!”, composto a più mani dal Gruppo lettura film secondo una lettura d’anima centrata sull’amore, che ha cercato di delineare i tratti salienti dell’angelo di celluloide per capirlo meglio all’interno delle “proiezioni” sulla sua figura che il cinema così angelicamente ci restituisce.

Concludo questa presentazione del libro con l’ultima frase contenuta nella descrizione della quarta di copertina: “Ne esce un quadro molto eterogeneo e policromo ricco di suggestioni, per un viaggio memorabile nel tempo caduco dell’uomo odierno, ma condotto sulle ali senza tempo dell’angelo.

Pensieri del cuore da luoghi instabili

Caro Paolo,
quando non mi lascio travolgere dall’ira per le angustie dei tempi che viviamo, assegno al cuore il compito di parlare. Sempre.
Il pensiero del cuore di James Hilmann e Baldo Lami è stato una scoperta teorica, ma posso dire che da tempo io lo pratico.
Debbo molto all’elegia e allo stile di Virginia Woolf. Anche gli scrittori riescono bene a mimare la scrittura ‘femminile’. Alludo all’Anima. Al fondo enigmatico e buio che Galimberti evoca con Platone per significare l’amore. E non è amore solo quello che riserviamo alla nostra donna. Piuttosto, c’è da dire che forse l’amore più vario e multiforme e imprevedibile e innocente e casto è quello che proviamo per le creature, per i siti, i luoghi dell’anima… i ricordi più cari.
D’altra parte, non accade anche a te di scoprire, dopo avere scritto, che la pagina che sta davanti a te quasi non ti appartiene, come se contenesse sensi che ti sfuggono, che ti superano?
Io credo ormai che scrivere sia non solo doveroso ma utile sempre, per far parlare la parte buia di noi. Ombra e Anima debbono avere voce, debbono poter esprimere quello che si agita in noi.
Io passo intere settimane a ruminare cose oscure o ad inseguire fili da annodare a qualche cosa – una frase sentita, una parola ben detta – per svegliarmi all’improvviso alla consapevolezza: viene fuori una frase mia, un periodo, un intero testo che scrivo di getto ‘in bella copia’. Appunto, “viene fuori”.
Ci sarebbe tanto da dire a proposito della scrittura, ma oggi è sabato.
Da noi c’è una paura diffusa per il terremoto, che è stato annunciato catastrofico da giovedì, per via di scosse ripetute che si succedono di giorno e di notte con frequenza inedita. Sora è su una faglia pericolosa. Siamo zona sismica di primo grado. Si prevedono da sempre terremoti distruttivi. Aspettiamo da cento anni il prossimo cataclisma. Io ho dormito vestito sul letto giovedì, ma già venerdì ho deciso che ho troppo da fare per pensare al terremoto: debbo coltivare la mia anima, giorno dopo giorno; non posso permettere all’immane di sconquassare i miei equilibri. Non temo la morte, dunque la sera indosso il mio caldo pigiama e trascorro dalle letture disordinate di sempre al MacBook appena acquistato, per non smettere di fare la mia parte. Nella casa, un nipotino di tre anni ha diritto alla vita serena e alla protezione degli adulti, che non debbono mai lasciarsi abbattere dai capricci della fortuna né dalla clava della forza, come diceva Foscolo.
Il testo a cui siamo stati sollecitati da Baldo prende forma per frammenti.
Ieri ho scritto: “Essere angelo a qualcuno è un atto d’amore”, intendendo per amore quello che il filosofo Curi dimostra ne “La cognizione dell’amore”: amore non è cieco; anzi, insegna a vedere. Non siamo forse noi nei Servizi quotidianamente impegnati ad ogni piè sospinto ad indicare mete, vie, parole, perché la vita di chi è stato più sfortunato di noi prenda finalmente forma o non precipiti nell’insignificanza, quando non ci siano luce e calore a sostenere i giorni?
Oggi ho scritto: “il segreto del perdono… è il perdono ‘segreto’, cioè silenzioso”. Io credo che non si debba mai chiedere perdono o, almeno, che l’implorazione sincera debba essere accompagnata da lunghe file di continuità, per restituire all’altro la possibilità di coltivare la fiducia distrutta. Resto sempre convinto del fatto che dobbiamo renderci degni di essere amati, anche se a volte l’amore lungamente atteso non assume le forme che vorremmo o non viene affatto.
Ti abbraccio, dal luogo instabile da cui ti scrivo.
Gabriele

Narciso lungo il percorso che lo condurrà a quella singolare stazione di frontiera rappresen­tata dal rispecchiamento … di Baldo Lami

cerchiamo di seguire Narciso lungo il percorso che lo condurrà a quella singolare stazione di frontiera rappresen­tata dal rispecchiamento e, da questa, alla trasformazione finale attraverso il passaggio della morte.