da Italo Calvino, La giornata di uno scrutatore: ” … Ecco, pensò Amerigo, quei due, così come sono, sono reciprocamente necessari. E pensò: ecco, questo modo d’essere è amore. E poi: l’umano arriva dove arriva l’amore; non ha confini se non quelli che gli diamo”.

frammenti dal cap. XII

Un letto alla fine della corsia era vuoto e rifatto; il suo occupante, forse già in convalescenza, era seduto su una seggiola da una parte del letto, vestito d’un pigiama di lana con sopra una giacca, e seduto dall’altra parte del letto era un vecchio col cappello, certamente suo padre, venuto quella domenica in visita. Il figlio era un giovanotto, deficiente, di statura normale ma in qualche modo – pareva – rattrappito nei movimenti. Il padre schiacciava al figlio delle mandorle, e gliele passava attraverso al letto, e il figlio le prendeva e lentamente portava alla bocca. E il padre lo guardava masticare. […]

Amerigo continuava a guardare il padre e il figlio. Il figlio era lungo di membra e di faccia, peloso in viso e attonito, forse mezzo impedito da una paralisi. IL padre era un campagnolo vestito anche lui a festa, e in qualche modo, specie nella lunghezza del viso e delle mani, assomigliava al figlio. Non negli occhi: il figlio aveva l’occhio animale e disarmato, mentre quello del padre era socchiuso e sospettoso, come nei vecchi agricoltori. Erano voltati di sbieco, sulle loro seggiole ai due lati del letto, in modo da guardarsi fissi in viso, e non badavano a niente che era intorno. Amerigo teneva lo sguardo su di loro, forse per riposarsi (o schivarsi) da altre viste, o forse ancor di più, in qualche modo affascinato […]

Anche la Madre sorrise, ma d’un sorriso che era per tutti e per nulla. Il problema d’esser riconosciuta, pensò Amerigo, per lei non esisteva; e gli venne da confrontare lo sguardo della vecchia suora con quello del contadino venuto a passare la domenica al “Cottolengo” per fissare negli occhi il figlio idiota. Alla Madre non occorreva il riconoscimento dei suoi assistiti, il bene che ritraeva da loro – in cambio del bene che loro dava – era un bene generale, di cui nulla andava perso. Invece il vecchio contadino fissava il figlio negli occhi per farsi riconoscere, per non perderlo, per non perdere quel qualcosa di poco e di male, ma di suo, che era suo figlio. […]

La suora aveva scelto la corsia con un atto di libertà, aveva identificato – respingendo il resto del mondo – tutta se stessa in quella missione o milizia, eppure – anzi: proprio per questo – restava distinta dall’oggetto della sua missione, padrona di sé, felicemente libera. Invece il vecchio contadino non aveva scelto nulla, il legame che lo teneva stretto alla corsia non l’aveva voluto lui, la sua vita era altrove, sulle sue terre, ma faceva alla domenica il viaggio per veder masticare suo figlio.

Ora che il giovane idiota aveva terminato la sua lenta merenda, padre e figlio, seduti sempre ai lati del letto, tenevano tutti e due appoggiate sulle ginocchia le mani pesanti d’ossa e di vene, e le teste chinate per storto – sotto il cappello calato il padre, e il figlio a testa rapata come un coscritto – in modo di continuare a guardarsi con l’angolo dell’occhio.

Ecco, pensò Amerigo, quei due, così come sono, sono reciprocamente necessari.

E pensò: ecco, questo modo d’essere è amore.

E poi: l’umano arriva dove arriva l’amore; non ha confini se non quelli che gli diamo.

L’uomo dal fiore in bocca, di Pirandello. Riassunto e analisi – Studia Rapido

L’uomo dal fiore in bocca è tra le opere teatrali di Luigi Pirandello. Pubblicata nel 1923, si compone di un atto unico. La scena è ambientata nel caffé di una stazione, squallido e spoglio, a un’ora di notte, di un luogo sconosciuto. I personaggi sono due: un uomo che parla, parla e parla (l’uomo dal […]

L’uomo dal fiore in bocca, di Pirandello. Riassunto e analisi

via L’uomo dal fiore in bocca, di Pirandello. Riassunto e analisi – Studia Rapido

Graham Swift, Un giorno di festa, Neri Pozza. Libro suggerito da G.L.

Un giorno di festa è un libro di Graham Swift pubblicato da Neri Pozza nella collana I narratori delle tavole

Sorgente: Un giorno di festa – Graham Swift – Libro – Neri Pozza – I narratori delle tavole | IBS

È il Mothering Sunday, la Festa della Mamma, del 1924 in Inghilterra. La guerra è alle spalle e un’altra è all’orizzonte. Ma è una bella domenica di fine marzo, perfetta per rimuovere i lutti e celebrare in allegria la speciale ricorrenza del giorno. Il rituale della festa prevede visite di cortesia, picnic all’aperto e inviti a pranzo in compagnia di amici e familiari. Un rituale già quasi in disuso, ma che i Niven e gli Sheringham, due delle famiglie più in vista del Berkshire, si tengono ben stretto, come se appartenessero ormai a un’unica famiglia dopo aver perso dei figli in guerra. Su invito degli Hobday, un altro illustre casato delle verdi contee che circondano Londra, si vedranno a pranzo per brindare e parlare dell’evento ormai imminente: le nozze tra Paul, il giovane rampollo degli Sheringham scampato alla guerra, ed Emma Hobday. Per la servitù dei Niven, com’è consuetudine, il Mothering Sunday è una «giornata libera» da trascorrere con i propri cari. Per tutti, eccetto che per Jane Fairchild. Giovane orfana che presta ormai da qualche tempo servizio presso i Niven, Jane si appresta a trascorrere la domenica di festa su una panchina in giardino, tra il ronzio dei fuchi e il profumo della magnolia già carica di boccioli, quando squilla il telefono. Si affretta all’apparecchio e il suo cuore si libra in cielo allorché riconosce la voce all’altro capo del telefono: Paul Sheringham, il giovane rampollo di cui da sette anni, con gioia e senza alcun pudore, è l’amante, la invita per la prima volta a casa sua. La telefonata di Paul, e le ore poi trascorse con lui, faranno di quel Mothering Sundaydel 1924 una data incancellabile nel ricordo di Jane negli anni a venire, un giorno di festa cominciato nella luce più pura e terminato nel buio di un’oscura notte della vita e dell’anima.

Diventiamo LETTORI SELVAGGI! Intervista a Giuseppe Montesano

Giuseppe Montesano, che cos’è un lettore selvaggio?

Un lettore selvaggio è semplicemente un lettore libero: o, più esattamente, un lettore che vuole sempre più libertà. Un lettore quindi che non ha timore di sbagliare, o di non essere capace, o di non conoscere abbastanza: libero dai legacci e dalle paure che troppo spesso ci impediscono di buttarci nel grande mare fascinoso in cui la lettura, la musica, la filosofia, le arti diventano esperienze e amori della nostra vita. I lettori selvaggi sono quelli che nella lettura cercano una vita più eccitante e misteriosa, sono quelli che non si accontentano di vivere una sola vita, sono quelli a cui sta stretto il mondo in cui sono stati chiusi.

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Sorgente: Diventiamo lettori selvaggi! Intervista a Giuseppe Montesano

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Lettori selvaggi

Dai misteriosi artisti della Preistoria a Saffo a Beethoven a Borges la vita vera è altrove

Giuseppe Montesano

Leggere per vivere ci risveglia dalla noia e dalla rassegnazione…
Non viviamo una vita vera, e demoni meschini ci tengono sepolti nella rabbia e nella paura: ma giorno dopo giorno, lasciando entrare in noi amori e stupori, forse possiamo diventare vivi.

“Finnegans Wake”: in italiano l’opera più magmatica di James Joyce – di Fabio Pedone e Enrico Terrinoni, in La Stampa, 14 genaio 2017

I due traduttori raccontano l’impresa impossibile di entrare in un labirinto di sogni, vocaboli, immagini

vai a:

Sorgente: “Finnegans Wake”: in italiano l’opera più magmatica di Joyce – La Stampa

ALESSANDRO BARICCO, LA MAPPA DELLA METROPOLITANA DI LONDRA: SULLA VERITA’, Mantova Lectures, 2017. Appunti in forma di schede a cura di Paolo Ferrario

VIDEO SU RAI 5:

VAI A : http://www.raiplay.it/video/2017/01/TEATRO—MANTOVA-LECTURES-7c1954c2-e8b7-4137-9ab2-d64901097822.html

AUDIO

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clicca sulla prima immagine per vedere la sequenza delle schede

 

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parola chiave: STORYTELLING. ALESSANDRO BARICCO, Alessandro Magno. SULLA NARRAZIONE, registrazione AUDIO a Mantova Lectures, 2016

STORYTELLING:

“Sfila via i fatti dalla realtà.

Quello che resta è STORYTELLING”



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riflettere in tema di DISINTERMEDIAZIONE ispirato da una lettera inviata a Vincenzo Guarracino e Carlo Pozzoni per il libro: LAGO D’ARTE E DI POESIA. In gita sul Lario in compagnia di artisti e scrittori, 2016

cari Carlo Pozzoni e Vincenzo Guarracino

permettetemi, in quanto “amici di luogo”, di fare alcune considerazioni che mi derivano dal mio mestiere (sociologo)

c’è una grande differenza fra l’uso dei quotidiani (e riviste) e quello del web

Nei giornali c’è la RECENSIONE (la desiderata e spesso agognata “recensione”) che dipende dagli umori, dalle preferenze, dai gusti del cosiddetto critico (a proposito : perchè qualche volta i “critici ” non provano la fatica di scrivere un racconto, un romanzo, una poesia? provino loro almeno una volta l’ebbrezza del rapporto autore/lettore)
la recensione, quando arriva è UNA , è quella e poi basta

il web consente quella che oggi si chiama, in linguaggio tecnico, la “disintermediazione”. Si può stabilire il rapporto diretto autore/lettore o quello opera/lettore
e si può farlo senza i filtri dei direttori, dei professori di università, dei critici, dei “gestori della cultura secondo la loro visione” …

ma c’è un altro vantaggio, inestimabile, sul web il messaggio può essere ripetuto. Non è “uno” , ma è quel che serve lungo il corso del tempo. Anche tanti. A distanza di settimane, mesi anni

ecco: io uso il web per “disintermediarmi” (e aggiungo, con un filo di volgarità, per fottermene dei gestori del potere culturale e comunicativo)

dato che sono un ENTUSIASTA dei libri di Guarracino (quelli su Como, quelli su Spallino, su Leopardi ecc) rilancio ancora (ecco la “disintemediazione”) i libro bellissimo da voi pubblicato, aggiungendo le fotografie. Con il mio solo rammarico di non avere portato con me il prezioso registratorino Olympus per registrare l’incontro

e poi ancora nei tempi futuri. Questa è la differenza

ecco qui. Basta un link:

https://coatesa.com/…/vincenzo-guarracino-lago-darte-e-di-…/

e
https://coatesa.com/…/…/bibliografia-di-vincenzo-guarracino/

saluti cari a voi

VINCENZO GUARRACINO, LAGO D’ARTE E DI POESIA. In gita sul Lario in compagnia di artisti e scrittori, Carlo Pozzoni editore. Presentazione il 15 dicembre 2016 allo Spazio Pozzoni – Via Maurizio Monti, 41 Como. INDICE del libro

LUOGHI del LARIO e oltre ...

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vai al sito di Carlo Pozzoni fotoreporter ed editore

http://www.carlopozzoni.it/

GUARRACINO: UN CAMPIONARIO DI BELLEZZE PAESAGGISTICHE E MONUMENTALI

Giovedì 15 dicembre – ore 18.00
Spazio Pozzoni – Via Maurizio Monti, 41 Como

dsc_7434Presentazione del libro:

LAGO D’ARTE E DI POESIA – In gita sul Lario in compagnia di artisti e scrittori
L’autore dialogherà con la giornalista Elisabetta Broli

Sorgente: Libri. Gita sul Lario con artisti e scrittori
Presentazione del libro Lago d’arte e di poesia. In gita sul Lario in compagnia di artisti e scrittori. L’autore, Vincenzo Guarracino, dialogherà con la giornalista Elisabetta Broli
È un periplo di Como e del suo lago, tra antiche e nuove meraviglie, questo Lago d’arte e di poesia, che viene disegnato da Guarracino: un campionario di bellezze, paesaggistiche e monumentali, attraverso lo sguardo di artisti e poeti, grandi e meno grandi (qualcuno grandissimo, qualche altro noto, altri infine vere e autentiche scommesse), tutti comunque appassionatamente…

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Bibliografia di VINCENZO GUARRACINO

LUOGHI del LARIO e oltre ...

GUARRACINO VINCENZO (a cura di)

Lago d’arte e di poesia. In gita sul Lario in compagnia di artisti e scrittori

Carlo Pozzoni Fotoeditore, 2016, p. 192

GUARRACINO VINCENZO

L’ amore dalla A alla Z. I poeti contemporanei e il sentimento amoroso

PuntoAcapo, 2014, p. 200

GUARRACINO VINCENZO

ANTONIO SPALLINO. Uomo, amministratore, sportivo, intellettuale

GIAMPIERO CASAGRANDE EDITORE, 2013, p. 348

GUARRACINO VINCENZO

Un nome venerato e caro. La vera storia di Antonio Ranieri oltre il Mito del sodalizio con Leopardi

Fondazione Zanetti, 2010, p.

GUARRACINO VINCENZO

LARIO D’ARTE E POESIA. In gita al lago di Como in compagnia di artisti e scrittori

GUIDA, 2010, p. 126

GUARRACINO VINCENZO

Giacomo Leopardi. L’infinito e altri canti

Edizioni LietoColle, 2009, p.

GUARRACINO VINCENZO

Il Teatro tra passione e missione. Bernardo Malacrida

NodoLibri, 2008, p. 160

GUARRACINO VINCENZO (a cura di)

PARLIAMO DEI FIORI. CON I POETI NEI GIARDINI DELL’ANIMA

Zanetto, 2005, p.

GUARRACINO VINCENZO…

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Le tragedie di Euripide: i caratteri, le trame e i personaggi

tragedie di euripide: i caratteri, le trame, i personaggi
Le tragedie di Euripide: i caratteri, le trame e i personaggi.

Delle tragedie di Euripide ce ne sono giunte 17: Alcesti Medea Eraclidi Ippolito Ecuba Andromaca Supplici Eracle Troiane Ione Elettra Ifigenia in Tauride Elena Fenicie Oreste Baccanti Ifigenia in Aulide e un dramma satiresco, il Ciclope. La tradizione gli attribuisce […]

Le tragedie di Euripide: caratteri, trame, personaggi
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Emilio Pasquini, Il viaggio di Dante. Storia illustrata della Commedia, 2015, Carocci editore

 

Il viaggio di Dante

Emilio Pasquini

Il viaggio di Dante

Storia illustrata della Commedia

EDIZIONE: 2015

Sorgente: Carocci editore – Il viaggio di Dante


Seguendo il filo offerto dalle straordinarie miniature dei manoscritti più antichi e lasciando in primo piano il ritmo narrativo degli eventi, uno dei maggiori studiosi di Dante racconta la Commedia al pubblico non accademico, senza presupporre particolari conoscenze né rinviare a letture erudite o bibliografie accessorie. Grazie al risalto dato agli aspetti più concreti e stimolanti dell’opera, gli incontri con i personaggi e le atmosfere del poema invogliano di canto in canto ad attingere direttamente dal testo originale le emozioni e le conoscenze di cui il capolavoro dantesco si rivela, ancora e di nuovo, fonte inesauribile.

ALESSIO BRUNIALTI su: Il grande racconto di Ulisse di PIERO BOITANI, Il Mulino editore, in BiBazz | 4 dicembre 2016

Questo libro è, semplicemente, meraviglioso. Il titolo va inteso nel senso più lato possibile: Il grande racconto di Ulisse non è (solo) la storia dell’uom dal multiforme ingegno, della sua condotta durante l’assedio di Ilio, dello stratagemma del cavallo, del ritorno in Patria dopo dieci anni di giri in quel grande catino che è, poi, il Mediterraneo, della sua vendetta e del ripartire. È (anche) tutto questo, ma Boitani mostra Odisseo per quello che è, il paradigma della storia, che ha attraversato secoli, ispirato opere pittoriche, musive, liriche, rock, letterarie, cinematografiche e, per quanto mi riguarda, non è certo un caso che l’Ulisse di Joyce e 2001: odissea nello spazio di Kubrick abbiano giocato, e ancora giochino, un ruolo importante nella mia vita. Un repertorio inesauribile per rileggere quasi tremila anni di storia della cultura, con un ricco apparato fotografico che giustifica il prezzo. Da regalare ad amanti della cultura, a ragazzi svegli, ad amanti avventurosi, a viaggiatori del corpo, ma ancor più a viaggiatori della mente.
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Il grande racconto di Ulisse di Piero Boitani (Il Mulino, 668 pagine illustrate, 55 sacchi)
La scheda ufficiale: «Sono Odisseo, figlio di Laerte, noto agli uomini per tutte le astuzie, la mia fama va fino al cielo»: la figura che ha letteralmente afferrato l’immaginario occidentale sino a plasmarne le fondamenta culturali è inafferrabile. Ulisse, l’eroe dal multiforme ingegno, continua ad affascinarci proprio per questo. Nel suo lungo errare durante il viaggio di ritorno a Itaca va incontro ad avventure strabilianti, in parte subite in parte ricercate, ponendosi come il campione dell’intelligenza, della conoscenza, dell’esperienza, della virtù etica e della sopravvivenza. Ma la vera attrazione magnetica che ancora oggi il personaggio mitico continua a esercitare su di noi è quella delle sue metamorfosi nel tempo (una su tutte: il folle volo dantesco), delle sue “ombre” che si allungano nel cinema, nella poesia, nel romanzo, nell’arte, così come nella scienza e nella filosofia. Ulisse è ovunque, il suo vero viaggio è senza fine.

Sorgente: BiBazz | Domenica 4 dicembre

Ieri è morto Remo Ceserani, 1 novembre 2016

Ieri è morto Remo Ceserani. Era uno dei maggiori studiosi italiani di letterature comparate. Ha scritto libri molto importanti, fra cui: Raccontare la letteratura (1990); Treni di carta. L’immaginario in ferrovia: l’irruzione del treno nella letteratura moderna (1993); Il fantastico (1996); Raccontare il postmoderno (1997); Guida allo studio della letteratura (1999); L’occhio della Medusa. Fotografia e letteratura (2011). Con Mario Domenichelli e Pino Fasano ha curato per Utet il Dizionario dei temi letterari; insieme a Lidia De Federicis è stato autore di un manuale, Il materiale e l’immaginario, che ha profondamente innovato lo studio della letteratura nelle scuole italiane e sul quale si è formata un’intera generazione di studenti.

Sorgente: Eclettismo e tolleranza |

ROBERTO CARNERO e GIUSEPPE IANNACCIONE, Manuali per scoprire i colori e il cuore della letteratura

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Romano Guardini ed elogio del bibliotecario cartaceo, 29 dicembre 2009

Per vie traverse, oblique e casuali intercetto un autore che corrisponde ad uno dei temi esistenziali che sto inseguendo.
Ero stato attratto da un titolo: Lettere dal lago di Como (1923-1926)
L’autore è Romano Guardini, saggista, filosofo e teologo nato a Verona nel 1885, docente nelle Università di Berlino e Monaco lungo tutto il secolo breve e morto nel 1968. Proprio quando entravo nella transizione all’età adulta.
Le sue opere singole , in attesa che l’editrice Morcelliana pubblichi l’Opera Omnia sono difficili da reperire, perfino in epoca internettiana.
E qui avviene il piccolo miracolo casalingo: alla biblioteca comunale sotto casa trovo tre libri che ora sto ansiosamente (so che non si dovrebbe fare) e febbrilmente sfogliando, alla ricerca di una traccia che faccia guizzare la mente, i pensieri, le sinapsi cervicali, le libere associazioni freudiane, le archeologie archetipiche junghiane.
Mentre elogio le biblioteche cartacee mi accingo a camminare sulle sue tracce.

In Le età della vita, loro significato educativo (Vita e Pensiero, 1986) e morale leggo:
un punto di vista da cui considerare l’esistenza umana “sta nella tensione particolare tra l’identità della persona e il mutamento dei tratti che la qualificano … la diversità delle situazioni non annulla l’unità, anzi, proprio l’unità si afferma nella diversità … (in Le età della vita, pag 11)

in Lettere dal lago di Como, scritte a Varenna fra 1l 1923 e il 1926) leggo: “La bellezza di queste località è indescrivibile, ma non me ne deriva gioia alcuna. Non comprendo, anzi, come un uomo avveduto possa essere felice, qui” (edizioni Viennepierre p. 17)

frase che io rovescio nel suo esatto contrario:

La bellezza di queste località è indescrivibile e me ne deriva in ogni attimo stupore e gioia. Non comprendo come questo sentimento possa non attraversare il corpo e la mente di qualsiasi persona

A testimonianza di come, a parità di situazione, le soggettività tendano alll’infinito.

Infine un incipit di metodo scritturale davvero tutto da apprendere:

“Il primo verso dell’Elegia arriva repentino:
Chi, se io gridassi, mi udirebbe poi dagli ordini degli angeli”
Il verso sembra l’esito estremo d’una lotta interiore, o di una lunga meditazione”.

(in Romano Guardini, Rainer Maria Rilke: le Elegie duinesi come interpretazione dell’esistenza, Morcelliana 1974, p. 27)

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CALVINO ITALO, cos’è un CLASSICO e perché leggere i CLASSICI

CALVINO ITALO, Perché leggere i classici

Arnoldo MondadorI, 1991, p.


classici sono quei libri di cui si sente dire di solito: “Sto rileggendo…” e mai “Sto leggendo…” […]

Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli. […]

I classici sono libri che esercitano un’influenza particolare sia quando s’impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale. […]

D’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima. […]

D’un classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura. […]

Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire. […]

I classici sono quei libri che ci arrivano portando su di sé la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sé la traccia che hanno lasciato nella cultura o nelle culture che hanno attraversato (o più semplicemente nel linguaggio o nel costume). […]

Un classico è un’opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso. […]

I classici sono libri che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti. […]

Chiamasi classico un libro che si configura come equivalente dell’universo, al pari degli antichi talismani. […]

Il “tuo” classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui. […]

Un classico è un libro che viene prima di altri classici, ma chi ha letto prima gli altri e poi legge quello, riconosce subito il suo posto nella genealogia. […]

E’ classico ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno. […]

E’ classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l’attualità più incompatibile fa da padrona

VASCO URSINI, Introduzione al libro: RUGGERO PULETTI, La storia occulta, il pendolo di Foucault di Umberto Eco, Lacaita editore, 2000

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Vai al file della introduzione di Vasco Ursini in formato Pdf:


Vai alla scheda del libro RUGGERO PULETTI, La storia occulta, il pendolo di Foucault di Umberto Eco, Lacaita editore, 2000: http://www.lacaita.com/biblioteca-di-studi-moderni/226-la-storia-occulta.html

Vincenzo Cardarelli, PASSATO, lettura di Gianni Caputo

I ricordi, queste ombre troppo lunghe
del nostro breve corpo,
questo strascico di morte
che noi lasciamo vivendo
i lugubri e durevoli ricordi,
eccoli già apparire:
melanconici e muti
fantasmi agitati da un vento funebre.
E tu non sei più che un ricordo.
Sei trapassata nella mia memoria.
Ora sì, posso dire che
che m’appartieni
e qualche cosa fra di noi è accaduto
irrevocabilmente.
Tutto finì, così rapito!
Precipitoso e lieve
il tempo ci raggiunse.
Di fuggevoli istanti ordì una storia
ben chiusa e triste.
Dovevamo saperlo che l’amore
brucia la vita e fa volare il tempo.

da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/poesie/poesie-d-autore/poesia-24252>

TartaRugosa ha letto e scritto di: Susanna Basso (2010) Sul tradurre, Bruno Mondadori | TartaRugosa

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Susanna Basso (2010)
Sul tradurre, Bruno Mondadori

Quando le parole passeggiano sul filo del suono per produrre meraviglia, al traduttore è concesso, anzi richiesto, di sfoderare la propria maestria, perfino complicata, rispetto a quella dell’originale, dal vincolo di seguire l’acrobazia dell’altro, senza la  libertà di individuare le mosse del percorso.

Non trovo parole migliori per spiegare perché ho scelto di parlare di questo libro, pur essendo ben consapevole che l’effetto restituito a chi legge sarà molto lontano dall’efficacia prodotta dalla diretta immersione nelle 160 pagine del testo.

Infatti, azzardarmi nel descrivere e mettere in rilievo l’immane sforzo del lavoro del traduttore mi fa sentire inadeguata, poiché sicuramente ogni tentativo svilisce la potenza dell’esposizione che Susanna Basso racconta della propria professione. Ma questo breve libro è così affascinante, soprattutto per chi ha la fortuna di conoscere bene anche la lingua inglese, che sperimenterò almeno la prova di diffonderne il profumo.

Lo trovo un doveroso riconoscimento e ringraziamento per chi, come Susanna Basso (per me una garanzia), occupa le sue giornate chino su fogli e dizionari nella ricerca infinita di far giungere all’approdo dei monolingue opere che altrimenti resterebbero ignote.

Tradurre è tutt’altro che trovare una mera corrispondenza tra parole di lingue fra loro diverse: non esiste il pret-à-porter nella letteratura. Occorre partecipare a una letterale spedizione di viaggio, quella della voce di una frase, del colore di un aggettivo, del peso di una pausa grafica, della lentezza di un movimento.

Se ciò non accade, se “a data parola faremo corrispondere una traduzione consueta e cercheremo di fare lo stesso per frasi idiomatiche, interiezioni, perfino per certi brevi costrutti sintattici” giungeremo a una deriva infruttuosa.

Secondo Basso, i dizionari rivestono la funzione di boa di salvataggio per quando si produce una stasi mentale: “Il traduttore cerca  ovviamente  sul dizionario il lemma che non conosce e, forse ancora più spesso, cerca quello che invece  conosce, ma che non ha ancora deciso come tradurre. Cerca insomma sul grande libro della lingua l’idea che tarda a risolvere quel particolare passaggio, quell’interiezione, e così via.… I dizionari svolgevano nella mia prassi la funzione di zattera a cui agganciare momentaneamente un silenzio mentale,  nella speranza di trasformarlo,al più presto , in una parola. … Di fatto, smettevo di lavorare per affidare la soluzione ad associazioni lessicali preconfezionate.. Il che poteva comportare alla fine una scelta fondata sul gusto. Com’è facile innamorarsi delle parole, di quelle più insolite, più colorite, di quelle più letterarie, o più gergali. Come è facile dimenticare che, paradossalmente, nessun dizionario può contenere la parola che cerca il traduttore, ma tuttalpiù talvolta, e quasi per caso, può suggerirla.

Conviene, suggerisce la Basso, attendere.
“Che cosa significa dunque attendere le parole? Innanzi tutto, è ovvio, non avere fretta di individuare corrispondenze. Ma anche fidarsi di un meccanismo speciale della memoria, in grado di farci ricordare qualcosa che, personalmente, non conosciamo. Le parole dentro le frasi, le frasi dentro i paragrafi, i paragrafi dentro le pagine, le pagine dentro i capitoli, i capitoli dentro i romanzi. I romanzi scavati dentro la scrittura di quell’autore in particolare. … Tradurre è un po’ come avere interi romanzi sulla punta della lingua, e perciò sapere che la sensazione assomiglia a una forma di tormentosa amnesia nella quale l’unico ricordo certo è che si è dimenticato. In quel caso, ricorrere al dizionario è quasi sempre inefficace, perché non si tratta di acquisire forme lessicali, bensì di assorbire un contesto fino a ricordare come tradurlo.

Che seduzione seguire passo dopo passo il sentimento del traduttore che si accinge a trasformare il suono dell’altrui testo in uno proprio. “So di dover utilizzare ogni sillaba del mio invidioso ascolto a garanzia di una fedeltà che non ha nulla a che fare con l’eterna disputa tra la lettera e il senso, ma che si realizza nell’intima impossibilità di staccarmi da tutto ciò che compone la geometria e il mistero di una voce.”
Avviene quindi che l’invidia sia una spinta per poter riprodurre nella propria lingua ciò che si è trovato nel testo originario: “la mancanza di quella frase nella mia lingua me la farà desiderare, parola per parola”. Un’invidia quindi non rivolta all’autore, ma all’originale, perché “ogni traduzione, anche la più attenta, anche la più ispirata, non può che offrirsi al testo come desiderio del testo, inarrivabile traguardo e punto di partenza del mestiere”.

E a ben guardare le sfumature del linguaggio sono così ampie, cosi’ difficilmente riproducibili nelle sue diverse varianti, a volte persino nella scelta del genere dei sostantivi, che diventa praticamente naturale confessare  come “ogni parte del testo-fonte è oggetto del nostro paziente mentire”.

Basso cita le tredici “tendenze deformanti” precisate da Berman (distruzione dei ritmi, distruzione dei reticoli significanti soggiacenti; distruzione di locuzioni e idiotismi; cancellazione delle sovrapposzioni di lingue;…) accompagnandole, con spirito di autocritica, a propri inciampi avvenuti nel corso degli anni a tu per tu con le righe degli autori tradotti e alla quasi certezza di probabilmente ricambiare tutto, nel caso di riscrittura.
Se Cacciari definisce “avvicinanza” la progressiva approssimazione del testo d’arrivo al testo fonte, Basso sostiene questo concetto enunciando che “Mentire è il testardo, lucido sforzo di travisare il meno possibile per farla franca; di assediare la verità, sapendola inarrivabile”.

L’esempio della traduzione di un incipit che Basso ci propone è di per sé esaustivo:
“I knew what was coming next. Jesus Christ, how I knew” (Henry Sutton).

Ebbene, ecco come Basso e un gruppo di giovani traduttrici hanno presentato il proprio lavoro all’autore:

  1. Io lo sapevo che cosa sarebbe successo. Cristo, se lo sapevo
  2. Io lo sapevo come sarebbe andata. Lo sapevo eccome, per Dio
  3. Sapevo come sarebbe andata, Per Dio, se lo sapevo
  4. Non poteva che finire così e io lo sapevo, Cristo, se lo sapevo
  5. Era una storia che conoscevo fin troppo bene, Cristo santo
  6. Lo sapevo, Cristo santo, sapevo già come sarebbe andata
  7. Sapevo che cosa sarebbe successo. Cristo, se lo sapevo
  8. Sapevo come sarebbe andata a finire. Sempre la stessa storia!
  9. Conoscevo il seguito. Gesù, se lo conoscevo
  10. Sapevo cosa mi aspettava. Cristo, se lo sapevo!
  11. Lo sapevo. Cristo, lo sapevo
  12. Sapevo che cosa arrivava dopo. Cazzo, se lo sapevo

Interessante anche l’approccio del traduttore verso opere già tradotte. “Le traduzioni esistenti ci fanno conoscere la nostra lingua: le sue idiosincrasie, i suoi limiti. Dal confronto dovrebbe scaturire una consapevolezza accresciuta sul nostro processo di manipolazione della lingua di un autore. …Ri-tradurre non è come tradurre, e quella rete fatta di felicità di resa, legnosità, sviste e intuizioni che gli altri traduttori hanno da offrirci costituisce a mio giudizio uno strumento di lavoro impagabile … mi metto sui passi di chi mi ha preceduta e ringrazio in cuor mio di ogni chiodo che trovo in parete… Tradurre un libro che  molti hanno già letto significa destare nel lettore la consapevolezza di custodire nella memoria una traduzione, vale a dire un testo provvisorio”.

Non ultimo, il funambolico compito di tradurre i calembour. Qui, Basso propone un brano di Lewis Carroll e della sua Alice con 4 diverse traduzioni, di cui così commenta: “Nonostante l’ingegnosità, l’audacia creativa, la pazienza e la cura variamente presenti nelle quattro traduzioni proposte, la loro lettura lascia a tratti sconcertati”.
In ogni caso, avventurarsi in queste pagine, critiche comprese, corrisponde a un viaggio nel fantastico mondo della parola.

Di altro avviso il rapporto con la traduzione della poesia: “E’ assai diversa invece la sensazione che provo di fronte alle parole della poesia. Ne ho tradotta pochissima e con grande paura…. Entrare nel paesaggio interiore di un componimento poetico, nel mondo rigoroso della metrica, nella battaglia persa delle rime, offre al traduttore consapevolezza di autentica e paradossale libertà. … Quando nulla può andare perduto senza che il testo registri un danno serio, tradurre diventa un mestiere coraggioso, sostenuto da una nostalgia immensa dell’originale”.

E il rapporto di conoscenza personale tra traduttore e autore dei testi tradotti?
Tutto da scoprire nelle pagine dell’appendice del libro, in cui Susanna  Basso racconta i suoi incontri con Ian McEwan, Kazuo Ishiguro, Michael Cunningham, Stephen Watts e Alice Munro.

Di quest’ultima, mia amata, riporto solo uno stralcio aneddotico rispetto a un paio di sandali che avevano particolarmente colpito la scrittrice. Mentre raccontava alla figlia come era andata la serata, li nominò, concludendo con la frase “Avresti dovuto vederli”. All’offerta della proprietaria dei sandali di andarli a prendere in camera, la figlia rispose: “Non importa, grazie lo stesso. Se li descrive mia madre, sarà come averli visti”.

Grazie a Susanna Basso perché, come lei stessa scrive, “Se funziona, un testo si trasforma in una specie di camera iperbarica, un luogo stagno al reale dove si respira un’aria diversa, e aumenta il passaggio di ossigeno nel sangue”.

PS questa recensione la dedico ad Alessandra, che lavora con le parole

Martin Eden di Jack London, regia di Giacomo Battiato, sceneggiato Rai, 1979. Con la copertina dell’editore Sonzogno del 1933

 

Le edicole hanno distribuito uno sceneggiato del 1979:
 
Martin Eden di Jack London, regia di Giacomo Battiato
 
 
 
Era davvero buona la tanto detestata (dalla cultura di sinistra) televisione dei Bernabei
 
Cinque puntate che ci hanno tenuti avvinti alla storia di un marinaio che diventa scrittore di fama e che – all’apice del successo – si sente solo e troppo lontano dalla sua storia personale.
 
Questi momenti sono stata l’occasione di riprendere in mano quel libro che lessi in modo febbrile a 14 anni, quasi 50 anni fa.
Era sugli scaffali di mio padre, probabilmente acquistato quando lui aveva la stessa età, visto che è una bellissima edizione Sonzogno del 1933:
 

 

Buon cammino nel 2010 | Tracce e Sentieri





Siamo nel gorgo di quello che lo studioso del linguaggio Raffaello Simone chiama la “Terza fase”, dopo l’invenzione della scrittura e l’invenzione della stampa:

sappiamo moltissime cose che, in effetti, non abbiamo mai letto da nessuna parte, tantomeno sui libri: possiamo averle semplicemente ‘viste’ in televisione, al cinema, su un giornale o magari ‘lette’ sullo schermo di un computer. Possiamo anche averle ‘sentite’, e non dalla viva voce di qualcuno, ma da una radio (1)

Perché parlarne sul limitare di un anno e proiettati su quello futuro?

Perché la parola e le parole della comunicazione pubblica negli ultimi mesi si sono trasformate in armi e in pallottole. Succede che le potenzialità delle parole pensate, dette, scritte e poi facilmente gettate nei nuovi mezzi che abbiamo a disposizione invece di accrescere il legame sociale ci trasformano in nemici comunicativi.

Se comprendiamo che il linguaggio ha qualcosa in sé che lo rende sacro (nel senso di degno di venerazione e rispetto) possiamo, come singole persone responsabili delle proprie azioni, opporci alla sua degradazione.

La nostra dotazione genetica e culturale di “fare lògos” consente di:

Staccarsi dall’immediatezza, parlarci del passato e del futuro, parlarci del solo possibile, e perfino dell’impossibile e dell’irreale … potendoci riferire con i nostri discorsi anche a ciò che ancora non è o che è solo possibile o irreale, il discorso e solo il discorso è la condizione che ci permette di discutere, dire e capire “ciò che è utile e ciò che è nocivo e, quindi, ciò che è giusto e ciò che non è giusto” (Aristotele) (2)

Si può andare alle origini e far riverberare dentro di noi il famoso incipit del Vangelo di Giovanni:

in principio era la parola

Si può riflettere sulla continua ed incessante elaborazione che i parlanti hanno fatto per rendere significativo il Lògos greco:

verbo, parola, discorso, affermazione, argomento, cosa, resoconto, notizia, calcolo, ragionamento, fatto, causa, questione, scritto, rivelazione divina, ragione, pensiero logico, valutazione.

Si può passare per William Shakespeare, l’”inventore” dell’uomo moderno, che non è solo un virtuoso del gusto della parola, ma – al contrario – un interprete della sua capacità di conoscere il mondo o di descrivere in anticipo di tre secoli le moderne teorie sulle fasi della vita:

Tutto il mondo è un palcoscenico, e gli uomini e le donne son soltanto degli attori, che hanno le loro uscite e le loro entrate. Ed ognuno, nel tempo che gli è dato, recita molte parti, e gli atti son costituiti dalle sue sette età. Dapprima l’infante che miaùla e vomita in braccio alla balia … poi lo scolaretto piagnucoloso che, la cartella sott’il braccio e la faccia lustra e mattiniera si trascina come una lumaca, di malavoglia, a scuola. E poi l’innamorato, che sospira quanto una fornace, con in serbo una malinconica ballata in onore delle sopracciglia della sua amante. E poi un soldato pieno di bestemmie … e poi il magistrato con la sua bella pancia rotonda lardellata di capponi …. La sesta età si trasporta entro il magro Pantalone in pantofole, con gli occhiali sul naso …. L’ultima scena consiste in una seconda infanzia e in un puro oblio: senza denti, senza occhi, senza gusto, senza nulla (3)

Si può divertirsi ancora a rileggere gli elenchi di varianti delle parole che Carlo Emilio Gadda ed i suoi amici compilavano nei loro incontri conviviali. Alberto Arbasino (4) racconta che Gadda e il critico Gianfranco Contini giravano per le pinacoteche di provincia a guardare i ritratti d’epoca, per dedurre da essi la vita privata, i vizi e i tic di quei personaggi. Alla caccia, potremmo dire, di episodi rivelatori del carattere. In quelle scorribande culturali emergevano, usando “con gusto esplosivo e disperato … la madornale figura retorica della Enumerazione” liste irresistibili di lemmari, ossia elenchi infiniti di parole tese a definire nei più reconditi angoli le situazioni culturali e rivelare le persone:

seggiole, cuscini, tavolini, lettini: la chincaglieria del salotto e il bazàr del salone, e la pelle d’orso bianco con il muso disteso e gli unghioni rotondi (che solevano gracchiare sul lucido appena pestarli), e i comò e i canapè e il cavallo a dóndolo del Luciano, e il busto in gesso del bisnonno Cavenaghi eternamente pericolante sul suo colonnino a torciglione: e bomboniere, Lari, leonesse, orologi a pendolo, vasi di ciliege sotto spirito, orinali pieni di castagne secche, il tombolo di Cantù della nonna Bertagnoni, rotoli di tappeti e batterie di pantofole snidate da sotto i letti, e tutti insomma gli ingredienti e gli aggeggi della prudenza e della demenza domestica

Saccheggiavano i libri francesi nelle loro biblioteche:

Quanti participii: touché, flatté, blasé, fané, flambé, fouetté, suranné, saccadé, ravagé, démodé, faisandé, délabré, corseté, renversé, désabusé, ratatiné, capitonné, bouleversé, navré… Nonché bien rangé, collet monte, quel toupet, tourniquet, piquet, bouquet, chuchoter, randonnée, grasse matinée, valse chaloupée… E poi, tranchant, servant, revenant, en passant, soi-disant, ci-devant, vol-au-vent, porte-enfant, clopin-clopant, grisonnant, pliant, trau-d’unìon, glissons, asseyons-nous, coup de foudre, pied-à-terre, savoir faire, fou rire, faute de mieux, et patati, et patata…

E ancora sotto il controllo degli assensi ingegnereschi, durante le digestioni ancora a tavola: remarque, malaise, migrarne, rancune, amertume, pruderie, disette, charrette, gigolette, bellàtre, caniche, barbiche, corbeille, défaillance, mesaillance, entourage, escamotage, retour d’àge, cauchemar, fard, tuyau, petit-gris, demi-vierges, épaves, dormeuse, armoire-à-glace, à brùle-pourpoint, gaffe, gauche (nel senso di ‘maldestro’), gli onnipresenti potins e trumeaux e « quelle horreur! »… E nella stessa frase, ‘fluendy’: sbarbatlà, sgagnuflà, scapùssà, pastrùgnà, paciùgà, caragnà, ciciarà, nasùstà, vusà, bragia, pacià, barbuta, gnanfà, sciuscià, usmà, sguaità, lùmà, bufa, bastarnà, tananà, tanavèi, gasaghé, belee… Smorbi, sbenfi, spatùss, sgambèrsula, vegiàbul, mugnaga, cucalla, brùgna, e-peu-pù, mavalà, al dì d’incoeu… Scattlada, scalvada, barnasc, pergnocch… Bragalón, garùvlón, luitón, rùsnón, stragión, scavión, scursón, da scundón, carimalón, mutrignón, calsunón, arbión… Biott, crott, baslott, pepiatt, masott, malnatt, magateli, basell, lampett, ciappett …

Certo: non siamo Giovanni, Shakespeare, Carlo Emilio Gadda. Tuttavia una cosa possiamo fare: prima di premere il tasto Enter e mandare in rete le nostre parole proviamo a respirare più a lungo, a rileggere e a pensare alla responsabilità che ci assumiamo individualmente nel contribuire al brusio delle parole.

L’augurio per il 2010, quindi, è che le parole diventino strumento per ritrovare e costruire relazioni significative.

Buon cammino nel 2010

1 Gennaio 2010

Paolo e Luciana

(1) Raffaello Simone, La Terza fase, forme del sapere che stiamo perdendo, Laterza editore, 2000, p. XI

(2) Tullio De Mauro, Capire le parole, Laterza, 1994, p. 146

(3) William Shakespeare, Come vi piace (1600)

Alberto Arbasino, L’ingegnere in blu, Adelphi, 2008, pagg. 23, 24,

Buon cammino nel 2010 | Tracce e Sentieri

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L’augurio per il 2010, quindi, è che le parole diventino strumento per ritrovare e costruire relazioni significative. 1 Gennaio 2010

Siamo nel gorgo di quello che lo studioso del linguaggio Raffaello Simone chiama la “Terza fase”, dopo l’invenzione della scrittura e l’invenzione della stampa:

 

sappiamo moltissime cose che, in effetti, non abbiamo mai letto da nessuna parte, tantomeno sui libri: possiamo averle semplicemente ‘viste’ in televisione, al cinema, su un giornale o magari ‘lette’ sullo schermo di un computer. Possiamo anche averle ‘sentite’, e non dalla viva voce di qualcuno, ma da una radio (1)

 

Perché parlarne sul limitare di un anno e proiettati su quello futuro?

Perché la parola e le parole della comunicazione pubblica negli ultimi mesi si sono trasformate in armi e in pallottole. Succede che le potenzialità delle parole pensate, dette, scritte e poi facilmente gettate nei nuovi mezzi che abbiamo a disposizione invece di accrescere il legame sociale ci trasformano in nemici comunicativi.

Se comprendiamo che il linguaggio ha qualcosa in sé che lo rende sacro (nel senso di degno di venerazione e rispetto) possiamo, come singole persone responsabili delle proprie azioni, opporci alla sua degradazione.

La nostra dotazione genetica e culturale di “fare lògos” consente di:

Staccarsi dall’immediatezza, parlarci del passato e del futuro, parlarci del solo possibile, e perfino dell’impossibile e dell’irreale … potendoci riferire con i nostri discorsi anche a ciò che ancora non è o che è solo possibile o irreale, il discorso e solo il discorso è la condizione che ci permette di discutere, dire e capire “ciò che è utile e ciò che è nocivo e, quindi, ciò che è giusto e ciò che non è giusto” (Aristotele) (2)

Si può andare alle origini e far riverberare dentro di noi il famoso incipit del Vangelo di Giovanni:

in principio era la parola

Si può riflettere sulla continua ed incessante elaborazione che i parlanti hanno fatto per rendere significativo il Lògos greco:

verbo, parola, discorso, affermazione, argomento, cosa, resoconto, notizia, calcolo, ragionamento, fatto, causa, questione, scritto, rivelazione divina, ragione, pensiero logico, valutazione.

 

Si può passare per William Shakespeare, l’”inventore” dell’uomo moderno, che non è solo un virtuoso del gusto della parola, ma – al contrario – un interprete della sua capacità di conoscere il mondo o di descrivere in anticipo di tre secoli le moderne teorie sulle fasi della vita:

 

Tutto il mondo è un palcoscenico, e gli uomini e le donne son soltanto degli attori, che hanno le loro uscite e le loro entrate. Ed ognuno, nel tempo che gli è dato, recita molte parti, e gli atti son costituiti dalle sue sette età. Dapprima l’infante che miaùla e vomita in braccio alla balia … poi lo scolaretto piagnucoloso che, la cartella sott’il braccio e la faccia lustra e mattiniera si trascina come una lumaca, di malavoglia, a scuola. E poi l’innamorato, che sospira quanto una fornace, con in serbo una malinconica ballata in onore delle sopracciglia della sua amante. E poi un soldato pieno di bestemmie … e poi il magistrato con la sua bella pancia rotonda lardellata di capponi …. La sesta età si trasporta entro il magro Pantalone in pantofole, con gli occhiali sul naso …. L’ultima scena consiste in una seconda infanzia e in un puro oblio: senza denti, senza occhi, senza gusto, senza nulla (3)

 

Si può divertirsi ancora a rileggere gli elenchi di varianti delle parole che Carlo Emilio Gadda ed i suoi amici compilavano nei loro incontri conviviali. Alberto Arbasino (4) racconta che Gadda e il critico Gianfranco Contini giravano per le pinacoteche di provincia a guardare i ritratti d’epoca, per dedurre da essi la vita privata, i vizi e i tic di quei personaggi. Alla caccia, potremmo dire, di episodi rivelatori del carattere. In quelle scorribande culturali emergevano, usando “con gusto esplosivo e disperato … la madornale figura retorica della Enumerazione” liste irresistibili di lemmari, ossia elenchi infiniti di parole tese a definire nei più reconditi angoli le situazioni culturali e rivelare le persone:

seggiole, cuscini, tavolini, lettini: la chincaglieria del salotto e il bazàr del salone, e la pelle d’orso bianco con il muso disteso e gli unghioni rotondi (che solevano gracchiare sul lucido appena pestarli), e i comò e i canapè e il cavallo a dóndolo del Luciano, e il busto in gesso del bisnonno Cavenaghi eternamente pericolante sul suo colonnino a torciglione: e bomboniere, Lari, leonesse, orologi a pendolo, vasi di ciliege sotto spirito, orinali pieni di castagne secche, il tombolo di Cantù della nonna Bertagnoni, rotoli di tappeti e batterie di pantofole snidate da sotto i letti, e tutti insomma gli ingredienti e gli aggeggi della prudenza e della demenza domestica

Saccheggiavano i libri francesi nelle loro biblioteche:

Quanti participii: touché, flatté, blasé, fané, flambé, fouetté, suranné, saccadé, ravagé, démodé, faisandé, délabré, corseté, renversé, désabusé, ratatiné, capitonné, bouleversé, navré… Nonché bien rangé, collet monte, quel toupet, tourniquet, piquet, bouquet, chuchoter, randonnée, grasse matinée, valse chaloupée… E poi, tranchant, servant, revenant, en passant, soi-disant, ci-devant, vol-au-vent, porte-enfant,   clopin-clopant,   grisonnant,   pliant, trau-d’unìon, glissons, asseyons-nous, coup de foudre, pied-à-terre, savoir faire, fou rire, faute de mieux, et patati, et patata…

 

E ancora sotto il controllo degli assensi ingegnereschi, durante le digestioni ancora a tavola: remarque, malaise, migrarne, rancune, amertume, pruderie, disette, charrette, gigolette, bellàtre, caniche, barbiche, corbeille, défaillance, mesaillance, entourage, escamotage, retour d’àge, cauchemar, fard, tuyau, petit-gris, demi-vierges, épaves, dormeuse, armoire-à-glace, à brùle-pourpoint, gaffe, gauche (nel senso di ‘maldestro’), gli onnipresenti potins e trumeaux e « quelle horreur! »… E nella stessa frase, ‘fluendy’: sbarbatlà, sgagnuflà, scapùssà, pastrùgnà, paciùgà, caragnà, ciciarà, nasùstà, vusà, bragia, pacià, barbuta, gnanfà, sciuscià, usmà, sguaità, lùmà, bufa, bastarnà, tananà, tanavèi, gasaghé, belee… Smorbi, sbenfi, spatùss, sgambèrsula, vegiàbul, mugnaga, cucalla, brùgna, e-peu-pù, mavalà, al dì d’incoeu… Scattlada, scalvada, barnasc, pergnocch… Bragalón, garùvlón, luitón, rùsnón, stragión, scavión, scursón, da scundón, carimalón, mutrignón, calsunón, arbión… Biott, crott, baslott, pepiatt, masott, malnatt, magateli, basell, lampett, ciappett  …

Certo: non siamo Giovanni, Shakespeare, Carlo Emilio Gadda. Tuttavia una cosa possiamo fare: prima di premere il tasto Enter e mandare in rete le nostre parole proviamo a respirare più a lungo, a rileggere e a pensare alla responsabilità che ci assumiamo individualmente nel contribuire al brusio delle parole.

L’augurio per il 2010, quindi, è che le parole diventino strumento per ritrovare e costruire relazioni significative.

Buon cammino nel 2010

1 Gennaio 2010

Paolo e Luciana

 

(1)Raffaello Simone, La Terza fase, forme del sapere che stiamo perdendo, Laterza editore, 2000, p. XI

(2)Tullio De Mauro, Capire le parole, Laterza, 1994, p. 146

(3)William Shakespeare, Come vi piace (1600)

Alberto Arbasino, L’ingegnere in blu, Adelphi, 2008, pagg. 23, 24,

Kazuo Ishiguro (2009) Notturni, Einaudi Traduzione di Susanna Basso | TartaRugosa

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Kazuo Ishiguro (2009)

Notturni, Einaudi

Traduzione di Susanna Basso

Non è raro che mi soffermi a pensare alle peculiarità dell’autunno. Ora che siamo a fine settembre, mi viene scherzosamente da dire che questa stagione ha la foga di espiare il senso di colpa provato ad essere zona intermedia tra l’estate e l’inverno.

E’ forse questo il motivo, mi racconto, che tanta dolcezza hanno il colore, la temperatura, il sapore della natura. Ad attutire, o meglio, a lenire le precoci ombre della sera o il tardivo chiarore del levarsi del sole.

E’ tempo di introspezione, di sereno ritiro, in attesa che nel rigore invernale si sciolgano pian piano le riserve estive, affinchè si prepari il giusto spazio per il nuovo risveglio. Chissà se è così che pensano le tartarughe …

Nel frattempo, già il titolo della raccolta di racconti di Ishiguro mi è parso in sintonia con l’umore un po’ melanconico che accompagna questo passaggio stagionale, suffragato dall’incipit del risvolto di copertina: “Il Notturno in musica è una composizione di carattere lirico e melodico, veicolo di atmosfere sognanti e sentimenti ambivalenti e in senso ampio ispirato alla notte”.

I racconti in totale sono cinque e il tema dominante è retto da strumenti musicali, componimenti, autori e brani di musica jazz, esercizi e ricerca di ispirazioni. Per gli intenditori di questo genere, quindi, una vera carezza per occhi e orecchie.

Per me, più ignorante in tema di jazz (del resto anche Paolo Conte canta “Le donne odiavano il jazz, non si capisce il motivo”), il piacere di abbandonarmi al contenuto delle storie e all’atmosfera dolce-amara creata dai relativi protagonisti.

Perché, come spiegavo all’inizio, c’è sempre un languore misterioso nei momenti di transizione, in quella fase in cui è più facile capire ciò che perdi e più complicato mettere a fuoco ciò che cerchi ed accettare che forse non lo troverai mai.

Intendiamoci, non sono storie tristi. Ishiguro sa sempre dove fermarsi per garantire quel giusto mix di partecipazione, identificazione e comprensione delle emozioni in gioco. Alcune situazioni poi  così surreali da rasentare il divertimento. E le rispettive voci narranti ti trattano come un vecchio amico, messo lì ad ascoltare ciò che avviene.

E come spettatore accompagni questi incontri che capitano casualmente e alla cui base ci sta sempre un tormento, un’interrogazione, un sentimento interrotto, un’aspirazione fallita.

Tony Gardner, per esempio, improvvisa una serenata in gondola per Lindy per chiudere degnamente ventisette anni di matrimonio, pur continuando ad amarla. L’attonito chitarrista che gli chiederà il motivo si sentirà rispondere: “Il fatto è che non sono più il grande nome che ero una volta … Potrei lavorare alla mia rinascita … Bisogna essere disposti a tanti cambiamenti, alcuni anche molto difficili …perfino a rinunciare a certe cose che si amano .. Hanno tutti nel letto una moglie giovane. Io e Lindy siamo destinati a renderci ridicoli … Ho già messo gli occhi su una signorina che ha fatto altrettanto con me. Lindy lo sa benissimo”.

Lindy è l’unico personaggio che ritroveremo in “Notturno” alle prese con un lifting rivitalizzante e a contatto, durante la degenza, con Steve, sassofonista di brutto aspetto, il cui nuovo amante della moglie, per rimediare al tradimento, gli paga un intervento facciale ad opera del più famoso chirurgo estetico della città.Obiettivo: che questa operazione lo lanci verso la notorietà. E il produttore non esita a rimarcare la splendida occasione di avere come compagna di clinica proprio Lindy Gardner “Hai presente chi sono i suoi amici? Sai che cosa potrebbe fare per te semplicemente alzando la cornetta del telefono? … Tientela buona, aspetta di avere la tua faccia nuova e le porte si apriranno. Entrerai in serie A, in cinque secondi netti”. L’unico momento d’oro sarà ricevere un trofeo trafugato nottetempo da Lindy e destinato ad un musicista mediocre. Lindy sarà presto dimessa, quanto a Steve non resta che nutrire speranza “Forse ha ragione Lindy … ho bisogno di prospettiva e in effetti la vita è molto di più che amare qualcuno. Forse questa per me è davvero una svolta, e la serie A mi sta aspettando. Forse ha ragione lei”.

Che forse è la stessa speranza del giovane chitarrista presente in Malvern Hills. Mollata l’università, teme il rientro da Londra per dover raccontare come “non avevo raggiunto ogni obiettivo su cui avessi puntato”. La sorella e il suo ristorante diventano un luogo di sicurezza per il tetto sopra la testa e la possibilità di “creare” nuovi pezzi musicali. Un fugace incontro con una coppia di musicisti professionisti svizzeri rinforza la sua idea di “mettere su un gruppo”, nonostante le parole della donna che lo ascolta “Già una vita qualunque riserva tante delusioni. Se poi sogni in grande …”. Ma sognare non costa quanto trovare il finale adatto al brano in corso d’opera.

Più difficile invece mettere ordine in una vecchia coppia di amici che, dopo anni di matrimonio, scoprono segreti e bugie. Ritrovarsi come mediatore paciere significa essere disposti ad inventarsi quanto di più bizzarro esista per sedare umori insolenti, anche a prezzo di scoprire cosa un’amica pensa veramente di te.

Amaro l’ultimo racconto “Violoncellisti”. Non perché l’ungherese Tibor, allievo di Petrovic, si vede “costretto a eseguire musica che detestava e ad arrangiarsi tra sistemazioni o troppo costose o squallide”, ma perché una misteriosa americana – Eloise McCormack – si spaccia per insigne musicista e diventa mentore del “potenziale” di Tibor. “Il fatto è che, sin da quel primo incontro, Tibor aveva provato la curiosità di sentirla suonare, ma la soggezione gli aveva impedito di chiederglielo. Una minuscola puntura di diffidenza l’aveva avvertita solo quando, guardandosi intorno, non aveva visto traccia del violoncello di lei”. Poi la confessione: “Il fatto che io non abbia ancora imparato a suonare il violoncello non cambia niente, in realtà. Deve capire che io sono davvero una virtuosa, solo che devo ancora sbocciare”.

Certo è destino che non sapremo mai cosa succederà dopo ogni punto che chiude il racconto. Ma è bello sapere che si può accarezzare un sogno e che ad ogni notte, comunque vada, subentra sempre il giorno.

CARLO RIVOLTA interpreta ALBERTO VIGEVANI, al Castello di Pomerio di Erba l’11 novembre 2006

Credo sia opportuno conoscere qualche dato di contesto. Queste registrazioni sono state raccolte ad un convegno locale che si è svolto al Castello di Pomerio di Erba l’11 novembre 2006 ed organizzato da Centro Gadda di Longone al Segrino.
Il lavoro culturale di Carlo Rivolta era questo: mettersi al servizio degli autori e dei testi in situazioni associative di questo tipo.
Per lui era importante la richiesta del “committente” e il tipo di pubblico che sarebbe intervenuto.
Era profondamente interessato a creare un articolato rapporto fra autore, testo e lettori in ascolto.
E così anche un autore così particolare come Alberto Vigevani (un intellettuale organizzatore di biblioteche e di librerie bibliofile) veniva fatto risplendere nella sua prosa carica di tensione biografica.
In questi testi e nella risonanza che ne sa esprimere Carlo Rivolta si sentirà come Marcel Proust ha segnato la letteratura del primo novecento.

rivolta

CARLO RIVOLTA interpreta GIUSEPPE PONTIGGIA, Erba 14 giugno 2006

 

Grandi scrittori
I grandi scrittori sono in continuo aumento
Quelli che scarseggiano sono gli scrittori.
Giuseppe Pontiggia, Prima persona, Mondadori2002

 

 

Domani saranno due settimane dalla morte di Carlo rivolta, attore (1943-2008, 65 anni).

Nel corso degli ultimi anni (purtroppo solo dal 2004) ho registrato alcune sue interpretazioni e letture.

Il 14 giugno 2006, a Erba (Como), lesse alcune pagine di Giuseppe Pontiggia (1934-2003, 69 anni).
Il luogo era suggestivo: Il Castello di Pomerio.
La situazione di memoria era particolarmente emozionante: Pontiggia era morto nel 2003
 e in sala c’erano la moglie ed il figlio da lui raccontato nel libro Nati due volte.
Lo stile letterario di Pontiggia e la sua  nitida e precisa scrittura che tratteggia due biografie locali vengono fatti risuonare dalla voce di Rivolta in questo modo:

  1. Corridoni Alfredo viene alla luce alle due di notte a Erba il 5 aprile 1988. E’ secondogenito …
  2. Ghioni Ludovico nato in una notte di pioggia il 19 novembre 1905 nella campagna di Pontelambro …