in tema di BELLEZZA, riflessione e citazioni di AR.M., 9 dicembre 2019

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Il concetto di bellezza sul quale ho riflettuto quando ho iniziato a leggere la mail è quello afferente a ciò che SOS sta generando la bellezza con la b maiuscola della professione e questo credo sia davvero un grande merito pertanto non me ne vogliate ma ho scelto alcune citazioni che credo più di tutte possano essere traslitterate/ applicate allo Spirito con cui opera questa meravigliosa macchina. Ci sentiremo Certamente per gli auguri e quotidianamente per l’emozione di esserci negli altri fra noi però davvero un umile e sentito grazie per essere parte di tutto questo!

Le cose, più sono belle e più ricevono questo ordine di uscire dall’inquadratura, di non entrare mai nei nostri corpi, di sostare sotto le nostre dita se non per pochi istanti, perché il massimo di bellezza si combina con l’inesistenza più pura.

(Fabrizio Caramagna)

L’umanità può vivere senza la scienza, può vivere senza pane, ma soltanto senza la bellezza non potrebbe più vivere, perché non ci sarebbe più niente da fare al mondo! … La scienza stessa non resisterebbe un minuto senza la bellezza.
(Fëdor Dostoevskij)

…da ultimo, un vero e proprio inno dedicato alla bellezza: “La bellezza cammina fra di noi come una giovane madre quasi intimidita dalla propria gloria. La bellezza è una forza che incute paura come la tempesta scuote al di sotto e al di sopra di noi la terra e il cielo. La bellezza è fatta di delicati sussurri parla dentro al nostro spirito la sua voce cede ai nostri silenzi come una fievole luce che trema per paura dell’ombra. La bellezza grida tra le montagne tra un battito d’ali e un ruggito di leoni. La bellezza sorge da oriente con l’alba si sporge sulla terra dalle finestre del tramonto arriva sulle colline con la primavera danza con le foglie d’autunno e con un soffio di neve tra i capelli. La bellezza non è un bisogno ma un’estasi, non è una bocca assetata né una mano vuota protesa in avanti ma piuttosto ha un cuore infuocato e un’anima incantata. Non è la linfa della corteccia rugosa né un’ala attaccata a un artiglio. La bellezza è un giardino sempre in fiore e una schiera d’angeli sempre in volo. La bellezza è la vita quando la vita si rivela. La bellezza è l’eternità che si contempla allo specchio e noi siamo l’eternità e lo specchio.” (Kahlil Gibran)

l'”ASSASSINIO DI PERSONALITA'”: “CHARACTER ASSASSINATION” | The Art of Defamation Througout the Ages (arte della diffamazione nel corso dei secoli)

MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

“L’assassinio di personaggi è un processo deliberato e sostenuto che mira a distruggere la credibilità e la reputazione di una persona, istituzione, gruppo sociale o nazione.

L’assassinio di personaggi è un danno deliberato della reputazione di un individuo.

Le vittime più importanti dell’assassinio di personaggi sono leader politici, funzionari, celebrità, scienziati, atleti e altri personaggi pubblici. I “personaggi assassini” prendono di mira vite private, comportamenti, valori e identità di altre persone. I loro dettagli biografici sono alterati o fabbricati.

Le caratteristiche intime diventano pubbliche. I risultati sono messi in discussione. Le buone intenzioni sono messe in dubbio. Usando esagerazioni, scherno, accuse, bugie, insinuazioni e calunnie, gli aggressori cercano di ferire le loro vittime moralmente ed emotivamente agli occhi dell’opinione pubblica.

Agenti di omicidi di carattere impiegano un misto di metodi aperti e segreti per raggiungere i loro obiettivi, come sollevare false accuse, seminare e alimentare voci e manipolare informazioni

“La…

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il JAZZ spiegato ai nostri figli, di STEFANO BOLLANI, in CorriereInnovazione, 29 novembre 2019

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letto in edizione cartacea su Corriere delle Sera innovazione

cercare qui:

http://corriereinnovazione.corriere.it/cards/jazz-calderone-scoprite-tutti-segreti-questo-genere-musicale-pieno-sapori/etimologia-vocabolo_principale.shtml

http://corriereinnovazione.corriere.it/

un estratto:

Il jazz dunque, quasi per definizione, ama l’imprevisto, perché è l’elemento che può portarti a prendere in considerazione una strada che avevi scartato o che non ti era venuta in mente. Quello che altri chiamano errore. Il jazz è un percorso di vita in cui tutto quel che accade viene accolto con gioia perché nasce da quel momento preciso e vive in quel momento. È l’elogio del presente. Paolo Fresu racconta spesso che un signore — poco abituato al suono del jazz e all’ improvvisazione — si è presentato al termine di un concerto chiedendo dubbioso: «Ma il jazz le note ce le ha?». Ecco la risposta: Ebbene sì! Ce le ha, ma dalle note parte per andare verso l’ignoto.

cosa è successo alla data del 26 NOVEMBRE

da: https://anteprima.news/?archivio

Compleanni (nati il 26 novembre)
Il comandante partigiano Germano Nicolini (100), il vescovo emerito di Ivrea Luigi Bettazzi (96), la prima donna della storia a pronunciare il giuramento olimpico Giuliana Minuzo (88), il premio Nobel per la pace Adolfo Pérez Esquivel (88), l’ex direttore della Cia Porter Goss (81), la medaglia Fields Enrico Bombieri (79), l’arcivescovo Carmelo Vigna (79), il politico e giornalista Manuele Palermi (77), la pornoattrice Karin Schubert (75), il matematico Enrico Arbarello (74), il membro dei Fleetwood John McVie (74), il premio Nobel per la medicina Elizabeth Blackburn (71), il presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali Antonello Soro (71), l’ex presidente della Rai, ex ministro e ex sindaco di Milano Letizia Moratti (70), la pornoattrice Ilona Staller detta «Cicciolina» (68), il vescovo di Forlì-Bertinoro Livio Corazza (66), il matematico e maestro di origami Toshikazu Kawasaki (64), il giornalista Paolo Trombin (62), la soubrette Pamela Prati (61), la giornalista Laura Berti (60), il figlio dell’ex presidente egiziano Mubarak Ala Mubarak (59), il sindaco di Brescia Emilio Del Bono (54), il capo della Repubblica di Crimea Sergej Valer’evič Aksёnov (47), il compositore Stefano Lentini (45), il ciclista Ivan Basso (42), l’attore e presentatore televisivo Paolo Ruffini (41), il giornalista Tommaso Labate (40), il cofondatore di Facebook Chris Hughes (36).

Altro compleanno
Tina Turner, nome d’arte di Anna Mae Bullock, nata a Nutbush, negli Stati Uniti, il 26 novembre 1939 (80 anni). Cantante afroamericana • «La regina del rock and roll» • «La tigre del rock» • È al diciassettesimo posto della lista dei cento migliori cantanti di sempre secondo la rivista Rolling Stones (2008) • Dodici premi Grammy. Più di 200 milioni di dischi venduti nel mondo. Dieci album in studio (e due dal vivo) pubblicati tra il 1974 e il 2014. Sei raccolte di canzoni. Quasi un milione e 500 mila seguaci su Spotify (a novembre 2019) • «Ha costruito la sua prorompente forza espressiva sulla sensualità e l’energia […] una delle più straordinarie storie della musica pop americana. Una storia segnata da illuminazioni fragorose, momenti bui, rilanci inaspettati. Incredibile a dirsi, da piccola Tina raccoglieva il cotone nelle piantagioni del Tennessee. Difficile immaginare allora un esito così brillante. Sembra un romanzo, la quintessenza del sogno americano, anche se nel suo caso il successo l’ha pagato a caro prezzo» (Gino Castaldo, la Repubblica, 24/10/2004) • «Una delle vite più esaltanti e sofferte della musica leggera» (Paolo Giordano, il Giornale, 28/12/2017) • Arrivò al successo grazie al primo marito, il cantante Ike Turner (1931-2007): lui «la prese come corista e poi, cambiandole nome in Tina Turner, la sposò e diede vita a un duo famosissimo di soul e rock con successi come River DeepMountain HighA Fool in Love e una cover di Proud Mary che vinse il Grammy. Nel 1976 Tina chiese il divorzio, esasperata dalle continue violenze fisiche di Ike: lasciò a lui tutti i proventi dell’attività artistica, in cambio si tenne soltanto il nome d’arte» (Corriere della Sera, 13/12/2007) • «È diventata la cantante più popolare del rock afroamericano degli anni Ottanta, grazie a una voce e a una presenza tra le più aggressive, sexy e ispirate. Ha cantato in coppia con artisti come Mick Jagger (in Live Aid) ed Elton John, Eric Clapton, David Bowie» (Treccani) • «La mia vita è la dimostrazione che è possibile trasformare il veleno in medicina».
Vita «A Nutbush, Tennessee, la ragazzina che sarebbe diventata Tina Turner “si divertiva a saltare i fossi di slancio”. Odiava lavorare nei campi di cotone ma, a parte quello, della “minuscola cittadina sulla Strada statale 19 che passava quasi inosservata sulle mappe”, oggi – scrive – non cambierebbe niente» (Paola Piacenza, iO Donna, 20/10/2018) • È la più piccola di tre sorelle, suo padre è un bracciante nella zona, i suoi nonni sono diaconi di una congregazione battista e lei canta nel coro della chiesa • Ha un’infanzia difficile, i suoi cambiano città moltissime volte. Poi, quando lei ha undici anni, sua madre li abbandona; quando ne ha tredici il padre sposa un’altra donna e si traferisce a Detroit • Anna vive per un po’ con la nonna, a Brownsville, Tennessee, poi con la madre a Saint Louis, in Missouri • «Ho passato la vita a farmi strada in una tempesta di karma negativo. Come ci si sentiva a essere una figlia indesiderata?» • Dopo la scuola, lavora come assistente al Barnes-Jewish Hospital di Saint Louis • «Imbevuta della cultura musicale del sud, nei dintorni di Memphis, perfetto crocevia tra gospel, blues e rhythm and blues, iniziò a cantare da adolescente nei locali della zona» (Castaldo) • «Deve il successo a Ike Turner, l’uomo che la scopre, le insegna a perfezionare il canto, le sceglie il nome d’arte, la sposa e la fa diventare solista della sua band, i Kings of Rhythm» (Simona Siri, La Stampa, 26/10/2017) • «Sarei stata persa senza di lui a quel punto della mia vita. Voglio dire, avrei potuto fare due cose: lavorare in un ospedale o rimanere nella band di Ike. Non sapevo cosa altro fare. Non conoscevo nessun altro. E volevo cantare» (lei nel 1984) • «Si conobbero in un Club di St. Louis in Missouri sul finire degli anni ‘50. […] “Pensai fosse molto brutto, ma ero in minoranza, tante donne bianche o nere impazzivano per lui, perché aveva quell’aura pericolosa”. Ma non era solo un’aura, un look. Si rincorrevano già all’epoca voci sul suo caratteraccio, il suo essere violento e manesco. Una sera Tina prese un microfono e salì sul palco. Il duo iniziò così. Prima amici, poi compagni. Nel frattempo lei restò incinta del suo ragazzo, aveva 18 anni, era il ‘58, e il padre scappò via. Rimase single a crescere il piccolo. Dava una mano in ospedale e avrebbe voluto fare l’infermiera. “Ma chi prendevo in giro. Mi piaceva girare nei vestiti alla moda che Ike mi comprava”» (Massimiliano Mattiello, Huffington Post, 9/10/2018) • Lui, in realtà, ha già una moglie, ma si porta comunque Anna in Messico e, senza aspettare il divorzio, le chiede di sposarlo • «“Decise che il nostro matrimonio sarebbe stato a Tijuana e, se mi fossi opposta, avrebbe dato di matto. Non volevo un occhio nero al mio matrimonio”. [Quel giorno] Ike cercava un modo per divertirsi. “Divertirsi alla sua maniera e mi portò in una casa chiusa”. L’evento fu traumatico e lei inventò una versione distorta, diversa e romantica da dare in pasto ai curiosi […] Nel 1960 Tina rimase incinta di Ike. Lui decise di sfruttare il momento e cambiò il nome alla band. Nacquero così Ike and Tina Turner. Lei […] non voleva cambiare il suo nome. “Glielo dissi. Fu la prima volta che mi picchiò. Mi colpì in testa con un pezzo di legno, cominciai a piangere”. L’incubo era appena iniziato. “Mi disse di salire sul letto, l’ultima cosa che volevo era fare l’amore, se così possiamo chiamarlo”. Ike si comportava da star, lei si sentiva “una schiava che non era più pagata per le sue esibizioni”. L’unico conforto era ballare con le Letters, coriste e ballerine che seguivano il duo. Ike controllava tutta la parte musicale, quando Tina provò ad obiettare qualcosa ricevette come risposta uno sputo. Due giorni dopo la nascita del secondo figlio era di nuovo su un palco perché lui aveva deciso così. “Ike era il peggior nemico di se stesso. Da ragazzo aveva visto il padre morire di una morte lenta e dolorosa. Picchiato da alcuni bianchi perché si era messo a fare il cretino con una donna bianca”» (Mattiello) • «Nel giro di pochi anni arrivò il successo, culminato con River deep mountain high (prodotta dal genio del suono Phil Spector) e soprattutto Proud Mary, ma anche l’incubo privato del rapporto con Ike, sempre più violento e disfattista. A quei tempi in scena Tina era un autentico ciclone. I filmati ci restituiscono un corpo scosso da sussulti elettrici, una sensualità incontenibile e una voce che illuminava il buio. Ma la sua vita personale era un inferno. Del suo pigmalione era in qualche modo succube» (Castaldo) • «Oltre ai Grammy vinti, ai tour e al successo sono gli anni degli abusi, delle botte che Ike, strafatto di cocaina, le dà prima di salire sul palco, degli spettacoli portati avanti nonostante la faccia gonfia e il gusto di sangue che le riempie la gola» (Siri) • «La prima cosa che mi chiesero fu di trovare un modo per procurargli la droga» (il produttore musicale David Zard) • «In un modo perverso i lividi, il naso gonfio, l’occhio nero, il labbro rotto erano i segni della sua proprietà. Un modo per dire: È mia e posso fare quello che voglio» • Lui le versa il caffè addosso, torna a casa ubriaco in compagnia di altre donne. Le rompe la mascella • «Allora la violenza domestica non era un problema sentito come oggi. Avevo scoperto che un po’ di trucco, un bel sorriso e qualche passo di danza provocante potevano distrarre il pubblico dalle mie ferite. Se anche i medici ritenevano che mi presentassi in pronto soccorso troppo spesso, che i miei incidenti fossero troppi, non chiesero mai nulla. Probabilmente pensavano che fosse normale per i neri, soprattutto per le coppie sposate, litigare in quel modo» • «Ike una volta mi mandò addirittura da uno psicologo. Oh, sì, era proprio un bel tipo. […] Io raccontai tutto. Alla fine della seduta lo psicologo mi disse: “Credo che la persona che devo vedere sia suo marito”» • «Ike aveva sempre una strategia. Arrivò a registrare il marchio Tina Turner, in modo che appartenesse a lui e non a me» • «La personale ribellione di Tina iniziò un giorno del ’68. Ike stava facendo sesso con tre donne, tutte di nome Ann, una era incinta di lui. Prese la decisione di inghiottire 50 sonniferi. Secondo i suoi calcoli avrebbero dovuto fare effetto dopo il numero di apertura portandola al suicidio, dice Tina: “Così avrei superato il numero di apertura e Ike sarebbe stato pagato. Ero così ben addestrata che anche il mio suicidio doveva essere conveniente per lui”. Invece le pillole fanno effetto prima e viene portata d’urgenza all’ospedale. Davanti ai medici Ike fece la perfetta scena del marito premuroso. Il giorno dopo, quando Tina si era ormai ripresa, la insultò. “Dovresti morire figlia di pu***na”» • «Acquistò sicurezza solo quando Ken Russell la chiamò a interpretare la “acid queen” nel film tratto dall’opera rock Tommy. Era un tributo alla sua forza devastante, e quel numero risplende ancora oggi in un film assai discutibile» (Castaldo) • «Una volta soltanto lei lo insultò. In una macchina a Dallas. Lo mandò a quel paese […] Ike disse: “Non si era mai rivolta così a me”. “Poi mi gonfiò di botte e disse che avevamo avuto un incidente”. Quella notte Tina scoppiò. Dopo anni di abusi e violenze aspettò che Ike si addormentasse prese una borsa e una sciarpa e fuggì via. Attraversò una statale trafficata, per poco non fu colpita da un camion. Entrò in una locanda con “36 centesimi in tasca, la faccia malconcia e i vestiti sporchi e macchiati di sangue”. Il razzismo a Dallas si fermò quel giorno e il gestore si commosse e la portò in una suite, così si salvò» (Mattiello) • Due amici le comprarono un biglietto aereo per Los Angeles • «Ho passato due mesi a spostarmi dalla casa di un amico a un’altra. Mentre i padroni di casa erano fuori, lavavo i loro appartamenti da cima a fondo. Era il mio modo di creare ordine dal caos e di guadagnarmi il posto in cui stavo. Ike pensava che mi sarei uccisa senza di lui, che sarei tornata da lui gattonando, ma io avevo solo un obiettivo: dimostrare che ce l’avrei fatta senza di lui. Quando non mi sono presentata da lui è stato Ike a venire da me: si è presentato con un gruppo di tirapiedi e io ho chiamato la polizia. A quel punto mi ha spedito i nostri quattro figli e i soldi per il primo mese di affitto. Era come se fosse una sfida. Era come se mi dicesse: “Ci vediamo presto, implorerai la tua vecchia vita”» • «Da quella storia uscì destabilizzata e smarrita» (Castaldo) • Nella causa di divorzio, lei riesce a ottenere il diritto a usare il suo nome d’arte, ma non l’assegno di mantenimento. Ormai ha 45 anni, sembra che nessuno voglia sentir cantare Tina senza Ike • «Piena di debiti, suona nei bar, fa spettacoli a Las Vegas, registra album di scarso successo Fino all’incontro, grazie a Olivia Newton-John, con il manager Roger Davies» • Lui la riporta a cantare e inizia la sua seconda vita • «Il mio incontro con David Bowie…, beh, sono sicura che ogni ragazza avrebbe voluto incontrarlo, e lui fece qualcosa per me di molto speciale. In quel tempo era uscito il pezzo Let’s dance, e i dirigenti della Capitol avevano appena firmato il suo nuovo contratto e volevano festeggiare a cena, ma lui disse: ‘no, mi dispiace, ma questa sera andrò a vedere la mia cantante preferita’. E chi è, chiesero loro? ‘Tina Turner rispose Bowie. La Capitol era la mia stessa casa discografica ma loro non erano certi di voler firmare il contratto con me. C’erano dei problemi. […] videro tutto e pensarono: è molto amata, è molto popolare, e tutti questi grandi artisti sono qui per vederla. E così il contratto fu firmato”» (Castaldo) • «Negli Anni 80 Tina Turner diventa quello che è ancora oggi: una performer straordinaria e una regina rock, genere che le apre le porte a un pubblico più giovane. Private Dancer vince quattro Grammy Awards e il singolo What’s Love Got To Do With It diventa il suo più grande successo, seguito, nel 1985, da We Don’t Need Another Hero che fa parte della colonna sonora del film Mad Max con Mel Gibson e da altri singoli di strepitoso successo come Typical Male e I Don’t Wanna Fight» (Siri) • «David Bowie mi chiamava la fenice che sorge dalle ceneri» • Nel 1985 è sul palco del Live Aid con Mick Jagger, che l’aveva conosciuta nel 1969 quando lei e Ike avevano cantato nella sua tournée americana: «Insieme misero in scena una performance indimenticabile, un duetto vertiginoso e sfrontato culminato in una sorta di spogliarello in cui Jagger [le] strappava la gonna di dosso» (Castaldo) • Nel 1995 canta Goldeneye, scritta da Bono e The Edge, la colonna sonora di un film di 007 • «Dopo la registrazione Bono si complimentò per come avevo cantato e mi disse: avrei dovuto saperlo, la tua voce equivale a uno strumento» • «Decise di concedersi una seconda possibilità: un nuovo amore, Erwin, tedesco, dirigente della Emi, più giovane di lei di 16 anni. Non che la cosa le abbia mai provocato inibizioni… “Una sera in cui eravamo seduti vicini, a un’ennesima cena di lavoro, mi dissi: ‘Non me ne importa niente. Ora glielo chiedo’. Lo guardai – era così bello con la camicia Lacoste, i jeans e i mocassini senza calze – e sussurrai: “Erwin, quando verrai in America voglio che tu faccia l’amore con me”. Lui voltò la testa lentamente e mi guardò come se non credesse alle sue orecchie. Neanch’io potevo credere di aver pronunciato sul serio quelle parole! Il suo primo pensiero fu: ‘Però, queste ragazze californiane sono proprio disinibite’. Ma io non ero così. Stentavo a riconoscermi”. Nel 1989, quando la relazione durava già da tre anni, Erwin Bach la chiese in moglie. Lei prese tempo, 24 anni… Quando lui glielo chiese di nuovo, accettò, e nel 2013 si sono sposati. “Avevo 73 anni e stavo per diventare una sposa, per la prima volta. Esatto, per la prima volta. Mi chiamo Tina Turner, e sono stata sposata con Ike Turner, ma non sono mai stata una sposa vera e propria”» (Piacenza) • Nel 2009 si ritira dalle scene: «Sono una pensionata» • Si converte «definitivamente» al buddhismo e va a vivere in Svizzera (prende anche la cittadinanza) • «Ho faticato per tutta la vita. Nessuno mi ha mai regalato niente. Dopo tanti anni di duro lavoro, e dopo tante sofferenze, francamente non vedevo l’ora di vivere nel momento, con mio marito Erwin (Bach), di potermi svegliare ogni mattina con tranquillità, senza pensieri, bisogni o progetti. Ho raggiunto il mio nirvana, pensai. Quello stato di felicità assoluta, senza più desideri, è un luogo meraviglioso. Tre mesi dopo, all’improvviso mi svegliai terrorizzata. […] Un fulmine mi aveva colpito la testa e la gamba destra – o almeno così mi sembrava – e avevo una strana sensazione alla bocca, che mi impediva di chiedere aiuto a Erwin» • Ha un ictus e deve fare mesi di riabilitazione per imparare a camminare di nuovo • Nel 2016 le scoprono un cancro all’intestino, lei vuole curarsi con metodi omeopatici che le causano un’insufficienza renale • Dice di aver pensato al suicidio assistito, poi il nuovo marito si offre di donarle un rene • Come se non bastasse, nel 2018 suo figlio Craig si suicida, sparandosi un colpo di arma da fuoco nella propria casa in California • «Craig era uno spirito tormentato. Lo rivedo ancora da piccolo, a due o tre anni, quando desiderava tanto sedersi in braccio a me al mio ritorno dai tour, ma Ike lo mandava in camera sua. Sono certa che nella sua testolina non trovava le parole per spiegare quanto voleva la sua mamma, o la solitudine che provava» • «Dopo la morte di Craig […] per la cantante è stato un momento molto difficile […], “mi sono convinta che la morte fosse la mia unica via d’uscita” ma oggi che vive in una casa sul lago di Zurigo ammette “sono così serena. Ho avuto una vita molto dura. Ma non ho messo la colpa su niente e nessuno”» (Paolo Travisi, Il Messaggero, 2/7/2019) • «Sarò onesta con voi. Sicuramente sto cercando di essere onesta con me stessa».
Figli Craig Raymond Turner (1958-2018), avuto dal sassofonista Raymond Hill, poi adottato da Ike Turner; Ronald Turner (n. 1960), avuto da Ike; ha poi adottato due figli del primo marito, Ike Turner Junior (n. 1958) e Michael Turner (n. 1960), crescendoli come propri.
Giudizi «Quando balli con Tina, ti guarda negli occhi» (David Bowie) • «Le voglio ancora bene e sicuramente anche lei me ne vuole ancora, visto che continua a parlare tanto di me. E poi ha tenuto il mio nome, Turner, non l’ha cambiato, se per lei ero davvero così cattivo avrebbe dovuto cambiare il suo nome in Tina ‘qualcos’altro’. Ma ho altro in mente, io, grande musica, concerti, dischi. Magari anche un film, che racconti la mia vita dal mio punto di vista. Spero di riuscire a farlo, un giorno o l’altro» (Ike Turner nel 1993).
Buddismo «La meditazione mi ha aiutato a diventare più forte e più sei forte, più eviti di prendere decisioni sbagliate. In ogni caso, non ci crede nessuno ma ho impiegato solo tre giorni a rispondere a tutte le domande sulla mia vita».
Curiosità È alta 1 metro e 63 e pesa 58 chili • Il suo idolo è Jacqueline Kennedy • Ha insegnato lei a ballare a Mick Jagger • Per ottenere la cittadinanza elvetica ha dovuto studiare l’Hochdeutsch, l’alto tedesco che si parla in Svizzera • «Non mi piace separare la mia vita da cantante rock dalla mia vita spirituale. La preghiera è sempre stata con me. Rossetto rosso e minigonna mi sono stati utili per costruirmi un personaggio. Credo di aver fatto un buon lavoro come “cantante rock”. Ma questo non sarebbe stato possibile senza il mio lato spirituale» (Laura Berlinghieri, Amica, 17/4/2018) • Tutti le mattine recita il Nam-myoho-renge-kyo, una litania buddista: lo faceva anche quando era in tournée. «Di questi tempi svolgo la mia pratica mattutina per iniziare bene la giornata e poi, visto che sono felicemente in pensione, a volte posso concedermi il lusso di ritornare a dormire!» • Nel 2008, in Svizzera ha incontrato il Dalai Lama, ma dice ancora il Padre Nostro • «Cosa pensa degli scandali a sfondo sessuale che stanno riempiendo le cronache internazionali? Darebbe un consiglio alle giovani per non piegarsi agli abusi maschilisti? “Preferirei non rispondere a queste domande”» (Cristiano Sanna, Tiscali) • «Ricevo lettere e cartoline, persone che mi scrivono dicendomi che gli dò forza: è un’eredità che sento di dover trasmettere» • «A chiunque abbia una relazione violenta dico questo: Se ti alzi e parti, se ti alzi dalle ceneri, la vita si aprirà di nuovo per te»

nel 2009
Giovedì 26 novembre 2009. La Commissione sanità del Senato rimanda di due mesi l’arrivo in Italia della pillola abortiva RU486. Bisogna prima capire se metterla in vendita sia in contrasto con la legge sull’aborto.

La polizia arresta Giuseppe Piccolomo detto Pippo, 58 anni, ex ristoratore finito in disgrazia, con l’accusa di aver ucciso a coltellate Carla Molinari, 82 anni, tipografa in pensione, nella casa di lei a Cocquio Trevisago. È il marito di una donna marocchina, che faceva le pulizie in casa della vittima. Sarebbe stato lui, dice l’accusa, a tranciarle le mani di netto e a staccarle quasi la testa dal collo. Non si capisce perché l’abbia fatto, ma le telecamere del centro commerciale del paese lo hanno ripreso mentre raccoglieva dei mozziconi da un posacenere di un bar e sembra proprio siano gli stessi ritrovati sul luogo del delitto. Li avrebbe fatti cadere lì per depistare le indagini.
Il Piccolomo era già noto alle forze dell’ordine perché nel 2003 un incendio aveva divorato la Volvo Polar su cui viaggiava con la moglie di allora. Secondo lui, la signora si era accesa una sigaretta, una scintilla era finita su una tanica di benzina e non era riuscito a salvarla.

nel 1999
Venerdì 26 novembre 1999. Silvio Berlusconi e Cesare Previti vengono rinviati a giudizio, con l’accusa di aver corrotto i magistrati romani per la sentenza sulla vendita dello Sme. Il Cavaliere è accusato anche di falso in bilancio.

nel 1994
Sabato 26 novembre 1994. Alberto Savi, del commissariato di Rimini, sta andando verso la stazione. Deve partire per Roma, parlare con gli uomini del ministero. Dopo che hanno arrestato suo fratello Roberto, della volante di Bologna, e il suo fratellastro Fabio con l’accusa di essere gli assassini della banda della Uno bianca, non si capisce se può ancora restare nella polizia. Ma la questione non si pone, perché, prima che prenda il treno, arrestano anche lui.
Eva Mikula, giovane romena, compagna di Fabio, li accusa di rapine e eccidi.

A Milano, salta l’incontro tra Berlusconi e Di Pietro. Il presidente del Consiglio vuole garanzie che quel che dirà rimarrà riservato. Intanto, i sostenitori di Forza Italia, sfilano in corteo davanti al tribunale.

Gli americani mandano in Bosnia tre navi da sbarco con duemila marines.

nel 1989
Domenica 26 novembre 1989. A Praga, l’ex prigioniero politico Vaclav Havel incontra per la prima volta – e in diretta televisiva – il capo del governo, Ladislav Adamec.
Verso sera, il plenum del partito comunista slovacco chiede la riabilitazione dei 500mila membri del partito espulsi dopo i moti del ‘68.

Dopo lo scontro al comitato centrale del partito, Achille Occhetto si riposa a Capalbio.

nel 1979
Lunedì 26 novembre 1979. «Dal nostro inviato speciale a Madrid. Ci mancavano soltanto gli armeni a complicare la vita del mondo. Quattro bombe sono esplose a Madrid: erano collocate in modo da far saltare in aria le sedi di alcune compagnie aeree (Alitalia, Pan American, TWA, British Airways e Sabena), accusate di appartenere al “mondo imperialista”. Le esplosioni sono state rivendicate da un’organizzazione chiamata “Esercito segreto di liberazione armeno” e la rivendicazione è accompagnata da un monito: “Che il Papa non vada in Turchia”» [Paolo Bugialli, Corriere della Sera, 27/11/1979].

Sul Corriere c’è la pubblicità di Telemilano, la nuova tivù privata di Berlusconi. C’è Mike Bongiorno con le braccia alzate che grida: «Allegria!».
«Allegria! Ogni giorno il favoloso appuntamento con il grande Mazinger a Telemilano canali 31 e 58 – ore 13 e 18.45 un appuntamento per i ragazzi, da non perdere: “IL GRANDE MAZINGER”, il fantastico eroe d’acciaio dalle mille, eccezionali avventure – ore 13.30 e 20, dopo il successo straordinario riscosso in America, in esclusiva a Telemilano “L’UOMO DI ATLANTIDE”, una serie di telefilm che ha come argomento la fantascienza marina –  ore 20.30 appuntamento con MIKE BONGIORNO e GIANNI RIVERA per “milaninterclub” – ore 21.30 un grande film: “A CAVALLO DELLA TIGRE” con Nino Manfredi e Gianmaria Volonté. Regia di Luigi Comencini – ore 23.20 sintesi dell’incontro di calcio AVELLINO-INTER – ore 24.20 sintesi dell’incontro di calcio MILAN-NAPOLI».

nel 1969
Mercoledì 26 novembre 1969. Alla Camera, i democristiani chiedono che la legge sul divorzio venga bocciata ancor prima di esaminare i singoli articoli. Si vota a scrutinio segreto, ci sono 290 «sì» e 322 «no». La mozione è bocciata. Il divorzio ora sembra fattibile.

Aldo Natoli, Luigi Pintor, Rossana Rossanda e Lucio Magri, fondatori della rivista il Manifesto, vengono accusati di «frazionismo» dal comitato centrale del Pci e radiati dal partito.

Il portavoce di Nixon dice che l’aver massacrato la popolazione civile del villaggio di Song My, nel Vietnam del Sud, «costituisce una violazione aperta di tutte le direttive della politica militare degli Stati Uniti e fa inorridire la coscienza dell’intero popolo americano».

nel 1939
Domenica 26 novembre 1939. Alla frontiera tra Russia e Finlandia tre soldati e un graduato sovietico vengono uccisi, sette soldati e due comandanti feriti. Secondo Mosca  sono stati colpiti da colpi di cannone finlandesi. Secondo Helsinki, i russi, in quel momento, «stavano facendo esercitazioni di lancio di granate».
«A Dresda, lo Statthalter ha detto, alla fine di un banchetto al quale era presente il nostro console, che la Germania, più ancora dei nemici, deve temere gli amici che la tradiscono. Ho chiamato Mackensen e gli ho detto che questa volta se vi è un tradito non è la Germania. Ha cercato di scusare lo Statthalter dicendo che alla fine del banchetto probabilmente non era più completamente lucido. Il Duce si è indignato per questa frase pronunciata a Dresda. La stella germanica comincia a impallidire anche nel suo animo, e questo è quello che più conta» [G. Ciano, Diari 1937-1941].

nel 1929
Martedì 26 novembre 1929. «I telegrammi dalla Cina confermano che l’Esercito russo sta abbattendo ogni resistenza in Manciuria, “Hailar – dice un messaggio da Shangai – è caduta e le truppe sovietiche hanno massacrato diecimila persone, tra soldati e pacifici cittadini. Le popolazioni fuggono terrorizzate davanti alla cavalleria e ai carri d’assalto sovietici, mentre le artiglierie e gli aeroplani bombardano città e villaggi. Tutto porta a concludere come fossero ben fondate le previsioni che il comandante sovietico generale Blücher avrebbe atteso i primi geli per lanciare la sua offensiva, e che i Soviet erano decisi a impossessarsi delle ferrovie orientali cinesi”» [Corriere della Sera, 27/11/1929].

nel 1919
Mercoledì 26 novembre 1919. Il Consiglio dei ministri decide che la data di apertura dei lavori della nuova Camera non sarà rimandata. La legislatura inizierà il 1˚ dicembre.

nel 1909
Venerdì 26 novembre 1909. «Qualche deputato di Estrema apostrofa la Destra; i deputati di Destra replicano. Si accendono vivaci battibecchi e i rumori si fanno altissimi […] Treves si volge specialmente al Albasini. Questi è in piedi, rosso in viso e per qualche minuto grida rivolto a Treves e all’Estrema. Non si sente a destra che qualche frase come questa: “Canagliate! Buffoni! Imbroglioni!” Ad Albasini si grida dall’Estrema: “Falso puritano!”. Le scampanellate del presidente non contano niente”» [Corriere della Sera, 27/11/1909].

nel 1899
Domenica 26 novembre 1899. «A Frosinone ebbe luogo una feroce rissa fra i fratelli Angelo e Biagio De Angelis. Si intromisero, spaventati, i figlioletti di Angelo, ed uno di questi, appena tredicenne, s’ebbe una coltellata e morì. I rissanti, gravemente feriti, furono arrestati» [Corriere della Sera, 27/11/1899].

nel 1869
Martedì 26 novembre 1869. «Secondo l’Opinione, l’on. Lanza ha finalmente accettato di comporre il ministero» [Comandini].

«Con decreto in data d’oggi la Sacra Congregazione dell’Indice proibisce le seguenti opere: 1. Luigi Stefanoni. Storia critica della superstizione. Milano, 1869. 2. Janus. Der Papst und das Concil. Lipsia, 1869» [Comandini].

La sezione Domani è curata da Jacopo Strapparava.

Mina Fossati così vicini, così lontani – – a cura di Vincenzo Mollica – RaiPlaySpeciale Tg1, 25/11/2019

A Speciale Tg1, il viaggio di Vincenzo Mollica nella nuova avventura di due grandi interpreti della canzone italiana, Mina e Fossati.

vai a

Speciale Tg1 – S2019/20 – Mina Fossati così vicini, così lontani – 25/11/2019 – Video – RaiPlay

MINA FOSSATI, 22 novembre 2019

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leggi  anche:

“Ivano, grazie . la musica mi fa respirare”, in Sette.corriere.it , 22 novembre 2019

“Lei bellissima, statuaria, fulva in controluce”, in Sette.corriere.it , 22 novembre 2019

https://www.corriere.it/sette/attualita/19_novembre_21/ivano-fossati-mina-l-anteprima-dialogo-esclusivo-domani-7-7844a57c-0c51-11ea-89cc-e514bdace0f8.shtml?refresh_ce-cp

https://www.corriere.it/sette/incontri/19_novembre_22/fossati-racconta-mina-bellissima-statuaria-fulva-controluce-da9ad4a8-08ff-11ea-b74a-83e463a73bb9.shtml


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Mina Fossati così vicini, così lontani – – a cura di Vincenzo Mollica – RaiPlaySpeciale Tg1, 25/11/2019

https://traccesent.com/2019/11/25/mina-fossati-cosi-vicini-cosi-lontani-a-cura-di-vincenzo-mollica-raiplayspeciale-tg1-25-11-2019/

Claudio Risè compie 80 anni , fine novembre 2019

Claudio Risè compie 80 anni !!!
buon futuro, Claudio
sei stato fondamentale nel mio ciclo di vita

Cari amici, sono davvero commosso, e anche un po’ preoccupato.
Come farò ad essere all’altezza di tutto questo affetto, fiducia, calore? Beh, io ci provo, come ho sempre fatto.
Vi sono molto riconoscente: la vostra presenza e i vostri auguri sono stati un regalo bellissimo.
Grazie di cuore ad ognuno di voi!
Claudio

 


Claudio Rise
23 novembre alle ore 17:26
Grazie Paolo ! Buon tutto! 

Gabriella D’Amico, Cristiano Da Ros, Gianni Del Savio, si addentrano nei labirinti espressivi di Eunice Kathleen Waymon e nel suo divenire NINA SIMONE, delineandone la figura personale e artistica in uno spettacolo che la racconta in musica e testi

Gabriella D’Amico, Cristiano Da Ros, Gianni Del Savio, si addentrano nei labirinti espressivi di Eunice Kathleen Waymon e nel suo divenire Nina Simone, delineandone la figura personale e artistica in uno spettacolo che la racconta in musica e testi.

Una miscela tra classica, jazz, blues, pop, soul e folk, che Nina definiva “black classical music”, rifiutando ogni consueta e limitativa etichettatura della sua arte.

Il testo è quello raccontato dalla voce narrante di Gianni Del Savio, autore di una biografia dell’Artista dal titolo “Il piano, la voce e l’orgoglio nero” – Vololibero edizioni. Conoscitore di numerosi aneddoti sulla sua vita artistica e sul suo impegno politico.

To Be Young Gifted and Black

Acqua alta a Venezia, allagata la basilica di San Marco,13 novembre 2019

L’acqua alta a Venezia ieri alle 22.45 ha raggiunto i 187 centimetri. Non accadeva dal 1966, quando toccò i 194 centimetri. Ha allagato piazza San Marco, ha invaso la Basilica ed è arrivata al millenario pavimento a mosaico marmoreo, danneggiando i mattoni e le colonne del nartece e anche i marmi sostituiti di recente. Il ministro dei Beni culturali Franceschini ha inviato gli ispettori per valutare i danni. L’allagamento del nartece della Basilica è un evento rarissimo che ha solo cinque precedenti dal IX secolo a oggi. Sei volte dunque in 1.200 anni. Ma il dato allarmante è che, di questi sei episodi, tre si sono verificati negli ultimi vent’anni. Sulla laguna ieri soffiava un vento di scirocco a cento chilometri all’ora. Molte barche sono state rovesciate. Tre vaporetti sono affondati.
Sull’isola di Pellestrina un anziano è morto a causa di un corto circuito provocato dall’acqua che era entrata in casa.

Al Sud, fiumi di fango hanno invaso Matera; ad Altamura, nel Barese, un ottantenne è morto fuori dalla sua abitazione, in campagna, travolto da un ramo spezzato dal forte vento; a Spongano, nel leccese, vento e pioggia hanno distrutto il palazzetto dello sport pronto per essere consegnato nei prossimi giorni; una tempesta si è abbattuta su Capri, danneggiando la torre campanaria nella celebre Piazzetta; una tromba d’aria ha imperversato sul Salento; a Messina il forte vento ha abbattuto diversi alberi (un ferito lieve); a Napoli il forte vento ha abbattuto un albero finito su un bus.  Scuole chiuse in gran parte di queste città.

«In questo momento si è formata un’onda molto ampia e profonda che parte dall’Islanda e scende verso l’Italia. E che non sembra avere alcuna intenzione di spostarsi. Finora abbiamo contato otto perturbazioni di seguito. Raggiungeremo le venti, o quasi. L’aria fredda che scende dall’Islanda quando arriva da noi trova una differenza di temperatura di una decina di gradi. Che non è poco» [Il tenente colonnello Guido Guidi, meteorologo dell’Aeronautica, a Elena Dusi, Rep.].

«Il Mediterraneo ha cominciato ad assomigliare ai Caraibi e le piogge aumentano di intensità e di frequenza. Ce se ne può infischiare, lasciando alla Protezione Civile il compito di metterci ogni volta una pezza, finché potrà. Oppure, dal momento che a quanto pare il Paese pullula di patrioti, compattarsi al grido di “Prima l’Italia” e avviare la più eroica delle imprese: la ricucitura del territorio e la tutela delle sue meraviglie. Basterebbe un mese. Un mese senza polemiche, insulti e beghe di bottega, durante il quale varare all’unanimità, da Salvini a Boldrini, un piano nazionale di piccole opere pubbliche per rinforzare gli argini dei fiumi e dei torrenti, difendere le strade dall’incombere delle frane, proteggere monumenti e musei. Nel prossimo decennio, necessario alla sua attuazione, un programma del genere metterebbe in salvo il patrimonio naturale e artistico, creerebbe nuovi posti di lavoro e, quel che più conta, darebbe finalmente un senso di marcia e di identità ai tanti italiani che lo hanno smarrito» [Gramellini, Cds].


Venezia sprofonda sotto l’acqua alta, arrivata a un picco di 187 centimetri. Si è sfiorato il record del 1966, quando si raggiunsero i 194 centimetri. Ieri 165 centimetri d’acqua scorrevano lungo le calli della laguna. La basilica di San Marco è stata inondata. Un metro e venti d’acqua si è riversato nella cripta dove sono conservati i resti dei patriarchi. Scuole, teatri, conservatori e locali sono chiusi. Traghetti, motoscafi e gondole affondati. Molti gli hotel devastati e allagati, a cominciare dallo storico Gritti. Pellestrina, dove il settantenne Giannino Scarpa è morto colpito da un fulmine mentre tentava di riparare una pompa idraulica, è ancora senza corrente e del tutto isolata. Il governatore Luca Zaia ha dichiarato lo stato d’emergenza «l’80 per cento della città è sommersa», il sindaco Brugnaro parla di «danni incalcolabili» e teme «per il futuro della città». Il ministro per i Beni Culturali Franceschini ha fatto sapere che per il momento le collezioni dei musei non sono state danneggiate. Il premier Conte, che ha trascorso la notte in Venezia, ha definito la situazione «drammatica» e ha promesso di finire il Mose: «Siamo alla dirittura finale, al 92-93% dell’opera. E guardando all’interesse pubblico non c’è che da prendere una direzione nel completamento di questo percorso». Il Mose, la grande opera progettata per tutelare Venezia dall’acqua alta, non è ancora entrata in funzione: il sistema per chiudere le 78 paratoie mobili che formano le quattro barriere alle bocche di porto di Lido non è finito. In tutto l’opera è costata 5.493 milioni di euro, 7 con i costi delle opere accessorie. I finanziamenti residui ammontano a 221 milioni fino al 2024. I lavori dovrebbero finire nel 2021. Nel 2014 fu al centro del solito scandalo delle mazzette (35 arresti). Brugnaro: «È ora che il Mose venga ultimato, non possiamo esser sempre da soli».
Dal 1923 a oggi, la marea ha superato il livello allarmante dei 140 centimetri sullo zero idrografico di Punta della Salute 23 volte [Avvenire].

Sarà Elisabetta Spitz il supercommissario del governo per il Mose. Il nome dell’ex direttore dell’Agenzia del Demanio ed ex moglie di Marco Follini è stato fatto nei giorni scorsi dalla ministra delle Infrastrutture, Paola De Micheli. Per la formalizzazione dell’incarico manca ora soltanto l’intesa formale con il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, che dovrebbe arrivare in queste ore [Santilli, Sole].

Massimiliano Alajmo, chef de Le Calandre, tre stelle Michelin a pochi km da Padova, è parecchio preoccupato per le condizioni del suo Gran Caffè Quadri, lo storico locale ristrutturato e riportato agli antichi splendori, il cui pianterreno l’altra notte è finito sotto quasi due metri d’acqua.
State facendo la conta dei danni?
«Non ancora. Impossibile capire l’entità fino a quando non si sarà asciugato tutto».
I suoi collaboratori che cosa le hanno raccontato?
«I miei collaboratori sono addestrati all’emergenza acqua alta, hanno fatto tutto il possibile. È stato pesantissimo: l’acqua non saliva lentamente dal basso, come succede normalmente. Arrivava a ondate, spinta da una bora terribile, come in una mareggiata. E in 10 minuti è salita di 35 centimetri. In un batter d’occhio si sono ritrovati a bagno fino all’ombelico. È stato messo in sicurezza tutto quello che si poteva, ma la cassa e i pos si sono rovesciati. Hanno temuto per la tenuta stessa dei muri, sollecitati in maniera violenta».
Siete assicurati?
«Nessuno ti assicura per l’acqua alta. Succede di frequente, lavori a tuo rischio. Ma questa volta abbiamo rischiato tanto, tanto davvero» [a Licia Granello, Rep.].

intervista a PAOLO CONTE, di Dario Olivero, in Robinson, 9 Novembre 2019

intervista a PAOLO CONTE, di Dario Olivero, in Robinson, 9 Novembre 2019
«Fuma?».
Sì, anche lei fuma ancora?
«Meno», dice tirando fuori un pacchetto di Marlboro quasi vuoto. La prendo, così posso raccontare di aver scroccato una sigaretta a Paolo Conte. «Se la gusti prima, però». E così gli elementi ci sono tutti: fuori dalla porta di Corso Dante 60, Asti, si vede la targa con la scritta “Avvocato Conte”. Dalle finestre del piano terra si sente cadere la pioggia. Tutto intorno è pioggia, pioggia e Piemonte, la stanza si riempie del fumo che sale dalla scrivania verso la lampada da tavolo da studio legale. Siamo evidentemente piombati in una canzone di Paolo Conte. Tutto vestito di nero, con un maglione da poeta francese, le rughe che chiunque vorrebbe avere alla sua età disegnano i tratti di un viso che non si riesce a smettere di guardare. E la voce migliorata negli anni (ne ha 82), forse perché poco usata in occasioni che non riguardino il canto. Come parlare con i giornalisti, per esempio.
Ride poco e soprattutto con gli occhi perché, come dice riferendosi alla «risata omerica di Louis Armstrong», «per riderci sopra, in generale, ci vuole saggezza». E parla ancora meno perché è vero che da queste parti si ha sempre paura di dire troppo, ma d’altra parte che cosa dovrebbe avere da dire Paolo Conte che non sia consegnato in quasi sessant’anni di carriera, 32 album, centinaia di disegni, migliaia di concerti e, ultima arrivata, questa riedizione lussuosa di Razmataz, un libro- mondo, un po’ sceneggiatura, un po’ musica e spartiti, un po’ bozzetti e disegni, un atto d’amore e di devozione pagana alla musica, all’arte e alla ricerca di una vita? La sigaretta intanto è finita.
Ci sono due tipi di artisti. Quelli del primo sono la maggioranza: nascono in provincia, se ne vanno e per il resto della vita non fanno che descrivere, raccontare, trasfigurare il posto che hanno lasciato, dall’Algeria di Albert Camus alla Macondo di García Márquez. Quelli del secondo tipo sono più rari: nascono in provincia e non se ne vanno. Eppure anche questi trasfigurano il loro mondo con un racconto universale: da Flaubert a Paolo Conte. Esagero?
«Molti cosiddetti cantori della provincia l’hanno fatto. Io alla provincia non chiedo niente. La conosco perché abito qui, non mi sono mai mosso da qui. Non la voglio criticare né la voglio osannare. Diciamo che i personaggi da queste parti sono più visibili che nelle grandi città. Certe tipologie di persone le ho centrate di più perché qui sono più separate le une dalle altre. Per il resto ho scritto di paesaggio, cosa che pochi fanno. Genova per noi o anche Diavolo rosso possono essere considerate anche canzoni di paesaggio. Paesaggio che forse già mentre scrivevo trasfiguravo. E anche un po’ lo leggendarizzavo. Insomma, me lo facevo piacere».
Non si discute la bellezza della provincia, si discute quanto sia difficile per chi ha una vocazione cosmopolita o una certa inquietudine, rimanerci, farci i conti, fare pace, farne poesia.
«Vorrei dirle una cosa sugli astigiani, e io sono astigiano purosangue. Qui di poesia e di cose gentili non si è mai trattato. Qui chi ha voluto scrivere ha scritto tragedie. Alfieri, Della Valle, Alione… Perché siamo ancora di origine contadina, rurale. Qui non c’è nessun frizzo galante, qui siamo tagliati un po’ con la scure».
Forse è stata la scoperta del jazz ad aiutarla. Una musica che lei ha definito “sacra nelle campagne divenuta profana nelle città”. È così?
«Non mi sono mai fatto influenzare troppo dalla maniera leggendaria e romantica con cui ci hanno venduto il jazz nei vecchi libri gli americani. Io il jazz l’ho visto come una cosa reale. Dalle origini molto ondulate, certo: una linfa nera che viene dall’Africa, tecniche mutuate dalla musica classica europea. Però la storia del vecchio nero senza denti che suona un piano scordato o di Jelly Roll Morton nei casini… Mica vero: era un tipo un po’ particolare ma aveva una sua etichetta e faceva il suo mestiere di musicista».
Come è arrivato il jazz nella sua vita?
«Durante la guerra. I miei genitori erano appassionati di musica, erano giovani e in barba alle proibizioni del fascismo si procuravano partiture americane, qualche disco».
E come ha attecchito in queste terre piuttosto inclini a una certa diffidenza?
«Asti è la città che ha dato più jazzisti italiani. Bassi, Dino Piana… Forse è il residuo di quello che dicevo prima sui tragediografi: scegliamo la cosa più difficile, non facciamo le canzonette, facciamo il jazz».
Tipico di queste parti: vergognarsi della comodità.
«Bravo. C’è questa gena (che per chi non è piemontese sarebbe imbarazzo, soggezione, senso di inadeguatezza di fronte al giudizio, reale o presunto, degli altri, ndr)».
Chi è la Regina nera al centro del suo libro-vaudeville Razmataz?
«La bellezza nera proveniente dall’America che agli inizi del secolo è stata intuita dall’Europa. Dietro c’è il fantasma di Josephine Baker, anche lei americana, americanissima. Ma che i francesi, che quando gli piace un artista tendono subito a cambiargli i connotati, hanno chiamato Bakér invece di Baker, facendone un personaggio tutto loro».
A lei i francesi cosa hanno cambiato?
«Anche a me hanno messo l’accento sulla “e” più volte».
Diceva della bellezza nera…
«La bellezza nera è quella che ho visto nei musicisti, nella loro camminata, nel loro modo di muoversi. In qualche canzone li ho anche accomunati ai boxeur…».
“…Duke Ellington grande boxeur…”
«…tutto ventagli e silenzi».
La conosce?
«Me la ricordo».
Una regina nera bellissima…
«Può darsi che cercassi, senza dirla troppo in grande, una divinità. Femmina, donna: cercavo una sorpresa. C’è una mia canzone, passata un po’ inosservata, che si chiama La negra… Ci ho messo dentro l’idea di questo tale che riceve una telefonata e capisce che è una negra che gli sta parlando. E però la rifiuta per pigrizia, un po’ alla Massimo Troisi, ha presente?».
Che cosa in particolare?
«Quei suoi personaggi incerti, esitanti. Ecco, con quel tipo di pigrizia ho rifiutato il contatto di questa donna al telefono. Sentivo che era la vita a chiamarmi, che era il sole, che era un’energia meravigliosa, adorabile, da adorare. Ma nella canzone non riuscivo a mantenere il contatto con lei».
So che lei detesta l’attualità…
«Non sarei capace di parlarne».
… ma non le sembra che quello che ha appena detto, la curiosità per qualcosa che viene da lontano e la pigrizia di non volerlo conoscere somigli all’atteggiamento che abbiamo in Occidente nei confronti di chi viene qui portando, insieme alla disperazione, anche musiche, storie, conoscenze, saggezza, bellezza?
(Stavolta la pausa prima della risposta è particolarmente lunga) «Avremmo bisogno di sangue nuovo. Avremmo bisogno di imparentarci di più. Facciamo molta fatica a farlo però».
Le posso chiedere una cortesia?
«Dica».
Una lista di cinque brani che dovremmo ascoltare in questi tempi per aprire l’orecchio e la mente all’ascolto di una cosa diversa. Per aiutarci a trovare una bellezza che non sappiamo di conoscere.
«Ah, bisogna andare con calma. Scremare i pregiudizi, le ignoranze. Molti sono presi dalle mode in maniera terribile ed è difficile scalfirli. È un altro dramma dei tempi attuali. Io ascolto dischi registrati nel 1925, il suono è molto diverso da quello a cui si è abituati oggi. Oppure se dico che il più grande pianista mi è sempre sembrato Arturo Benedetti Michelangeli potrebbero considerare quel tipo di esecuzione diciamo vecchiotto. La gente vuole un suono più… vogliono il tamburo a tutti i costi, vogliono il tamburo elettronico, neanche quello vero.
Bisogna scremare tanto».
Fidiamoci dei lettori.
«Cinque sono pochi».
Cinquanta?
«No no, va bene cinque. Mettiamoci Carnevale di Vienna di Schumann. Va bene?».
Ma sì.
«Poi César Franck, Preludio, aria e finale. Poi ci mettiamo, aspetta un po’… Potato Head Blues di Armstrong. Poi, così gli rendiamo la vita difficile, Egyptian Ella suonato da Milt Herth, organista. E Some of These Days cantato da Sophie Tucker, la più grande cantante per me superiore anche a Bessie Smith».
Lei ha parlato di moda. Ed è un uomo elegante.
«Lo sono stato, da giovane ero un po’ dandy».
Che differenza c’è tra eleganza e moda?
«Eleganza è un risultato che puoi valutare benissimo da solo. Moda invece è ciò che vuole essere osservato dagli altri. Si può dire una cosa del genere?».
Certo. La provincia è cosa dicono gli altri. Insisto: come ha fatto un uomo di mondo come lei a non andarsene? A Torino almeno…
«Torino mi piace, devo dire. La più brutta città, ma non lo scriva, ce lo diciamo solo tra noi, è…».
Ma l’ha messa in una canzone!
«Ma perché avevo in mente un punto esatto nel buio, vicino all’autostrada… Comunque sono restato qui per pigrizia. Pigrizia, timidezza, gena. Non volermi mischiare tanto con gli altri, restare un po’… così».
La provincia in questi anni ha avuto un’involuzione: colpita dalla crisi economica, con i giovani che però non se ne vogliono andare sperando che tornino i tempi d’oro dei loro padri. Nel frattempo perdono ricchezza e lavoro e si incattiviscono con chi pensano venga a prendere il loro posto. Non trova?
«La provincia qui non l’ho vista cambiare tanto. Siamo ancora legati alla campagna. Ma è vero, ci sentiamo purosangue. E in effetti se guardiamo l’America, dove ce n’è tanta di campagna, tanta di provincia, è lì che continua a covare il Ku Klux Klan. E ora abbiamo fenomeni analoghi nel Nordeuropa. Quindi, lei vorrebbe dire, bisogna essere più metropolitani? È così?».
Non so se basta.
«Però sarebbe una buona partenza».
Il jazz è musica pop o musica colta?
«È più pop. Si è discusso troppo, soprattutto tra i critici degli anni ‘50, intorno al jazz. Che ha invece uno spirito libero: prima le ritualità legate all’Africa, poi il legame con il ballo, il periodo del charleston e dello swing negli anni ‘30. Dopodiché si è intellettualizzato col bebop e i movimenti successivi. Io da appassionato l’ho seguito fino a oggi, ma per me il vero periodo d’oro sono gli anni ‘20, quando viene attraversato il crinale tra il folklore consapevole e la musica propriamente detta. Mi piace quando si sente questo passaggio da un mistero drammatico a qualche cosa di più costruito. Diciamo che coincide con Johnny Dodds e Louis Armstrong».
Quale influsso ha avuto il jazz nei musicisti colti? È stato incorporato o ignorato?
«Entrambe le cose: hanno subìto una folgorazione che non li ha più lasciati. Ravel per esempio ha scopiazzato Gershwin nel Concerto in sol mentre Stravinskij ha privilegiato l’aspetto ritmico, anche se non era di estrazione jazzistica, era un ritmo che si era portato dalla Russia. Rachmaninoff andava a sentire Art Tatum e rimaneva estasiato. Ansermet aveva scritto su Jimmy Noon un articolo entusiasta. Insomma, sentivano che in America stava succedendo qualche cosa ma non l’hanno fatta propria: il jazz è rimasto pop».
E la sua musica è pop o colta?
«Mah, per rispondere bisogna partire da come tutto è cominciato. Mi sono messo a scrivere canzoni perché ero appassionato di musica, mio padre era un ottimo pianista e anche mia madre, appassionata di classica. Mi sono innamorato del jazz perdutamente, era la musica che mi piaceva insieme a qualche grande tema di compositori americani o francesi. Non mi piaceva quello che si faceva in Italia».
Che cosa intende?
«Tutte le canzoni che mi sono beccato tra fascismo e Dopoguerra. Erano anche delle belle musiche (adesso le sto rivalutando molto) ma i testi erano tremendi».
Per esempio?
«Bombolo per dirne una. Una cosa inverosimile nella sua bruttezza assoluta. Però i parolieri erano abili, trovavano lo slogan, il titolo. Parlavano di fiori, fiorin fiorello, il prato, c’erano fiori e prati dappertutto. Soprattutto, a rendere le canzoni enfatiche e noiose, erano quelle voci ancora di stampo semilirico, tenorile, baritonale».
E poi?
«Ho cominciato ad ascoltare qualche italiano che faceva cose più interessanti: Celentano, Caterina Caselli, Jannacci. Gente che non cantava più con quell’enfasi distaccata. La Caselli cantava proprio un po’ da lavandaia. Celentano come una persona che parla. E così la prima Patty Pravo. Allora mi sono detto: provo a scrivere qualcosa. Al pianoforte in casa ho scoperto che mi venivano temi musicali che avevano la forma della canzone. E ho cominciato come autore per gli altri».
Con suo fratello.
«Sì, andavamo su a Milano una volta alla settimana per magari sentirci dire “sono in riunione, torna tra una settimana”. Mio fratello, più intraprendente di me, ha preso contatti, e piano piano sono venute fuori delle canzoni…».
…sciocchezze come “Azzurro”…
«Sì, cose così. Finché poi mi legai alla Rca, che a Roma era la casa discografica d’avanguardia, quella che sperimentava di più e aiutava i giovani. Il grande produttore Willy Greco mi ha fatto pubblicare dei provini voce e pianoforte per far sentire le mie canzoni ai cantanti. Non pensavo proprio di cantare io. Ma lui mi diceva dai dammi ascolto che qui c’è verità… verità… mah. E così abbiamo cominciato».
Non deve essere stato facile mettersi a cantare da queste parti. Aveva “gena”?
«Mi vergognavo prima di tutto davanti a me stesso. Poi mi dicevo chissà la gente che cosa dice. Io facevo anche un altro mestiere, una professione, sa… Scantonavo gli angoli per non farmi vedere dai miei clienti… Speriamo che non mi abbiano sentito ieri sera in trasmissione, mi dicevo».
La sua professione numero uno, cioè la musica, ha influito sulla numero due? Ha avuto più clienti?
«No. All’epoca non ero così conosciuto. E non credo che sarebbero andati da un avvocato che faceva il cantautore».
E la due sulla uno? Voglio dire, nei suoi testi c’è una innegabile visione da avvocato del popolo, diciamo così, o dell’umanità, la ricerca di una giustificazione per come la gente si comporta, quasi una certa pietas nei confronti di chi sbaglia.
«Bisogna essere un avvocato molto garantista, come sono sempre stato io: saper vedere le cose anche un po’ con l’anima e non soltanto con la tecnica. Però io, venendo da una famiglia di notai, mi sono occupato soprattutto di diritto civile. Dal penale non ho tratto molto. Dalla curatela fallimentare direi di sì».
Il Mocambo, certo.
«Li ho visti e li ho tenuti sotto controllo, i falliti».
Lei sostiene che la sua canzone più bella, dal punto di vista della musica, è “Gli impermeabili”. La causa civile più bella invece?
«Una causa durata nove anni. La sera prima di andare a sentenza, a mezzanotte, vengo in ufficio e scrivo l’ultima memoria di replica, una paginetta, come ultimo atto. Sono partito con una filippica tipo: “Adesso il povero mio cliente deve vedere tramontare il sole sulla sua proprietà…”, praticamente un piccolo componimento poetico. Poi metto dentro una mia ideuzza giuridica che non era mai stata trattata prima in quel tipo di causa e la aggiungo alla fine. E concludo sempre col tramonto. Due giorni dopo al palazzo di giustizia salgo le scale insieme al presidente del tribunale, che mi fa: avvocato, è sempre un piacere leggerla. Finalmente esce la sentenza. Tutta la storia del tramonto sulle terre, niente, invece avevo centrato quella piccola ideuzza giuridica… Mi sono trovato a galleggiare tra i due aspetti della mia vita».
La professione numero tre è quella di pittore. Segue anche in questo caso la sua idea che bisogna ricercare un altrove, un ailleurs, per contrastare l’eccesso di realtà?
«Ho disegnato un po’ di tutto. Il vizio del disegno e della pittura sono più antichi ancora di quello della musica.
Da bambino disegnavo trattori con tutti i particolari del motore, perché mi hanno sempre attratto. Mi divertivo a girare il foglio al contrario per vedere se li avevo disegnati giusti. Poi c’è stato il periodo dei cavalli, delle donne nude, dei suonatori. Non ho mai scelto un modello, a me interessava la linea. Io sono un modernista, non un postmodernista, io sono attratto dalla linea del Novecento. Ho disegnato per il piacere di tracciare le linee in un certo modo».
Lo fa tuttora?
«Sono stato forse dieci anni senza prendere una matita in mano. Però adesso lo sto facendo. Cose astratte. Uso pastelli su cartoncino nero. Ti danno delle strane sorprese».
Un’ultima domanda.
«Ma no, continui. Oggi parlo, eh?».
Ha raccontato di un sogno in cui lei rotola da un pendio abbracciato a una tigre. Come lo interpreta?
«Era un sogno piacevole che aveva allo stesso tempo qualcosa di terribile, perché una tigre è sempre una tigre. Era un po’ come abbracciare una donna che ti piace, e rotolare abbracciati per quel pendio morbido, all’infinito. Ma la tigre non era solo la donna, o l’amore, era anche la natura, la bellezza. Un sogno felice».
Altro sogno: il podere di suo nonno.
«Lì c’è la storia del trattore. Da bambino nella tenuta di mio nonno passavo ore, su un poggio, guardando e ascoltando nel campo di sotto il trattore con cui il vicino arava. Ero enormemente attratto dal rumore che faceva questo trattore. Quando veniva più vicino aveva un suono più nitido, si sentiva la ferraglia del motore. Quando si allontanava emetteva una specie di muggito. Era una cosa molto primitiva, arcaica».
Azzarderei che entrambi i sogni hanno a che fare con un’entità sfuggente, bellissima e pericolosa. La musica forse?
«Mi sono accorto che ho sempre cercato il mistero arcaico e arcano nella musica. In Egyptian Ella, che le ho indicato, c’è un organista che suona insieme agli altri e lì nelle sue note c’è qualcosa di quel trattore. Qualcosa di quel muggito in lontananza, che via via si faceva più forte».
Lei ha un’età da nonno…
«Anche bis».
…che cosa gli direbbe se lo potesse incontrare ora?
«Mi farebbe un piacere enorme. Ma non saprei tanto perché».
Probabilmente è perché siete entrambi due piemontesi riservati.
«Credo che manterrei il rapporto sportivo che avevo con lui. Cercherei di ridere con lui».
E se incontrasse suo padre?
«Lo prenderei, lo porterei nel bar qui davanti a prendere un caffè e lo guarderei mentre mette cento lire sul bancone aspettando ancora il resto. Poi lo abbraccerei e comincerei a dirgli qualcosa dei tempi di oggi».
Sua madre?
«Con lei avevo il rapporto più stretto di tutti. L’ho sempre sentita moderna e così continuerei a sentirla, non avrei cose da spiegarle. Ammesso che io sia capace di spiegare qualcosa dei tempi di oggi. Manterrei un rapporto spirituale, sempre lo stesso».
Musica, pittura, immagini. Veniamo ai suoi testi. Parlava prima di Diavolo rosso, “… la morte contadina / che risale le risaie e fa il verso delle rane / e arriva sulle aie bianche / come le falciatrici a cottimo” è un esempio di poesia in senso tecnico, con le sue rime interne, le sue allitterazioni, le sue onomatopee. Questa tecnica da dove viene?
«Prima di tutto dalla tecnica di composizione della canzone. Io l’ho sempre detto, ma gli intervistatori non mi hanno mai capito perché quei giovani giornalisti…».
Giovani…
«Lei è giovane ma è comunque anche vecchio. Ho sempre cercato di far capire che io lavoro prima scrivendo la musica e cioè melodia, armonia, bassi e un’idea del ritmo. Tutto quello che poi sarà arredamento di suoni lo faccio dopo, arrangiando. Ma la pagina la faccio fare dalla musica».
Credo lo facciano tutti i poeti…
«Ma vede la musica è implacabile, ha le sue onde, è lei che apre e chiude il discorso, mentre la poesia può andare avanti all’infinito se non la chiudi. Quindi scrivendo prima la musica in qualche modo faccio i conti con l’orologio. Per la mia vecchia estetica tre minuti, tre minuti e mezzo, quattro minuti sono la misura e quindi anche la concisione, che lei chiama poetica, deriva da questa tecnica. In quel breve spazio devo dire molto. Per esempio Via con me è una canzone che dice molto in uno spazio molto breve, due minuti e 20».
Un principio di economia. E poi?
«E poi il principio del detto-non detto. Nasce, intimamente, dalla paura di dire troppo».
Sempre la “gena”, eh?
«Già. E poi anche da un’urgenza di lasciare libertà a chi ascolta. A differenza di tanti miei colleghi cantautori non mi sono mai posto l’obiettivo di mandare un messaggio. Io racconto qualcosa, voi prendete. Ve lo dico in poche parole, ve ne lascio indovinare altre, fatevi l’idea che volete. C’entra anche un pochino la passione per l’enigmistica. Sono un vecchio enigmista, creo anche i rebus».
Si intitola “Rebus” anche una sua canzone.
«Anche lì c’è il tentativo di dare doppi sensi alle parole, cercare di bilanciare detto e non detto».
Sembra pura tecnica detta così.
«No, c’è anche una questione di colore. Perché la musica quando nasce, ed è il momento in cui ti eccita di più, è astratta, in bianco e nero. Quando le metti il testo, le parole significano, hanno colori, creano fotografie, immagini. E qui scatta un altro meccanismo passionale. Perché la musica ti vorrebbe portare in un gorgo e le parole invece ti costringono a dire. E io tengo a che si capisca quello che ho voluto dire e che si intuisca quello che invece non ho voluto dire. Il significato primo di una pagina si deve capire».
Che cosa ha letto?
«Ho letto poco, forse più poesia che prosa. I grandi poeti italiani del Novecento mi piacciono tanto: Campana, Sbarbaro…».
E Seferis mi sembra.
«Certo, certo, Seferis… Il re di Asine… Grande classico. L’ho scoperto per caso in una rivista da donna che aveva mia madre. C’erano la notizia che aveva ricevuto il premio Nobel e due o tre sue poesie. Mi sono procurato i suoi testi, mi è piaciuto molto. Grande eleganza. Anche Kavafis. Però meno attraente di Seferis, che è più carnale».
Non piove quasi più. È ora di uscire, con in testa come colonna sonora Gli impermeabili: «Ma come piove bene sugli impermeabili — da du da dada — e non sull’anima».
«L’ho tolta».
 Che cosa? 
«Quella frase sull’anima».
 L’ha tolta? E perché?
«Diceva troppo».
Dario Olivero

mi ricordo LA NOTTE, il quotidiano che leggeva mio padre, 8 novembre 2019

Il 6 dicembre 1952 nacque la Notte, quotidiano del pomeriggio fondato e diretto da Nino Nutrizio, cronista sportivo poi diventato tuttologo, cui va subito dato il merito di aver inventato il giornalismo popolare, come dovrebbe essere sempre il giornalismo che non si rivolge alla Accademia della Crusca bensì alla gente comune o, meglio, a tutti, belli e brutti. Nelle intenzioni dell’editore, Carlo Pesenti, grande industriale bergamasco, doveva essere un foglio elettorale, cioè destinato a sostenere un partito (quello liberale ostile al comunismo in crescita). Insomma, una pubblicazione poco più che stagionale, quella dei comizi che all’epoca erano decisivi circa la sorte delle elezioni, vista l’assenza della televisione e di altri mezzi di comunicazione attualmente in voga. Uscirono vari numeri e non suscitarono clamore. Ma, un paio di mesi dopo, il pubblico, specialmente milanese, venne scosso dalla curiosità di leggere quelle strane pagine. Perché? Era attratto dai titoli, totalmente innovativi, efficaci, disinvolti e composti con un linguaggio colloquiale e invogliante. Segnalavano gli ultimi fatti di cronaca anche sportiva, i delitti, i fenomeni di costume. Alcuni fogli disinvolti e disinibiti che incontrarono in fretta il gradimento delle masse. Col trascorrere del tempo La Notte raggiunse una tiratura ragguardevole, pertanto sopravvisse alle consultazioni politiche e si radicò nel mercato come una presenza fissa, altro che vita breve e finalizzata a indirizzare il voto. Passano gli anni e il capolavoro dell’immenso direttore, inizialmente sottovalutato, domina non solo nel capoluogo lombardo bensì in ogni angolo del Nord, grazie a redazioni sparpagliate nel Settentrione. Trascuro i particolari, però ricordo che le vendite si aggiravano intorno alle 150 mila copie, parecchie per una edizione pomeridiana. Ogni dì Nino scriveva un fondo che si distingueva per efficacia e semplicità, era bevibile in cinque minuti e costituiva un momento imperdibile di lettura.

Negli anni Novanta, con l’avvento dei computer e delle diavolerie tecnologiche, i quotidiani della sera chiusero i battenti e pure la Notte venne uccisa con mio forte dolore, dato che ci avevo lavorato con somma soddisfazione dal 1969 al 1974. Nutrizio era morto prima della sua creatura meravigliosa e si risparmiò la tragedia della serrata. Oggi, a distanza di lustri dal luttuoso evento, tre signori in gamba hanno dato alle stampe un volume rievocativo degli antichi fasti della Notte, intitolato Ultima edizione e sono loro grato. Si tratta di Salvatore Garzillo, Alan Maglio e Luca Matarazzo, i quali, terrorizzati dalla retorica che avrebbe infastidito il mitico direttore, hanno raccolto in 350 pagine una miriade di fotografie che segnano la storia di un paio di generazioni e quella del miracolo cartaceo. L’iconografia la dice più lunga delle parole e il libro è un documento a tratti agghiacciante e a tratti commovente, che le persone di una certa età gradiranno, giacché evoca ricordi toccanti nonostante siano un po’ ingialliti in quanto abbastanza antichi. Al compito certosino degli autori vorrei soltanto aggiungere qualche parola di gratitudine dedicata a Nutrizio. Fu lui ad assumermi e a darmi la possibilità di diventarne allievo. Quando mi presentai nel suo enorme ufficio in piazza Cavour, egli era seduto alla scrivania indossando una giacchetta di lavoro blu chiaro. Mi fece accomodare su una sedia e mi scrutò come fosse un medico davanti a un paziente psichiatrico. Si informò a proposito del mio scarso curriculum e concluse: «Se non siete (dava del voi) stato inglobato nell’organico de L’Eco di Bergamo, dove avete collaborato, mi viene il sospetto che siate stupido. Poiché però non mi fido dei giudizi altrui voglio mettervi alla prova, tre mesi. Se supererete l’ostacolo, entrerete qui in pianta stabile, altrimenti vi converrà cambiare mestiere nel vostro interesse e anche nel nostro, che di cretini ne abbiamo già abbastanza».
Ero incerto se piangere o esultare. Comunque iniziai la fase sperimentale e dopo aver scritto un articolo su un fatto di sangue accaduto a Bergamo, l’indomani il direttore mi telefonò. La sua voce alla cornetta mi raggelò, temetti il licenziamento e attesi tremando la sentenza. Egli invece mi disse che avevo in anticipo superato l’esame per cui mi potevo considerare degno di entrare fisso alla Notte. E aggiunse: «Non montatevi comunque la testa perché siete e sarete sempre soltanto un cronista». Aveva ragione e lo ringraziai.GLI IMPROPERI
Un lustro più tardi fui convocato al Corriere d’informazione che era stato saccheggiato dal nascente Giornale di Montanelli. Il capo, Gino Palumbo, mi offrì un posto e lo accettai, poiché il Corriere aveva un fascino irresistibile, almeno per me provinciale. Allorché comunicai a Nino la mia intenzione di cambiare occupazione, questi mi coprì di improperi, tra cui “traditore”. Rimasi male e uscii dal suo studio a capo chino, forse mi sfuggì una lacrima. Quando Nutrizio scomparve ero direttore del Giornale, successore di Montanelli. Mi fu recapitato un pacchetto che conteneva una penna, quella con la quale il direttore della Notte vergava ogni mattina il suo pezzo. La conservo come una reliquia. Un bel dì incontro Angelo Rizzoli, già proprietario del Corriere, e facciamo quattro chiacchiere. Gli dico che Nutrizio non appena gli notificai che me ne andavo, mi insolentì. Angelo rise e mi informò che il mio nome alla sua famiglia era stato dato proprio da Nino. Rimasi di stucco. Da questo episodio credo emergano la personalità e bontà d’animo di uno che ha insegnato a tanti colleghi il mestiere. Mi piacerebbe riabbracciarlo.

Vittorio Feltri

Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders, con Bruno Ganz, Peter Falk, Solveig Dommartin, Otto Sander e Didier Flamand, versione restaurata in 4K della celebre pellicola del 1987, 4 novembre 2019

Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders, con Bruno Ganz, Peter Falk, Solveig Dommartin, Otto Sander e Didier Flamand, versione restaurata in 4K della celebre pellicola del 1987. Cinecittà News: «A trent’anni dal crollo del Muro di Berlino, il 4 e il 5 novembre torna nelle sale, grazie alla Viggo, nella versione restaurata da Wim Wenders, Il cielo sopra Berlino, film di culto che gli valse la Palma come miglior regista al Festival di Cannes del 1987, sceneggiato anche da Peter Handke, premio Nobel per la letteratura 2019. […] “Berlino Ovest era un luogo aspro, selvaggio ma pacifico, altamente stimolante, creativo e avventuroso – dice Wim Wenders –. Godeva lo status di capitale della Guerra fredda ed era plasmata dal Muro. In questo melting pot abbiamo girato il nostro film, ignari, o, meglio, non potendo immaginare che la storia universale avrebbe presto superato la nostra piccola storia di un angelo immortale innamorato di una donna in carne e ossa e il film solo due anni dopo sarebbe diventato un documento storico di una città che improvvisamente non esisteva più”. […] “La scansione 4K ci ha permesso di guardare proprio il negativo di Henri, per così dire! Ogni singolo dettaglio, ad eccezione forse dei pori della pelle e dei singoli capelli, è improvvisamente riapparso, in un magnifico e puro bianco e nero. […] Ma soprattutto siamo ritornati ad ammirare le mille sfumature in bianco e nero dell’arte di Henri”, sottolinea Wim Wenders parlando di Henri Alekan, direttore della fotografia. “Tuttavia, abbiamo dovuto ridare le luci a ogni inquadratura e rifare ogni dissolvenza ed effetto ottico in modo che fossero identici all’originale. Ci è voluto quasi un anno. In nessun modo abbiamo modificato il film originale, nemmeno nel suono, che abbiamo anche restaurato ed adattato al sistema 5.1 di oggi. […] Mi è stato chiesto se il film è invecchiato. Come posso dire? Gli angeli sono sicuramente senza età, ma noi siamo diventati più vecchi. La città è cambiata così tanto che a malapena si può parlare di ’invecchiamento’, piuttosto della proverbiale ’fenice che rinasce dalle ceneri’. Nel suo restauro digitale, tuttavia, Il cielo sopra Berlino ha sicuramente riscoperto la propria infanzia, o almeno l’innocenza del suo negativo originale”.  L’arrivo nelle sale della versione restaurata del film vuole anche essere un omaggio a Bruno Ganz, ineguagliabile angelo, recentemente scomparso».

Alla Triennale di Milano, nell’ambito di JazzMi, presentazione di Canterò di Paolo Jannacci, 4 novembre 2019

Alla Triennale di Milano, nell’ambito di JazzMi, presentazione di Canterò di Paolo Jannacci. Paolo Carnevale sul Corriere della Sera: «“È un disco di canzonette. Come direbbe mio papà”. Come il padre, racconta storie semplici di persone comuni, di derelitti ed emarginati. Paolo Jannacci, pianista, compositore, figlio dell’indimenticabile Enzo, ha deciso di seguire le orme paterne con Canterò, un disco scritto da lui, alternando inediti a cover, con importanti collaborazioni, tra cui J-Ax, Claudio Bisio e Michele Serra. […] Quando ha pensato di diventare cantautore? “Quando ho iniziato a fare il concerto-tributo a mio padre. Mi hanno detto che la mia voce non era male, e nel tempo sono nati brani originali. Ho scritto con istinto, cercando di tradurre un’immagine, uno stato d’animo”. Com’è nata la collaborazione con Michele Serra? “Volevo ispirarmi a Lettera da lontano di mio padre, in cui esprimo il mio desiderio di cantare, ed è nata Canterò. Mi sembrava un bel brano, e ho pensato di consultare uno più bravo di me nel raccontare storie con fine umorismo. Mi ha risposto subito positivamente”. E quella con Bisio? “Siamo diventati amici dai tempi di Zelig: gli ho chiesto un testo che si sposasse subito con la musica che gli ho mandato. Ci siamo fusi artisticamente. Ed è nata Mi piace, un brano r&b che sembra arrivare dall’èra Motown”. […] Il pezzo più jannacciano? “Credo Pizza, un brano sviluppato con il mio amico Paolo Re, che ha avuto questa idea. Ci ho messo tutta la mia jannacceria, partendo da una storia simpatica del portatore di pizze, che sarei io. Un elemento surreale, per poi raccontare quello che ci succede intorno, attraverso immagini di attualità e sociali”. Come ha scelto le cover? “Ci sono canzoni che mi sono entrate nelle ossa per ragioni sentimentali, familiari. Siccome erano considerati brani minori, ho voluto restituirgli dignità con suoni moderni. E allora… Concerto, ad esempio, è un brano di mio padre quasi dimenticato, ma ancora attualissimo. Parla del disagio giovanile e del flagello dell’eroina o di oltre sostanze stupefacenti. Fotoricordo… Il mare, invece, tratta il tema dell’esclusione e dell’emarginazione. Bisogna sempre parlare di questi temi, anche per proteggere i giovani in difficoltà. Com’è difficile di Tenco è stato invece il primo brano che ho interpretato quando ho iniziato a cimentarmi col canto, il primo che ho dedicato a mio padre perché era quello che suonava piano e voce da solo in concerto”. […] Cosa avrebbe detto suo padre di questa avventura? “Avrebbe detto: ‘E adesso?’. Io avrei risposto: ‘Speriamo bene’. E lui avrebbe sorriso”».

VENEZIA, il futuro tra globalizzazione e fragilità, Speciale Tg1, 3 novembre 2019

Speciale Tg1
Venezia, il futuro tra globalizzazione e fragilità

in questa puntata, la città di Venezia, un laboratorio di questi tempi incerti. Fragile come i suoi edifici corrosi dal sale. Immersa in un ambiente precario, sottoposta ad una pressione turistica senza pari, con 30 milioni di visitatori ed una perdita continua di residenti, anno dopo anno. Insieme ai veneziani scompaiono le botteghe degli artigiani, i negozi di prossimità. Il tessuto sociale si dissolve, mentre spuntano nuove rivendite di souvenir. A chi appartiene la città storica, allora? Alle poche decine di migliaia di persone che ancora la vivono o ai milioni di turisti che ci passano qualche ora, si fanno un selfie a San Marco e poi ripartono? A Speciale Tg1, il reportage di Andrea Luchetta si interroga sul futuro di una città unica e universale, tanto fragile quanto globalizzata. Gentrificazione, uso privatistico degli spazi pubblici, esclusione sociale, impatto della new economy, innalzamento dei mari. La “Serenissima” è un simbolo universale del limite, in un’epoca che il limite sembra rifiutarlo. Un conflitto che si rispecchia nel moto ondoso dei canali, dove i vaporetti convivono con motoscafi privati, barchini, lancioni per turisti, carovane di taxi, vogatori, gondolieri e navi da crociera. C’è un futuro, in questo caos? La speranza viene dalla resilienza innata della città: storicamente, quanto più si è avvicinata al caos, tanto più ha saputo trovare un nuovo equilibrio. Sarà possibile anche questa volta, o ci siamo spinti troppo in là?


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RaiPlay – GuidaTV / Replay

A offendere sono le OPINIONI, non i fatti in sè. Citazione 20 di: EPITTETO, Manuale, nella traduzione di Enrico V. Maltese e di Pierre Hadot

Antologia del TEMPO che resta

A offendere , ricordalo, non è chi insulta o percuote, ma il giudizio che queste azioni siano offensive.

Perciò, quando uno ti irrita, sappi che è la sua OPINIONE  che ti ha irritato.

Come prima cosa , quindi, cerca di non farti trascinare subito dalla rappresentazione: una volta che avrai guadagnato un po’ di tempo per riflettere, potrai dominarti più facilmente

citazione da

EPITTETO, Manuale. Con la versione latina di Angelo Poliziano e la volgarizzazione di Giacomo Leopardi. A cura di Enrico V. Maltese, Garzanti, 2017

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citazione da

MANUALE DI EPITTETO, introduzione e commenti di Pierre Hadot (edizione francese del 2000), Einaudi, 2006. Indice del libro

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Distinguere ciò che dipende da te e ciò che NON dipende da te. Citazione 1 di: EPITTETO, Manuale, nella traduzione di Enrico V. Maltese e di Pierre Hadot

Antologia del TEMPO che resta

La realtà si divide in cose soggette al nostro potere e cose non soggette al nostro potere.

In nostro potere sono:

il giudizio

l’impulso,

il desiderio

l’avversione

e, in una parola, ogni attività che sia propriamente nostra.

Non sono in nostro potere:

il corpo

il patrimonio

la reputazione

le cariche pubbliche

e, in una parola, ogni attività che non sia nostra.

E ciò che rientra in nostro potere è per natura libero, immune da inibizioni, ostacoli,

mentre quanto non vi rientra è debole, schiavo, coercibile, estraneo.

Ricorda , allora, che se considererai libere le cose che per natura sono schiave, e tuo personale ciò che è estraneo, sarai impedito, soffrirai, sarai turbato, ti lamenterai degli dèi e degli uomini;

se invece riterrai tuo solo ciò che è tuo , ed estraneo , come in effetti è, ciò che è estraneo, nessuno ti potrà mai coartare, nessuno ti impedirà , non…

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Maledetti Amici Miei, con Giovanni Veronesi, Alessandro Haber, Rocco Papaleo e Sergio Rubini – in RaiPlay, 2019

Giovanni Veronesi, Alessandro Haber, Rocco Papaleo e Sergio Rubini danno vita a un insolito e irriverente happening televisivo dove l’anima è il racconto. Uno show che non prevede copioni, poiché ad ognuno di loro quattro basta una sola parola per capire esattamente cosa sta per raccontare l’altro. Uno spettacolo ogni sera diverso, capace di ricreare quella magica atmosfera della commedia all’italiana, fatta di storie, aneddoti e confessioni raccolte in 35 anni di un lavoro extra ordinario che li ha portati a vedere e vivere le cose più assurde e insieme di richiamare come ospiti grandi nomi dello spettacolo

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Maledetti Amici Miei – RaiPlay

Amico Faber. Fabrizio De André raccontato da amici e colleghi di Enzo Gentile , Hoepli, 2019

Al Centro artistico Alik Cavaliere di Milano presentazione di Amico Faber. Fabrizio De André raccontato da amici e colleghi di Enzo Gentile (Hoepli) (19 ottobre ore 19.30), seguita da apericena musicale e concerto-tributo a De André.

Il Secolo XIX: «Fabrizio De André intimo come, forse, non è mai stato raccontato. È quello che ha cercato di fare Enzo Gentile, giornalista e conduttore radiofonico. […] A vent’anni dalla morte, il ruolo del cantautore genovese resta quello di un testimone capace, come pochi altri, di raccontare un’epoca, di leggere le realtà anche più scomode e inquietanti.

Il libro indaga oltre all’artista anche la persona, grazie alla testimonianza di decine di figure, più o meno note, che lo hanno frequentato, conosciuto, ne hanno condiviso la dimensione privata e professionale»

(leggi qui alcune delle testimonianze riportate).

iscrizione a ITALIA VIVA, 19 ottobre 2019. www.italiaviva.it/

il sito di ITALIA VIVA:

https://www.italiaviva.it/

 

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vedi anche:

ALLA LEOPOLDA NASCE ‘ITALIA VIVA’. ECCO IL SIMBOLO


Al via presso la storica stazione Leopolda di Firenze «Leopolda 10 – ItaliaVentinove», la decima edizione della manifestazione organizzata da Matteo Renzi. Ernesto Ferrara su la Repubblica: «Meno reduci e più pionieri. Salvo colpi di scena, non ci saranno tanti volti delle origini come Luca Lotti e David Ermini, nemmeno le ex ministre Pinotti e Madia, difficilmente si vedranno sindaci da sempre renzianissimi come Giorgio Gori, Antonio De Caro, Matteo Biffoni. Però per la prima volta alla Leopolda, accanto ai big never ending del renzismo come Maria Elena Boschi, metteranno piede l’ex sottosegretario forzista Gabriele Toccafondi e con lui vari pezzi del centrodestra fiorentino e dell’ambiente di Comunione e liberazione, la senatrice ex grillina Silvia Vono, e chissà se si vedrà pure Renata Polverini. Niente bandiere del Pd come sempre, ma stavolta l’assenza sarà giustificata. […] Siamo a 10 anni, questa Leopolda è cresciuta. Cominciò nell’ottobre del 2009 nella vecchia stazione ferroviaria con Renzi sindaco di Firenze che indossava un maglioncino viola e lanciava la rottamazione, nel frattempo ha fatto il premier e poi ha perso tutto, è stato segretario del Pd al 41% e poi l’ha sprofondato al 18. Alla Leopolda del 2019 – che inizia venerdì 18 alle 18 e finisce domenica alle 13.30 – per la prima volta il popolo di questa kermesse troverà quello che ogni anno ha in qualche misura chiesto: un altro partito, il partito di Renzi. Un soggetto meno di sinistra e meno legato alla “ditta”. Così sia. Il senatore fiorentino ha appena fondato Italia Viva, e proprio alla Leopolda partirà il tesseramento: per ogni nuovo iscritto (si pagheranno 10 euro, pare) sarà piantato un albero, i primi forse già domenica mattina alle Cascine in una cerimonia: l’albero di Renzi. Chi ci sarà? Il programma? Tutto ancora in elaborazione. I numeri sono invece imponenti: “Siamo a 20 mila iscritti, quasi il triplo dell’anno scorso”, già rivendicavano gli organizzatori sabato scorso»


cronologia (da https://www.matteorenzi.it/enews) :

Cosa è accaduto alla Leopolda.

 

– È nato un partito. Con la presentazione del bellissimo simbolo in un momento di grande emozione, ma anche con la carta dei valori redatta da Gennaro Migliore e Lisa Noja. Chi ha suggerimenti per emendarla può scriverci a cartadeivalori@italiaviva.it: ascolteremo infatti i suggerimenti di tutti prima di ufficializzarla

– Abbiamo iniziato le iscrizioni: ci siamo dati degli obiettivi. Cinquanta parlamentari entro la fine dell’anno. Trenta consiglieri regionali entro la fine dell’anno (siamo partiti da Lombardia, Basilicata, Liguria. In arrivo Lazio, Sicilia, Friuli Venezia Giulia). Cento sindaci da qui alla fine dell’anno. E diecimila iscritti entro la fine dell’anno, solo che in questo caso abbiamo raggiunto l’obiettivo in due giorni, meglio così. Chi vuole iscriversi o dare una mano con idee e sostegno economico a Italia Viva trova qui il link. Ricordo che per ogni iscritto Italia Viva pianta un albero, come abbiamo iniziato a fare con Ettore e Teresa alla Leopolda

– Il mio intervento. Ho spiegato perché questa legislatura andrà al 2023, perché faremo ciò che ha fatto Macron assorbendo voti a sinistra e a destra, perché proponiamo al PD di non litigare ma di seguire insieme certi progetti come quello di Ventotene, perché noi siamo alternativi a Salvini, che è un piccolo don Abbondio senza coraggio, perché  – come diceva Aldo Moro – dobbiamo stare dalla parte delle cose nuove che nascono.

– Molti interventi sono stati bellissimi, molto più belli del mio. Non potendo segnalarli tutti, segnalo solo quelli di alcune donne. Perché le donne sono la colonna portante di Italia Viva. A cominciare da Teresa Bellanova, da Isabella Conti, la giovane sindaco di San Lazzaro di Savena, a Lucia Annibali, da Lisa Noja, che ha presentato il manifesto dei valori o Maria Chiara Gadda, che ha presentato il piano di investimenti ambientali. E ancora persone straordinarie come Claudia, una giovane farmacista che combatte la SLA. O toste amministratrici di piccole realtà come Marianna, che guida il comune di Castrocaro. Giovani bravissime come le quattro presentatrici della Leopolda a cominciare da Benedetta, giovane dirigente di Italia Viva, che porta con sé il sogno di ripartire da Amatrice dove ha perso la mamma. E naturalmente la ministra Elena Bonetti, che ci ha raccontato il FamilyAct dopo l’introduzione del professor Rosina. Chi ci ha fatto emozionare più di tutti è stata sicuramente Nasrim, la comandante curda che la prima sera ci ha commosso con le sue lacrime in diretta Skype da Kobane

– Chi ha avuto la pazienza di seguire la Leopolda (e non le ricostruzioni fantasiose che spesso se ne fanno) avrà sentito le proposte su Internet, sui trasporti, sulla famiglia, sull’ambiente. Adesso la sfida è quella di rilanciare. Nei prossimi giorni organizzeremo un seminario sull’evasione fiscale, sulla revisione della spesa, sulle infrastrutture da sbloccare. Noi dalla nostra parte abbiamo i fatti come splendidamente dimostrato dal professor Marco Fortis in questa presentazione, che andrebbe girata a tutti gli scettici. Forse non siamo simpatici, come ci siamo detti da Fabio Fazio l’altra sera. Ma per guidare un Paese occorre la competenza, non la capacità di raccontare le barzellette. Il populismo, il qualunquismo, la superficialità ti fanno prendere like ma ti portano in recessione.

Insomma: siamo pronti a una bellissima sfida. Da qui a tre anni, con passo da maratoneta, costruiremo una Casa viva e vivace. Proiettata sul futuro ma ancorata ai nostri valori. Chi vorrà venire a darci una mano è il benvenuto!

M. M. mi ricorda gli anni di Venezia: Corso di Laurea in Servizio sociale dell’Università Ca’ Foscari di Venezia (1996-2003): docente a contratto del corso Politica sociale e Legislazione

Buongiorno Prof Ferrario

sono un’ex alunna di Ca’ Foscari Servizio Sociale. Sono certa non si possa ricordare di me …vista la quantità di studenti che avrà visto nell’arco della sua carriera.

Ma io ricordo con piacere il suo corso e l’innovazione che lei apportava già a quei tempi con il sito Segnalo.it.

Noi studenti non eravamo ancora abituati a comunicare con i docenti via web, quindi Segnalo fu uno strumento molto gradito!

cara M!
sono commosso per il suo ricordo. i miei anni veneziani sono stati fra i più belli della mia vita professionale.
ho intatta nella memoria l’immagine dei luoghi e anche delle persone. mi sono fatto dei veneti (attraverso di voi) l’idea di persone molto concrete ma anche molto proiettate sull’avere una “visione” della vita, dei problemi e dei modi in cui diventare professionisti dei servizi.
grazie anche per la fotografia del libretto che “salverò” nei miei ricordi. diciamo che il nostro contatto continua con altri mezzi. allora era il sito, poi sono arrivati i blog e poi facebook e poi twitter. ma l’intento è sempre quello: offrire un servizio (nel mio caso un servizio formativo).
buoni giorni e grazie ancora per il suo messaggio che mi ha fatto tantissimo piacere
Paolo
un ricordo degli “anni veneziani” (Corso di Laurea in Servizio sociale dell’Università Ca’…
ricevo (commosso) questo messaggio:
Buongiorno Prof Ferrario sono un’ex alunna di Ca’ Foscari Servizio Sociale. Sono certa non si possa ricordare di me …vista la quantità di studenti che avrà vis…
aulevirt.com
Paolo
e qui l’ultimo mio video della palazzina briati https://youtu.be/m01UnnGMbhY

di ritorno dall’impianto del PM, giovedì 17 ottobre 2019

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lettera di Luciana a G.

ciao *** , ti rispondo io per paolo che è ancora in valduce . Oggi ha fatto un impianto ti pacemaker. L’ultima visita cardiologica di settembre non aveva riscontrato anomalie, ma in base alla segnalazione di paolo sul senso di vertigine soprattutto al risveglio, il cardiologo gli ha fatto un massaggio al seno carotideo verificando un’asistolia maggiore di 7 secondi e ha quindi dato indicazione di pm.
Soffre infatti di bradicardia con battiti 55/minuto.
Non è stato per nulla contento e a noi 2, ignoranti in materia, ci è sembrato un eccesso di zelo.
Stasera mi ha detto che gli permane il senso di vertigine e che il pm si attiva solo in caso di battiti inferiori ai 45/min.
E’ preoccupato dal fatto che praticamente gli hanno bucato il cuore e teme sue rimostranze.
Comunque così è. Domani probabilmente effettueranno tutte le verifiche post intervento e forse lo dimettono venerdì.
Ti ringrazia moltissimo per la tua attenzione. Ha preferito non dire nulla a nessuno perchè in questa fase della sua vita non sopporta le inevitabili domande che avrebbe ricevuto.

Confidiamo nei progressi della techne e speriamo che tutto proceda per il meglio.

 

Cara l. , non è proprio un “bucare il cuore” nel senso di attraversarlo, perchè la sonda entra attraverso i vasi e quindi si tratta solo di una puntura dall’interno.

Il pace-maker è protettivo rispetto agli arresti/rallentamenti marcati cardiaci che possono danneggiare il cervello : in questo caso parte una piccola ma sufficiente scarica elettrica interna.

Può non far piacere, ma è un bel paracadute.
Purtroppo non protegge dalle transitoie vertigini, che sono state correttamente interpretate come un “campanello di allarme”. Meglio prevenire.


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FAVOLE AL TELEFONO, favola musicale tratta dai racconti di GIANNI RODARI, al Teatro Giuditta Pasta, Saronno (VA), 13 ottobre 2019

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Al Teatro Sociale di Omegna (Verbano-Cusio-Ossola) Favole al telefono, adattamento teatrale dell’omonimo libro di Gianni Rodari (1920-1980), nato proprio a Omegna il 23 ottobre di 99 anni fa (ore 21). Magda Poli sul Corriere della Sera: «Cosa è successo alle favole che ogni sera un padre raccontava al telefono alla figlia? E se fossero rimaste impigliate nel telefono che Giovannino ha trovato in cantina? È di sua mamma, era lei che ascoltava le fiabe del nonno ogni sera. La mamma non ha mai avuto il tempo di raccontargliele, e poi non se le ricorda più. Giovannino è il protagonista di un colorato e delizioso spettacolo per ragazzi con musiche, Favole al telefono, dedicato a uno dei più importanti autori per l’infanzia, Gianni Rodari, con la regia e adattamento di Raffaele Latagliata e le musiche del maestro Valentino Corvino. Un omaggio a un autore dal grande genio compositivo, espresso in forme stralunate e ludiche, con spaccati di realtà che coniugano mirabilmente poesia, razionalità, verità e immaginazione. Certo ci vuole molta fantasia per far rinascere le favole già ascoltate. Unendo Filastrocche a Favole al telefono, gli attori, eleganti e giocosi, in uno strano negozio di telefonia tra apparecchi giganti, ben riescono a guidare lungo un viaggio rodariano tra palazzi di gelato da leccare e tabelline da imparare, per scoprire che “in principio la terra era tutta sbagliata, renderla più abitabile fu una bella faticata”».

Visita organizzata dalla associazione studentesca EnvironMental ( Università degli studi dell’Insubria): 1. sito paleontologico di Endenna (Bergamo); 2. Museo della Valle di Zogno; 3. Grotte delle Meraviglie, sabato 12 ottobre 2019

Coatesa sul Lario e dintorni

EnvironMental ha organizzato per  sabato 12 ottobre 2019 un viaggio alla scoperta della Paleontologia, accompagnati dal professor Silvio Renesto, paleontologo e docente dell’Università degli Studi   dell’Insubria,

Percorso:


ZOGNO (provincia di Bergamo) E PERCORSO PALEONTOLOGICO 

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MUSEO DELLA VALLE DI ZOGNO

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GROTTE DELLE MERAVIGLIE

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gli ORGANIZZATORI  DELLA GIORNATA

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JAUHAR Sandep, Il cuore, una storia – Bollati Boringhieri, 2019

Il cuore è al centro di ogni aspetto della nostra esistenza. Per secoli è sembrato che la comprensione del suo funzionamento dovesse sfuggirci: un muscolo d’eccezione misteriosamente animato, motore primo della vita, ma anche centro delle nostre emozioni e ritenuto, seppur contro ogni evidenza, la sede dell’anima; ricetto sentimentale per le nostre paure, l’odio incondizionato, la passione e il desiderio amoroso.
Sandeep Jauhar, cardiologo di origine indiana, sgombrando il campo dalle connotazioni metaforiche con cui l’essere umano ha sempre rivestito quest’organo, intreccia abilmente cronache di scoperta, positivismo e dolore con i commoventi racconti sulla storia dei disturbi cardiaci nella sua famiglia e sui pazienti che ha avuto in cura per molti anni; fa risalire alla morte improvvisa del nonno in India la sua passione-ossessione per il muscolo cardiaco, fino a scoprirsi egli stesso affetto da un insidioso male al cuore.
Ricco di storia informativa sulla nascita della moderna cardiologia, leggendo Il cuore scopriremo come e da chi è stato effettuato il primo intervento chirurgico a cuore aperto, ci stupiremo della genialità di William Harvey che ha indagato e svelato la natura della circolazione sanguigna, incontreremo C. Walton Lillehei che con la macchina cuore-polmoni ha dato speranza di vita a milioni di pazienti, seguiremo Werner Forssmann che per primo sperimentò su se stesso la procedura per raggiungere il cuore con un catetere – aprendo così la strada a una chirurgia cardiaca meno invasiva –, vedremo nel suo laboratorio George Mines, gentiluomo inglese, che scoprì i meccanismi elettrici del muscolo cardiaco; e assisteremo all’invenzione, quasi per caso, del pacemaker impiantabile, fino alle ultime frontiere dei trapianti con cuori artificiali.
Jauhar compie un’impresa degna dei migliori scienziati umanisti, quella di saper unire le competenze acquisite nel lungo e difficile apprendistato alla professione medica con lo spirito che ha animato altri grandi medici-scrittori – Oliver Sacks su tutti, ma anche più recentemente Atul Gawande, Siddhartha Mukherjee e Henry Marsh –, ovvero una profonda conoscenza dell’animo umano, messo a dura prova dalla malattia, e di saperlo raccontare con intima gentilezza e una partecipazione sempre rispettosa. Affronta i limiti della tecnica medica, confida che i progressi futuri dipenderanno sempre più dai nostri stili di vita e sempre meno dai dispositivi che saremo in grado di inventare, e insegna, con la sua scrittura coinvolgente e appassionante, a convivere con le fragilità del nostro corpo.
Il cuore è uno di quei libri rari e felici, capace di insegnare molto e di cambiare nel profondo la visione del mondo e della vita di ogni lettore.

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Il cuore – Bollati Boringhieri

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IL LUNGHISSIMO LUNGOMARE – in Corriere della Sera Sette, 2018

vai a

Estate italiana: Lunghissimo lungomare – Sette

 

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The Moody Blues, Melancholy Man, in: A Question of Balance, 1970

Sono un uomo malinconico, ecco cosa sono,
I’m a melancholy man, that’s what I am,
Tutto il mondo mi circonda e i miei piedi sono a terra.
All the world surrounds me, and my feet are on the ground.
Sono un uomo molto solo, facendo quello che posso,
I’m a very lonely man, doing what I can,
Tutto il mondo mi stupisce e penso di capire
All the world astounds me and I think I understandChe continueremo a crescere, aspettare e vedere.
That we’re going to keep growing, wait and see.

Quando tutte le stelle stanno cadendo
When all the stars are falling down
Nel mare e sulla terra,
Into the sea and on the ground,
E voci arrabbiate portano avanti il ​​vento,
And angry voices carry on the wind,
Un raggio di luce ti riempirà la testa
A beam of light will fill your headE ricorderai cosa è stato detto
And you’ll remember what’s been said

Da tutti i bravi uomini che questo mondo abbia mai conosciuto.
By all the good men this world’s ever known.

Un altro uomo è ciò che vedrai,
Another man is what you’ll see,

Chi ti assomiglia e assomiglia a me,

Who looks like you and looks like me,

Eppure in qualche modo non si sentirà lo stesso,
And yet somehow he will not feel the same,

La sua vita è presa dalla miseria, non pensa come te e me,
His life caught up in misery, he doesn’t think like you and me,

Perché non riesce a vedere quello che io e te possiamo vedere.
Cause he can’t see what you and I can see.

Fonte: LyricFind
Compositori: Mike Pinder

in  A Question of Balance, 1970

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la biografia dei MOODY BLUES

https://traccesent.com/2020/01/08/biografia-dei-moody-blues-in-enciclopedia-del-rock-gruppo-editoriale-l-espresso-2005/