La sinistra e il cuneo del relativismo

La vita breve: agenda del terrorismo

8 luglio 2005. Un nuovo calendario per le fragili democrazie. Dopo l’ 11 settembre 2001, con l´attacco alle Torri gemelle, l´11 marzo del 2004, con l´attentato di Madrid, ieri attentato alla metropolitana di Londra.

Noi pieni delle nostre diversissime opinioni, quale prodotto della nostra storia e della libertà di pensiero, possiamo essere tanto sfortunati da rimanere morti o invalidi perchè stiamo andando a lavorare usando treni e autobus.

Da una parte la nostra cultura, talmente libera da arrivare ad essere ipercritica verso se stessa fino a negare i fondamenti dei nostri stessi valori, dall’altra un odio militante fortemente valoriale, che prende di mira i luoghi della nostra economia e mobilità per provocare il massimo del male.

Il ciclo politico che si è aperto nel 2001 sembra essere di lunga durata. Anzi: da una cronologia vedo che il ciclo è più lungo e deve partire dal 1981.

La risposta neo-conservatrice è chiara: difenderci, rispondere, prevenire. Anche usando la forza, perchè il nemico esiste ed è animato da odio ideologico.

La risposta della sinistra è semplicemente inesistente e del tutto incapace di garantire la più elementare sicurezza. Il cuneo del relativismo è entrato in profondità nel loro impianto politico.

Leggo in un aureo libretto di Giovanni Jervis (psichiatra che ha partecipato alla lotta anti-manicomiale):

Giovanni Jervis, Contro il relativismo, Laterza 2005, pagg. 35-36

In questo ciclo storico intravvedo che i fondamenti morali dei nostri sistemi sociali (libertà; divisione dei poteri, democrazia parlamentare, separazione fra Stato e Chiesa, promozione della scienza, sviluppo tecnico; …) vengono messi in discussione dalle ideologie fondamentaliste aggressive. Sovraccarichi delle nostre soggettività, siamo deboli di fronte alle ideologie collettive compatte alimentate dalle religioni.

Il quadro mi appare abbastanza chiaro ed è quello di una terra desolata. In questo panorama perfino il berlusconismo mi sembra, oltre che probabilmente provvisorio, anche infinitamente meno pericoloso.

Concetto Vecchio, Vietato obbedire. Il momento storico della facoltà di sociologia di Trento

giugno 2005


Caro dottor Concetto Vecchio

vivo a Como e sono ri-capitato a Trento – per lavoro – proprio la sera prima della presentazione del suo libro “Vietato obbedire”

L’ho letto voracemente la sera stessa. Con qualche commozione, tipica di chi vive quella parte del ciclo di vita pre-senile (ora ho 57 anni e allora ne avevo circa 20).

Volevo ringraziarla per la sua idea e per il libro che ne è venuto fuori.

Per me è stato come rituffarmi nel passato: ho abitato a Trento nel 1969-1971 ed ero un “gregario” del movimento che lì si sviluppava. Non un protagonista, ma una molecola di quel provvisorio gruppo sociale.

Il suo libro mi ha fatto rivivere qualche emozione e pensiero di quegli anni. Persone che ho conosciuto direttamente, eventi che non sapevo…

Ho potuto così ripercorrere una parte della mia giovinezza con gli occhi, il cuore e la testa di una persona il cui tempo è passato e che può pesare meglio le luci e le ombre sui modi in cui si formano le idee e si sviluppano le politiche.

Ho già collocato sul mio sito una pagina dedicata al suo libro a questo indirizzo: http://www.segnalo.it/Paolo/TRENTO-FAC-SOCIOLOGIA.htm

Me le scrivo anche per un piacere che le chiedo.

Ero a Trento giovedì 17 giugno, ma sono dovuto ripartire venerdì 18 senza poter partecipare alla presentazione del libro alla sera.

Il piacere è questo: se le fosse possibile e di poco disturbo potrebbe farmi avere gli articoli pubblicati sulla serata ? Immagino che sia stato fatto un articolo nei giorni successivi.

Mi piacerebbe davvero molto completare il mio ricordo

Grazie comunque per il suo lavoro sulla memoria

Cordiali saluti

Paolo Ferrario

20 giugno 2005

Caro Ferrario, la ringrazio per le belle parole. Il libro è in classifica e mi sta riservando insperate soddisfazioni. Volentieri le mando gli articoli della serata. Va bene via mail? Riusciamo a combinare una presentazione a Como? Magari in una libreria.

Un caro saluto

concetto vecchio

Politica, scienza, etica: 14 Giugno 2005. Il Referendum sulla PMA-procreazione medicalmente assistita ha ottenuto un bassissimo numero di votanti

Politica, scienza, etica

14 Giugno 2005. Il Referendum sulla PMA-procreazione medicalmente assistita ha ottenuto un bassissimo numero di votanti (25,9 %). Era un voto difficile che non doveva essere trattato con semplici Sì o No. Tuttavia ha segnato la forte prevalenza della forza delle religioni (questa volta la Chiesa cattolica) ad orientare la pubblica opinione.

Brutti tempi se sono le religioni a dettare le regole della politica, nonostante il “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. Vedo con sgomento deperire 2 secoli di pensiero filosofico e politico a partire dall’Illuminismo.

Ma c’è anche dell’altro che il direttore della Repubblica De Mauro così sintetizza:

Concetto Vecchio, Vietato ubbidire, Rizzoli – Bur. Ritagli di giornale

RITAGLI SUL LIBRO: Concetto Vecchio, Vietato ubbidire, Rizzoli – Bur

già pubblicato anche qui: http://www.segnalo.it/TRACCE/diario/DIARIO-2005.htm


  • In La Repubblica 11 giugno 2005:


  • PEZZO DELLA SERATA USCITO DOMENICA 19.6

Boato: «Aula Kessler? No, meglio Rostagno»
Anche Carla, sorella del leader del ’68, alla serata su «Vietato obbedire»

TRENTO. Erano in molti l’altra sera a Sociologia per la presentazione del libro del giornalista del Trentino, Concetto Vecchio, “Vietato obbedire”, sulla contestazione all’università nel `68.

L’aula Kessler era strapiena con la gente seduta anche sugli scalini, in piedi e fuori. Pochi, però, gli universitari di oggi. Al tavolo dei relatori, oltre all’autore del saggio, sedevano uno dei capi della rivolta, il deputato verde Marco Boato, Marianella Biroli Sclavi, la prima donna a guidare il movimento, oggi affermata docente universitaria e Paolo Sorbi, protagonista del controquaresimale in Duomo e attualmente esponente del Movimento per la vita di Milano.

Non si è trattato di un amarcord, tutt’altro. Perché, dopo l’introduzione dell’autore, è arrivatasubito la proposta-provocazione del senatore Boato. “L’aula dove ci troviamo, prima di chiamarsi Kessler – ha detto – era intitolata a Mauro Rostagno, leader indiscusso del movimento.
Con un atteggiamento meschino gli fu tolta. Ebbene, a Rostagno va di nuovo intitolata quest’aula e per Kessler, fondatore della facoltà, uomo straordinario di cui va fatta l’apologia, si pensi a dedicare almeno Sociologia”.

Scaglia: «Resti intitolata al fondatore»
Il preside boccia l’idea del deputato. Anche la Cogo si dice perplessa

TRENTO. «Quella di Boato mi sembra una proposta alquanto originale, che dimostra il suo attaccamento alla Facoltà di Sociologia. Ogni qualvolta si presenta l’occasione per farlo Boato propone di dedicare una sala od uno spazio della acoltà a qualcuno. E’ una bella attività ma non credo che una proposta di questo tipo arriverà al Senato Accademico».
E’divertito Antonio Scaglia, preside di Sociologia, quando con una buona dose di ironia decide di commentare le esternazioni di Marco Boato sulla possibilità di intitolare l’aula Kessler al compianto Mauro Rostagno, rinominando invece la facoltà con il nome del suo fondatore. «Tutti noi siamo molto legati a Sociologia e alla sua storia – ha proseguito
ancora Scaglia – quindi credo che l’aula debba essere mantenuta così com’è a ricordo della figura e dell’importanza di Kessler».

Ma il preside di sociologia non è l’unico ad avanzare forti dubbi sulla fattibilità di modificare il nome dell’aula più rappresentativa all’interno della sua facoltà. Grosse perplessità
sulla proposta di Boato vengono espresse anche da Margherita Cogo, vicepresidente della Provincia: «Devo ammettere che quest’idea mi coglie totalmente impreparata e mi sorprende.
Di primo acchito non mi sentirei di sposarla anche se decisioni di questo tipo debbono essere prese dal Senato Accademico e non spettano al mondo politico.
Ammetto però che sono alquanto perplessa». Che non se ne farà niente, dunque, e che l’aula rimarrà intitolata al suo fondatore è detto proprio da Scaglia, il quale, bocciando simpaticamente la proposta, conferma che in Senato non giungerà nemmeno la proposta di Boato. «Sociologia è un simbolo di questa città – ha concluso Scaglia – alla quale
Trento deve molto. Capisco che Boato sia legato alla facoltà ma certe simpatiche esternazioni è meglio che restino tali».
(ch.ma.)

  • Petizione per avere l’«aula Rostagno» La lettera è firmata da un gruppo di sociologi: da Calì a Boato fino a Palma


di Paolo Piffer

paolo piffer TRENTO. «L’aula Kessler venga intitolata a Mauro Rostagno, leader del’68 trentino, e Sociologia, se non l’intera università di Trento, prenda il nome del suo fondatore».
Così aveva tuonato l’altra sera in università il senatore Boato nel corso della presentazione del saggio “Vietato obbedire”, scritto dal giornalista del “Trentino” Concetto Vecchio e che si occupa della contestazione degli anni Sessanta.
Una proposta in pratica bocciata dal preside Antonio Scaglia e ha lasciata perplessa la vicepresidente della Provincia, Margherita Cogo.
Ora, l’idea trova slancio con una petizione e un gruppo di sociologi, dalla prima alla terza generazione, da quegli degli anni Sessanta fino alla Pantera dei Novanta, rilancia.
«Quando il movimento studentesco trentino iniziò a muoversi per respingere la concreta minaccia di vedersi negato dal Senato il titolo di studio – è scritto nel documento
– Rostagno fu tra i più attivi e coerenti sostenitori della battaglia che culminò nel riconoscimento della laurea in Sociologia». La lettera è stata inviata al preside di Sociologia,
Scaglia, con l’augurio che venga presa in considerazione dal successore, che dovrebbe essere Mario Diani, candidato unico. Nel testo si chiede che «nel momento in cui verrà formalizzata la proposta di trasformare l’Istituto trentino di cultura, matrice dell’Università, in fondazione “Bruno Kessler”, l’aula che oggi porta il nome del primo artefice della nascita di Sociologia venga intestata a Mauro Rostagno». Con un’aggiunta: «Anche l’Università dovrebbe portare il nome del fondatore, Bruno Kessler».
Sono otto le firme in calce: Vincenzo Calì, per 18 anni direttore del Museo storico, docente a Lettere, l’ex libraio Giampiero Gatta, il pubblicitario Gianni Palma, il senatore Marco Boato, Silvia Motta, consulente aziendale e la psicoterapeuta Leslie Leonelli, entrambe protagoniste del movimento femminista di quegli anni, Stefano Albergoni, già consigliere comunale dei Ds, Carla Rostagno, sorella di Mauro. «E’ ora che questa città dedichi qualcosa di importante al senatore Kessler – sostiene Calì -. Quattro anni fa la commissione toponomastica comunale bocciò la proposta di intitolare parte di via Verdi al fondatore di Sociologia. Poi si pensò ad un ponte, ma non mi sembra un gran ché. Adesso, qualcosa
va fatto per riconoscere a quest’uomo il ruolo che ha avuto per lo sviluppo di tutto il territorio trentino. Spero che, oltre a questa lettera mandata al preside di Sociologia, si riesca
anche ad aprire una raccolta di firme», conclude. «In Italia, penso a Pescara, ci sono università che hanno un nome. Anche giuridicamente è una strada percorribile», sottolinea Boato. Più cauto Davide Bassi, rettore dell’ateneo. «Per quanto riguarda l’intitolazione dell’aula a Rostagno è una decisione che spetta a Sociologia – dice -. Sull’intitolazione dell’università a Kessler faccio una premessa. Nel mio studio ho due foto, quelle del presidente Ciampi e di Bruno Kessler. Ho conosciuto il senatore quando arrivai a Trento, 30
anni fa. E gli devo molto. Detto questo – prosegue – non ci sono, in Italia, molte università che hanno un nome, che sono intitolate a qualcuno. E, aggiungo, non è detto che se
ne debba per forza discutere o che si debba necessariamente fare. Si tratta di una proposta. Anche se, in futuro, si dovesse prendere in considerazione l’idea, non sarebbe mai
a seguito di polemiche o prese di posizione». Tradotto, par di capire: l’argomento non è all’ordine del giorno, almeno
a breve


  • In una splendida narrazione di Concetto Vecchio il ricordo della mitica facoltà di Sociologia di Trento.
    di Ivan Carozzi, Data 23 giugno 2005 – 422 letture

in: http://www.girodivite.it/article.php3?id_article=2623

‘Vietato obbedire’, proprio così. Una specie di ossimoro, di contraddizione in termini che racchiude tutte le inconciliabili antinomie di un epoca. ‘Vietato obbedire’, ora, è il titolo del saggio edito dalla Bur che il giornalista di origini catanesi Concetto Vecchio (che nome strano e malinconico) ha voluto dedicare ai giorni di fuoco della mitica facoltà di Sociologia di Trento.

Un considerevole lavoro di ricostruzione storica, davvero stupefacente per la straripante mole di dati, informazioni e aneddoti che Vecchio è riuscito a mettere insieme e a riversare sulla pagina. Nei ringraziamenti si legge: ‘Un monumento merita Sergio Mozzi, ex funzionario dell’università di Trento, che per quasi vent’anni ha raccolto e conservato tutti gli articoli usciti su Sociologia. Senza quel tesoro di ritagli non sarei mai riuscito a ricostruire la corretta cronologia dei fatti’.

E non solo la cronologia. Dalla narrazione di Vecchio, infatti, ci viene restituita per intero l’atmosfera di quella città imbalsamata, tutta alpini e grappini, che un giorno del ’63 cominciò a vedersi invasa di capelloni, barbudos, freakettoni, intellettuali occhialuti e femministe in minigonna e con i seni appuntiti. Uno shock. Un happening. Eppure, al di là degli sviluppi che seguirono, la facoltà di Sociologia nacque da un’idea di un gruppo di democristiani trentini, particolarmente illuminati.

Su tutti Bruno Kessler (futuro rettore dell’università) e il giovane economista Beniamino Andreatta. Erano quelli gli anni del centro-sinistra al governo. L’idea moderna e temeraria, e per questo molto osteggiata, di un corso universitario in sociologia, rappresentò il tentativo di costruire, in Italia, un percorso formativo nuovo ed originale destinato ai futuri quadri dirigenziali, alle generazioni cresciute durante il grande boom economico. Non solo. Da un altro punto di vista, questo corso universitario nuovo di zecca nasceva non soltanto da un’esigenza di modernizzazione, ma doveva funzionare pure da sfiatatoio, rispondere cioè al progetto di offrire al Trentino, regione bianca, cattolica e ipertradizionalista, una via d’uscita dall’isolamento nel quale si trovava da tempo relegato, soprattutto rispetto alle altre regioni dell’Italia Settentrionale.

E la notizia di Sociologia riesce effettivamente ad intercettare il fervido entusiasmo di moltissimi giovani, borghesi, alto borghesi, proletari e poi di tanti, tantissimi cattolici. Ed è l’inizio di una grande avventura, di un’’effervescenza collettiva’, come disse Emile Durkheim. A Trento, chi l’avrebbe mai detto, si assiste emozionati all’alba del ’68, della contestazione, si vede crescere e svilupparsi una fluorescente Berkeley tutta italiana. Qui, prima che altrove, si s
perimentano l’occupazione, aperta o chiusa, l’università negativa (secondo le tesi di un opuscolo redatto da Curcio e Rostagno), le comuni, l’amore libero, i giochi di parole, la politica creativa, e infine è sempre qui, nelle aule di sociologia, che in una specie di trailer degli anni ’70 si assiste alle prime prove della lotta armata.

A Trento vanno a studiare Marco Boato, Checco Zottis, Toni Capuozzo, Gian Enrico Rusconi e Chiara Saraceni, Marianella Pirzio Biroli Sclavi, Renato Curcio e Margherita Cagol, Gigi Chiais e Paolo Sorbi. Giovani baby boomers che intrattengono rapporti familiari, amicali o di semplice filiazione, con nomi importanti dell’intellighenzia italiana. C’è chi ha studiato con don Luigi Dossetti o col giovane don Benzi, c’è chi, come Margherita Cagol, ha avuto un nonno allievo del Carducci, e chi come Curcio, ed è una notizia inedita, è il figlio non riconosciuto di Renato Zampa, fratello del più noto Luigi. Insomma, a studiare nomi, cognomi e biografie, come ha fatto Vecchio, ne viene fuori una sorta di album di famiglia molto, molto particolare, tutto da sfogliare, quasi un confluire di correnti carsiche che per qualche hegeliana ragione si sono ritrovate sotto il pavè della città conciliare.

Ma soprattutto fra di loro c’è Mauro Rostagno, il leader carismatico, il marxista libertario e irresistibile tombeur de femmes. Fra le studentesse circola addirittura una leggenda su di lui, e cioè che se gli avessi baciato l’anello, al Rostagno, saresti diventata una rivoluzionaria, per tutta la vita. Anche Sofri, Guido Viale, Mario Capanna e gli altri leader del movimento studentesco, non mancano di affacciarsi a Trento, di tanto in tanto, per vedere che cosa bolle in pentola e trovare un po’ d’ispirazione.

Ma la partenza dell’università, bisogna dirlo, è quanto mai travagliata. Non soltanto governo e ministri non intendono riconoscere la laurea in sociologia, ma ci si mettono pure gli studenti, che contestano i docenti, che vorrebbero buttare a mare i programmi (chiedono più Marcuse, Horkeimer e Adorno), che s’inventano l’istituto del voto politico, quasi lo brevettano, e che vorrebbero aprire la facoltà a seminari e lezioni autogestite.

A risolvere la situazione arriverà un giovane professore della Cattolica, Francesco Alberoni, che sbarca a Trento in spider e con l’inconfondibile girocollo sotto la giacca (niente cravatta, quindi). Sarà lui il nuovo rettore e sotto il suo dicastero inizierà un confronto aperto e inedito fra l’accademia e gli studenti, un dialogo che in Italia non ha precedenti e che per molti versi farà scandalo. Dove si era mai visto che un rettore d’università si mettesse a frequentare le case degli studenti, le comuni, addirittura, a fare bisboccia e a discutere di politica fino a tarda notte? Eppure, nonostante questo breve e sfolgorante idillio, presto si allungano le ombre dei ‘vietato vietare’, dei ‘vietato obbedire’, degli imperativi camuffati da giochi di parole.

L’atmosfera si fa cupa, c’è la pioggia di sangue del Vietnam, c’è una classe politica indolente che a sinistra come a destra è incapace di cogliere le istanze sollevate dai movimenti, e poi ci sono i movimenti che di riflesso cominciano a farsi prendere da strane smanie e sussulti, che prendono a sproloquiare di rivoluzione con un vocabolario sempre più lugubre e burocrate.

La sinistra extraparlamentare si frammenta in una grottesca quantità di sigle e gruppuscoli: maoisti, marxisti leninisti, guevaristi, lottacontinuisti, potopini. L’odore dolciastro del patchouli cede a quello acre e urticante dei gas lacrimogeni, e iniziano così a circolare gli esplosivi, le molotov, e i cittadini benpensanti cominciano a guardare in tralice quei rompiscatole dei capelloni e delle femministe. Botte da orbi. Ci si mettono di mezzo pure gli alpini, infatti, e i reduci della grande guerra, quando un giorno Saragat, invitato a Trento per una commemorazione, viene duramente contestato dai sociologi e nel corteo impavesato di medaglie, gagliardetti e militaria, si scatenano scene da guerriglia urbana, pestaggi indiscriminati e, soprattutto, incomprensioni a non finire, visto che gli studenti quel giorno ce l’avevano con una classe politica trombona, sempre pronta a far retorica sui settecentomila caduti italiani del ‘15-‘18, ma che pure non è in grado di riconoscere una pensione decorosa ai vecchi combattenti.

A partire da quell’episodio, più o meno, inizia il declino di Sociologia, iniziano gli anni ‘70. Eppure, Toni Capuozzo, il famoso giornalista del TG5, racconta commosso a pag. 183: ‘Sociologia di Trento è stata molte cose, per me: e anche una galleria di giorni e notti, e nomi, e volti, e quasi, ancora, una parola magica, di quelle che pronunciate creano una complicità.

Ed è stata anche l’apprendimento di un metodo di conoscenza, di una disciplina in anni indisciplinati, e un gusto mai perso di capire cosa muova le persone’. Succedeva quarant’anni fà. Amen.


Silvano Bert in : http://www.questotrentino.it/2005/13/Vietato_obbedire.htm

E’ un masso che rotola libero, cieco, sballottato qua e là, verso il precipizio. A suggerire questa lettura è la copertina, una sorta di “istruzioni per l’uso” di un ordigno misterioso – la facoltà di Sociologia – scaraventato a Trento in regalo senza essere desiderato. Le testimonianze dei protagonisti di quei dieci anni, dal 1962 al 1971, ci danno – è scritto – “il ritratto della stagione che anticipa e prefigura la ferocia della lotta armata”.

Che sia un avvicinarsi all’abisso del terrorismo è un’interpretazione diffusa, ma non per questo è la più vera. Quei dieci anni sono tante cose insieme.

Nell’ultima pagina, Concetto Vecchio, giovane giornalista al Trentino, a epilogo di quegli anni, cita tre fatti. Renato Curcio e Margherita Cagol, a Milano, certo, scelgono la lotta armata. Ma le università italiane si aprono, per legge, ai diplomati di tutte le scuole, e una
coppia, a Modena, può registrare per prima in Italia il proprio divorzio. Come convivono le Brigate rosse con le riforme, civili e sociali, della modernizzazione?

Allora, cosa ha visto Trento, “Dio mio”, in quel periodo di fuoco? Nel 1971 le campane tornano a suonare, senza contestatori fra i piedi: “I ragazzi che volevano fare la rivoluzione raccolgono le loro cose e sgomberano il campo: hanno perso”. E’ stata una “parentesi”.

Eppure, per tutti, “nulla sarà mai più come prima: contestare i padri e l’autorità non è stato inutile”. Come se, diremmo, a Trento, prima che altrove, si fosse recitato lo spettacolo dell’”autobiografia della nazione italiana” (e non solo).

Rimangono in tensione fra loro le diverse interpretazioni del Sessantotto, come di altri eventi della storia d’Italia. Noi siamo abituati da sempre a discutere se il fascismo è “parentesi” (l’invasione degli Hyksos in un territorio sano, è la tesi di Benedetto Croce, il liberale), o “rivelazione” (l’esito di malattie di lunga durata, è la tesi di un “azionista” come Piero Gobetti). O chissà, se è, secondo i marxisti, “controrivoluzione borghese”. Ci torneremo.

S

i può piantare una facoltà di sociologia fra le montagne?” – obietta Francesco Alberoni a Bruno Kessler, il presidente democristiano della Provincia, che lo vuole a Trento, nel ’68, a dirigerla, per risollevarla dalle difficoltà. La storia, come sempre, è anintenzionale: il progetto politico è di ricavarne i tecnici funzionali allo sviluppo capitalistico. Al quale serve l’approccio positivistico delle scienze sociali: individuare il problema, formulare l’ipotesi, verifica o falsificazione. L’idealismo, allora dominante, che opera “distinzioni” all’infinito, è inservibile. Per Croce, infatti, la sociologia è una “scienza inferma”.

Sarà Karl S. Rehberg, venuto a Trento da Dresda a festeggiare nel 2002 il 40°anniversario dell’università, a spiegare perché le facoltà di sociologia nascono, inizialmente, in città periferiche, in Italia, in Germania, e altrove. La sociologia nasce come “contropotere” rispetto alla società reale, è la critica delle disuguaglianze, dello sfruttamento, dell’alienazione. Nell’età della globalizzazione – disse – deve accogliere i nuovi problemi, deve tornare a far “arrabbiare”.

E Concetto Vecchio racconta una storia di arrabbiature dei giovani contro l’autorità. “L’obbedienza non è più una virtù”, scrive don Lorenzo Milani. Gli studenti disobbediscono ai professori, i figli ai padri, gli operai ai padroni, i fedeli alla chiesa, e infine, dentro il movimento, le donne (le femministe) agli uomini. E tutti insieme gli oppressi si ribellano al “sistema” del capitalismo militare, fascista, imperiale, in Italia e nel mondo. L’”università critica” è il momento più alto, con i corsi autogestiti, della disobbedienza. A Trento accorrono, in folla, giovani da tutta Italia: duecentoventisei nel 1962, duemilaottocento nel 1968.

Le pagine sono fitte di nomi e di fatti. Di vita e di morte. Di amori e di abbandoni. Di carezze e di violenze. Di assemblee e di attentati. Di successi e di fallimenti. A scuola e in fabbrica. In casa e sulla strada. In chiesa e nei palazzi della politica.

E

una generazione “fortunata” quella del ’68. Il clima che ci viene riconsegnato dalle testimonianze è di un’età in cui i due piani del tempo biografico e del tempo collettivo si intersecano, non rimangono separati. La partecipazione a un movimento permette a quei giovani di elaborare mentalmente una concezione del tempo storico. Cioè la consapevolezza che un mondo esiste prima di noi, e che ne esisterà uno dopo, a trascendere la vita individuale di ognuno. E il mondo futuro può essere costruito diverso. Che è la coscienza storica.

Talvolta i programmi di studio di quegli anni, concordati, (quasi) imposti dagli studenti dopo lotte (e occupazioni) anche lunghe, sono accusati di essere schiacciati sull’attualità. Nel convegno del 2002 è questa l’accusa di Paolo Prodi e di Guido Baglioni. Certo urgeva il bisogno di sapere “perché” si studia. E si rispondeva: per esercitare “un’azione rivoluzionaria” sul mondo.

Forse solo un’altra generazione, quella della “Resistenza”, fu altrettanto fortunata, visse un’analoga effervescenza collettiva. E con la resistenza il sessantotto fece i conti in modo originale. Il problema non è tematizzato nel libro, se non per accenni, ma ad essa, per via familiare, sono legati alcuni esponenti di spicco del movimento studentesco trentino. La somiglianza fra il disobbedire esistenziale dei partigiani e quello degli studenti, fra la “comunità liminare” degli uni e degli altri, viene scoperta in tutto il suo fascino. Uno studente cattolico paragona il “tradimento” del concilio a quello della resistenza.

Alla memoria egemone è però mossa una critica interna: rispetto alla dimensione patriottica, unitaria, di liberazione nazionale, si privilegia la dimensione di classe, all’antifascismo “tricolore” viene contrapposto l’antifascismo “rosso”. “La Resistenza è rossa, non democristiana”, diverrà lo slogan gridato il 25 aprile nelle manifestazioni separate degli anni ‘70. Il fascismo è interpretato come controrivoluzione antiproletaria, e a fascismo oppressivo è ridotto il potere “borghese” dello Stato repubblicano.

Sarà uno storico come Guido Quazza a elaborare in forma organica la tesi della Resistenza “tradita” o “incompiuta”, la continuità quindi fra la rivolta partigiana e la rivolta studentesca, nello sforzo di comprendere, per rispondere alla violenza “istituzionalizzata”, anche il ricorso a forme di violenza “illegale”. Fascismo diviene una categoria estesa, illimitata. L’antifascismo, simmetrico, è maneggiato come una clava, minacciosa. Da “esistenziale” si trasforma in “militante”. E, dopo la strage di piazza Fontana, l’abbattimento dello Stato, ormai divenuto fascista, esige per alcuni il ricorso alla lotta armata.

L

e aporie di Quido Quazza hanno origine dal suo rifiuto di ammettere che il regime fascista ha avuto consenso, non è stato “una chiesa senza fedeli”. La Costituzione, che a quello storico pare un tradimento della resistenza, (il patto del 1948 sarebbe un inganno, in quanto frutto dell’unità fra i moderati e una sinistra cedevole), ne è in realtà il risultato più pieno. Il Sessantotto, nei suoi eccessi rischiosi, ha il merito di rivitalizzare il dibattito. Nella resistenza, qualche anno dopo, con franchezza maggiore, sarà riconosciuto, dalle ricerche di Claudio Pavone, anche l’aspetto di “guerra civile”.

Ma i ‘70 non sono solo anni di piombo. Non fu fatta la rivoluzione, perché non è possibile, in occidente, nei tempi moderni. “E poi, non sapevamo parlare alla gente, questa è la verità”, riconosce oggi, una donna del movimento femminista di allora.

Il divorzio, e l’aborto, (ma anche il nuovo diritto di famiglia, lo statuto dei lavoratori, la liberalizzazione degli accessi all’università), dopo che la società è maturata dal basso, vengono riconosciuti con leggi del parlamento. Poi difese nei referendum con i quali forze integraliste (cattoliche) cercano di abrogarle. L’onda lunga del ’68, di partecipazione alla politica, in quelle conquiste è determinante.

E’ vero, anche in quelle occasioni fu attivata una “mobilitazione antifascista”, contro il “fascismo di Stato” della Democrazia cristiana. Era un fraintendimento. Adriano Sofri lo ha riconosciuto proprio qualche giorno fa, in videoconferenza a Trento, parlando sul referendum per la fecondazione assistita. Adesso che di quest’ultima prova conosciamo il fallimento, sulle cause, vicine e lontane, del dove abbiamo sbagliato, ognuno deve interrogarsi.

A

nche sulle energie che abbiamo perso per strada, dobbiamo interrogarci, figure che non ci lasciano in pace. Dei cento nomi citati nel libro, voglio ricordare solo quello della nostra (di Trento) Mara Cagol, che nel 1969 scrive alla mamma: “Tutto ciò che è possibile fare per cambiare questo sistema, è dovere farlo, perché questo io credo sia il senso profondo della nostra vita. La vita è una cosa molto importante per spenderla male o buttarla via in inutili chiacchiere”.

I miei studenti, con il passare degli anni, si sentirono sempre più estranei ai loro fratelli maggiori del ’68. Anzi, “erano strumentalizzati dalla politica”, un giorno cominciarono a dire. E così, mutati, i più giovani si diplomarono, si iscrissero anche all’università. Certo, quei loro antenati avevano sbagliato, in alcune scelte. Ma avevano capito che la storia è dotata di uno sprazzo di senso. Almeno.

E’ questo il messaggio del libro. Brillante, leggibile: frasi brevi, parole non troppo lunghe. “Il 27 aprile 1966, all’università di Roma, c’è scappato il morto”. Che nel raccontare una tragedia, la prima, l’assassinio di Paolo Rossi, uno studente che desiderava diventare architetto, nel registro linguistico abbia una caduta, a Concetto Vecchio lo perdoniamo.




Cinquantaseiesima estate

Estati

28 giugno 2005. La mia cinquantaseiesima estate.

C’è più tempo per la cineteca estiva. Due film da ricordare, per ora.

Qualche giorno fa: Omicidi di provincia di Steve Kloves, con Dennis Quaid, Gwyneth Paltrow, Meg Ryan, James Caan. Giallo esistenziale: Il figlio ritrova adulta ed amabile la bambina che il padre (un carogna veramente tremenda) vorrebbe uccidere, dopo avergli sterminato i genitori. Il tema è l’amore impossibile ed il film è hopperiano e bellissimo.

Ieri abbiamo visto I sublimi segreti delle Ya-Ya Sisters di Callie Khouri: romanzo familiare visto dalle donne (“Chick Flick”: denominazione americana dei film al femminile). Le vecchie amiche, in alleanza “terapeutica” con solide ed affettive presenze maschili e nel loro rituale “ya-ya sister”, aiutano la figlia a riallacciare i rapporti con la madre non poco “disadattata”. Sullo sfondo: musica Blues e Cajun in una Louisiana piena di fiumi. Ritemprante.

a proposito dell'enfasi tutta ideologica sulla bontà intrinseca della "comunità locale": la "morale della vicinanza"

27 maggio 2005

In un Comune lombardo, anche abbastanza vicino, una madre annega suo figlio di 5 mesi.

Fra le tante riflessioni tengo quella di Umberto Galimberti, che elabora anche questa bella definizione di “morale della vicinanza” (a proposito dell’enfasi tutta ideologica sulla bontà intrinseca della “comunità locale” !)

I familiari fanno cerchio perché Cogne insegna. I membri della famiglia e i vicini di casa hanno una capacità sorprendente di ignorare o fingere di ignorare che cosa accade davanti ai loro occhi, come spesso succede con gli abusi sessuali, la violenza, l’alcolismo, la follia o la semplice infelicità. Esiste un livello sotterraneo dove tutti sanno quello che sta succedendo, ma in superficie si mantiene un atteggiamento di assoluta normalità, quasi una regola di gruppo che impegna tutti a negare ciò che esiste e si percepisce.
Siamo al diniego che è il primo adattamento della famiglia alla devastazione causata da un membro, sia esso alcolista, o drogato, o pedofilo, o violento, o folle, o infanticida. La sua presenza deve essere negata, ignorata, sfuggita o spiegata come qualcos’altro, altrimenti si rischia di tradire la famiglia. Qui scatta quella che potremmo definire la “morale della vicinanza”, che è quanto di più pernicioso ci sia per la coscienza privata, e a maggior ragione per quella pubblica. Infatti, la morale della vicinanza tende a difendere il gruppo (familiare, comunitario) e a ignorare tutto il resto. E così finisce col sostituire alla responsabilità, alla sensibilità morale, alla compassione, al senso civico, al coraggio, all’altruismo, al sentimento della comunità, l’indifferenza, l’ottundimento emotivo, la desensibilizzazione, la freddezza, l’alienazione, l’apatia, l’anomia e alla fine la solitudine di tutti nella vita della città”.

sono tornato a Venezia per un incarico di docenza. E sabato sono stato raggiunto da Luciana per un breve week end …

24 MAGGIO 2005

Gli scorsi giorni sono tornato a Venezia per un incarico di docenza. E sabato sono stato raggiunto da Luciana per un breve week end.

Le stesse emozioni che è bello riprovare negli stessi posti e negli stessi modi. Il profilo delle case sulla Giudecca, la larghezza da Boulevard delle Zattere, gli orti dell’isola di sant’Erasmo, le camminate notturne, perdersi e ritrovarsi fra calle, salizzade, sottoporteghi …, Massimo Cacciari che rema per sponsorizzare una manifestazione della associazione per i trapianti … Venezia è una città in cui “tutto è ‘taccato'”.

  • Nelle prime due notti ho pernottato all’ Hotel Agli Alboretti, che per anni ho guardato con curiosità.

  • Ma per una notte più economica (sempre con costi veneziani) sabato abbiamo dormito all’ Hotel Dalle Mora.

Culture politiche della sinistra e terrorismo: Gianpaolo Pansa sull'assassinio di Walter Tobagi

Culture politiche della sinistra e terrorismo

20 maggio 2005. Oggi un articolo di Gianpaolo Pansa sull’assassinio di Walter Tobagi mi prende nel sentimento e nel pensiero.

Viviamo in anni abbastanza crudeli, ma la cultura ideologica della sinistra nichilista è stata infinitamente peggio. In quegli anni ero impegnato in politica, ma non capivo quasi nulla di quanto stava succedendo. Mi dovrebbe servire da insegnamento: osservare, riflettere, mettere in ombra l’ideologismo. Tentare almeno di leggere i fatti prima di annegarli nelle interpretazioni.

Questo frammento di Pansa è raggelante, ma lo annoto per fissarlo nella memoria:

Dopo una galleria l'Adige si fa improvvisamente selvaggio …

Sincronicità e anni della giovinezza

16 giugno 2005

Verso Trento, per lavoro

E’ un percorso che ho fatto per più di 30 anni e il viaggio in treno da Verona a Trento ha sempre un momento magico, quando cambia il paesaggio.

Dopo una galleria l’Adige si fa improvvisamente selvaggio, la valle appare in tutta la sua forza, solo vagamente simile alla Valtellina. C’è proprio un cambio di ambiente mediato dal buio della galleria.

Ma oggi la cosa più interessante è un’altro episodio di sincronicità. Proprio nel momento magico, apro una Repubblica non ancora letta di qualche giorno fa e trovo un pezzo dei miei vent’anni. Venerdì sera sarà presentato un libro sulla facoltà di sociologia.

Conversazione autobiografica su splinder, seconda metà del 2000

surferina mia ! ciao cara
non volevo metterti in tensione chiedendoti di parlare di te.
mi rendo conto che è strano scrivere di sè su committenza.
ma ero curioso delle radici della tua viva intelligenza, del tuo giocoso modo di prendere la vita.
Quindi ti ringrazio e molto per avermi consegnato un pezzo della tua storia di vita.
Barbara. Nome nato da una qualsiasi buchet (o bouchet) e che tu ristrutturi in prevert e de andrè.
Il tuo contributo al carattere paterno conferma la mia intuizione: prendi la vita sul serio, dalla parte del bicchiere mezzo pieno e partendo dal sorriso. Anzi , visto il sesso anale, dallo sghignazzo. Come insegna dario Fo (ah se facesse solo l’attore!)
Ma la cosa infinitamente interessante di te è il tuo ancorarti alle generazioni precedenti.
Sono certo che ti servirà moltissimo nella tua vita. Saranno ancoraggi solidi, in ogni momento di svolta.
Mio nonno paterno ( i materni sono morti prima che nascessi) non è un modello interessante. Però amava il lago di como ed era un giornalista locale. Queste due cose me le ha lasciate. Era un trovatello: cresciuto in un istituto per minori.
Comunque la mia linea paterna è di matrice fascista (il nonno: un fascista interiore, non un attivista o un fanatico) e mio padre era un liberale. Ho recuperato la memoria del padre, cioè quelle radici, dopo che lui è morto. Il jazz viene da lì, e anche l’america viene da lì. da lui ho anche recuperato lo spirito di indipendenza: era un disegnatore di tessuti. sempre chino , otto ore al giorno, sui colori dei quadri da trasferire su stoffa.
C’è un parallellismo fra i tuoi genitori e me stesso. Loro due sono nati come me nell’immediato dopoguerra. Quando penso a quegli anni penso sempre a come doveva essere bello e al tempo stesso straniante fare l’amore sulle macerie della terribile 2° guerra mondiale per i loro e miei genitori.
Mia madre è vissuta dieci anni a mio padre. La loro non è stata una relazione piena e forte. Si sono tollerati, ma mi hanno fatto crescere. Questa responsabilità se la sono assunta.
Non fa niente se il tuo interesse per la cultura è reattiva. intendo rispetto al disinteresse di tuo padre.
credo che tutti noi costruiamo parte del nostro carattere in modo reattivo.
Io sono sempre alla ricerca di “padri” e li trovo spesso, spessissimo, in scrittori, filosofi, insegnanti.
“Intelligentona” ! Quante volte mi sono visto guardare con compatimento dai miei genitori per i miei ragionamenti. ed infatti ho smesso presto di parlare con loro dei miei studi. Mia madre mi diceva. “chi troppo studia pazzo diventa!” direi che intelligentona è più interessante.
Con gli studi ho fatto fatica. Per ragioni utilitaristiche mi sono diplomato con difficoltà come perito edile. Non sapevo fare il disegno tecnico. figurati che bravo perito edile. poi mi sono infilato alla facoltà di sociologia: studi che hanno dato finalmente direzione e struttura ai miei interesssi. La mia formazione è solida: antropologia, moltissimo le psicanalisi, diritto, storia.
mi sono guadagnato da vivere per 35 anni come docente di politica sociale nelle scuole di formazione professionale. faccio ancora questo lavoro come libero professionista. non ho la pensione: l’avrò , forse, a 65 anni. guadagno poco, ma in due senza figli viviamo con agio.
però prima o poi anche tu dovrai dare un orientamento al lavoro.
cercando quelcosa che dia spazio sia alglinteressi culturali che alla musica.
la cosa fantastica è che leggere ed ascoltare musica costa davvero poco.
si può anche fare un lavoro da poco reddito e studiare come nell’ottocento studiavano tutti i grandissimi scrittori francesi, tedeschi, ingelsi, italiani.
Per la musica sai che noi due ci siamo incrociati grazie a nina simone
figurati quanto unisce la musica
io purtroppo sono solo un “ascoltatore” dei musica. non so leggerla. non so suonarla. non so cantarla
la musica , anche solo ascoltata , lavora sulla mia parte creativa delle cervello
non vorrei morire. ma dato che si muore vorrei morire su un canto di nina simone.
sul vegetarismo ti ammiro ed invidio. io non me la sento di fare una scelta così drastica. ma tutte le ragioni stanno dalla tua parte.
e poi è vero: il cambiamento parte solo da noi stessi. è una solida etica quella che affermi. però io su questo piano posso solo impegnarmi a ridurre la carne.
io amo gli animali più di certi uomini. toccare le frogi di un asino o di un cavallo, ,toccare la pancia della mia gatta di casa, prendere in braccio i gatti di campagna che nutro con impegno finanziario di non poco conto (6 gatti!), accarezzare i cani … tutte cose che hanno su di me un potere calmante e inebriante. sento la vita nelle sua forma essenziale in loro
mi sento bene con gli animali.
non posso tenere un cane ora perchè darei troppo dolore alla mia gatta miciù. che non sopporterebbe un estraneo. ma spero in un ciclo di vita della vecchiaia che mi consenta di fare crescere assieme due cucciolo di cane e di gatto.
sulla religione mi è capitato esattamente quello che ti capita. Non ho avuto la grazie esterna di essere toccato dal richiamo di alcun dio. ne parlo spesso con prisma, una amica cattolica che rispetto pur vivendo in due universi polari. ma ne parlo anche con astime, che invece è una eccessiva anti-religione. vorrei che la religione fosse un fatto privato
ecco perchè sono così perentorio contro la religione musulmana. compreso il terrorismo che si porta dietro.
quella è una battaglia che voglio condurre.
vorrei evitare lo sgozzamento. ma non smetterò di parlare nel mio blog-diario di questo pericolo “attuale futuro”.
è una questione di responsabilità filosofica e politica
l’allontanamento dalla cultura di sinistra parte dall’11 settembre 2001. per un momento di svolta
bello bellissimo il lavoro storico che fai sul nonno
“partigiano odiato dai suoi stessi compagni e dai fascisti” dunque una persona schierata ma indipendente.
ripeto: bella linea paterna! te lo ripeto: sarà il filo su cui puoi tessere i tuoi anni di vita
la mia tesseranza politica. Mi sono iscritto al pci nel 1973, dopo il colpo di stato del cile, seguendo un politico di grande etica morale (enrico berlinguer) , e per stare contro il terrorismo estremista di quegli anni. Sono stati anni formativi, ti assicuro. capiterà di parlarne ancora. ma certo c’era una ambiguità
il tema me lo sono chiarito in modo pubblico in quel post “to cross the line” l’alternativa non è fascismo/comunismo. l’alternativa è espansione delle libertà individuali (temperate da una attenzione agli interessi collettivi) contro ogni tipo di totalitarismo (fascista, comunista, islamista).
infine : grazie per la fotografia. hai quello sguardo intelligente, ironico che ti contraddistingue anche nei tuoi scritti. e in più quel sorriso che dice: “ti guardo con tanti pensieri”, “sono tante cose” “ho una personalità multivalente”
ricambio con un po’ di mie fotografie (non quella del quadro nudista! lì inevitabilmente il tuo sguardo cadrebbe solo “lì”)
sono alla rinfusa. e sono in serie storica. non ne trovo di attuali: però da tempo ho rifiutato barba (questo da moltissimi anni) ed anche i baffi (dopo l’11 settembre 2001
avremo ancora modi di scambiarci le nostre storie
chi siamo? siamo una biografia. così dice una citazione che non trovo
ti raccomando: STAMMI bene
guarisci
questo scambio fra la mia generazione e la tua ha su di me un potere energetico
baci e abbracci
paolo

Amalteo Alias Paolo o Paolo Alias Amalteo
ciao surferina mia

ma allora tu vuoi farmi morire di piacere?

diventare un simbolo nei tuoi sogni è una cosa bellissima. Ricordati sempre, però, che ho quasi 35 anni più di te … l’emozione potrebbe farmi male al cuore …

il fatto che tu sogni e ti ricordi dei sogni anche senza scriverli è indizio di un ottimo rapporto con te stessa. E anche le persone che compaiono sono parte di te. Tue proiezioni.

Ricordi i film di fellini?

Ecco, lui riusciva a proiettare i suoi sogni. Di più: lui riusciva a coinvolgere gli attori sui suoi sogni e a convincere i produttori a pagare le mastodontiche spese dei suoi film …

Anche il tuo rapporto con i cani è un grande aiuto a mantenere l’equilibrio. A me il rapporto con gli animali mi ha salvato la psiche ed ha educato il mio istinto.

Interessante anche la storia della tessera. Forse quando semi-sognavi questo c’era un bel po’ di sfera di coscienza.

Visto con l’occhio di oggi hai perfettamente ragione.

Ma, vedi, io non rinnego quel lungo periodo della mia vita. Mi ha tenuto lontano dall’estremismo politico – che vedi quali danni produce. Mi ha indotto a studiare molto, moltissimo.

Ho visto come funzionano le logiche del potere.

Insomma è stato un grande apprendimento..

Certo ora potrei anche pensare di avere dedicato troppo tempo a qual partito. E che poi c’era la doppiezza: dire certe cose e praticarne altre.

Ma quello che sono oggi, e oggi mi sento migliore, lo devo anche a quegli anni.

Questo ti avrei detto nel tuo semi-sogno.

Infine: spero di non averti mancato di rispetto nel tuo sogno!

La mano, te la tengo e stringo molto volentieri.

Se faccio dei sogni  puoi essere certa che te li racconto.

Sai cosa mi piace di te?

Il modo divertente e divertito con cui prendi la vita. Ci trovo qualcosa di serio e maturo in questo atteggiamento.

Hai sempre da raccontarmi della tua famiglia. Naturalmente se ne hai voglia.

Baci e abbracci surferina mia

paolo

Caro mio Paolo, l’influenza mi stanca e dona dei “bellissimi” occhi annacquati ma non mi piace lamentarmi (avendo provato nella vita malesseri ben peggiori).

Di fatti sono qua in questo spazietto per parlarti di una cosa bellissima.

I sogni, l’attività onirica.
Ho una vita onirica MASSICCIA, FREQUENTE, STRABILIANTE e MERAVIGLIOSA. Non ne parlo spesso perchè devo ancora fomulare un pensiero comprensibile da gli altri….sai, almeno su certe questioni “io mi capisco al volo” ma non saprei come spiegarmi al mio prossimo.

Tuttavia devi sapere che oltre ad avere una buona memoria in generale, una personale mastodontica fame di memoria posseggo anche una buona memoria dei sogni.
Bada che non li annoto, o meglio non li annoto tutti. Trascrivo un sogno ogni tanto ma nonostante ciò riesco a ricordare dei sogni che feci da bambina (insomma, vado per i 26: l’infanzia è lontana…hi hi hi).

La cosa che mi emoziona maggiormante è che capita che io riesca a controllare questi sogni (ma te lo spiegherò un’altra volta nei dettagli che tra l’altro sono parecchi).

Oggi l’ho fatto ancora.
Volevo te e ti ho incontrato!

Nel pomeriggio ti ho sognato più volte (con la febbre il mio sonno non è mai continuato) ed è stato bellissimo.

La cosa che mi colpisce di più è che ricordo e sento ancora le tue carezze.
Mi accarezzavi e prendevi la mano, poi mi abbrcciavi, ti posso assicurare che la mano destra riesce ancora ad avvertire la tua piacevole “pressione”.
Non meno importante il tuo calore che è rimasto guardingo tra le mie lenzuola.

E le chiacchere?
Che ridere, parlavamo di tutto.
Nel salutarti ti dicevo, cosa che penso veramente, di non offenderti ma che non riuscivo a capire come aveva fatto un uomo del tuo valore ad avere una tessera politica per così tanto tempo.
Comunque nel sogno non la prendevi male, ti sei fatto le tue belle sghinazzate……

Grazie di tutto Paolo, mi piacerebbe vermaente ricambiare questa visita onirica.

Più baci anche se contagiosi e si forte!

Barbara

Politica sociale e pensioni


12 aprile 2005. Sul treno, verso Monza per un incarico di lavoro.

La mia mente si apre ad una prospettiva sulla vecchiaia. Una ipotesi e decisione molto semplice: non andrò in pensione.

Continuerò con questi incontri di lavoro formativo, se e quando saranno richiesti. Fino a quando sarà possibile e ne avrò la forza e se gli occhi, le gambe e il cuore mi aiuteranno.

Fino ad ieri pensavo in termini polarizzati: o lavoro a ritmi forti o, all’opposto, tempo di riposo introspettivo.

Invece non è così: c’è un’altra via. Ci sono i tempi flessibili, il mantenimento delle mie linee di studio, l’adesione a domande compatibili con queste competenze.

Non so se questa ipotesi / decisione sarà realistica.

Per ora so solo che mi tranquillizza e rasserena.

Di nuovo nella mia vita si riaffaccia la sincronicità, individuata da Carl Gustav Jung: eventi fra loro slegati che convergono come oggetti sulla sabbia ad indicare un percorso. A dargli significato.

Infatti questo pertugio del mio ciclo di vita si è presentificato in occasione della lettura del libro Die Broke di Pollan e Levine. Ed è stato sincronicamente sottolineato da due proposte di lavoro che sono arrivate una per telefono ed una per E-Mail.

Così un libretto americano di economia domestica ha indicato una prospettiva di cambio di atteggiamento e di rotta. Davvero “viva la globalizzazione delle idee!”.

Politica: il cicli elettorale del 18 aprile 2005

Politica: cicli elettorali

18 aprile 2005. Le elezioni di ballottaggio confermano il ciclo positivo per l’Unione. E il Governo Berlusconi sta attraversando una fase molto critica: incalzato dagli eredi della Democrazia Cristiana e sostenuto solo dai pretoriani della Lega Nord, mentre gli ex fascisti di Alleanza Nazionale si defilano.

Si può continuare a sorridere e a sperare che gli “anni abbastanza crudeli” volgano al termine. Come pure il violentissimo linguaggio delle destre.

Ora, però, incombe l’eccesso di entusiasmo e lo sghignazzo della sinistra. Brutto segno.

Bisognerebbe dare ascolto al veggente Giampaolo Pansa e ai suoi 5 insegnamenti: 1. la troppa euforia può giocare qualche brutto scherzo (il Centrosinistra non ha ancora vinto le elezioni politiche, che sono un’altra cosa rispetto alle elezioni regionali o locali); 2. non fare come le destre con le epurazioni dalle televisioni; 3. stare attenti al parolaio rosso (Bertinotti), già pronto ad accoltellare la coalizione; 4. non adulare i nuovi (possibili) vincitori; 5. non essere già troppo voraci delle poltrone del potere.

Spero che nei prossimi mesi si riesca a tenere un forte profilo propositivo, senza arroganza e con la sola convinzione di essere capaci di politiche all’altezza di qualche problema fra quelli che incombono.

Sulla politica estera ho poche speranze: i governi di Centrosinistra ci espongono all’insicurezza e sono del tutto incapaci di opporsi alla barbarie della cultura integralista musulmana. Ma in politica interna (mi basta poco) vorrei vedere di nuovo in agenda le politiche socio-sanitarie. I ministri Maroni (un saxofonista della Lega Nord) e Sirchia (un barone con i tic) hanno creato un vuoto per 5 anni.

4 aprile 2005. Elezioni regionali alla 8° legislatura

Vince 11 a 2 il centro – sinistra dell’Unione di Prodi.

Finalmente dopo gli ultimi anni crudeli si può di nuovo sorridere. Mi sento più leggero. Le destre italiane non hanno più il vento in poppa. Hanno avuto ragione in politica estera, ma la “devolution”, la deriva morale sulla giustizia, le leggi ad personam, l’arroganza dei loro dirigenti è quanto di peggio ci possa essere per la cultura politica di questo paese.

Rimane però una amarezza locale: Lega Nord (il peggio del peggio) e Forza Italia vincono in Lombardia e a Como.

Esco di casa per il lavoro. Guardo questo paesaggio che continua a “fare anima” dentro di me e mi ripeto ancora una volta: “bellissima geografia, orribile sociologia”

Passaggi: Karol Wojtyla, una morte su cui si è fermato il mondo


Sabato 2 aprile 2005, di sera alle 9 e mezza muore Karol Wojtyla, il papa Giovanni Paolo II.

Tutto il mondo, davvero tutto il mondo, sembra fermarsi per lunghi attimi.

Ascolto una bellissima poesia di Mario Luzi che illumina con la forza dell’arte quanto la morte, anche per chi crede alla vita eterna, sia un evento irriducilmente tragico: “Congedarmi mi dà angoscia più del giusto ...”

Via crucis

Padre mio, mi sono affezionato alla terra

quanto non avrei creduto.

È bella e terribile la terra.

Io ci sono nato quasi di nascosto,

ci sono cresciuto e fatto adulto

in un suo angolo quieto

tra gente povera, amabile e esecrabile.

Mi sono affezionato alle sue strade,

mi sono divenuti cari i poggi e gli uliveti,

le vigne, perfino i deserti.

È solo una stazione per il figlio Tuo la terra

ma ora mi addolora lasciarla

e perfino questi uomini e le loro occupazioni,

le loro case e i loro ricoveri

mi dà pena doverli abbandonare.

Il cuore umano è pieno di contraddizioni

ma neppure un istante mi sono allontanato da te.

Ti ho portato perfino dove sembrava che non fossi

o avessi dimenticato di essere stato.

La vita sulla terra è dolorosa,

ma è anche gioiosa: mi sovvengono

i piccoli dell’uomo, gli alberi e gli animali.

Mancano oggi qui su questo poggio che chiamano Calvario.

Congedarmi mi dà angoscia più del giusto.

Sono stato troppo uomo tra gli uomini o troppo poco?

Il terrestre l’ho fatto troppo mio o l’ho rifuggito?

La nostalgia di te è stata continua e forte,

tra non molto saremo ricongiunti nella sede eterna.

Padre, non giudicarlo

questo mio parlarti umano quasi delirante,

accoglilo come un desiderio d’amore,

non guardare alla sua insensatezza.

Sono venuto sulla terra per fare la tua volontà

eppure talvolta l’ho discussa.

Sii indulgente con la mia debolezza, te ne prego.

Quando saremo in cielo ricongiunti

sarà stata una prova grande

ed essa non si perde nella memoria dell’eternità.

Ma da questo stato umano d’abiezione

vengo ora a te, comprendimi, nella mia debolezza.

Mi afferrano, mi alzano alla croce piantata sulla collina,

ahi, Padre, mi inchiodano le mani e i piedi.

Qui termina veramente il cammino.

Il debito dell’iniquità è pagato all’iniquità.

Ma tu sai questo mistero. Tu solo.

Alice nelle città di Wim Wenders (1973)

Dopo più di 30 anni riesco a rivedere Alice nelle città di Wim Wenders (1973)

Una ricerca del senso.

Spaesato e senza identità, il fotografo sa solo rappresentare la realtà, non viverla.

In viaggio con una ragazzina di 9 anni imparerà le cose concrete (mangiare, ridere, sentire). E alla fine entrambi guarderanno fuori dal treno il mondo. Mentre lo sguardo di Wim Wenders si allarga sul paesaggio. Bellissimo.

Si è rinnovata l’esperienza psichica di quegli anni. Tuttavia meglio di allora: senza più intellettualismi iper-razionali (tipici di quei tempi), ma solo con la serena tranquillità di partecipare ad una trasformazione esistenziale.

27 febbraio 2005: ieri notte, attorno a mezzanotte, è morto il padre di Luciana

Passaggi

Domenica 27 febbraio 2005

Ieri notte, attorno a mezzanotte, è morto il padre di Luciana.

Il percorso verso E. è stato accompagnato dal canto talvolta dolente di Nina Simone. Grandissima anche in questo evento.

Nelle istituzioni la “morte privata” si intreccia alla “morte pubblica”. E c’è da essere grati a quel direttore della Residenza sanitaria assistenziale che , con amore organizzativo, ha curato perfino i quadri che arredano la stanza mortuaria.

Ma un momento di vera filosofia congruente alla situazione è avvenuto quando una assistente socio-sanitaria di origine africana, per consolare Luciana, le dice: “La nostra casa è là”. Difficilmente potrei immaginare una sintesi più vera: un haiku perfetto. In quelle parole era presente la sua nostalgia per le sue terre e la verità sulla traiettoria della vita.

Vita

filo sottile

che tiene legati

al mondo.

Filo

che cede

e fa vedere

il limite

Questa mattina sono poi tornato a Como: più bella che mai nel freddo e nelle luminose vie vuote, alla mattina di domenica, molto presto.

A Erba è nata una associazione dedicata a Carlo Emilio Gadda

A Erba è nata una associazione dedicata a Carlo Emilio Gadda e in particolare alla sua presenza nella odiata/amata casa di Longone al Segrino.

Ieri l’attore Carlo Rivolta ha letto in modo straordinario due brani dedicati appunto alla “Villa della Brianza” (tratti forse dai Racconti dispersi o da Viaggi di Gulliver):

  • il signor Francesco Pellegatta credeva in Dio …

  • Ville che i maggiori nostri edificarono a loro dimora …

Sono diventato il socio n. 3:

Gadda è uno dei miei desideri della vecchiaia: immergermi in questa scrittura in cui le parole sono inventate come i colori di un acquarello (Bartezzaghi). Ora, purtroppo, non è ancora il tempo.

Successivamente, il 5 ottobre 2005

Caro Carlo Rivolta

In tempi diversi, nei mesi scorsi, io e mia moglie abbiamo avuto la possibilità di ascoltare ed anche registrare le sue recitazioni su testi di Carlo Emilio Gadda. Una volta a Erba e un’altra a Como.

Ne sono rimasti così colpito da mettermi ad imparare un programma per riportare la voce su un file leggibile anche su Cd. Ci sono riuscito: io sento i due compact anche dal giradischi. Spero che anche a lei possa “ritornare” la sua voce in questi “pezzi unici”.

Sono un docente di Politica sociale: il mio lavoro è documentato nel sito http://www.segnalo.it.

Sono piuttosto entusiasta delle possibilità dovute alle tecnologie: captare un’esperienza artistica di tale intensità e poterla risentire ancora.

Ma spero che in futuro anche lei metta in circolazione si compact le sue recite.

Cercherò su Internet le segnalazioni di altre sue interpretazioni. Se per caso volesse indicarmi i prossimi suoi passaggi, il mio indirizzo e-mail è: p.ferrario@tin.it

Le ripeto quello che le ho detto per telefono: “Grande Gadda, ma anche grande lei che lo ha interpretato”

Auguri per il suo lavoro

Paolo Ferrario

Prova d'attore di Al Pacino nel film Il mercante di Venezia

Venezia

Altra straordinaria prova d’attore di Al Pacino nel film Il mercante di Venezia.

Al Pacino è talmente forte che porta a prendere le parti di Shylock, l’ebreo ricco ma emarginato e disprezzato dai mercanti veneziani.

Ma il film mi ha portato a godere ancora un po’ sulla bellezza di Venezia. Quell’aria umidiccia che impregna le pietre delle calle e dei portici, il suono del camminare in quegli spazi …

Il privilegio che mi è capitato di poter lavorare per sette anni a Venezia è davvero grande.

Dimissioni

Amici

Como 25 Gennaio 2005

Caro …,

ti spedisco questa lettera in sincera amicizia. Scusandomi se uso Internet e non carta e penna, ma ormai non so quasi più scrivere a mano. E sperando in una tua comprensione per quanto scriverò nelle ultime righe.

Credo che fra noi due ci siano 10 anni di differenza di età (io sono del 1948), ma credo anche che tu stia invecchiando meglio di me. Perché sei ancora proiettato sul futuro. Invece io sono in una fase della vita in cui mi piace ripercorrere il passato. Tornare indietro, più che andare avanti.

E in questi giorni, di sera, con la musica che mi accompagna sempre, sto riordinando quanto ho scritto in questi anni. Andando anche molto indietro, quando a 16 anni pubblicavo articoletti sui giornali studenteschi o sui quotidiani locali, cui andavo a proporre le mie faticose scritture. Non ho una scrittura fluida e ci metto molta fatica a passare dal pensiero alle parole sul foglio bianco. Il foglio bianco è una sfida con il possibile lettore, ma soprattutto con me stesso.

Così, facendo ordine in questa mia infinitesima vita ho visto gli anni di collaborazione con le varie attività che tu, da vero organizzatore culturale, hai messo in atto chiamandomi spesso a lavorare con l’…: i distretti sanitari nel 1984, i corsi a Vigevano e Pavia, i rapporti al Ministero dell’Interno, la comparazione delle leggi, le voci in cui suddividere la biblioteca… E’ perfino bello vedere l’ordine dattilografico di questi rapporti, credo tutti pazientemente trascritti dalla gentilissima … (pensa i vuoti di memoria: non riesco a tirare fuori il nome. Ma prima o poi rispunterà, improvvisamente).

Ma fra tutti spicca la tua creatura fondamentale. ….. : certo veicolo per la vostra attività di consulenza e ricerca, ma ancora di più testimonianza storica della evoluzione ormai trentacinquennale del mondo dei servizi socio-sanitari.

Forse tre anni fa, hai avuto la benevolenza di chiamarmi a far parte della …. Ma ora mi trovo a disagio nel ritrovare il mio nome in quella ….

Non ce la faccio più a tenere aggiornato ….. Tu sai che il questo “regionalismo amministrativo” sta portando il sistema ad una grande frammentazione. Le leggi regionali non sono più un indicatore di tendenza. Lo sono di più gli atti amministrativi di talvolta boriosi dirigenti e funzionari che non conoscono le energie che si rendono necessarie nel produrre il servizio e che si sostituiscono del tutto anche ai ruoli degli assessori. I Consigli regionali contano sempre meno. Chi governa fa quello che vuole. Formigoni insegna: e questa cultura sta contaminando anche il “riformismo” dei centri-sinistra.

So che è nostalgia, ma io vengo da una cultura politica in cui la sequenza era: scelte prima culturali e poi legislative a livello statale, applicazioni regionali mediante leggi dei Consigli, delibere di Consiglio, atti delle Giunte e solo allora impostazione tecnica. Con la successiva intelligenza di amministratori locali e generosi operatori sociali che nei territori hanno costruito la rete. Questo ha a che fare certo con la politica. Ma ha anche inciso su quel mio lavoro di amanuense dei processi legislativi. Così necessariamente ho dovuto rinunciare ai miei …

Ma c’è dell’altro. E ti prego di giustificare la schiettezza.

Si è consolidata nel tempo un’altra generazione di ricercatori-formatori: io sono forzatamente uno che ha le sue radici negli anni ‘70. Quella nuova è una generazione molto competitiva, che usa in modo strategico (non documentale, come tento di fare con un po’ di eccessi informativi) scritti, citazioni, note a fondo pagina, bibliografie per costruire alleanze amicali nei mondi accademici. Li incrocio continuamente nel mio isolato lavoro professionale: si sono andate costituendo “famiglie” impermeabili l’una all’altra (….) E purtroppo li noto anche nelle …. Certo con una mescolanza generazionale decisamente più articolata.

E’ uno stile comunicativo che non mi piace. Che non entra in relazione con la fase introspettiva della mia pre-vecchiaia, di cui ti ho parlato nelle prime righe.

E’ per questi motivi, del tutto umorali, che intendo “dimettermi” …..(che la mia vita sia tutta una dimissione? Dalla Scuola di servizio sociale, dal Comune di Milano – Servizi sociali, dal Pci-Pds … Spero che non preluda ad una dimissione ben più impegnativa …).

Ti chiedo quindi di ….

Spero – ci terrei – che resti la nostra amicizia. Mi piacerebbe qualche volta venirti a trovare per parlare al di fuori di ogni relazione di lavoro. Appunto in sincera amicizia.

Un davvero caro saluto, Paolo

Caro Paolo, è tardi e sto’ per tornare a casa ma trovo la tua lettera, ricca di valori e se mi permetti, di affetti, da cui mi sento coinvolgere. Anche dalle tue dimissioni: ricordo come si è insieme discusso di quella dal Comune di Milano. Lo spazio che ti prendi credo vada visto e da te vissuto come uno spazio per la qualità, della tua ma non solo della tua vita. Quindi uno spazio fecondo, non di fuga dalla realtà, ma di ricerca di un’ottica diversa da cui guardare la realtà. Uno spazio in cui ci si può permettere anche tempi di melanconia o tristezza, ma che non si risolve assolutamente in questi, perchè cerca un’ulteriore profondità. Per ora non ne sono capace, preso ancora da troppo attivismo. Ma gli anni passano…Scusa la fretta, ma tenevo a risponderti subito, questa volta non solo per attivismo! …..

Pensiamoci ancora un po’, sei d’accordo?

Con amicizia, ….

La nostra citazione ripresa da Roger – Pol Droit per l'anno 2005 ha molto turbato …, che mi ha scritto una lettera molto severa

Trascrittura di un pensiero notturno di qualche giorno fa.

La nostra citazione ripresa da Roger – Pol Droit per l’anno 2005 ha molto turbato …, che mi ha scritto una lettera molto severa.

Sono rimasto dispiaciuto per questa reazione, Davvero molto. Non immaginavo di provocare sofferenza tramite la proposta di un pensiero paradossale.

Vado a rileggere il testo, ne parlo con Luciana, che è stata la prima a segnalarlo ed evidenziarlo. Provo a riflettere, a vedere ancora.

E’ evidente che di quel messaggio avevo valorizzato l’ultima parte, quella che mette in luce il lato luminoso del cammino umano.

Trovo inimmaginabili sincronie, per climax intellettuale, con il pensiero di un altro autore “tragico” come Cioran che rileggo questa notte:

“Questo inverno, un giorno che, in preda all’influenza, guardavo dal letto il cielo più desolato che si possa immaginare, ho visto due uccelli (che potevano essere ?) i quali si inseguivano a vicenda, in piena caccia amorosa su quello sfondo lugubre. Un simile spettacolo vi riconcilia con la morte e forse anche con la vita” (in Quaderni 1957 – 1972, Adelphi, 2001, p. 38

E ancora trovo risonanze con i corvi neri di Van Gogh sul campo di grano: fissare la bellezza dell’attimo anche dentro i più cupi pensieri di morte.

Nella proposta di pensiero avevo, insomma, provato a vedere che anche nella grande desolazione di questi tempi può risaltare una umanissima capacità di individualizzare (Jung) e di opporsi ad una collettiva deriva distruttiva della umanità.

In modo del tutto sincronico questa interpretazione si è rivelata la sera stessa in cui leggevo le risentite risposte di … Un demoniaco ministro del governo di questo povero paese dava addosso con odio culturale e fisico ad uno dei nostri massimi poeti: Mario Luzi (95 anni !!!)

Ecco di nuovo: la bellezza della poesia (una intera vita devotamente consacrata alla poesia) davanti ad una parte di umanità che (almeno come piccolo esercizio di immaginazione) sarebbe bello poter considerare un errore.

Rileggo ancora il messaggio. L’esercizio propone, in forma paradossale un “cambio di prospettiva” che mi aiuta a cercare un senso anche nel disordine di questo arco di tempo nel quale è iscritta la mia piccolissima vita.

Ascolto quel capolavoro musicale che è Prism di Keith Jarrett in quell’irripetibile momento di paradiso che ha saputo evocare in amicizia artistica con Gary Peacock e Jack DeJohnette a Tokio nel 1985 (esecuzione mai più – mai più ! – ripetuta in quel modo) e God God God o If You knew di Nina Simone, nella saletta del Ronnie Scott di Londra, nel 1985 (sincronicità ?) e mi sembra di vivere in un altro mondo, dove “il bagliore di tutto quanto è sublime spicca come un dono senza pari”

Considerare l'umanità come un errore Durata: circa un'ora Materiale: nessuno Effetto: tonico

La fine di questo apocalittico 2004 (dopo Beslan, i rapimenti, le decapitazioni anche lo Tsunami …)

non porta a festeggiare, ma a meditazioni solitarie.

Proviamo, senza festa e con pensiero tragico, ad augurare comunque a tutti un migliore 2005, proponendo un paradossale “esercizio filosofico”.

Paolo e Luciana

31 Dicembre 2004


Considerare l’umanità come un errore

Durata: circa un’ora

Materiale: nessuno

Effetto: tonico

Ci hanno tanto detto che siamo eccezionali! Il centro del mondo, figli di Dio, coscienza del tutto, sale della terra, intelligenza, esseri parlanti, anima della scienza, vettore del progresso. La nostra esistenza fu cosi tanto acclamata da miti, religioni, filosofie, discorsi compiacenti che non capiamo più i nostri fallimenti, le nostre bassezze, le nostre interminabili guerre e il fango senza fine di cui siamo ricoperti. Sono state cercate soluzioni dì ripiego che permettano di spiegare la nostra caduta, la nostra maledizione e la nostra doppia personalità.

Provate allora a sperimentare una disillusione più radicale, indubbiamente più benefica.

Disfatevi di ogni considerazione di tipo esistenziale. Considerate l’umanità solo pura casualità, un fiasco, un incidente biologico. Essa si è sviluppata senza ordine, su una pietra, in un angolo infinitesimale. Un giorno scomparirà per sempre senza che nessuno ne conservi memoria e ne parli mai più. Nel corso delle decine di migliaia di anni in cui questa strana specie è sopravvissuta, non ha fatto altro che languire. Poi si è riprodotta in modo sconsiderato saccheggiando il luogo dove vive. Prima di estinguersi avrà accumulato un’indicibile quantità di sofferenze inimmaginabili e inutili, di massacri e carestie, di schiavitù e oppressioni.

Osservate con lucidità questa specie assurda e violenta. Guardate in faccia l’assoluta mancanza di giustificazioni, la sua esistenza effimera e insensata. Esercitatevi a sopportare l’idea che l’umanità non ha fondamentalmente né ragione dì essere né alcun avvenire.

Ciò dovrebbe contribuire a rendervi sereni.

Perché su questo fondo di nonsenso e di orrore, il bagliore di tutto quanto è sublime spicca come un dono senza pari. La perfezione della musica, i quadri indimenticabili, la gloria delle basiliche, le lacrime dei poemi, le risate degli amanti… Altrettante conseguenze dell’errore. Altrettante ineffabili sorprese.

Da: Roger-Pol Droit, Piccola filosofia portatile. 101 esperimenti di pensiero quotidiano

Rizzoli, p. 171 – 172

Considerare l’umanità come un errore, 31 Dicembre 2004

La fine di questo apocalittico 2004 (dopo Beslan, i rapimenti, le decapitazioni anche lo Tsunami …)

non porta a festeggiare, ma a meditazioni solitarie.

Proviamo, senza festa e con pensiero tragico, ad augurare comunque a tutti un migliore 2005, proponendo un paradossale “esercizio filosofico”.

Paolo e Luciana

31 Dicembre 2004


Considerare l’umanità come un errore

Durata: circa un’ora

Materiale: nessuno

Effetto: tonico 

Ci hanno tanto detto che siamo eccezionali!  Il centro del mondo, figli di Dio, coscienza del tutto, sale della terra, intelligenza, esseri parlanti, anima della scienza, vettore del progresso. La nostra esistenza fu cosi tanto acclamata da miti, religioni, filosofie, discorsi compiacenti che non capiamo più i nostri fallimenti, le nostre bassezze, le nostre interminabili guerre e il fango senza fine di cui siamo ricoperti. Sono state cercate soluzioni dì ripiego che permettano di spiegare la nostra caduta, la nostra maledizione e la nostra doppia personalità. 

Provate allora a sperimentare una disillusione più radicale, indubbiamente più benefica. 

Disfatevi di ogni considerazione di tipo esistenziale. Considerate l’umanità solo pura casualità, un fiasco, un incidente biologico. Essa si è sviluppata senza ordine, su una pietra, in un angolo infinitesimale. Un giorno scomparirà per sempre senza che nessuno ne conservi memoria e ne parli mai più. Nel corso delle decine di migliaia di anni in cui questa strana specie è sopravvissuta, non ha fatto altro che languire. Poi si è riprodotta in modo sconsiderato saccheggiando il luogo dove vive. Prima di estinguersi avrà accumulato un’indicibile quantità di sofferenze inimmaginabili e inutili, di massacri e carestie, di schiavitù e oppressioni.

Osservate con lucidità questa specie assurda e violenta. Guardate in faccia l’assoluta mancanza di giustificazioni, la sua esistenza effimera e insensata. Esercitatevi a sopportare l’idea che l’umanità non ha fondamentalmente né ragione dì essere né alcun avvenire.

Ciò dovrebbe contribuire a rendervi sereni.

Perché  su questo fondo di nonsenso e di orrore, il bagliore di tutto quanto è sublime spicca come un dono senza pari. La perfezione della musica, i quadri indimenticabili, la gloria delle basiliche, le lacrime dei poemi, le risate degli amanti… Altrettante conseguenze dell’errore. Altrettante ineffabili sorprese. 

 

Da: Roger-Pol Droit, Piccola filosofia portatile. 101 esperimenti di pensiero quotidiano

Rizzoli, p. 171 – 172

Considerare l'umanità come un errore, 31 Dicembre 2004

La fine di questo apocalittico 2004 (dopo Beslan, i rapimenti, le decapitazioni anche lo Tsunami …)

non porta a festeggiare, ma a meditazioni solitarie.

Proviamo, senza festa e con pensiero tragico, ad augurare comunque a tutti un migliore 2005, proponendo un paradossale “esercizio filosofico”.

Paolo e Luciana

31 Dicembre 2004


Considerare l’umanità come un errore

Durata: circa un’ora

Materiale: nessuno

Effetto: tonico 

Ci hanno tanto detto che siamo eccezionali!  Il centro del mondo, figli di Dio, coscienza del tutto, sale della terra, intelligenza, esseri parlanti, anima della scienza, vettore del progresso. La nostra esistenza fu cosi tanto acclamata da miti, religioni, filosofie, discorsi compiacenti che non capiamo più i nostri fallimenti, le nostre bassezze, le nostre interminabili guerre e il fango senza fine di cui siamo ricoperti. Sono state cercate soluzioni dì ripiego che permettano di spiegare la nostra caduta, la nostra maledizione e la nostra doppia personalità. 

Provate allora a sperimentare una disillusione più radicale, indubbiamente più benefica. 

Disfatevi di ogni considerazione di tipo esistenziale. Considerate l’umanità solo pura casualità, un fiasco, un incidente biologico. Essa si è sviluppata senza ordine, su una pietra, in un angolo infinitesimale. Un giorno scomparirà per sempre senza che nessuno ne conservi memoria e ne parli mai più. Nel corso delle decine di migliaia di anni in cui questa strana specie è sopravvissuta, non ha fatto altro che languire. Poi si è riprodotta in modo sconsiderato saccheggiando il luogo dove vive. Prima di estinguersi avrà accumulato un’indicibile quantità di sofferenze inimmaginabili e inutili, di massacri e carestie, di schiavitù e oppressioni.

Osservate con lucidità questa specie assurda e violenta. Guardate in faccia l’assoluta mancanza di giustificazioni, la sua esistenza effimera e insensata. Esercitatevi a sopportare l’idea che l’umanità non ha fondamentalmente né ragione dì essere né alcun avvenire.

Ciò dovrebbe contribuire a rendervi sereni.

Perché  su questo fondo di nonsenso e di orrore, il bagliore di tutto quanto è sublime spicca come un dono senza pari. La perfezione della musica, i quadri indimenticabili, la gloria delle basiliche, le lacrime dei poemi, le risate degli amanti… Altrettante conseguenze dell’errore. Altrettante ineffabili sorprese. 

 

Da: Roger-Pol Droit, Piccola filosofia portatile. 101 esperimenti di pensiero quotidiano

Rizzoli, p. 171 – 172

www.segnalo.it.

Demografia islamica

Nessun processo liberticida potrà mai negare ciò di cui essi stessi si vantano.

Ossia il fatto che nell’ultimo mezzo secolo i mussulmani siano cresciu­ti del 235 per cento. (I cristiani solo del 47 per cento).

Che nel 1996 fossero un miliardo e 483 milioni. Nel 2001, un miliardo e 624 milioni. Nel 2002, un miliardo e 657 milioni. (Del 2003 man­cano ancora i dati ma suppongo che al ritmo di trentatré milioni per anno siano diventati almeno un miliardo e 690 milioni).

Nessun giudice liber­ticida potrà mai ignorare i dati, forniti dall’Onu, che ai mussulmani attribuiscono un tasso di cre­scita oscillante tra il 4,60 e il 6,40 per cento all’an­no. (I cristiani, solo l’I e 40 per cento).

Per cre­derci basta ricordare che le regioni più densamen­te popolate dell’ex-Unione Sovietica sono quelle mussulmane, incominciando dalla Cecenia. Che negli Anni Sessanta i mussulmani del Kossovo erano il 60 per cento. Negli Anni Novanta, il 90 per cento. Ed oggi, il cento per cento.

Nessuna legge liberticida potrà mai smentire che proprio grazie a quella travolgente fertilità negli Anni Set­tanta e Ottanta gli sciiti abbiano potuto imposses­sarsi di Beirut, spodestare la maggioranza cristia­no-maronita.

Tantomeno potrà negare che nell’U­nione Europea i neonati mussulmani siano ogni anno il dieci per cento, che a Bruxelles raggiunga­no il trenta per cento, a Marsiglia il sessanta per cento, e che in varie città italiane la percentuale stia salendo drammaticamente sicché nel 2015 gli attuali cinquecentomila nipotini di Allah da noi saranno almeno un milione.

Dico “almeno” perché nel 1993 gli allie­vi extracomunitari del Veneto e della Lombardia erano trentamila. Quest’anno, duecentottantatremila. Quelli del Piemonte, della Liguria, della To­scana, all’incirca lo stesso. A Milano sono il 10 per cento della popolazione scolastica. A Mantova, idem o quasi. A Brescia in un Istituto di settecen­to scolari ben trecentoquarantotto sono albanesi o algerini o marocchini. E per quel gruppo etnico a Ivrea, in Piemonte, un Liceo privato ha dovuto assumere alcuni insegnanti maghrebini. Con tutte le difficoltà che ne derivano. I nuovi arrivati non parlano infatti italiano, e per insegnarglielo alla meglio ci vogliono quattro o cinque mesi. Se si iscrivono quando l’anno scolastico è già incomin­ciato, durante le lezioni non capiscono nulla. Per dire «aprite il quaderno» la maestra deve mima­re il gesto d’aprire un quaderno. Ciò danneggia profondamente i nostri scolari perché, nell’attesa che i compagni di classe imparino la lingua, ritar­dano lo svolgimento del programma. Li danneg­gia anche perché le vere incomprensioni sorgono al momento d’affrontare le materie umanistiche, in Europa così intrise di cultura cristiana.

Orian Fallaci, La forza della regione, Rizzoli 2004, p. 53-55

"Sono qui che aspetto l'aldilà. Ma io non ho paura di morire"

Passaggi

4 NOVEMBRE 2004

Oggi Luciana, quasi incidentalmente, mi comunica una frase di suo padre, che , a causa della sopravvenuta non autosufficienza, è ricoverato in una residenza protetta:

Sono qui che aspetto l’aldilà. Ma io non ho paura di morire

Non ho mai avuto simpatia per quest’uomo. Ma nella sua sobrietà ed intensità di significato questo pensiero mi ha colpito moltissimo.

Anche da una persona semplice, senza raffinatezze filosofiche e profondità morale, può venire una riflessione che è già stata fatta da Montaigne, dall’imperatore Adriano e da altri: si può pensare alla morte con serenità.

Trovo confortante che si possa vivere senza paura il passaggio verso il nulla.

Certo in lui c’è questo riferimento all’ “aldilà”, che rimanda al conforto di una possibile altra vita. Ma se questo aiuta a vivere meglio il presente allora è una consolazione necessaria ed anche saggia.


THE SUN DIED DI RAY CHARLES !!!

Ottobre 2004

THE SUN DIED DI RAY CHARLES !!!

Cari amici di Altoblues

questa mattina (lunedì 11 ottobre 2004) mi è arrivato il vostro CD con il pezzo che sto cercando da anni: The Sun Died, cantata da Ray Charles.
Ringrazio moltissimo voi ed il collezionista che ha avuto la bontà di riversarlo su un cd. Si sente tutto benissimo
Avevo sentito una rielaborazione di The Sun Died fatta da Shirley Horn, in un intero CD a lui dedicato. E successivamante ho cercato a lungo questa canzone. Era stata pubblicata in PORTRAIT OF RAY (1968), un disco almeno per me introvabile. E vi assicuro che è davvero ancora oggi introvabile perfino sulla rete mondiale di internet: ho esplorato tutti i siti possibili.

Solo Altoblues aveva una copia , credo, di un 45 giri del 1962. Peccato che sia stata smarrita dalle Poste: un oggetto così raro perso per negligenza!

Ma a me interessava la canzone, non l’antiquariato.
Insomma: mi avete fatto un regalo bellissimo
auguri per il vostro futuro
Grazie per l’attenzione
Cordiali saluti
Paolo Ferrario

Lettera di G. sulle Memorie di Adriano

Il viaggio

27 settembre 2004

Caro Paolo, la tua richiesta mi ha fatto riprendere in mano questa sera il bellissimo libro della Yourcenar ( che io considero il migliore, dopo averli letti quasi tutti nel corso degli anni ) che è Memorie di Adriano.

Ho riletto con grande attenzione le pagine della sua crescente consapevolezza di dover prendere il potere, dopo la grandezza ma anche i gravi limiti guerrafondai del suo predecessore Traiano. Una sorta di “presa del potere per la pace”.

Le pagine più belle sul viaggio sono nel capitolo TELLUS STABILITA, al terzo sottocapitolo, quello che inizia con “”Roma non è più Roma : dovrà riconoscersi nella metà del mondo o perire…”. Dopo una decina di pagine del mio libro – pubblicato su licenza della Giulio Einaudi – a pagina 117 trovo : “Su venti anni di potere, dodici li ho passati senza fissa dimora……”

“Straniero dappertutto, non mi sentivo completamente isolato in nessun luogo……”

Se trovi il tempo, buona lettura !

Arrivederci a presto …

TO CROSS THE LINE: Sono un lettore de L’Unità dal 1974 (tranne che per la pausa di chiusura) e abbonato al giornale negli anni 2002/2004 Ora per gravi dissensi nei contenuti e nella linea culturale del giornale sono costretto ad abbandonare (chissà: magari non per sempre) queste pagine, 10 settembre 2004

Anni molto crudeli

Occorre gramscianamente fare l’analisi delle forze in campo.

Il gioco delle ideologie sta creando questa situazione: si è creata una vasta area di consenso verso chi odia la cultura democratica, lo stato di diritto, le libertà individuali, la storica conquista della distinzione fra religione e stato.

Le anime belle della cultura di sinistra mettono sdegnosamente le teorie di Samuel Huntington sullo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale.

Ma a me sembra che volenti o nolenti dall’ 1 settembre 2001 ci siamo dentro fin nelle pieghe delle nostre giornate.

10 settembre 2004

To cross the line.
Sì. Sto attraversando la linea. Sono un lettore dell’Unità (dal 1974) e un iscritto al Pci (eccetera …) dal 1974 al 2002.
Però questa 3° o 4° guerra mondiale (ma la guerra fredda teneva fermi i due blocchi senza invadere scuole, città, stazioni ferroviarie, piazze) scatenata dal terrorismo islamico rimette in discussione i precedenti schemi di lettura della recente storia contemporanea.Solo una tremenda rimozione impedisce alle culture della sinistra di prendere atto della realtà. C’è un nemico che odia la nostra cultura ed i nostri diritti individuali e che sa usare con abilità la comunicazione e il sangue consegnandola alle televisioni amiche che poi la amplificano globalmente.

Così, come nelle svolte storiche (1956, 1968) capita di varcare la linea.
Certo con moderazione: molto d’accordo con le destre in politica estera, ma anche molto d’accordo con i centro-sinistra in politica interna.Con la lettura dei quotidiani è facile orientarsi: si può leggere, oltre a Il Corriere della sera o Repubblica, il Foglio e Libero.

Più difficile sarà votare. Il mercato politico non offre niente per chi è in questo bilico.

To Cross the LineSpettabile direttore

Sono un lettore de L’Unità dal 1974 (tranne che per la pausa di chiusura) e abbonato al giornale negli anni 2002/2004
Ora per gravi dissensi nei contenuti e nella linea culturale del giornale sono costretto ad abbandonare (chissà: magari non per sempre) queste pagine.
Il giornale negli anni ’70 ed ”80 era infinitamente meno fazioso e parziale di quanto sia oggi. C’era analisi, documentazione, approfondimento. Si potevano conservare intere pagine come traccia storica. Ancora oggi ho molta documentazione che mi conferma questo giudizio.
Ora, invece, mi appare come una sequenza di slogan ed opinioni. Pochissimo spazio agli altri punti di vista, tanto meno a quelle importanti per un elettore di un centro-sinistra riformista.
Non mi ero abbonato all’ Unità per leggere un giornale talvolta ancora più estremista di Liberazione o del Maniìfesto.
Così devo, con tanto dispiacere, rompere un rapporto di lettura per un quodidiano che mi ha accompagnato per tanti anni della mia vita.
Comunico quindi che non rinnoverò l’abbonamento che scade in questi giorni.
Lo sostituirò con un abbonamento al Corrire della Sera ed al Foglio
Decidete voi dell’ufficio abbonamenti se mandare questo messaggio a Furio Colombo o comunque a qualcuno della redazione che si occupa delle opinioni dei lettori
Grazie per l’attenzione
Cordiali saluti
Paolo Ferrario

Film visti nell'agosto 2004

Anche quest’anno il tempo è volato va nell’eremo di Amaltea.

Abbiamo visto molti film. Fra i più diversi, senza scelte selettive. Come deve essere in una vacanza. Vacuus: vuoto. Il meraviglioso vuoto in cui le giornate ti passano addosso.

Abbiamo fatto un “esercizio cinematografico”. Per ogni film comporre una breve scheda strutturata su tre punti:

1. l’archetico filmico (potremmo anche dire il tema);

2. la storia (“Se non hai una storia, non hai niente”, in Alle origini del cinema americano secondo Martin Scorsese);

3. un giudizio.

Ecco cosa è venuto fuori:

1. Il mio cane Skip

Crescere con gli animali. Bambino sconfigge le sue insicurezze con l’aiuto del cane e diventa adulto con lui. Commovente e partecipante

2. Good bye Lenin (2002)

Lessico familiare nel post-comunismo. Il figlio costruisce la storia come l’avrebbe voluta la madre. Anche musicalmente emozionante (Yann Tiersen)

3. La fattoria scomoda (titolo inglese dimenticato)

Si è sempre in tempo per cambiare. Per scrivere un romanzo giovane donna trasforma i destini di lontani parenti “rinchiusi” in una fattoria. Persone e animali divertenti

4. Insomnia (con Al Pacino)

Rigore morale nonostante tutto. Poliziotto in conflitto risolve, con giovane collega adorante, caso di omicidio in lunghe giornate senza sonno. Intenso

5. Bord de mer

Andar via. Giovane operaia insoddisfatta del marito fugge con il proprietario della fabbrica. La spiaggia dell’Atlantico francese fa da sfondo a sentimenti contrastanti. Citazione : “Niente psicochiacchere”

6. Ricette d’amore (Nettel Beck)

Cambiare, uscire dalla solitudine e innamorarsi. Cuoca provetta ma introversa ritrova se stessa attraverso l’accudimento della nipotina rimasta senza madre e l’aiuto di un cuoco italiano ricco di anima. Emoziona sentimenti e palato

7. Simone (con Al Pacino)

Fallire nel lavoro ma rinascere ancora. Regista ricostruisce al computer un’attrice immaginaria di grande successo e, con l’aiuto della figlia, riconquista la moglie. Bionico

8. City Hall (con Al Pacino – 1996)

Potere e persone. Il sindaco, fondamentalmente etico, fa qualche compromesso e dà buoni consigli al suo vice. Sempre attuale

9. Il mistero Von Bulow

Delitto e castigo. Ricco playboy forse ha contribuito a far morire la moglie, ma viene assolto con l’aiuto di un valente avvocato e dei suoi studenti. Appassionante storia giudiziaria

10. The dreamers (di Bernardo Bertolucci – 2002)

Sesso, fratelli e politica. Giovane americano iniziato al sesso da fratello e sorella gemelli francesi nel 1968. Masturbatoria vecchiaia di un regista nostalgico

11. Bangkok senza ritorno (1999)

Droga e carcere asiatico. Due amiche rischiano l’ergastolo, una sola si salva con l’aiuto di un avvocato americano del luogo. Storia carceraria

12. The score (con De Niro e Marlon Brando)

Rapina nel caveau. Esperto ladro si fa convincere a fare l’ultimo colpo, se la cava brillantemente col tradimento del suo complice e sceglie l’amore. Tensione mozzafiato nei sotterranei

13. Il sogno impossibile

Cambiare lavoro. Un idraulico si finge regista e ottiene grande successo. Gradevole

14. Il segreto di Pollyanna

Classico Walt Disney per famiglie. Orfanella ottimista contagia di entusiasmo tutti, ha un incidente, ma l’affetto di chi ha aiutato le ridà la voglia di vivere. Sentimentale

15. Bandits (con Bruce Willis)

Svaligiatori di banche on the road. I banditi gentili e la donna che li ama entrambi. Talvolta divertente

16. Il matrimonio del mio migliore amico (con Julia Roberts e Rupert Everett

La ricerca dell’anima gemella. Tenta di riconquistare un vecchio amore con l’aiuto di un anomalo amico gay, ma è troppo tardi. Fantastico il coretto “I say a little prayer” di Burt Bacharach

17. Persuasione

Austeniano… e basta. Un’ostacolata storia d’amore matrimoniale nell’Inghilterra del primo Ottocento. Pittorico

18. L’ultimo sogno (di Irwin Winkler con Kevin Klein, di cui cercare “A prima vista” – 2002)

Il tempo che resta. Il titolo in inglese dice tutto: “Life as a house”. Sta per morire, costruisce la casa che aveva sempre pensato e cambia la vita al figlio e a tutti coloro che gli stanno intorno. Bellissimo, con una seminale citazione sul cambiamento:

“Sai cos’è la cosa più stupenda?
Che il cambiamento può essere così costante che non senti nemmeno la differenza fino a quando non cambia tutto.
Può essere un processo così lento che non ti accorgi che la tua vita è meglio o peggio finch’è non è diversa.
Oppure il cambiamento può essere radicale e tutto è diverso in un attimo.”

19. Gigì (di Vincent Minnelli- 1958)

La ricerca dell’anima gemella. La ragazza è cresciuta e il giovane uomo finalmente se ne accorge. L’ultima operetta

20. Gli spietati (di Clint Eastwood) (solo Paolo di notte)

Alle origini della storia dell’America. Bravacci da Far West offendono una prostituta, in tre la vendicano e uno muore per le torture di un cattivissimo sceriffo. Pensoso,catartico, violento

21. Il ragazzo tuttofare di Jerry Lewis

Alle radici del comico. Combina un sacco di guai in un albergo e parla solo alla fine perché non glielo hanno mai chiesto. Cocktail dell’arte di J. Lewis

22. Maybe baby

Desiderio di maternità. Lei non riesce ad avere figli, lui scrive il copione di un film usando, a insaputa della moglie, il suo diario. Il rapporto entra in crisi, ma forse si ritrovano. Estivo

23. L’oro di Ulisse (con Peter Fonda)

Lessico familiare, nonostante tutto. L’uomo delle api si cura della famiglia, lavora con fatica per il miele e per la vita. Un racconto con i giusti tempi lunghi.

24. Kiss of the dragon

Davide e Golia. Poliziotto cinese salva una prostituta e la sua figlia contro un corrotto e perfido commissario della polizia francese. Adrenalinico

25. Il mio amico Zampalesta

Crescere con gli animali. Ragazzina racconta un sacco di bugie per tenersi una deliziosa scimmietta addestrata a fare la ladra. Divertente

26. Pauline alla spiaggia (di Eric Romer)

Alla ricerca dell’anima gemella. Sedicenne amoreggia su una spiaggia settembrina, ma i modelli adulti non aiutano. Semplice, ma riflessivo

27. Love Story (1970)

L’anima gemella. Giovani studenti si amano intensamente nonostante gli ostacoli, ma lei deve morire. Film cult degli anni Settanta

28. Tucker – Un uomo e il suo sogno (di F. Coppola)

Fare un progetto. Artigiano tecnologo inventa l’auto più bella e sicura, ma la concorrenza lo stronca. Ideativo, organizzativo, energetico

29. La zona morta di Stephen King

Il male e la responsabilità individuale. Uscito dal coma vede il passato e il futuro; muore per salvare il mondo. Kinghianamente appassionante

30. Apocalypse Now (di F. Coppola con M. Brando e con aggiunti altri 50’)

Il male del dominio. La storia è lungo il fiume per eliminare Kurz. Storicamente mitico

31. West Side Story (10 Oscar nel 1961)

L’amore impossibile. Giulietta e Romeo nei sobborghi di New York. Danzante

32. Final impact

Sviluppo sostenibile. Los Angeles deve esplodere per salvare la terra. Catastrofico ed ecologico

33. La fortuna di Cookie di Robert Altman

Giochi di famiglia. Si suicida con felicità e accusano di omicidio il suo amico di casa, ma la comunità locale (fra cui un divertentissimo poliziotto: “Lo so perché andiamo a pesca assieme”) svela rapidamente la odiosa trama della nipote. Tenero, sereno, scoppiettante di gioia e con una straordinaria figura di un vecchio servitore negro

34. Ritorno a Hope

At Home e lessico familiare. Donna inquieta e “disordinata” torna alla sua casa, la difende, trova finalmente l’amore e aiuta la sorella a cambiare. Country

35. Lontano dal paradiso, con Juliette Moore e Tennis Quayle

Pregiudizio. Lenta dissoluzione di una famiglia nell’ America di provincia razzista durante gli anni Cinquanta: mentre lui sceglie la propria omosessualità, lei non può andare avanti nel rapporto d’amore con il giardiniere negro che l’aveva ascoltata e capita. Amaro

36. Beethoven

Il migliore amico dell’uomo. Cane san Bernardo conquista l’amore di tutta la famiglia e salva gli altri numerosi cani da un crudele veterinario. Cinofilo

36. La mia pistola per Billy

Senex e Puer. Uno sceriffo razzista insegue vecchio bandito e giovane mezzosangue: il vecchio muore salvando il giovane e la sua ragazza bianca. Western crepuscolare

37. La nona porta

Il male. Giovane antiquario scopre il diavolo annidato in tre libri di magia nera. Diabolicamente polanskiano

38. Intimacy

Incontrarsi. Fanno solo sesso al mercoledì senza neppure parlarsi. Quando lui vuole conoscerla affiorano le loro storie, si perdono ma forse qualcuno è cambiato.

39. Mi chiamo Sam

Sentirsi diversi. Padre con l’età mentale di un bambino, grazie all’aiuto di una avvocatessa in crisi, risolve il suo rapporto con l’adorabile figlia cambiando i progetti di vita di tutti. Grande prova di attori (Sean Penn e Michelle Pfeiffer)

40. Lost in translation

Incontrarsi. In una Tokio stilizzata maturo attore di successo intreccia un rapporto amichevole ed empatico con una giovane ed incerta moglie. Affascinanti quadretti personal-ambientali. Da non perdere le divertentissime scene delle traduzioni inglese-giapponese-inglese sul set degli spot televisivi

41.Chorus line

E’ dura conquistarsi il lavoro. Severo ma bravo coreografo sceglie, attraverso una selezione biografico-musicale, i ballerini per un musical d’autore. Bel ritmo e catartiche storie personali

42. L’agente speciale Mackintosh, con Paul Newman

Spiare. Parlamentare inglese che tradisce il suo paese è smascherato dall’agente, ma a risolvere il caso è la sua bella collega. Mediocre film di un Houston annoiato

43. Un dollaro d’onore di Howard Hawks, con John Wayne e Dean Martin

I buoni e i cattivi. Sceriffo, con l’aiuto di un ex alcolista, di un vecchio e di un giovane pistolero, sconfigge i prepotenti padroni terrieri.

Western archetipico con un altrettanto archetipico “Deguello”. Da non dimenticare la figura del vecchietto: una “maschera” simile a quelle del nostro teatro dell’arte.

44. I quattro dell’oca selvaggia, con Richard Burton

Sul tradire. Vecchio e valoroso colonnello, con una ciurma di coraggiosi, libera ex capo di stato africano destituita con un golpe. Muoiono in molti, ma colui che li ha sacrificati la pagherà. Scene di azione emozionanti

45. The Gift (il dono) di Sam Raimi, con Cate Blanchett e Keanu Reeves

Scoprire il colpevole. Dolente sensitiva scopre, con il suo “dono”, un delitto. Purtroppo il cattivissimo è innocente. Thriller di atmosfere

A 73 anni è morto Ray Charles

LA COLONNA SONORA DELLA MIA VITA

11 Giugno 2004

A 73 anni è morto Ray Charles. Un altro pezzo della mia vita.

Ore ed ore di ascolto. Soprattutto di notte (ricordo un lungo viaggio notturno dal Veneto del Nord a Como, attraverso le montagne).

La voce che diventa un ruggito.

Assieme a Nina Simone una delle meraviglie del creato.

Ho già il suo monumento nelle sue antologie che ho messo assieme in questi anni: Ray Charles

Amos Oz: "Ritengo che l'essenza del fanatismo stia nel desiderio di costringere gli altri a cambiare.

14 maggio 2004

Leggo in uno degli ultimi libri dello scrittore israeliano Amos Oz:

“Ritengo che l’essenza del fanatismo stia nel desiderio di costringere gli altri a cambiare.

Quell’inclinazione comune a rendere migliore il tuo vicino, educare il tuo coniuge, programmare tuo figlio, raddrizzare il fratello, piuttosto che lasciarli vivere” (in Contro il fanatismo, Feltrinelli)

Queste parole mi entrano nella coscienza come il messaggio che in questi giorni cerco affannosamente.

Perchè la cultura di sinistra non è più capace di leggere il presente, di apprendere dall’esperienza, di dire parole forti, che colgono questa congiuntura storica?

Amoz mi fornisce una risposta. Solo chi ha molto sofferto, molto pensato, molto rielaborato è capace di capire.

In più Amos Oz sa dire, sa comunicare.

Anni molto crudeli

Anni molto crudeli

12 Maggio 2004

I nazisti islamici prendono per i capelli un giovane ebreo di 26 anni e lentamante gli segano il collo. Poi brandiscono la testa come un trofeo e la proiettano come una mitraglia televisiva per gli schermi di tutto il mondo.

Il giorno dopo l’Unità (il mio giornale dal 1974: trent’anni !) riporta la notizia in sesta pagina. Dedicando i titoli cubitali della prima pagina agli odiati americani che stanno processando in un rigoroso processo i militari che hanno torturato i prigionieri nelle carceri irachene.

Da una parte la tortura come legge, come regola e il sangue come impasto di cultura e religione. Dall’altra parte la torura come devianza punita dalle leggi e perfino dai codici militari. Devianza che sarà giudicata e sanzionata in processi pubblici.

La sinistra politica e la cultura di sinistra non ha più i valori e gli strumenti per cogliere la tragedia del tempo presente.

Come per divertimento (quello di abbattere il governo Berlusconi per una sua possibile caduta verticale di consenso) vede e denuncia solo la violenza che sta dalla parte di inglesi ed americani e minimizza come “reazioni” la cultura dell’assassinio intimidatorio e terroristico.

Mi sento alla deriva. Si consuma con lentezza inesorabile il mio allontanamento da questa parte di società ed opinione pubblica.

Anni molto crudeli

Anni molto crudeli

16 aprile 2004

Assenza di una cultura nazionale. Assenza dell’etica della responsabilità. Chiacchericcio per prendere voti e per carrierucce parlamentari.

In Iraq un uomo italiano di 36 anni viene macellato con un colpo alla nuca da una banda (largamente apprezzata da gran parte di quel popolo) di terroristi di matrice islamica, probabilmente guardiani dei servizi segreti del partito filonazista di Saddam.

E la sinistra va in ordine sparso: blanda solidarietà (qualche finta condoglianza alla famiglia) subito corretta dai “distinguo”. “Quelli erano mercenari al servizio degli interessi americani; “è tutta colpa della guerra di Bush”; “non si può fare fronte comune con questo governo”; ecc. ecc.).

Mia situazione psicologica di pena. Baratro sempre più ampio che mi allontana in modo irreversibile da coloro con cui ho camminato per trent’anni.

Kavafis, Itaca

AMICI

30 marzo 2004

Un amico di Moie di Maiolati (Ancona) con cui intrattengo un continuo ed affettuoso contatto epistolare (anche se sulla velocità delle e.mail) mi invia questa bellissima poesia:

Kavafis, Itaca

Quando ti metterai in viaggio per Itaca

devi augurarti che la strada sia lunga

fertile in avventure e in esperienze.

I Lestrigoni e i Ciclopi

o la furia di Nettuno non temere,

non sarà questo il genere d’incontri

se il pensiero resta alto e il sentimento

fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.

In Ciclopi e Lestrigoni, no certo

né nell’irato Nettuno incapperai

se non li porti dentro

se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga

che i mattini d’estate siano tanti

quando nei porti – finalmente e con che gioia –

toccherai terra tu per la prima volta:

negli empori fenici indugia e acquista

madreperle coralli ebano e ambre

tutta merce fina, anche aromi

penetranti d’ogni sorta, più aromi

inebrianti che puoi,

va in molte città egizie

impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca

– raggiungerla sia il pensiero costante.

Soprattutto, non affrettare il viaggio;

fa che duri a lungo,per anni, e che da vecchio

metta piede sull’isola, tu, ricco

dei tesori accumulati per strada

senza aspettarti ricchezze da Itaca.

Itaca ti ha dato il bel viaggio,

senza di lei mai ti saresti messo

in viaggio: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.

Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso

Già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

Costantinos Kavafis, Cinquantacinque poesie, Einaudi, Torino

Anni molto crudeli 22 Marzo 2004

Anni molto crudeli

22 Marzo 2004

Noi proclameremo la distruzione … perchè, perchè, ancora una volta questa piccola idea è così affascinante? Scateneremo degli incendi … Metteremo in giro delle leggende … Verrà un tale sconquasso, come il mondo non l’ha ancora veduto .. ” F. Dostoevskij, I demoni, Einaudi 1994, pag. 392.

A distanza di tre anni (11 settembre 2001 – 13 marzo 2004) cellule tutt’altro che impazzite di un “partito arabo di religione musulmana” hanno colpito in Europa: 201 morti e migliaia di feriti in una stazione di lavoratori pendolari di Madrid.

Nazisti islamici, come dicono gli studiosi più avveduti (Andrè Glucksmann; Paul Berman; Magdi Allam, Bernard – Henri Lévy, V.S. Naipul; Bernard Lewis; Oriana Fallaci; e – triste constatarlo – Giuliano Ferrara).

Il furore che Dostoevskij ha chiamato nichilista ha prodotto ancora rovine, distruzione, dolore, con l’obiettivo di trasmettere anche una comunicazione di alto valore simbolico.

L’azione militare voleva ottenere risultati ancora più vasti: far crollare i pilastri della stazione per accrescere il numero delle vittime. I mercenari che hanno armato le bombe hanno sintetizzato il loro pensiero in questo modo: “voi volete la vita, noi vogliamo la morte”.

Costoro hanno dichiarato guerra prima agli Stati Uniti ed ora all’Europa. Di questo si tratta.

I commenti politici riempiono le pagine dei giornali ed i tempi delle televisioni. Volatili opinioni che vagano nell’aria. Immanenza dei morti casuali e parole nel vento. Le parole, che tanto contano quando si pensa ad un ciclo lungo della vita, ora mi appaiono deboli, indifese, fragili quando è la dinamite a segnare l’agenda temporale.

Nella mia “sinistra” vedo emergere ancora chi ha parole di giustificazione per i carnefici piuttosto che per le vittime. Vecchia questione che corre nella storia e che caratterizza parte del pensiero politico estremizzato: la violenza casuale è un giusto mezzo e le vittime non contano. Il terrorismo politico italiano degli anni ’70 aveva creato addirittura un linguaggio attorno a queste scelte. L’attuale terrorismo internazionale è sulla stessa linea ideologica, anche se la applica su un territorio molto più ampio.

Sta di fatto che, forse, il tempo che resta può essere ancora più corto di quello che è assegnato dalla mia biologia. In trent’anni di lavoro ho trascorso circa 10 ore alla settimana sui treni e sulle metropolitane. Calcolando una giornata di 8 ore, fa circa 5 anni sui mezzi di trasporto. Come migliaia di altre persone sono un bersaglio facile. Perchè i terroristi scelgono bersagli facili che diano risonanza comunicativa estesa.

Non ci sono precedenti storici per capire quanto sta accadendo: Thomas Mann, Elias Canetti, Stephen Zweig, la Berberova, Koestler … vivevano nell’Europa dei nazismi, dei fascismi e dei comunismi. Solo alla lontana è possibile accostare quegli eventi alla capillarità del rischio nei nostri giorni. Là la tragedia era data da stati ideologici in lotta per il dominio. Qui è nascosta fra persone che magari ci camminano accanto nelle strade, sui treni, sulle metropolitane.

Nella cultura contemporanea si vanno affermando sempre di più spezzoni di medioevo accanto all’indebolimento di alcuni pilastri della storia politica europea, a partire dall’illuminismo. Fa impressione vedere con quale velocità si cancellano parti così importanti della nostro passato: il valore dell’individuo; la distinzione fra stato e religioni; l’esperienza religiosa come fatto privato da non imporre all’altro; la sicurezza pubblica come elemento della convivenza fra persone; il benessere come linea-guida per lo sviluppo economico …

Osservo con depressione che il pensiero della sinistra non ha strumenti forti per agire in questa situazione di turbolenza. Mentre, lo dico a malincuore, la destra ha perlomeno l’obiettivo (difficilissimo) di accrescere la sicurezza. E’ un obiettivo pieno di vincoli, ma è concreto ed è l’unico possibile, almeno nelle fasi di emergenza.

Strano destino quello di dover stare (comunque, a causa della indecenza della nostra destra) politicamente vicino a chi propone parole d’ordine insopportabili: “ritiro delle forze militari di sicurezza dall’Iraq”; “contro la guerra senza se ne ma”; “diessini delinquenti”; “Fassino assassino”; “solidarietà per la resistenza armata irachena” …

Troppo disgustosa questa destra, che costringe a stare di qua. Troppo inquietante questa sinistra che tratta come nemico da annientare (hanno impedito a Fassino di partecipare ad una manifestazione sulla pace) anche il “vicino di opinione”.

Strano e inaspettato destino quello di non avere più una rappresentanza politica. Mi trovo spezzato in due: con la destra in politica estera, con la sinistra su tutto il resto (divisione dei poteri; tasse; investimenti sociali; bioetica)

Manca qui in Italia un Tony Blair. Ma, in fondo, l’Inghilterra è sempre stata lontana dal nostro mediterraneo. Già: Tony Blair che ai tempi del governo dell’Ulivo veniva invitato con Clinton a rappresentare un percorso politico anche per la socialdemocrazia italiana e che oggi è odiato come un nemico.

mi ricordo … : tetti di VENEZIA e sguardi sulla Palazzina Briati (dove un tempo c’era la Scuola di Servizio Sociale) , in occasione dell’ultimo mio periodo di docenza, 2004

La palazzina Briati:

L’entrata di San Sebastiano:

Il giardino interno di San Sebastiano:

ricordi di:

Corso di Laurea in Servizio sociale dell’Università Ca’ Foscari di Venezia (1996-2003): docente a contratto del corso Politica sociale e Legislazione

bisogna afferrare il proprio limite e mantenersi entro questo confine

31 dicembre 2003

Fine anno 2003: proponiamo ai nostri contemporanei un pensiero per il 2004:

Nell’instabilità del tempo presente

Bisogna disfarsi degli alibi, bisogna afferrare il proprio limite e mantenersi entro questo confine. Per fare questo è opportuno agire un po’ di meno e pensare di più. Stare presso di sé. Non se ne ha la pazienza. Si crede di stare meglio se si sfugge ai problemi: al contrario, l’uomo trarrebbe maggior vantaggio se divenisse capace di ciò che Seneca chiamava la conversio ad se, se si raccogliesse per computare la propria potenza, acquisire competenza del suo desiderio e padroneggiarsi.

…L’instabilità del presente non è di per sé negativa, può essere emancipante. L’artificiale ha allentato i vincoli della necessità e ha aperto per gli uomini un universo impensabile di possibilità. L’uomo d’oggi è sempre meno costretto a vivere conformemente a una legge e tuttavia non può farne a meno. Per questo è obbligato sempre di più a divenire legge a se stesso e può volgere a proprio vantaggio le indeterminazioni del presente se non si lascia sedurre dal senza-limite a cui l’epoca stessa lo chiama.

A differenza di quel che comunemente si crede, l’instabilità del mondo può rivelarsi per l’uomo contemporaneo come un’occasione finora mai pienamente sperimentata. È vero, corriamo a ogni momento il rischio di essere espropriati da noi stessi. Tuttavia mai come oggi possiamo trovare in virtù nostra la nostra misura: possiamo assegnarci, liberamente, il limite che ci riguarda e divenirne signori.

Salvatore Natoli, Dizionario di vizi e delle vrt

UN PENSIERO PER IL 2004

UN PENSIERO PER IL 2004

Nell’instabilità del tempo presente

“Bisogna disfarsi degli alibi, bisogna afferrare il proprio limite e mantenersi entro questo confine.

Per fare questo è opportuno agire un po’ di meno e pensare di più.

Stare presso di sé.

Non se ne ha la pazienza. Si crede di stare meglio se si sfugge ai problemi: al contrario, l’uomo trarrebbe maggior vantaggio se divenisse capace di ciò che Seneca chiamava la conversio ad se, se si raccogliesse per computare la propria potenza, acquisire competenza del suo desiderio e padroneggiarsi …

…L’instabilità del presente non è di per sé negativa, può essere emancipante. L’artificiale ha allentato i vincoli della necessità e ha aperto per gli uomini un universo impensabile di possibilità.

L’uomo d’oggi è sempre meno costretto a vivere conformemente a una legge e tuttavia non può farne a meno. Per questo è obbligato sempre di più a divenire legge a se stesso e può volgere a proprio vantaggio le indeterminazioni del presente se non si lascia sedurre dal senza-limite a cui l’epoca stessa lo chiama.

A differenza di quel che comunemente si crede, l’instabilità del mondo può rivelarsi per l’uomo contemporaneo come un’occa­sione finora mai pienamente sperimentata.

È vero, corriamo a ogni momento il rischio di essere espropriati da noi stessi.

Tuttavia mai come oggi possiamo trovare in virtù nostra la nostra misura: possiamo assegnarci, liberamente, il limite che ci riguarda e divenirne signori.  

Salvatore Natoli, Dizionario dei vizi e delle virtù

Feltrinelli, 1996, pagg. 62 e 61

 

Abbiamo tutto un anno per provarci.

Auguri !!!

Paolo  e Luciana

La cerimonia del massaggio Anna Marchesini al Tatro Grassi di Milano, Via Rovello

9 dicembre 2003

Riusciamo a ritagliarci un tempo di teatro:

La cerimonia del massaggio
Anna Marchesini
al Tatro Grassi di Milano, Via Rovello

La Marchesini interpreta venti personaggi per raccontare l’insolito funerale di Clive Dunlop, trentaquattro anni, professione massaggiatore. Politici, affermati professionisti, imprenditori, gente di spettacolo, “una folla eccelsa e avariata” che si ritrova per ricordare uno straordinario fisioterapista, nonché dispensatore di impareggiabili favori sessuali. Surreali equivoci e divertenti elogi funebri si susseguono tra l’imbarazzo generale.

«Meravigliosissima possibilità – dice Anna Marchesini – di diventare un ‘condominio parlante’, un quartiere, un paesaggio dentro e fuori, mille teste e un’anima balorda, la voce pensiero, i rumori di sottofondo, le voci fuori campo, due persone in una. Il mio sogno: coniugarmi al plurale, raccontare in acrobatico, moltipllcare le voci, le presenze, parlare tra noi e noi e voi, contenere una folla per guadagnare l’ubiquità, restituire, spero, la parola al silenzio, perché i fedeli (pardon!) i presenti possano ascoltare con gli occhi e guardare con le orecchie».

Claudio Risè ha appena pubblicato "Il padre: l'assente inaccettabile" Edizioni San PaoloI

IL PADRE

30 Novembre 2003

I miei studi sullo scrittore americano Robert Bly sono avvenute nell’ambito delle politiche per le famiglie.

E’ lì che si intercetta il tema della riduzione dei ruoli paterni nelle società contemporanee. L’argomento era già stato elaborato dai sociologi della Scuola di Francoforte negli anni ’60 e ’70 (Marcuse, Horkheimer, Adorno) e dallo psicologo sociale Mitscherlich.

Negli ultimi anni emergono altre letture meno unilaterali: Bly, appunto, ma (in Italia) anche gli studi di Claudio Risè. Quest’ultimo ha appena pubblicato “Il padre: l’assente inaccettabile” Edizioni San Paolo.

Risè è un attento psicologo junghiano che rischia di essere unilaterale tanto quanto quei filosofi, però è persona di vaste e colte letture. Ha solo una idea molto molto bizzarra: che Berlusconi incarni la figura maschile della responsabilità. E’ un incredibile lapsus di un bravo psicanalista. Basta non soffermarsi su questi giudizi un po’ servili (tipici della perdita di senso della cultura italiana in questa congiuntura storica) e addentrarsi in altre parti della sua ricerca. Vale la pena di leggerlo.

COMPLEANNO: 55 anni

COMPLEANNO. 55 anni

26 Novembre 2003

Oggi compio 55 anni. Forse sono ai due terzi della mia vita. Chissà.

Ieri sono riuscito a farmi un regalo inaspettato. A Milano c’era la mostra The Record of the Time di Laurie Anderson.

Creatrice di “opere sonore”. Davvero emozionanti, stranianti, sorprendenti. Direi esercizi sensoriali di grandissima qualità artistica. Sfogliare le pagine di un libro manoscritto: sentirle frusciare, vederle scorrere, sapere che qualche mia molecola è rimasta lì. Il tavolo monofonico: sedersi su uno sgabello, appoggiare i gomiti sulle viti del tavolo, chiudere gli occhi e sentire la musica che attraversa tutto il corpo. Vedersi attraverso la videocamera montata sull’archetto video. Ascoltare il flusso di coscienza del pappagallo elettronico. Vedere il modellino piccolo (quasi una statuetta) di Laurie che racconta di pochissime sedute presso uno psichiatra.

Pomeriggio davvero speciale.

Ho anche ricevuto in regalo da P. un vecchio libro del 1958: Giorgio Galli, “La sinistra italiana nel dopoguerra”. Altra esperienza all’insegna delle sensazioni e dei ricordi.

Mi fa piacere sfogliare libri che hanno una certa età. Vedendo questo mi è subito venuto alla mente che nel 1958 usciva il “classico” Assistenza e previdenza sociale di Laura Conti (un libro fondamentale sia per la mia formazione sia, poi, per il mio lavoro. E pensare che l’avevo trovato del tutto per caso su una bancarella di Piazza Cairoli !) ed ancora “Il principe senza scettro” di Lelio Basso (altra lettura che ha contribuito alla mia formazione”ideologica”). Nella copertina del libro di Giorgio Galli vedo che già in quegli anni Giovanni Sartori aveva pubblicato una delle prime edizioni del suo “Democrazia e definizioni”. Quanto tempo e quanta tristezza pensare che siamo arrivati agli inizi del 2000 con una dittatura mediatica. A causa degli errori politici della cultura di sinistra.

E proprio vero che un libro è come un sasso gettato nell’acqua: si formano onde che vanno allargandosi per finire anche molto lontano.

Ma la sorpresa più forte è stato il regalo di Luciana. Mi ha fatto trovare la radio – sveglia progettata da Henry Kloss e distribuita dalla Tivoli Audio di Cambridge – MA, USA !

Una meraviglia che combina la più sofisticata tecnologia moderna con la struttura delle vecchie radio degli anni trenta: con le manopolone per la ricerca dei canali e pochissimi tasti di regolazione.

Semplicità e potenza comunicativa in una sintesi unica.

Un oggetto speciale che accompagnerà tutta la mia vecchiaia e che mi aiuterà a superare con meno sofferenza questi anni piuttosto crudeli. Meno televisione e più radio. Come ai tempi di guerra con Radio Londra, ad attendere la liberazione degli anglo-americani dal nazismo e fascismo.

Grazie, Luciana. La mia luce.