Philippe Daverio (1949-2020)

http://www.philippedaverio.it/biografia.php

È morto Philippe Daverio, storico, critico dell’arte, saggiste, politico e conduttore televisivo.

“Philippe Daverio si è sempre definito uno storico dell’arte – si legge sul suo sito personale -, e così lo ha scoperto il pubblico televisivo di Raitre: nel 1999 in qualità di “inviato speciale” della trasmissione Art’è, nel 2000 come autore e conduttore della trasmissione Art.tù, poi dal 2002 al 2012 autore e conduttore di Passepartout, programma d’arte e cultura divenuto Il Capitale, e del programma del 2011 Emporio Daverio per RAI 5, una proposta di invito al viaggio attraverso l’Italia, un’introduzione al museo diffuso e uno stimolo a risvegliare le coscienze sulla necessità d’un vasto piano di salvaguardia”.

Philippe Daverio (1949-2020). Gallerista. Critico d’arte. Docente universitario (Politecnico di Milano, Iulm, Università di Palermo). Direttore di Art & Dossier. Conduttore tv (dal 2002 al 2012  Passepartout, Raitre). «Arrivato a diciott’anni ho smesso la cravatta e son passato al papillon. È più pratico: non casca nel brodo. Adesso, però, lo confesso, è diventato una mania». • Nato a Mulhouse, in Alsazia, Francia. Quarto di sei figli, papà italiano che si chiamava Napoleone e faceva il costruttore, e mamma alsaziana, Aurelia Hauss. Educazione ottocentesca dentro austeri collegi francesi. Trasferitosi con la famiglia al Sud (era Varese, per loro profondo Sud) si iscrisse a Economia e commercio alla Bocconi di Milano. Completò tutti gli esami, ma niente tesi perché «i sessantottini di ferro non potevano laurearsi» • Cominciò quasi per caso a fare il mercante d’arte moderna e negli anni Ottanta aprì una galleria a Milano e una a New York. Dal 1993 al 1997 fu assessore alla Cultura e all’educazione del Comune di Milano • «Era l’esatto contrario del bocconiano tipico: triste, serio, ingessato. Lui era allegro, esuberante e già allora il suo guardaroba non conosceva il grigio. Il suo guardaroba è una festa di colori, le sue cravatte, a farfalla, un arcobaleno. La galleria d’arte divenne a Milano la galleria d’arte per antonomasia. Indimenticabili i suoi vernissage, a farne un avvenimento non era solo la qualità dell’artista ma la qualità del pubblico che vi accorreva» (Lina Sotis) • «Gli fu proposto di diventare assessore, con un bel mazzetto di incarichi, della giunta milanese retta da Marco Formentini. Avrebbe gestito, tra un incarico e l’altro, il 52 per cento del bilancio. Solo che a bilancio non c’era molto, solo che Formentini niente temeva di più di essere accusato di sprechi e di favoritismi. A Milano si vide qualcosa che non si era mai vista. Daverio aveva molti amici. Pochi si tirarono indietro quando si trattò di dargli una mano a organizzare manifestazioni che non dovevano costare nulla» (Sandro Fusina) • Dal 1972 viveva al fianco di Elena Gregori, bisnipote del fondatore del Gazzettino, dalla quale ebbe un figlio, Sebastiano. Per «colpa sua» si rimise a sciare e suonare il pianoforte. «Sono fermamente convinto che i figli vadano sfruttati, cioè ti possono servire a sfruttare vecchie passioni» (ad Anna Maria Salviati) • Fumava il sigaro. Dichiarava di bere tutto il bevibile, di farsi rifare colli e polsini delle camicie «così durano almeno vent’anni», di spendere volentieri i soldi per l’affitto di case spaziosissime dove poter camminare in lungo e in largo e far stare comodi i cani [dal Catalogo dei viventi 2009, Marsilio 2008]. Aveva il cancro da quattro anni. È morto all’istituto dei Tumori di Milano.

SINDACATO: RISCHIAMO L’ESTINZIONE ?, articolo di Claudio NEGRO, 7 ago 2020

Mappeser.com: Mappe nel sistema dei Servizi

SINDACATO: RISCHIAMO L’ESTINZIONE?
Molto netto e chiaro, come sempre, Landini nell’esprimere il programma del Sindacato Confederale rispetto al secondo semestre 2020: il dopocovid (sottotitolo: la ripresa?). Ben lungi dal ricorrere a sollecitazioni solidaristiche o esortazioni palingenetiche per allungare il brodo come fanno i suoi colleghi, Maurizio scava fin da subito una trincea, rispetto alla quale ognuno dovrà decidere dove collocarsi. Da questa parte le forze sindacali, sotto insegne che dicono “Divieto di licenziare” e “Contratti Nazionali subito e con defiscalizzazione degli aumenti”; dall’altra chi non ci sta, e si dovrà aspettare una clamorosa apertura delle ostilità: sciopero generale nazionale.
C’è stato in questi mesi di crisi una discussione su come sta cambiando il mercato del lavoro, sulle politiche passive e su quelle attive, sulla difesa del posto di lavoro o sulla difesa del lavoratore; su come si stanno riorganizzando le imprese e su come il sindacato può integrare il capitale…

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Luciana scrive a Nottola, 4 ago 2020

ciao carissima,
iniziamo dalle informazioni che contano:
eugenio rifiuta l’infatuazione di susanna, che cerca di rimediare allo scetticismo di niko rispetto al loro matrimonio.
clara ha scoperto che alberto ha un biglietto di viaggio personale.
c’è da risistemare il tradimento del marito di bice con la sciampista. questo a oggi, martedì.
oggi “solo” 27  gradi, dopo la benefica pioggia (senza danni) che ha rotto la calura dei 36 gradi del giorno della tua partenza. ne ho approfittato per stirare!
come va da quelle parti? ancora due giorni spero buoni, prima del trasferimento dall’amica …
ti mando foto di gin che ha distrutto la bacchetta della tenda della finestra del primo piano:
la mia amica psichiatra che è venuta a trovarmi sabato sostiene che è più prudente tenerli al chiuso, ma questa foto mi suscita sensi di colpa …
un bacione nel rispetto del distanziamento e buone camminate e letture
luciana

Jerry LEWIS: “Quel clown di mio padre” raccontato da Chris Lewis. Articolo di Marco Consoli, in Il Venerdì di Repubblica, 24 luglio 2020

letto in edizione cartacea

cerca in :

https://rep.repubblica.it/pwa/venerdi/2020/07/24/news/jerry_lewis_the_day_the_clown_cried_olocausto_figlio_chris_lewis_intervista_berlino_deutsche_kinemathek_la_vita_e_bella_il_v-262467390/

ricordi di GUIDO FERRARIO attivati da Elena Wolte su facebook , 13 luglio 2020

Questa persona mi sta molto a cuore
Lui con il suo negozio mi ha resa spesso felice
Trovava qualsiasi cosa io richiedevo
Grazie Sig. Ferrario mi ricorderò sempre di lei
Paolo Ferrario

grazie della foto

Chi lo riconosce? E soprattutto che negozio aveva ? Mi piacerebbe trovare una foto del negozio
 
 
  •  
    Elena

    , purtroppo non ho foto del negozio ma ricordo che era un ambiente unico, in un soppalco realizzato con tubi innocenti dipinti di giallo, se non erro, Guido, o ” ul Ferrarin ” come affettuosamente lo chiamavano gli amici, conservava la sua grande …· 

     
    Elena

    , a intuito credo sia Guido Ferrario. Non riesco a capire bene dalla foto. Guido era un amico di mio papà ed era appassionatissimo di jazz. Qualche volta mi hanno portato con loro ai concerti.

     
  •  
     
    Mi ricordo, l’arredo del negozio l’aveva progettato il mio collega e amco Rino Fioretti per la ditta Venelli che l’aveva realizzato
    <img class=”nl6bj373 fni8adji hgaippwi fykbt5ly ns4ygwem rl04r1d5 lzcic4wl l9j0dhe7″ src=”data:;base64, ” width=”16″ height=”16″ />
     
     

     

     
    Paolo Ferrario ha risposto
    Elena Wolte

    per il tuo commovente ricordo. ti rimando ad alcuni appunti biografici su mio padre Guido Ferrario https://traccesent.com/category/paolo-ferrario/famiglia-di-paolo-ferrario/guido-ferr

“Io ENNIO MORRICONE sono morto … “, 6 lug 2020

“Io ENNIO MORRICONE sono morto. Lo annuncio così a tutti gli amici che mi sono stati sempre vicino ed anche a quelli un po’ lontani che saluto con grande affetto. Impossibile nominarli tutti.
Ma un ricordo particolare è per Peppuccio e Roberta, amici fraterni molto presenti in questi ultimi anni della nostra vita.
C’è solo una ragione che mi spinge a salutare tutti così e ad avere un funerale in forma privata: non voglio disturbare.
Saluto con tanto affetto Ines, Laura, Sara, Enzo e Norbert per aver condiviso con me e con la mia famiglia gran parte della mia vita.
Voglio ricordare con amore le mie sorelle Adriana, Maria e Franca e i loro cari e far sapere loro quanto gli ho voluto bene.
Un saluto pieno, intenso e profondo ai miei figli Marco, Alessandra, Andrea e Giovanni, alla mia nuora Monica, e ai miei nipoti, Francesca, Valentina, Francesco e Luca.
Spero che comprendano quanto li ho amati.
Per ultima Maria (ma non ultima). A lei rinnovo l’amore straordinario che ci ha tenuto insieme e che mi dispiace abbandonare.
A Lei il più doloroso addio”.

 

da Morricone si era già scritto il necrologio: a mia moglie l’addio più doloroso

Cura, in Blog di Mainato

Il Blog di GIOVANNI MAINATO

E’ importante poter contare su un medico di famiglia affidabile, e devo dire che il mio è bravissimo.

Non solo è molto preparato, ma ha anche un grande intuito. Una volta, ad esempio, gli ho fatto vedere delle mie poesie e lui mi ha fatto seduta stante una diagnosi di “spliin” (penso si scriva così).

Un’altra volta solo sulla base di pochi gesti un po’ sospetti è riuscito a diagnosticare una leggera forma di omosessualità, una malattia che, se presa in tempo, è assolutamente curabile. Pensate che non ho dovuto assumere nemmeno medicinali: solo una leggera cura omopatica.

Ultimamente però mi sembra che si stia un po’ montando la testa. Non so, si comporta in modo strano, fa delle affermazioni che mi lasciano perplesso. Non soltanto sostiene di avere inventato il vaccino contro il vaiolo, ma addirittura di essere l’autore del “De morbo sacro”.

Inoltre proprio ieri dopo avermi visitato…

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Apre alla Kasa dei Libri di Milano la mostra «Milano. Storie di Città», giu 2020

Apre alla Kasa dei Libri di Milano la mostra «Milano. Storie di Città» (fino al 3 luglio). Lucia Landoni su la Repubblica: «Le persone, i luoghi e la storia di Milano raccontati attraverso gli scatti pubblicati sulla rivista Città tra il 1997 e il 2002. […] L’obiettivo degli organizzatori è quello di riproporre “una Milano viva e in fermento che ci auguriamo possa essere di buon auspicio per il prossimo futuro”. Le immagini esposte spaziano da episodi di vita quotidiana ai volti dei personaggi che in vari ambiti hanno reso grande la città, da Dino Buzzati a Umberto Veronesi, da Riccardo Muti a Dario Fo. “C’è stato un momento in cui Milano, come oggi, doveva ripartire. Eravamo nel ’97, la bufera di Tangentopoli si era quietata e tutto il tessuto cittadino sentiva la voglia e il desiderio di scrollarsela di dosso – spiegano dalla Kasa dei Libri –. È così che per iniziativa di tre grandi milanesi di allora, Guido Vergani (direttore), Emilio Tadini e Carlo Orsi, nasce Città: dieci numeri più uno speciale, usciti dal ’97 al 2002, per raccontare Milano grazie al contributo di maestri dell’obiettivo come Gabriele Basilico, Mario De Biasi, Fabrizio Ferri e Andrea Micheli e a grandi firme”»

Camminare può cambiarci la vita di Shane O’Mara (Einaudi), giu 2020

Camminare può cambiarci la vita di Shane O’Mara (Einaudi). Alex Saragosa su il Venerdì (la Repubblica): «Qual è stata l’arma segreta che ha permesso alla specie umana di conquistare il mondo? Il cervello? La mano? La socialità? Un po’ tutte, ma per il neuroscienziato irlandese Shane O’Mara ce n’è un’altra altrettanto importante e non abbastanza considerata: il nostro modo di camminare. “Ci sono specie molto intelligenti, molto sociali, con mani agili o in grado di costruire attrezzi. Ma nessuna cammina come l’essere umano, e nessun’altra infatti è mai riuscita a raggiungere ogni angolo del mondo, spostandosi sul terreno”, dice. Sull’eccezionalità del nostro modo di muoverci e sul perché dovremmo riscoprirlo, combattendo l’attuale epidemia di sedentarietà, O’Mara, che è docente al Trinity College di Dublino, ha scritto un libro, Camminare può cambiarci la vita (Einaudi, pp. 192, euro 13), con un titolo che assume un significato particolare dopo le settimane che abbiamo passato chiusi in casa. La storia che racconta O’Mara comincia circa 4,5 milioni di anni fa, quando nostri antenati africani, forse privati delle foreste da un cambiamento climatico, si avventurarono nella savana, regno di predatori quadrupedi molto più forti di loro. “È probabile che inizialmente camminassero come gli scimpanzé, piegati in avanti, appoggiando le nocche delle mani a terra, ma essendo anche in grado, per un po’, di camminare eretti: una sorta di compromesso fra due e quattro gambe, utile per chi deve fare una vita divisa fra l’arrampicarsi sugli alberi e il muoversi sul terreno”. Nella savana però quel tipo di locomozione era suicida, lenta e faticosa sulle lunghe distanze. “I nostri antenati avrebbero potuto tornare pienamente quadrupedi, come i mandrilli, ma invece imboccarono una strada unica e difficilissima: la loro colonna vertebrale si adattò a funzionare verticalmente, assumendo una forma a S, il suo punto di ingresso nel cranio si abbassò, così che potessimo guardare in avanti stando eretti, il bacino si allargò e incurvò, per ospitare i grandi  muscoli dei glutei, gli arti inferiori si allungarono e il piede smise di essere prensile, diventando una sorta di molla arcuata per assorbire il peso del corpo e fare da perno”.  Risultato: noi oggi ci muoviamo in un modo unico, chiamato a “pendolo inverso”, lasciandoci cioè cadere in avanti, fermando la caduta con una gamba, e usando il movimento dell’altra per raddrizzarci e poi sbilanciarci di nuovo in avanti» (leggi qui).

Paolo Ferrario: schede per la presentazione del libro: DUCCIO DEMETRIO, INGRATITUDINE, La memoria breve della riconoscenza, Raffaello Cortina Editore, 2016. Libreria UBIK, Como, 28.3.2017

intervista di Paolo Sorrentino a PAOLO CONTE, in Vanity Fair, 26 mag 2020

Paolo e Paolo
Vanity Fair
Mio padre lavorava in banca e amava sedersi al piano e suonare a orecchio. Solo allora, diventava leggero. Paolo Conte, ai miei occhi, incarna il padre che non ho più da molti anni. Bellissimo e appartato, sornione e ironico, tenero e scettico, lo spettacolo è una forma della riservatezza, le parole una forma del funambolismo. Ho accettato incautamente di occuparmi di un numero di questo giornale solo perché avevo un obiettivo chiaro: arrivare a conoscere Paolo Conte. Per poter ricordare ancora, dopo tanti anni, in modo più limpido, mio padre.
Da qui, nasce questa intervista. Spero che Paolo Conte possa perdonare le mie domande sciocche e pedanti. Lo sono, perché le mie sono domande da fan. E i fan, a volte, pongono domande sciocche, insistenti, inutili, fastidiose, banali. I fan pongono domande irrilevanti perché, spesso, sono obnubilati dall’idolatria. Io sono un fan di Paolo Conte. Dunque, cominciamo.Mi piacerebbe chiederle qual è stato il suo primo amore. E, se non lo ricorda, qual è il primo che ricorda?
«Lascio alla sua meditazione di artista e di uomo sensibile e vissuto questa piccola cabala! “Non è forse vero che tutti gli amori di una vita sono dei primi amori?”. Mi interesserebbe una sua risposta. Comunque la mia canzone L’ultima donna dice, alla fine “un giardino ci sembrerà, sì, proprio l’ultimo approdo di terra l’ultima donna sarà, l’ultima donna sarà”».
Se anche trovassi un’acrobatica risposta, essa non sarebbe mai in grado di competere con il verso di una sua canzone. Sfuggo ponendo un’altra domanda: cosa sarebbe stata la sua vita se non avesse avuto un lungo matrimonio? Cosa sarebbe stata la sua vita immaginando mille, fugaci avventure amorose, tra solitudini, concerti, gocce di pioggia a rigare i finestrini dei taxi e passeggiate notturne di ritorno in alberghi destinati a essere dimenticati?
«Non saprei cosa rispondere. Del resto, sa, ci sono stati anche quelli che a un certo punto della vita si sono fatti preti…».
La vita non vissuta, dunque immaginata, i complessi che ci hanno abitato, gli status che non ci hanno mai riconosciuto o che non ci erano consentiti, tutto questo può essere il motivo o il motore dell’atto creativo? L’atto creativo non le appare, alle volte, una volontà di rivalsa? Una rimonta verso ciò che non siamo stati? Oppure lo sfogo creativo è solo l’opportunità giocosa, disincantata, di vivere vite che non abbiamo avuto il tempo di vivere?
«Per me vale la sua seconda opzione».
Io penso che il complesso della produzione artistica di un autore sia il risultato del suo universo poetico. A volte, quell’universo poetico è striminzito, o forse è il risultato di un’unica intuizione, allora si hanno autori di un solo film, una sola canzone, un solo libro. Ma il suo universo poetico, alla luce di tutto quello che ha creato, è vastissimo. Lei, a volte, ha elencato nelle interviste alcune delle stelle di quel suo universo: il jazz, suo zio, i fallimenti che curava quando era avvocato, il dopoguerra, l’America, l’amicizia, il mistero del femminile. Secondo me, però, non ha detto tutto. Sono sicuro che c’è dell’altro, per giustificare la lunghissima sequenza di capolavori che lei ha inanellato. Quali sono le altre costellazioni del suo universo poetico che ancora non ci ha detto? Perdoni questa mia domanda disinvolta, non voglio forzare gli angoli più lontani, quelli del pudore, o del dolore.
«Mi prende in un momento in cui non ho più voglia di scrivere (mi è già successo in passato) e mi rifugio nell’alibi del tutto quel che mi passava per la testa ormai l’ho scritto. Ho sempre evitato l’autobiografia in sé, che non mi piace neanche negli altri artisti. Qui si sarebbero annidate sensazioni più estreme, che forse in qualche canzone ho appena sfiorato».
Ricorda una faccia, tra le migliaia in mezzo al suo pubblico, che non ha più dimenticato? E, se sì, che gioia che sarebbe per me se me la descrivesse.
«Magari vado un po’ fuori tema, ma le racconto questo aneddoto. Per diversi anni, in Francia, mi sono esibito al prestigioso Festival di Ramatuelle. Una sera tra gli spettatori, c’era la grande attrice e cantante Juliette Gréco. L’avevano piazzata in platea in prima fila, per cui io seduto al piano le ero completamente invisibile, al massimo poteva vedere i miei piedi e qualche volta le mani quando le lasciavo pendere al di sotto della tastiera e “fingevo di dirigere la mia orchestra”. Quando, finito il concerto, ci siamo salutati, mi ha voluto esprimere le sue impressioni. Mi dice “Quel geste! Énergique et tendre!”. E poi, con un’esitazione molto francese, quasi un sospiro, aggiunge “…un homme…”».
«Non tutti i giorni ci si può svegliare ridendo, come diceva quel tale in coma». Questo è il mio incipit preferito di un romanzo, Il fratello italiano, di Arpino. Per me potrebbe essere stato anche l’incipit di una sua canzone. Proprio come in un suo testo, questa frase contiene tutta la forza dell’ironia e la potenza dell’ineluttabile. Quando concepisco un film, mi arrovello sugli incipit fino a non prendere sonno. Essi determinano, per me, l’esito del resto. Devono sbalordire. Forse sono infantile, ma allora lo era anche Flaubert, che diceva più o meno: «Il lettore deve chiedersi, in relazione allo scrittore: ma come ha fatto?». Ascoltando gli incipit di testi di sue canzoni come Diavolo RossoSparring PartnerDancing («C’è stato un attimo che tu mi sei sembrata niente», che inarrivabile meraviglia!) mi sembra che anche lei, con l’attacco dei testi, voglia sbalordire. E noi lì a chiederci: ma come ha fatto?È d’accordo o sto farneticando?
«Sì, l’incipit è un pezzo di bravura. Gliene aggiungo altri due miei, modestamente: uno è “Aeronautico è il cielo” (da L’ultima donna) e “Farà piacere un bel mazzo di rose e anche il rumore che fa il cellophane” (da Bartali)».
Ci sono incipit di romanzi che l’hanno attratta per sempre? Fino a ricordarli a memoria?
«Di romanzi non ho memoria, qualche verso di poesia (La pioggia nel pineto – D’Annunzio; La cavalla storna – Pascoli)».
Chi o cosa le manca? Voglio dire, cosa è svanito del passato che vorrebbe ancora con sé?
«Mio padre che mi paga un caffè al bar e vederlo che lascia sul bancone cento lire».
In questo periodo letargico sento diverse persone che mettono ordine nei cassetti. Molto di quello che esce era stato dimenticato. E spesso non vale la pena ricordarlo. Vale anche per lei? E cosa trova in fondo ai suoi cassetti?
«Sono un po’ animista, conservo di tutto, un cordino, un mozzicone di matita… Niente di sentimentale, ma qualcosa di sacrale».
Lei ha detto una frase per me luminosa. Ha detto: «Di solito, si ha paura di essere incompresi. Io ho paura di essere compreso». La irrita quando provano a spiegare la sua arte? Lo trova riduttivo? Preferisce solamente che, chi ascolta le sue canzoni, si abbandoni?
«Fra tanti applausi, colti e intellettuali (che certamente mi fanno piacere), quando finisco un brano in un concerto, l’applauso che preferisco è quello circense che si riserva all’equilibrista arrivato alla fine del filo. O almeno, così lo voglio immaginare».
Mio padre comprava prevalentemente dischi di Gershwin, Sinatra, Paolo Conte e Fausto Papetti. Di quest’ultimo, penso che li comprasse soprattutto per le donne nude sulle copertine. Se così fosse, non posso biasimarlo, quelle donne erano irresistibili. So cosa pensa di Gershwin, non le chiederò cosa pensa di Papetti, né di Paolo Conte, ma sarei così curioso di sapere cosa pensa Paolo Conte di Frank Sinatra.
«Viva l’eclettismo di suo padre! Sinatra non mi è mai piaciuto molto. Attenzione: grande cantante, molto apprezzato dai suoi estimatori per la dizione perfetta, ma non “di pancia”, con un repertorio, per di più, tendente al “sofisticato” parvenu. Mi piacciono i neri. Tra i bianchi e le bianche le indico Jimmy Durante e Sophie Tucker».
Lei ha detto di essere debitore, a volte, nella creazione delle canzoni, verso le tecniche di narrazione cinematografica. Qual è, per lei, l’essenza del cinema?
«Ci sono somiglianze, tra le due arti, nel maneggiare la sintesi. Una canzone perfetta non deve durare più di tre minuti. Si devono usare le luci del cinema, gli sguardi del cinema».
Io, invece, per una coincidenza del tutto speculare, nella creazione di un film, sono debitore nei confronti della musica. Della sua in particolare. Aguaplano (album di Conte del 1987, ndr) ha alimentato la fantasia delle mie prime, balbettanti immagini. La versione da concerto di Diavolo rosso, 10-12 minuti, dove lei canta poco e poi solo il fluire della musica, il chitarrista che sembra morire per lo sforzo, la fisarmonica che s’impenna fino allo stremo, il violino in un dispiegamento virtuoso. C’è, in quella versione di Diavolo rosso un sentimento che ho imparato: la bellezza dell’estenuante. Lo sforzo di quell’esecuzione, con la sua lunghezza atipica per una canzone, sembra riassumere tutta la commozione della fatica di vivere. Ecco un’altra cosa che lei mi ha insegnato. Per non parlare di Max, poche parole all’inizio, poi un lunghissimo finale. Una strada maestra lirica e epica. Almeno io così leggo quel brano e dunque le ho saccheggiato l’avvicinamento al finale dei film ricorrendo a un altrettanto, lunghissimo finale. Come nascono quelle esecuzioni? Lo so che è una domanda fastidiosa, la risposta non riassumibile in poche parole, ma, ancora una volta, le parole di Flaubert: ma come ha fatto? Anche quelle esecuzioni mirabili, in concerto, di Diavolo rossoMaxHemingway, sono frutto della sua passione per il cinema? Oppure ha cavalcato un istinto? Un sentimento?
«Diavolo rosso. Da un po’ di anni nei miei concerti a metà del brano apro un lungo spazio sopra un accordo fisso in re minore, dove alcuni miei musicisti hanno libertà di improvvisazione. Sono momenti di libertà che io regalo a loro e che loro mi restituiscono con un grande virtuosismo e partecipazione. Sono momenti “colti” in cui la musica assume diversi connotati “etnici”: il clarinetto si presenta con un accenno di Brahms, poi passa a un linguaggio ebraico Klezmer e conclude con la citazione di una vecchia canzone americana che si intitola Palesteena. La fisarmonica transita da uno spunto gregoriano a un jamboree di stampo rumeno. E poi il violino svetta in prodezza di “arte povera”. Sì, la parola giusta è “sentimento” mio verso di loro. Max. È una canzone, sì epica, ma anche enigma. Ho voluto scrivere poche parole, il resto è solo musica, a lungo».
Con Jimmy Villotti, al ristorante, dopo il teatro, finivate a parlare della donna ideale. Qual è la donna ideale? Com’è fatta? A chi assomiglia? Dove sta?
«Una sera in un night club Jimmy mi fa “guardale una per una, questa è la maga Circe, quella è Cleopatra, l’altra è la Sfinge, l’altra ancora ecc. ecc.”. Che cosa significherà mai la parola “ideale”? Del resto, i vecchi viveurs d’antan, per scusare la propria poligamia, ripetevano: l’amore è universale».
Cosa pensa della contemporaneità? Voglio dire, lei è un dandy, un concentrato di «classe», la sua musica è sempre stata un unicum, refrattaria alle mode, lei stesso è refrattario a molti cardini del mondo d’oggi: l’esserci, le lusinghe sciocche, la volgarità, la fretta, le provocazioni, le urla, l’esibizionismo, i duetti musicali. Lei è al di fuori! Più in là di tutto questo. Lei sta al mondo restante della musica come De Chirico lo era al mondo della pittura. Entrambi impermeabili! Dunque, come si relaziona al mondo d’oggi? Le provoca irritazione? Compassione? Disprezzo? Alla lunga, il mondo così com’è adesso non rischia di fiaccare il suo entusiasmo? O è una compagnia di giro che le scorre accanto in una pacata indifferenza? Mi sembra che sia un mondo, quello di oggi, che non la riguarda. Forse perché, alla fin fine, tutto quel che ci riguarda ha a che fare solo con la nostra infanzia e la nostra gioventù?
«La nostra infanzia e la nostra gioventù. Sì, guardi, esteticamente parlando, io sono un antistoricista. Gli storicisti pretendono che con l’avanzare del tempo l’arte migliori. La tecnologia, sì, ma l’arte no».
Stravinskij disse: «Io non so perché sono vecchio». Lei lo sa? Cos’è la vecchiaia? Ammesso che lei l’abbia mai vissuta, la vecchiaia. Io non credo, in verità.
«Almeno fino a oggi sono d’accordo con quanto lei mi dice».

Paolo Sorrentino

TartaRugosa ha letto e scritto di: Raymond Queneau (1983) Esercizi di stile, Einaudi Traduzione di Umberto Eco

TARTARUGOSA

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Raymond Queneau (1983)

Esercizi di stile, Einaudi

Traduzione di Umberto Eco

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Un gioco di bravura irresistibile:

“Queneau usa le figure retoriche per ottenere effetti comici ma nel contempo fa del comico anche sulla retorica … La retorica non si limita alle sole figure e cioè alla sola elocutio.

C’è l’inventio e c’è la dispositivo, c’è la memoria, c’è la pronuntiatio, ci sono i generi oratori, le varie forme di narratio, ci sono le tecniche argomentative, le regole di compositio, e nei manuali classici sta anche la poetica, con tutta la tipologia dei generi letterari e dei caratteri …”

Ci voleva Umberto Eco ad azzardare la traduzione dei 99 esercizi di stile di Raymond Queneau, animatore dell’esperimento dell’Oulipo, nel cui ambito anche Georges Perec ha dato il suo notevole contributo.

Perché gli Exercices di Queneau sono una “scommessa…

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mi scrive Gianfranco Gentile, detto “Tato”, 21 maggio 2020

Caro Paolo, felice di averti rivisto,

come ti dissi ti leggo spesso sulle mail che mi mandi.

Questa mattina, scorrendo il tuo sito (Coatesa.com),  ho aperto l’indice del blog e poi (Gentile Gianfranco “Tato” (2)) rileggendo appunto 2 delle poesie che ti diedi a suo tempo.

Mi piacerebbe che, se lo ritieni, ne pubblicassi altre; mi farebbe molto piacere (orgoglio?) e allora mi permetto di inviarti quelle che reputo più carine- spiritose- serie- allegre……

Se lo farai ti prego anche di volermelo far sapere in modo che io possa, IMMEDIATAMENTE (super orgoglio) andarle a vedere.

Ciao, un abbraccio.

P.s.: mi ricordo ancora la tua stanza con i materassini neri di gomma e la tua scatola del “Piccolo chimico”. Bei tempi……….


Sei stato più veloce della luce, ti ringrazio molto.

Sapevo del tuo infarto, ma non sapevo avessi dovuto sottoporti anche agli stent ed al pacemaker. Sappi comunque, ma lo sai sicuramente, che ora sei sotto protezione forse più di una persona, come si suol dire, sana come un pesce.

Le medicine ed i controlli ai quali ti sottoporrai monitorano di continuo il tuo stato di salute. Per farti un esempio, mia mamma con un infarto avuto nel 1975 è campata fino al 2003 e non è morta per quello.

Anch’io mi ricordo i bei tempi andati, il ritrovo in via Cadorna con Alberto, se non sbaglio, e la sorella (autotrasporti) e quella grande quercia che ancora vive e i poveri passerotti ai quali sparavamo con un fucile a canna esagonale, il gioco con la pelota basca che poi ti ha portato al pronto soccorso con la lingua tagliata, la tua casa in via Volta, poi in via Cigalini dove abbiamo pernottato nella roulotte prima della partenza per Marina di Pisa, quelle in via Manzoni e in via Dante; la gita a Bergamo Alta con la mia Fiat 850 beige, la gita a Pognana, mi pare, dai tuoi parenti, il ritrovo nella Ditta del Fasola a Rebbio, spero di non sbagliare il cognome, dove io, per fare lo spiritoso con i figli e la sua nipote (carina) facevo sparire il mozzicone della sigaretta sotto la lingua e mi sono scottato come un pirla.

Bei ricordi indelebili……Ciao Paolo e grazie ancora per la pubblicazione.