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l’ADDIO DEL GLORIOSO ALBICOCCO, visto da Luciana

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E’ sempre stato così: quando l’aria ancora profuma di calicanto e i primi temerari narcisi sbirciano dalla bordura il risveglio dell’incipiente paesaggio primaverile, lui è là, con le braccia protese verso il lago già addolcite dal bianco-rosa dei delicati fiori.

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Era.

Non farò mai abbattere quest’albero finché non sarà totalmente morto”, è stato per anni il commento di Paolo di fronte agli inevitabili tagli compiuti dal giardiniere durante la potatura invernale.

Addolorati, di anno in anno assistevamo alle amputazioni necessarie per consentire al grande albero di non affaticarsi ulteriormente nel suo lento processo di decadimento.

Cicatrizzante, concimazioni, lozioni ecologiche per riparare le ferite delle malattie … lui gradiva le cure e attraversava ancora una volta la stagione, esortando i sempre più fragili nuovi rametti a vivere gioiosamente l’avventura del tempo che resta.

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Tra i cinquanta e i sessant’anni l’età stimata. Quando siamo arrivati noi, lui era già là, grande albero storico insieme al fico, al caco e a un melo selvatico (quest’ultimo deceduto una quindicina di anni fa) a segnare quei corridoi che in seguito avrebbero accolto le nostre sperimentazioni frutticole, tutt’ora in corso.

Nel nostro giardino abbiamo assistito a tante morti, ma i tre “capostipiti” in qualche modo garantivano una rassicurante continuità.

Non siamo così sprovveduti da confidare nell’immortalità: in particolare l’albicocco dava segnali inequivocabili da almeno dodici anni. I frutti infatti, trascorsa la primavera, nel momento in cui ingrossavano e cambiavano colore, mostravano la malattia che ne impediva la conservazione. Metà arancione e metà marrone. Metà salvata per macedonie e marmellate e metà a consumarsi nel terreno.

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Ma poco importava. Lui ogni anno si svegliava, primo fra tutti, a volte anche seguendo il bizzarro clima più caldo e fiorendo pure in pieno febbraio, rischiando poi le gelate tardive.

Ogni anno le braccia sempre più deboli e malate, ma comunque vive e orgogliose di esserci.

Quest’anno non si è svegliato più. L’aria ancora profuma di calicanto e i primi narcisi ancora sono lì a sbirciare chi si deciderà a seguirli.

Ma lui è già stato rimosso. Residui di tronco sono ad attendere l’incenerimento e trovare pertanto una nuova dimora.

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Di lui ci accompagnerà un vasetto di marmellata gelosamente custodito come cimelio nella dispensa e la scelta di abitare quella buca esposta con lo stesso colore arancione.

Questa volta però non di un albicocco ma di un nuovo virgulto di caco, probabile successore della speriamo lontana fine del  fratello capostipite che impera nel corridoio più in alto.

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Grazie, caro albicocco. Grazie per avere accompagnato le nostre stagioni, per avere risvegliato i giorni invernali con la tua dolcezza, per avere colorato insalate di frutti, per avere rinforzato tartarughe e uccelli, per averci ricordato la caducità della vita.

Cosa insegna un albero di nespole

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Quasi sotto casa c’è un albero di nespole che in queste utime settimane ha anche fruttificato.
E’ cresciuto in un luogo che sembrava impossibile.
Quasi in centro città, a pochi metri da una delle più trafficate strade di scorrimento.
Del tutto a ridosso di un  muro.
In mezzo ai preziosi ed ambiti posti di parcheggio.
Eppure anche in questo ambiente così ostile e pieno di ostacoli insormontabili, è riuscito a mettere radici, a cercare terra là sotto, ad attivare ogni anno il suo ciclo vitale.
Fino alle belle nespole color arancione di questi giorni.C’è molto da apprendere da lui.
Volere vivere ovunque sei.
Assecondare la ghianda che è in te.
Farsi aiutare. In questo caso dai geometri che non hanno osato tagliarlo, dagli amministratori di condominio che lo hanno tollerato, dagli automobilisti che si tengono a quei 30 cm di distanza che gli danno un minimo di spazio.
Esprimere la “bellezza in sè”. Con quella chioma che vorrebbe essere rotonda e che si inchina un poco in avanti tanto per aspirare a quello che vorrebbe essere.
Infine attirare l’attenzione su di sè.
Facendo fermare per un attimo, anche un attimo solo, chi passa veloce.

Caro nespolo: ti ringrazio di esistere.

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