Darko Pandakovic, ARCHITETTURA DEL PAESAGGIO VEGETALE, edizioni Unicopli – Dipartimento di Progettazione dell’Architettura, 2004 (prima edizione 2000) – da Coatesa sul Lario e dintorni

Darko Pandakovic, ARCHITETTURA DEL PAESAGGIO VEGETALE, edizioni Unicopli – Dipartimento di Progettazione dell’Architettura, 2004 (prima edizione 2000)

Darko Pandakovic, ARCHITETTURA DEL PAESAGGIO VEGETALE, edizioni Unicopli – Dipartimento di Progettazione dell’Architettura, 2004 (prima edizione 2000) – Coatesa sul Lario e dintorni

Blanco Luigi, Giorgi Andrea, Mineo Leonardo, Costruire un’Università. Le fonti documentarie per la storia dell’Università di Trento (1962-1972), Il Mulino, 2011

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Blanco Luigi, Giorgi Andrea, Mineo Leonardo, Costruire un’Università. Le fonti documentarie per la storia dell’Università di Trento (1962-1972), Il Mulino, 2011 – MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e nei SERVIZI

Il libro delle case, di Andrea Bajani, Feltrinelli, 2021

l’incipit de «Il libro delle case» di Andrea Bajani (Feltrinelli, pp. 256, euro 17): la storia di un uomo – chiamato Io e raccontato in terza persona– attraverso le abitazioni in cui ha vissuto.

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https://www.lafeltrinelli.it/libri/libro-case/9788807034336?productId=9788807034336

Casa del sottosuolo, 1976
La prima casa ha tre stanze da letto, un soggiorno, una cucina e un bagno. La stanza da letto dove dorme il bambino, che per convenzione chiameremo Io, è in realtà uno sgabuzzino con una brandina. È un po’ umido, come del resto tutta la casa. Non ha finestre ma è confortevole ed è vicino alla cucina. L’acciottolio delle stoviglie, il toc toc regolare del coltello sul tagliere, il getto d’acqua prolungato nel lavello sono probabilmente tra i primi ricordi di Io, anche se non se ne ricorda. Così come non ricorda il tonfo ammorbidito dello sportello del frigorifero che si chiude, o la resistenza a strappo di quando viene aperto. È la piccola polifonia della cucina: percussioni di metalli con contrappunti di ceramica, getti idrici, ronzio del frigo, la ventola della cappa sopra i fuochi.

La casa è sotto il livello della strada. Per accedere all’appartamento bisogna scendere al primo piano sotterraneo prendendo per una scala a spirale, oppure utilizzando l’ascensore. L’odore che si respira nell’androne, da cui parte una striscia di tappeto rosso che si avvia verso le scale, è molto diverso da quello che si respira al piano sotto, dove l’umidità ha diffuso per l’ambiente un sentore di cantina. Le cantine, del resto, sono allo stesso livello dell’appartamento di Io, insieme a due porte in legno massiccio, oltre le quali vivono famiglie imprecisate.

La Casa del sottosuolo non è però tutta sotto il livello della strada. La sala da pranzo, la cucina, il bagno e le camere da letto affacciano infatti su due cortili interni. Sala, cucina e bagno su un lato, le camere sull’altro. I cortili interni, o giardini di cemento, sono incassati in mezzo a una serie di condomini a cinque o sei piani costruiti negli anni cinquanta e sessanta del Millenovecento.

Uscendo in cortile non si può che alzare il collo. La nonna di Io — d’ora in avanti Nonna — ogni mattina compie la medesima procedura: esce, distende il collo e guarda in verticale fino al cielo per vedere che tempo fa. Poi rientra.

Stando dentro la Casa del sottosuolo si ha l’impressione che fuori sia sempre nuvoloso. Le finestre che affacciano sui due giardini di cemento non sono sufficienti a far arrivare il giorno nelle stanze. Per questo nella casa si entra accendendo un abat-jour in corridoio.

In quell’oscurità Io compie i suoi primi movimenti. Gli oggetti e il mobilio spingono le loro ombre sul pavimento, sconfinano, allagano l’appartamento; salgono sui tavoli, sui davanzali, sulla cesta di frutta di ceramica sempre esposta al centro della tavola. Io impara a muoversi tra quelle ombre, a calpestarle, a esserne travolto. Gattonando per la casa, a volte scompare dentro un’ombra, o lascia fuori solo una mano, oppure un piede, che se ne stanno abbandonati nel chiarore: Io viene fatto a pezzi dall’oscurità, lascia pezzi di sé sopra il tappeto.

Nella Casa del sottosuolo le luci vengono spente soltanto per dormire o quando si va via: lo spazio viene riconsegnato al buio, suo elemento naturale. Quattro mandate, vociare per le scale e poi silenzio. Le ombre a quel punto si sfilano dagli oggetti per intero, si buttano sul pavimento, sottomettono ogni centimetro, conquistano la casa.

© Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano. Prima edizione ne «I Narratori», febbraio 2021.

Concita De Gregorio su la Repubblica: «L’autore del Libro delle case (Feltrinelli), Andrea Bajani, ha lavorato molti anni a riscattare dalla memoria – chissà che pegno ha pagato – la geografia delle case che in due-tre pagine per una ci riporta. Foto di un momento, costate anni: […] Casa di materasso, coi nomi degli studenti scritti a penna sul citofono, e Casa dell’armadio, dove vivono Moglie con bambina, moglie che ancora non è moglie ma è già madre, e Casa di Parenti, e Casa della Radio. Casa di Poeta, dove qualcuno ha staccato le spine della tv perché la madre non veda la carneficina del figlio, e Casa di Prigioniero, dove ora vive una donna che dorme nella stanza che fu del Politico una cella, una nonna che lì dove resta sul parquet l’impronta di un muro accoglie i nipoti a giocare. Casa dell’adulterio è una stanza sola, e sono tornata cento e mille volte in questi giorni dentro quella stanza, la porta chiusa sul resto della casa coniugale inviolabile, abitata da Famiglia. C’è stato un tempo, molti anni fa, in cui frequentavo una Casa che nel silenzio delle sere interrogavo: cosa sai tu? cosa hai visto? Di quanti pensieri e lacrime e gemiti e risate sei custode? Di quanti segreti: dimmi. La casa – “i muri i battiscopa i letti i comodini, i pensili in cucina”, scrive Andrea, che oggi vive a Houston – è una testimone che ci guarda in silenzio. Ci entriamo, ci spogliamo della visione che vogliamo dare agli altri. Solo la casa ci conosce».

BIOGRAFIE DI NINA SIMONE, frammenti ricercati nel passato


Nina Simone: biografia nel sito di Boscarol  Link

David Brun – Lambert, Nina Simone : Une vie, Editons Flammarion, Paris 2005


70s FLOWERS 2005
Provincia di Pesaro e Urbino
dal 19 agosto al 29 settembre

Sabato 3 settembre, Pennabilli

NINA SIMONE 

Da ragazza, rivela attitudine e passione per il piano classico, talento che poi riversa nella black music (e non solo), mostrando, anche nella scelta del nome, di voler sfuggire a ogni etichettatura. Orgogliosa di essere nera, con Young, Gifted and Black, canzone scritta in tributo a una drammaturga e militante afroamericana, Nina Simone delinea le proprie qualità di donna e interprete. Problematica e viscerale, quanto determinata e impegnata nelle rivendicazioni femminili, civili e razziali, esprime un¹arte interpretativa complessa e affascinante: dotata di voce particolare, maestrìa pianistica e originalità compositiva, rimodella stilisticamente qualsiasi repertorio jazz, blues, gospel, folk, pop e rock.

Gianni Del Savio 

ore 17.00 – Cinema Gambrinus IL FILM  Wattstax, di Mel Stuart, 1973 (in inglese)

Introduzione di Gianni Del Savio

ore 18.30 – Centro storico IL CONCERTO DEL POMERIGGIO

Blues Company in concerto 

ore 21.30  – Teatro  Vittoria L’INCONTRO 

Gianni Del Savio presenta NINA SIMONE 

Gli ospiti Guido Giazzi (giornalista, direttore della rivista “Vinilmania”) e Laura Fedele (musicista) 

Voce recitante  Lucia Bianchi 

ore 23.15  –  Piazza Vittorio Emanuele II IL CONCERTO TRIBUTO

Laura Fedele in concerto Nina Simone Tribute

con Laura Fedele (voce)

Marco Castiglioni (batteria)

Stefano Dall’Ora (contrabbasso) 

Dal pomeriggio, nel centro storico, mostre mercato e stands eno-gastronomici

In collaborazione con Comune di Pennabilli, Pennabilli Chiama e le Associazioni Giovanili del Territorio


LAURA FEDELE IN TRIO

INDEPENDENTLY BLUE: le canzoni di Nina Simone

Laura FedeleStefano Dall’OraMarco Castiglioni

Ciò che mi ha attrae e mi spinge ad esplorare il mondo di Nina è soprattutto l’eterogeneità, oltre che la bellezza, del repertorio che la cantante pianista ha scelto di abbracciare nel corso della sua carriera. Mi entusiasmano le sue scelte stilistiche così particolari, equel pizzico di “follia” con cui lei passava dallo swing a Breil, dal gospel alle canzoni “leggere”, da Gershwin a Weill. Senza porsi limiti di sorta, lasciando via libera alla fantasia e alla curiosità di esplorare generi diversi. E io, che vedo le restrizioni puristiche come un paio di scarpe troppo strette, non posso che condividere questo percorso artistico. In particolare, amo le atmofere ipnotiche che Nina sapeva creare, con quegli arrangiamenti ritmici ed essenziali che, in fondo, erano un po’ il suo marchio di fabbrica.
“Mississipi Goddam”, “Lilac wine”, “See-line woman”, sono alcuni dei brani che ho scelto. Oltre, naturalmente, a “Four women”, da sempre nel mio repertorio.Le recensioni per Indipendently blue, le canzoni di Nina Simone  

Buscadero
maggio 2005

Gianni del Savio

Registrato dal vivo nell’ottobre del 2004 all’Auditorium Demetrio Stratos di Radio Popolare, l’album, come recita il sottotitolo – Le canzoni di Nina Simone – è un ispirato tributo alla grande artista afroamericana. Laura Fedele (piano e voce) è riuscita nel difficile intento di dare un pregevole tocco personale a brani noti o meno – alcuni standard, altri scritti dalla stessa Simone – evitando la facile via della pedissequa cover che rimane su binari già percorsi. Alcuni sono brani difficili, con possibili confronti da far tremare le gambe, ma lei sa come utilizzarne l’essenza e li modella a modo suo, virandoli spesso verso il jaz, jazz-blues e relative sfumature e improvvisazioni, forte di duttilità vocale e strumentale, con classe e capacità comunicativa. Impeccabili anche Stefano Dall’Ora (contrabbasso) e Marco Castiglioni (batteria), nel creare sonorità adeguate alle varie esigenze espressive: toni intimisti, drammatici, gioiosi, descrittivi.

Inizia con uno degli standard simoniani più impegnati, Mississippi Goddam, scritto sotto la bruciante cronaca dell’assassinio, nel ’63, di quattro bimbe in una chiesa (bomba, signori!) in Alabama, e quello di un militante dei diritti civili in Mississippi. Laura maniene l’accelerazione originale (velocità esecutiva dettata forse anche dalla necessità di scaricare di getto la rabbia), dando grande prova della capacità rielaborativa di materia difficile.

Poi nella più articolata Lilac Wine (e in Wild Is The Wind), ispirata anche alla versione di Jeff Buckley, la Fedele mette in piena luce la bellezza della sua voce e dell’essenzialità pianistica, mentre nell’intenso Backlash Blues (scritto dalla Simone insieme al grande poeta Langston Hughes), risaltano anche i colori più intensi del basso e la misura della batteria che, soprattutto nella seconda parte, offrono begli sganciamenti dagli schemi originari.

Altro tema forte è Four Women (ritratto orgoglioso di quattro diverse figure femminili nere) e il clima sonoro si fa meditato, intenso, intimista, attendamente descrittivo (ancora benissimo contrabbasso, batteria e piano anche nel lungo intermesso strumentale), con finale in ascesa anche drammatica, tensione che non caratterizza lo scintillante swing dello standard Love Me Or Leave Me. Eric Burdon s’innamorò di Don’t Let Me Be Misunderstood (portandoselo dietro per anni) e se l’originale è praticamente inarrivabile, Laura ne fa un’eccellente versione con bella e articolata dinamica vocale, chiudendo il concerto con Just Like e Woman – una delle tante appropiazioni autorali di rango della Simone – forte anche di una brillante linea pianistica, che offre un’ulteriore chiave di lettura al grande tema di Dylan. Un credito non da poco, nella carriera della Fedele.

Laura Fedele
Independently Blue
Le canzoni di Nina Simone
Auditorium

Sentito omaggio a Nina Simone da parte della jazz singer genovese

È stato registrato lo scorso autunno presso l’Auditorium Demetrio Stratos di Radio Popolare a Milano il primo cd live di Laura Fedele. La brava jazz singer genovese, che di recente si era cimentata in un progetto (Pornoshop) ispirato all’arte di Tom Waits, propone un altro caloroso tributo. Questa volta, il soggetto è un’autentica regina della musica, la favolosa Nina Simone, scomparsa in Francia poco più di due anni fa, il 21 aprile 2003.

“Dei numerosi talenti di Nina Simone” ha dichiarato Laura “ho sempre ammirato, se non addirittura invidiato, la formidabile versatilità. La sua capacità di calarsi in mondi musicali diversi, di suonare stili spesso lontani tra loro, mi ha sempre intrigato. Anche perché anch’io, nel mio piccolo, sono rimasta affascinata da cose diverse nel corso della mia carriera e ho sempre detestato l’idea di rimanere confinata in un unico ambito”.

Sono nove le canzoni del variegato repertorio della Simone che Laura ripropone nella classica, minimalista versione del trio piano, contrabbasso (Stefano Dall’Ora), batteria (Marco Castiglioni). Alcune delle quali non propriamente strafamose come la coinvolgente Backlash Blues che Laura interpreta con convinzione ed eccellente pertinenza stilistica.

E se, con un’inevitabile menzione per Jeff Buckley, non può mancare un’accorata cover di Lilac Wine, altrettanto si può dire di My Baby Just Cares For Me, uno dei cavalli di battaglia della cantante della North Carolina. Piace molto Laura nell’interpretazione elegante di Four Women e in quella altrettanto efficace di Don’t Let Me Be Misunderstood, davvero riuscitissima e piena di blues.

Chiude il lavoro una bella versione di Just Like A Woman, intelligente omaggio a tutte le donne in musica.

Ezio Guaitamacchi






E’ morta Nina Simone

Il 21 aprile 2003, Nina Simone, riconoscibilissima cantante del jazz e del blues, è morta nella sua casa di Carry-le-Rouet, Francia, vicino Marseille. Il suo manager, Clifton Henderson, ha comunicato che era malata da tempo ma non ha specificato alcuna causa relativa alla morte.
Il suo vero nome era Eunice Waymon ed era nata il 21 febbraio 1933, a Tryon, N.C.. E’ cresciuta cantando in un coro di chiesa e studiando piano col quale spesso si accompagnava. Ha poi studiato alla Juillard  School ma poi si trasferì a Philadelphia.
Sempre in prima fila per la difesa dei neri: emblematico il brano “Mississippi Goddam”, dura risposta all’omicidio dell’avvocato dei diritti civili Medgar Evers, “Young, Gifted and Black” e “Four Women” sulla sofferenza delle donne africane.
Nota al grande pubblico per interpretazioni di brani come “I Love You, Porgy” ma soprattutto per “My Baby Just Cares For Me”, ha avuto uno stile inconfondibile derivato da influenze soul, rhythm & blues, blues oltre che jazz. Grandi cantanti come Aretha Franklin e Roberta Flack, hanno sempre dichiarato di essersi ispirate a lei. Lei stessa afferma, nella sua biografia “I Put a Spell on You”: “Dovrei essere considerata una folk singer perchè ci sono più folk e blues che jazz nel mio modo di cantare e suonare.


È morta Nina Simone

Grandissima interprete afroamericana, è stata la voce jazz della protesta nera degli anni ’60-’70

All’età di settant’anni è morta a Carry-le–Rouet, nel sud della Francia, dopo una lunga malattia, Nina Simone, una delle cantati afroamericane più importanti del Ventesimo secolo.
Nata a Tryon (North Carolina) con il nome di Eunice Kathleen Waymon, fin dall’età di quattro anni inizia a suonare il pianoforte con il sogno di diventare una concertista di musica classica, ma l’America razzista degli anni ’30 e ’40, la obbligarono a cambiare i suoi piani. Divenne, così, insegnante e successivamente accompagnatrice delle lezioni di canto all’Arlene Smith Studio di Philadelphia. Bisogna arrivare fino al 1954 per vederla esordire davanti al pubblico in un locale di Atlantic City. Poco dopo inizia anche a cantare e da allora comincia la sua straordinaria carriera di vocalist: da Bertolt Brecht/Kurt Weill a George Gershiwin, da Jacques Brel ai Beatles, da Cole Porter agli Animals, Nina Simone, si costruisce con gli anni un repertorio che spazia in tutti i generi della ‘popular music’ (e non solo). Il suo successo maggiore lo ebbe con il brano My Baby Just Care For Me .
Schierata in prima linea negli anni del Black Pride (scrisse contro la disuguaglianza razziale la durissima Mississippi Goddam ), ebbe molti problemi con la giustizia statunitense per la sua militanza e per essersi rifiutata di pagare le tasse per protesta contro la guerra in Vietnam. (r.s.)


Addio a Nina Simone, grande regina del soul

Eunice Kathleen Waymon era il suo vero nome. È stata una delle voci più personali della musica popolare americana.Ha inciso decine di album. Nel suo repertorio Brecht e Weill, Brel, Gershwin, Cole Porter, ma anche i Beatles e gli Animals
di ERNESTO ASSANTE

ROMA – Nina Simone, una delle più grandi cantanti afroamericane del Ventesimo secolo, è morta ieri, all’età di settant’anni. Da molto tempo viveva nella Francia meridionale. La sua è stata una delle voci più personali della musica popolare americana, quella di una autrice ed interprete che, senza aderire alle mode, alle tendenze del mercato, marcando sempre la sua assoluta e testarda indipendenza, ha attraversato mezzo secolo di musica con incredibile forza.
Eunice Kathleen Waymon, era nata il 21 febbraio del 1933 a Tryon, nel Nord Carolina, sesta di otto figli ed aveva mostrato subito il suo prodigioso talento musicale, suonando il pianoforte e cantando in chiesa. La madre la spinse sulla strada della musica e Eunice per mantenersi agli studi alla Julliard School of music di New York (rara opportunità per una ragazza di colore negli anni ’50), iniziò a suonare nei club di New York. Pian piano iniziò a mettersi in luce, sviluppando uno stile vocale personalissimo.

Le prime incisioni della giovane cantante e pianista sono della fine degli anni Cinquanta ma ci vuole poco alla Simone per arrivare addirittura a scalare le classifiche di vendita con una splendida versione di “I love you Porgy” di George Gershwin. Non erano le classifiche, comunque, l’obiettivo della sua carriera ma la musica, tutta la musica, con la quale viveva, respirava, comunicava con il mondo intero. E mentre nel mondo si affermavano il rock’n’roll, il ryhthm’n’blues, il cool jazz, lei iniziava quello straordinario percorso musicale, obliquo e singolarissimo, che l’ha portata a dominare le scene per oltre cinquant’anni. Il jazz è stato uno degli elementi importanti del suo repertorio, così come il blues, gli spirituals, il folk, le canzoni della grande tradizione americana e internazionale, mescolate insieme con uno spirito, una passione ed una forza comunicativa davvero uniche.

Regina del “soul”, quindi, capace di trasformare jazz, pop e canzone in musica dell’anima, di cantare e suonare brani suoi o di altri in maniera originale, Nina Simone ha registrato le sue cose migliori alla metà degli anni Sessanta, quando la sua energia e la sua tenerezza trovarono un magico equilibrio, sostenendo le sue interpretazioni con uno stile pianistico che non era secondo a nessuno.

Negli stessi anni Nina Simone si schierò in prima linea nelle battaglie per i diritti civili, scrivendo alcune canzoni diventate memorabili, come la durissima “Mississippi Goddam”. Prolifica come pochi (tra gli anni ’60 e ’70 ha inciso diverse decine di album), Nina Simone ha avuto nel suo repertorio bellissime interpretazioni di Brecht e Weill, di Jacques Brel, di George Gershwin e Cole Porter, ma anche dei Beatles, degli Animals. Poteva cantare non tutto ma di tutto, e rendere ogni canzone una “sua” canzone, così come fece con la leggendaria “My baby just cares for me”, scritta da altri. Ma anche alcune delle sue composizioni sono passate alla storia, come la bellissima “Young, gifted and black”, portata al successo da Aretha Franklin.

(22 aprile 2003)

Dopo numerosi album di black music ispirata al jazz, l’artista nel 1964 prende la strada della canzone di protesta e scrive “Mississippi Goddam!”, dedicata all’uccisione di un leader dei diritti civili e di quattro ragazzi di colore in due diversi attentati. Il pezzo diventa uno dei momenti-chiave dei suoi concerti e spinge la Simone a insistere su quella via; dal 1966 al 1969 vengono ancora “Four women”, ritratto di quattro donne nere, “I Wish I Knew (How It Would Feel To Be Free)”, “Why? (The King Of Love Is Dead)”, ispirata all’assassinio di Martin Luther King, e “Revolution”.

L’atteggiamento dell’artista nei confronti del pubblico spesso provocatorio, contribuisce provocarle molte antipatie; la sua musica, poi, non e’ quasi mai di facile consumo, al confine tra il blues, il jazz, il soul, il folk e il pop, con riferimenti anche alle radici della musica africana. Nel suo repertorio, tra l’altro, personali versioni di “Don’t Let Me Be Misunderstood” e “I Put A Spell On You” accanto a temi di Dylan, Cohen, Brel, Seeger, Bee Gees; tutto e’ modellato secondo il suo inimitabile stile, con essenziale gioco pianistico e una canto legato al gospel e al jazz-blues, non privo di ironia e aggressivita’.

L’attivita’ di Nina Simone e’ prevalentemente concertistica e, di conseguenza, la discografia comprende diversi, significativi album live. Black Gold (RCA 1970 USA) ha una splendida sequenza di brani di varia origine mentre in Emergency Ward! (RCA 1972 USA) Nina punta soprattutto sul repertorio di George Harrison, aggiungendo parole sue a “My Sweet Lord” (cantata in coppia col fratello Sam Waymon) e “Isn’t a Pity”. Dopo un ottimo It Is Finished (RCA 1974 USA) che contiene “The Pusher” (Steppenwolf), nel 1974 la Simone abbandona per qualche anno il mondo discografico, lasciando poche notizie di se’. Ritorna nel 1978 con un album brillante, che prende il titolo da una celebre canzone di Randy Newman. Poi, salvo qualche sporadico concerto, si eclissa di nuovo, fino agli ’80.

Nel 1987, grazie anche ad uno spiritoso video clip, la Simone torna prepotentemente nelle classifiche inglesi con “My Baby Just Cares For Me”, una sua incisione di quasi trent’anni prima. L’interesse suscitato anche nel nostro paese dal “nuovo” hit (che rimane peraltro episodio isolato) la porta sulla scena a Milano (novembre 1988), dove ottiene buoni consensi di pubblico e critica. Nel frattempo si moltiplicano antologie e ristampe dei suoi dischi. Nel 1989 la Simone e’ coinvolta nel progetto Iron Man di Pete Townshed e torna in studio per il controverso Nina’s back (Jungle Friend 1989 GB).

Grandissima interprete di un repertorio di difficile collocazione (infatti si contano riletture del suo songbook da parte di artisti di varia estrazione come Mary Coughlan e Nick Cave), comunque sempre orientato tra blues e jazz, Nina Simone (n. 1933, USA, vero nome Eunice Wymon [sic]) negli ultimi anni diminuisce di molto le sue apparizioni pubbliche, selezionando solo gli inviti piu’ prestigiosi. Dopo i fasti degli anni Sesssanta, torna al successo su vasta scala nel 1987 con la riedizione [sic] della famosa “My Baby Just Cares for Me”, che in poco tempo scala le classifiche britanniche. Tale evento comunque non contribuisce ad aumentare la sua attività discografica, e infatti per un nuovo lavoro bisogna attendere il 1989 con Nina’s Back,del resto accolto in maniera contrastante, poi seguito da Live & Kickin’, performance live peraltro registrata qualche anno prima al Circle Theatre di San Francisco, dove la Simone spazia in un vasto repertorio che cita, fra gli altri, Bessie Smith (“Sugar in my Ball” [sic]) e George Gershiwn (“Porgy”). Finalmente nel 1993 giunge A Single Woman, album di studio segnato da un tono easy listening che porta la cantante ad affrontare arrangiamenti fin troppo levigati e di maniera.


Enciclopedia Rock. Anni 60 (Arcana, 1985)
Enciclopedia Rock. Anni 70 (Arcana, 1987)
Enciclopedia Rock. Anni 80 (Arcana, 1989)
Enciclopedia Rock. Anni 90 (Arcana, 1997)


Addio a Nina Simone, voce jazz del “Black pride”
Si è spenta in Francia dopo una lunga malattia, Nina Simone, grande interprete jazz e soul degli anni Sessanta e Settanta. Fu interprete di Gershwin e Brel ma fu anche una “pasionaria” contro il razzismo in Usa
PARIGI – E’ morta a Carry-le–Rouet, nel sud della Francia, dopo una lunga malattia, Nina Simone, 70 anni compiuti lo scorso 21 febbraio. Al secolo Eunice Kathleen Waymon, fu una grande artista jazz (interprete anche di Gershiwn) e soul ma fu a lungo impegnata anche nelle battaglie civili e si fece portavoce del Black pride , pasionaria contro la disuguaglianza razziale. Anzi, dopo aver vissuto una vita negli Usa, lei che era nata nella Carolina del Nord, e dopo aver cantato canzoni di protesta contro il razzismo americano come Mississippi Goodman e To be Young, Gifted and Black, nel 1973 Nina decise di trasferirsi prima in Africa e poi in Europa. “Come persona di colore ho pagato un prezzo salato per combattere l’establishment”, diceva. Nel 1998 aveva detto durante un’intervista: “Oggi la disuguaglianza sociale in Usa è peggio di prima”.

Anche la sua carriera di musicista fu condizionata dal colore della pelle: suonava pianoforte dall’età di 4 anni e avrebbe voluto fare la concertista classica ma l’essere afro-americana glielo impedì. Così nel 1954 iniziò a cantare il jazz accompagnandosi con il piano. Il picco del successo lo raggiunse negli anni Sessanta e Settanta. Tra i suoi pezzi, famoso “A single woman” e, dopo aver incontrato la musica di Brel a Parigi, le riletture di Ne me quitte pas e poi Il faut savoir.(22 APRILE 2003, ORE 8:45)

Nata Eunice Waymon nel 1933 da una predicatrice del North Carolina, la cantante diventa Nina Simone nel 1959 quando coglie il suo primo successo con una smorzata e dolente versione di I loves you Porgy di Gershwin. L’ecletticità del repertorio, la tonalità scura e fremente del canto e il suggestivo accompagnamento del piano che ha imparato a suonare quando aveva otto anni, la fanno notare. Ma Nina Simone non è un personaggio facile: scontrosa nella vita come in scena, personalissima e “difficile” anche quando esegue gli standard più banali, è la classica artista di culto. 

Questo ottimo greatest hits propone dieci brani memorabili, che danno modo di assaporare le sue rare doti di interprete, il suo contralto maestoso e minaccioso, sottilmente malinconico o sarcastico. Pirate jenny e I loves you Porgy ci sono, assieme al palpitante gospel Sinnerman, all’afrobeat See-line woman, al classico del rock Don’t let me be misunderstood (la sua esecuzione, a onta di un’orchestrazione pomposa e datata, è da far diventare verde per l’invidia Joe Cocker), al magniloquente country di Van McCoy Break down and let it all out, al tema da film Wild is the wind reso con intenso trasporto e al sinistro gioiellino I put a spell on you di Screamin’ Jay Hawkins. Ma pezzi forti sono due composizioni di Nina Simone, Mississippi goddam che dietro l’andamento della cabaret-song nasconde un testo sferzante (<<Ho i cani alle calcagna/Qui le scolarette sono in prigione/ Un gatto nero mi attraversa la strada/Accidenti al Mississippi e all’Alabama>>) e l’inarrivabile Four Women, ritratto di quattro donne nere sconfitte dalla vita che fa venire i brividi. 

Artista essenzialmente live, Nina Simone ha inciso decine di album eccellenti. Negli anni ’60 vanno ricordati almeno Forbidden fruit (Colpix, 1961), Sing Ellington (Colpix, 1963), In concert (Philips, 1964), Broadway-blues-ballads (Philips, 1964) Sings the blues (Philips, 1967) e To love somebody (Rca, 1969). Degli anni ’70 sono degni di nota Black gold (Rca, 1970), Heres comes the sun dedicato al repertorio di George Harrison (Rca, 1971), Pure gold (Rca, 1978) e Baltimore (Cti, 1978). Recente è il buon live Let it be me (Verve, 1988) che a dispetto della precaria forma fisica (leggi: alcool) la vede ancora interprete apprezzabile. Artista difficile da catalogare, Nina Simone incorpora nel suo canzoniere, oltre ai classici della black music, autori come Bob Dylan, Randy Newman, Leonard Cohen e Jacques Brel. 

Roberto Casalini, Paolo Corticelli, Oscar Mondadori 1989 


da L’Unità:

Misteriosa, inavvicinabile, eclettica. Nina Simone adesso è eterna. La grande cantante e pianista americana è morta domenica, il giorno di Pasqua, nella sua patria d ‘ elezione, la Francia. Aveva compiuto settant ‘ anni a febbraio. Settant ‘ anni di grande arte senza maestri. Forse, lei, senza saperlo, è stata una delle ultime grandi maestre del jazz, anche se in pochi, almeno finché è vissuta, erano disposti a riconoscerglielo. Adesso, forse, come spesso accade, Mina entrerà nel mito. Sebbene, a ben guardare, lo è da sempre, da quando incise quella versione di My Baby Just Care for Me. Un icona musicale entrata nel cinema, nella pubblici­tà, un po ‘ come la smorfia esagerata di Louis Armstrong.

Eppure molto presto, in quella ragazza non bella venuta a New York della Carolina del Nord all ‘ inizio degli anni Cinquanta, si era vista brilla­re la fiamma del genio. Si chiamava Eunice Kathleen Waymon, più tardi sarebbe diventata Nina Simone. Imbrociata, studiosissima, quasi virtuo­sa sul pianoforte. I suoi genitori frequentavano la Chiesa Metodista, l ‘ avevano educata alla musica. A quattro anni suonava già il pianoforte e qual­che anno dopo si divertiva all ‘ organo. Quando si iscrive alla prestigiosa Julliard School di N ‘ ew York è un piccolo prodigio. Ma è la voce, che emergerà di lì a poco, lo scrigno magico che le permetterà di spiccare il volo. Uno strano contral­to, il suo, dal timbro scuro come tabacco, caldo, possente, senza apparenti modelli. Un inesorabi­le senso per il blues, che veniva dritto dalle sue origini familiari ma che nello studio si era evolu­to in forma tutta sua. Quel modo un po ‘ barocco di porgere le frasi, sia sul pianoforte – che poi, nella maturità, sarà ridotto all ‘ essenziale. Ma so­prattutto nel canto, declamatorio, quasi recitati­vo, enfatico, eppure internissimo, struggente. E ‘ Atlantic City, quella che l ‘ america di allora consi­derava la capitale del vizio, a vederla debuttare, come pianista, nel 1954. E per caso, sollecitata dal pubblico, Nina si mette a cantare. Caso stra­no, è lo stesso destino che, qualche anno prima, era toccato a Nat King Cole. Sofisticato, lezioso, elegante pianista che però avrebbe trovato il suc­cesso cantandosi i pezzi da sé e non più accompa­gnando gli altri. Nat Cole che fu, per altro, tra i modelli più tardi confessati di Nina Simone. Quello di Atlantic City non è ancora il successo, ma è l ‘ inizio di una attività che, poco a poco, incalza. Fino al 1957, anno in cui, a New York, quella che ormai tutti conoscono come Nina Si-mone, inizia a registrare dischi con l ‘ etichetta Bethlem. E il primo grande successo glielo regala George Gerswhin. La sua è infatti una magnilo­quente, per nulla sentimentale versione di / lave you Porgy, la struggente ballata di Porgy and Bess che, nello stesso periodo, stava rileggendo in mo­do altrettanto nuovo anche Miles Davis. Il suo modo di intepretare i song è aspro, lontano dall ‘ elegia delle grandi colleghe che in quella fase storica spadroneggiano, soprattutto Sarah Vau-ghan, alla quale, in modo errato, Nina viene para­gonata. Non per le doti vocali, bensì per il tempe­ramento vulcanico, estremamente infiammabile. Un caratteraccio, insomma, che comincia a con­dizionarne la carriera. Storie, spesso leggende co­minciano ad accompagnarla. E ‘ un fanstama,

uno spettro che la segue, talvolta non completa­mente irreale, che l ‘ accompagna fino alla morte. Fino a che, negli Sessanta, infatti, abbandona gli Stati Uniti. Prima sceglie le isole Barbados, poi, grazie all ‘ amicizia con la grande cantante sudafri­cana Miriam Makeba, compie anche lei il «gran­de ritorno» in Africa, scegliendo la lontana, diffi­cile Liberia. E poi, siamo già negli anni Settanta, trova nel sud della Francia, lontana mille miglia dal business musicale, la sua vera patria d ‘ adozione. Nel frattempo ha fatto altri dischi e ha soprattutto allargato il suo repertorio, non solo al blues delle origini, ma anche a canzonieri lontanissimi dal jazz come quello di Bob Dylan. Gli anni Settanta, eprò invece di essere quelli del raccolto, sono forse quelli più diffìcili per la cantante. Viene accusata di frode fiscale negli Stati Uniti: si allontana dalla musica, le sue uscite si diradano. Nelle interviste sputa fuoco contro tutto e tutti. Anche sui francesi che l ‘ hanno accol­ta. «Sono terribili – dichiara in una di queste -anche se mi amano molto. E soprattutto mi ri­spettano». E qui, seduta al piano, in rari, raccoltis­simi concerti, le escono nuovi gioielli, che testi-

moniano di una curiosità culturale unica, come la meravigliosa versione di Ne me quittes pas di Jaquel Brel, autore per il quale nutre una sincera venerazione. E ‘ il lato profondamente umano di questa enorme cantante, di questo temperamen­to sanguigno, di una questa voce larga come un cielo aperto. Una voce oggi tutta da riscoprire e da assaporare.


I suoi squarci di blues ai limiti estremi del cuore

Francesco Màndica

Eravamo tanti, seduti, un po’ impettiti, un po’ impauriti, perché meno di un anno fa fece la sua comparsa, un’ultima volta, Nina Simone per un concerto nel nuovo auditorìum di Roma.

In una strana conferenza stampa, a metà fra il bordello e l’esame di maturità, Nina Simone era attorniata da lacchè e una specie di famìglia allargata, in una apoteosi matriarcale continuava a sventolarsi con il suo bastone-ventaglio, fumava con ingordigia, beveva qualcosa di troppo forte per quell’ora, pretendeva domande intelligenti, a cui molto spesso non dava risposta. Pretendeva di essere chiamata Doctor Simone perché per una nera come lei avere una laurea era vanto e orgoglio. Ancor prima di vederla ci furono raccomandazioni. Mai chiamarla Nina, non vi permettete. Eppure la sua è sempre stata ima lotta contro le discriminazioni, contro le barriere. La sua musica, promiscua, fra reminiscenze da pianista classica e squarci di blues al limite del cuore non era più la stessa. Ma il ricordo teneva in piedi lei e noi, colpiti da una strana deferenza, quella che si concede al capo di stato. È lei era una regina in turbante, una disfatta divinità della negritudine che ci concedeva l’ultima intervista, l’ultima occasione per vederla dal vivo. Il concerto fu per molti, compreso chi scrìve, una cocente delusione: suonò poco e male parlando continuamente con il suo staff nelle retrovie, chiedendo ad alta voce quanto mancasse prima dell’ultimo brano. Il gruppo, stonato e cadente, era metà la banda dell’esercito della salvezza, metà una ciurma ammutinata; ma bastava guardarla sulla prua del pianoforte, antipatica come sempre, perché chi ha quel piglio non lo perde mai. Perché la grande lezione di Nina Simone è stata proprio questa: ripristinare l’orgoglio nero, dare voce alle donne, costruire una mitologia personale che potesse aiutare anche gli altri, non solo il suo conto in banca. Ci è riuscita, come bofonchiava nelle ultime battute della conferenza stampa: è riuscita ad aiutare una generazione di cantautrici che altrimenti non avrebbe avuto alcuna possibilità. Ma non era solo un osso duro, il suo amore per gli uomini, quello del celebre adagio My baby just cares for me sembrava intaccarle l’epidermide, giù fino al diaframma. Il suo urlo non era disperato, composto semmai, per non darla vinta. «Il mio uomo non guarda le altre/ non va a giocare ai cavalli/non si perde in chiacchiere/il mio uomo pensa a me». Alterigia, non spocchia, cipiglio, con ironia. Queste piccole prove in bilico fra crudeltà sentimento l’hanno resa simbolo intoccabile, hanno creato una tradizione, forse fino a lambire uno stereotipo: è stata la prima vera diva nera, senza la fragilità tossica di Billie Holiday, senza la bellezza iconoclasta di Josephine Baker. Con il grugno Nina Simone ha creato la diva nera, in un mondo dove gli autobus erano ancora divisi in scompartimenti e le piantagioni ài cotone non erano roba da telefilm revanchista. Oggi una schiera di signorine con i capelli afro e la voce miagolante le deve davvero tutto.


 Le note stanche della  stregona  Nina Simone  Tutto esaurito all ‘ Auditorium di Roma per la “sacerdotessa del soul”, ormai troppo anziana e provata per sostenere un concerto come quelli a cui deve la sua leggenda. Tanti gli applausi, più per lei che per la musica 
 
di Alba SolaroIl carisma non le manca certo. Quanti altri potrebbero permettersi di arrivare sul palco con in mano uno “scopino” da stregone africano, e agitarlo in aria ottenendo in cambio scrosci entusiastici di applausi?
L ‘ ironia, anche, non le fa difetto: a una spettatrice che dal fondo della sala le chiedeva a gran voce di cantare Lilac Wine, imperturbabile ha replicato: “What? Wine? Yeah, I like red wine. And I adore champagne”.(Mia annotazione:forse Nina Simone sta solo, con ironia,  incarnando  il mitologema del vecchio stolto. P.F.)Per lei, Nina Simone, “the High Priestess of Soul”, il nuovo Auditorium di Roma era tutto esaurito domenica sera. Un pubblico da grandi occasioni (Nicola Piovani e Pietro Folena, tra i vari vip in plaeta), accorso per curiosità, passione, voglia di tributare omaggio a questa 70enne musicista di culto che non porta bene i suoi anni, che cammina a fatica e a fatica procede attraverso le poche canzoni di un concerto che appare come la pallida citazione della grandezza di un tempo. La bravura di Nina Simone, la sua forza, la sua intensità, la sua anima blues e la sua irriducibile voce “contro”, sono documentate in numerose incisioni live (il cuore della sua produzione discografica). Chi fosse andato all ‘ Auditorium con la speranza di rivivere quelle emozioni, si è dovuto accontentare di applaudire il personaggio, non la musicista.E infatti, il “personaggio” Nina Simone c ‘ è tutto, imprevedibile e inafferrabile come sempre. “Non sono mai scesa a compromessi per il successo, mai!”, aveva ribadito venerdì pomeriggio, all ‘ incontro coi giornalisti, con energia e un senso quasi di sfida. Il business musicale non la spaventa, il pubblico non la intimorisce, la musica per lei è anche fisicità, i tasti del pianoforte, il blues, la sua voce, quell ‘ incredibile tonalità agrodolce che il tempo non è riuscito a corrrompere.
Non la preoccupa più di tanto la spalla dell ‘ abito di strass blu e neri che le scende giù mentre suona, non si imbarazza per aver dimenticato il nome dei suoi musicisti proprio mentre li sta presentando, o per doversi voltare e chiedere al chitarrista la tonalità di un brano. Il gruppo, un quartetto non eccelso, probabilmente arruolato per l ‘ occasione, è palesemente diviso tra l ‘ orgoglio di doverla accompagnare e la disperazione di dover andare dietro ai suoi cambi repentini di scaletta.Black Is The Color of My True Love  s Hair lascia il passo ad uno spiritual tradizionale, quindi a sorpresa si lancia in Here Comes The Sun dei Beatles (di George Harrison, per essere più precisi), e infine, in piedi, incita il pubblico a cantare con lei See-Line Woman. Esce sulle note di So What di Miles Davis per dar modo ai suoi musicisti di far (deludente) sfoggio delle loro capacità, quindi ritorna, sempre lentamente, sorretta dal suo assistente, per rimettersi al pianoforte e snocciolare alcune delle sue perle: I Loves You PorgyMississippi GoddamI Want a Little Sugar In My Bowl e Four Women. Al termine di ogni canzone agita il suo scopino da stregone, e il pubblico la innonda di applausi. A metà dello show, lei si gira verso le quinte: “Quanto manca? Ancora venti minuti? Oh, Gesù”, esclama sorniona. E giù, altri applausi.Ma non basta il carisma a dar senso ad una serata che appare più un tributo, che un vero e proprio concerto. E che lei chiude in fretta, cantando My Baby Just Cares For Me quasi di corsa, come per liberarsi di qualcosa che gli altri si aspettano ma che a lei non dice più molto.E non dà soddisfazioni a nessuno: niente bis, nessuna delle canzoni chieste dal pubblico. “Continuate a comprare i miei dischi, e tornate a sentirmi la prossima volta”, saluta, prima di scomparire dietro le quinte. E i fan vanno via, dopo l ‘ ultimo applauso, con l ‘ intima convinzione che sarebbe meglio non ci fosse una prossima volta, per il bene stesso della grande Nina Simone.
Nina Simone, arriva
la regina soul
  E ‘ un monumento vivente della musica afroamericana, cantante dall ‘ inimitabile voce agrodolce. La vedremo dal vivo all ‘ Auditorium di Roma. Donna di poche parole, oggi ha eccezionalmente incontrato i giornalisti
 
 
di Alba SolaroLa cosa che Nina Simone desidera fare a Roma, dove è arrivata per lo straordinario concerto che la vedrà protagonista al nuovo Auditorium domenica 5 maggio, manco a dirlo è: “Poter vedere il Papa”. Lo dice senza ironia, questa signora di 69 anni che è un monumento vivente della musica afroamericana, una regina del soul dall ‘ inimitabile voce agrodolce che gli italiani hanno imparato a conoscere qualche anno fa con la riscoperta della sua My Baby Just Cares For Me, ma che si porta dietro ben altro.Cantante, pianista, si è guadagnata l ‘ ammirazione dei grandi del jazz, in 40 anni di carriera ha inciso decine di album, è stata una voce importante della protesta afroamericana. Il suo arrivo a Roma è diventato un piccolo grande evento. I biglietti sono andati esauriti in poche ore. L ‘ ufficio stampa è sommerso di richieste. E l ‘ incontro con i giornalisti fissato per venerdì pomeriggio ci ha colti quasi di sorpresa, perché la signora, anzi, Dr. Nina Simone, come pretende di farsi chiamare con curioso vezzo in onore alla sua laurea, di interviste non ne concede quasi mai. Non ha un carattere facile, dr. Simone. Ma se lo può permettere.Come ha scelto le canzoni che porterà in concerto?
Qualcuna l ‘ ho presa dal passato, altre sono più recenti.In scaletta ci sono anche due brani di Miles Davis, che lei ha conosciuto: “Milestones” e “So What”. Le fa abitualmente, o si tratta di un omaggio?
No, non è un omaggio.Cosa rappresenta per lei il blues oggi? La gente lo ama ancora?
Sì, lo amano sempre. Il blues è alle radici della musica della mia gente, pensi a John Lee Hooker, che ha vissuto fino a ottant ‘ anni e ha continuato a suonare il blues fino al giorno in cui è morto…I suoi sentimenti fortemente anti-americani la portarono a lasciare il paese anni fa. Da allora, le cose sono cambiate?
Può scommetterci che no, in questi quarant ‘ anni niente è cambiato.Eppure lei si è in qualche modo riconciliata con gli Stati Uniti, di recente vi è persino tornata.
E ‘ vero, sono stata a New York per prendere parte ad un concerto di beneficenza a favore di Rainforest, c ‘ erano Sting, Elton John, Patti Labelle e molti altri. E ‘ stata la prima volta in 40 anni che ho passato una serata divertente negli Stati Uniti.Cosa pensa della campagna in atto in America per risarcire le vittime dello schiavismo?
Quaranta acri di terra e un mulo per tutti gli afro-americani.Intende dire che la considera tutta una farsa?
Non ho detto questo. Voglio dire che questo è quello che ci è dovuto.Nel suo repertorio ci sono curiosamente più omaggi ad artisti bianchi (Dylan, Seeger), che ad artisti neri, come mai?
Perché i bianchi sono i padroni dell ‘ America.Ma gli artisti neri stanno conquistando sempre più spazi e potere nello show business, basti pensare agli attori che hanno vinto l  ultimo Oscar…
Certo, e sono orgogliosa di loro. Halle Berry e Denzel Washington meritavano sicuramente di vincere, ma ce ne sono tanti altri che l ‘ avrebbero meritato e continuano a rimanere nell ‘ ombra.Cosa pensa dei musicisti rap e hip hop?
Conosco solo Lauryn Hill, degli altri non so nulla.Alicia Keys?
Non mi piace.Ha mai ascoltato la versione che Jeff Buckley ha inciso della sua “Lilac Wine”?
Mi dispiace ma non conosco questo nome, ho invece ascoltato la versione che Kate Bush ha fatto della stessa canzone. Cosa ne penso? Orrenda.Lei ha esercitato e continua ad esercitare una profonda influenza sulle giovani generazioni di musicisti…
E ‘ un dovere. E ‘ mio compito cercare di aiutare la mia gente finché vivo, con la mia musica, con le mie canzoni, che sono vere, che hanno sempre un senso e nascono dalla realtà, dalla vita, non dalla finzione.Che idea si è fatta dei giovani musicisti afro-americani?
Una tragedia. Non conoscono le canzoni di protesta, non sanno niente della musica popolare. Li senti suonare ogni genere di musica, soul, blues, pop, ma non sanno nulla della loro storia.Ci può fare il nome di un musicista con cui ha lavorato che le abbia lasciato un ricordo particolare?
Ve ne faccio due, di nomi: Al Robinson e Oscar Peterson, uno straordinario musicista, dotato di una tecnica strabiliante, più di chiunque altro nel jazz.Ma il suo primo amore è stata la musica classica…
Bach è il primo musicista che io sia riuscita a comprendere, poi sono venuti Hayden, Chopin…E oggi, chi le piace ascoltare?
Maria Callas, quando canta Vissi d ‘ arte… E il contralto Marian Anderson, quando canta gli spiritual.Ha in progetto di fare un nuovo album?
Sì, ci sto lavorando con il duo Ashford & Simpson; abbiamo scritto insieme quattro delle nuove canzoni, loro parteciperanno anche cantando, e Ashford produrrà il disco.Ha rinunciato alla cittadinanza americana tanto tempo fa, e ora vive in Francia, per la precisione in Provenza. Ha preso la cittadinanza francese? L  avanzata della destra razzista di Le Pen non la preoccupa?
Io sono una cittadina afro-americana che vive in Francia da sette anni, ma non prenderò mai la cittadinanza francese, perché la mia unica cittadinanza è quella afro-americana. Le Pen? Non mi piace.C  è qualcosa che sogna di fare?
Cantare a bordo di una grande nave. E andare a Honk Kong. I cinesi conoscono la mia musica, hanno pubblicato anche in Cina il mio album Young, Gifted And Black .Come trascorre il suo tempo?
Ascolto musica classica. E dormo molto. Perché lavorare per quarant ‘ anni non è uno scherzo, e io ormai sono molto stanca.Domenica 5 maggio Nina Simone sarà in concerto al pianoforte e voce accompagnata da Nina Simone, Luis Robinson, Tyrone Jones, Luis Jardin e Javier Collados. Questa la scaletta dei brani:Intro: Milestones
Black Is The Color of my True Love
  s Hair
Every Tme I Feel The Spirit
Do I Move You
See-Line Woman
So What
Why? (The King of Love is Dead)
I Loves You Porgy
Mississippi Goddam
I Want a Little Sugar in my Bowl
Four Women
Ne Me Quitte Pas
My Baby Just Cares For Me

CASTALDO Gino, Il romanzo della canzone italiana, Einaudi, 2018

Grazie a uno straordinario incrocio di congiunture sociali e culturali, la storia della canzone italiana moderna ha un inizio preciso. È la sera del primo febbraio del 1958. Modugno canta Nel blu dipinto di blu e improvvisamente avviene un salto evolutivo. Gli italiani si rendono conto che tutto sta per cambiare, e la canzone volta pagina: inizia un’avventura mirabolante e irripetibile che dura fino ai nostri giorni, passando attraverso la sensibilità dei primi cantautori genovesi, scoprendo le gioie dell’estate e dell’adolescenza del rock’n’roll, crescendo attraverso la rivolta dei gruppi beat, maturando nella rivoluzione promossa da De André, Guccini, Battisti, e nel rinascimento che tra gli anni Settanta e Ottanta porterà la cultura musicale del nostro Paese ai suoi massimi splendori. Fino alle innovazioni che toccano la soglia del 2000. È una storia intensa e profonda nella quale possiamo leggere gioie, emozioni, caratteri, aspirazioni e contraddizioni della nostra identità culturale.

«All’inizio del 1958 tutto è pronto per cambiare, e tutto cambia. Ma gli italiani non ne hanno ancora la precisa percezione. Nell’aria c’è odore di miracolo economico, s’intravede un’inedita promessa di sviluppo. In fondo nessuno l’ha detto a chiare lettere, e per una di quelle sincroniche e stupefacenti coincidenze della storia, il compito di questa esplosiva rivelazione spetta a una canzone».

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Biografie ed eventi storici del 1 GENNAIO

Compleanni (nati il 1° gennaio)
Lo scienziato francese Pierre Laffitte (96), lo sceneggiatore e regista Moraldo Rossi (95), il giornalista e scrittore Furio Colombo (90), la mafiosa Rosetta Cutolo (84), l’attore americano Frank Langella (83), l’attrice francese Michèle Mercier (82), l’avvocato Giuliano Spazzali (82), il biologo Martin Evans (80), l’ex pugile Bruno Arcari (79), lo scrittore Renzo Paris (77), la conduttrice televisiva Roberta Petrelluzzi (77), il politico ed ex magistrato Pietro Grasso (76), l’ex pilota automobilistico Jackie Icks (76), l’ex calciatore brasiliano Rivelino (75), il giornalista Lanfranco Pace (74), lo storico Angelo D’Orsi (74), lo scrittore americano Arthur Bloch (73), il politico Famiano Crucianelli (73), il giornalista Corradino Mineo (71), l’ex cestista Dan Anderson (70), l’attore Mauro Avogadro (70), l’ex ciclista Simone Fraccaro (69), lo scrittore e traduttore René de Ceccatty (69), l’attore britannico Nicholas Farrell (68), l’ex pornoattrice Eva Orloswski (64), la presidente della Bce Christine Lagarde (64), lo scrittore Leonardo Gori (63), l’attrice Pamela Villoresi (63), il filosofo francese Michel Onfray (61), l’ex ciclista e dirigente sportivo Davide Cassini (60), la scrittrice Paola Capriolo (59), l’ex calciatore Alberico Evani (58), la cantante Francesca Alotta (53), l’ex calciatore francese Lilian Thuram (49), il cestista e allenatore di pallacanestro Miroslav Radošević (48), la scrittrice Nadia Terranova (43), il calciatore colombiano Fernando Uribe (33), il calciatore spagnolo Andreu Ramos (32), il nuotatore Luca Leonardi (30).



Dieci anni fa
Sabato 1° gennaio 2011. «I cristiani sono sotto attacco nel mondo islamico. Ieri, poco dopo mezzanotte, ad Alessandria d’Egitto un’autobomba è esplosa davanti alla chiesa dei Santi (al-Qidissine), nel quartiere di Sidi Bashir, affacciato sul Mediterraneo. Bilancio provvisorio: 21 morti e 79 feriti. In Nigeria è esplosa una bomba al mercato di Abuja, la capitale: quattro morti. È un attentato all’apparenza generico – per dir così – ma che può essere inquadrato all’interno della persecuzione a cui il fondamentalismo islamico sottopone le comunità cristiane: a Jos, intorno a Natale, si sono verificati scontri fra comunità cristiane e islamiche. I cadaveri recuperati fino a ieri erano ottanta» [Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport, 2/1/2011].

Venti anni fa
Lunedì 1° gennaio 2001. «Per me l’anno comincia il primo giorno di settembre, non l’uno gennaio. Da quando ero piccolo è così. Lasciavamo Pianaccio, il villaggio dove sono nato, si ritornava in città. E il distacco era sempre doloroso; proprio come nei Promessi Sposi: “Addio, monti”. Ci svegliavamo all’alba, perché bisognava andare al bivio ad aspettare la corriera. Prima c’era il saluto al nonno Marco, nella stanza dell’ultimo piano: stava nel lettone, con gli angeli rosa e i fiori dipinti sulla spalliera, ed era sveglio: ci aspettava. Ho in mente la parete segnata dallo strisciare degli zolfanelli: il vecchio, quando l’insonnia o i ricordi lo tormentavano, accendeva la pipa e inseguiva i suoi pensieri. Regalava due lire a me, il primogenito, come diceva, e una a mio fratello più piccolo. Ci baciava e si asciugava gli occhi un po’ rossi: “Siate bravi e tornate presto”» [Enzo Biagi, Corriere della Sera, 2/1/2001].

Venticinque anni fa
Lunedì 1° gennaio 1996. «Capodanno di pace e di speranza a Sarajevo e nelle altre citta della Bosnia. Spari, raffiche di mitra in aria: ma non era lo stesso suono che per quattro tremendi anni ha scandito la vita degli abitanti. I “botti” hanno salutato il nuovo anno: un anno che, dice il presidente bosniaco Izetbegovic, sarà di ricostruzione» [l’Unità, 2/1/1996].

Trenta anni fa
Martedì 1° gennaio 1991. «Il dittatore somalo Siad Barre è asserragliato in un bunker dell’aeroporto militare da dove tenta di guidare la resistenza contro l’offensiva della guerriglia. Tutto sarebbe comunque pronto per una sua fuga dal Paese, forse verso la Libia. I ribelli controllano ampie zone della città e hanno bombardato e forse occupato Villa Somalia, il palazzo presidenziale. Mogadiscio è nel caos, le comunicazioni telefoniche e telex sono interrotte. Le strade sono cosparse di cadaveri» [l’Unità, 2/1/1991].

Quaranta anni fa
Giovedì 1° gennaio 1981. «Terrorismo, corruzione, terremoto, problema giovanile, fame nel mondo: il messaggio del Presidente della Repubblica agli italiani per fine anno ha toccato i punti dolenti del decennio che si è appena chiuso. Sul terrorismo Pertini si è detto sicuro: “Un giorno sapremo chi è che manovra questi terroristi, chi è che vuole destabilizzare il regime democratico italiano. Guai — ha aggiunto a proposito della questione morale — se qualcuno per amicizia o solidarietà di partito dovesse sostenere questi corrotti e difenderli”» [Corriere della Sera, 2/1/1980].

La Grecia diventa il decimo Paese della comunità europea.

«Intervista a “Segretissimo” sui romanzi di spionaggio. “Ha mai vissuto situazioni da spy story?”. “Sì, quando ero alla Difesa: un pilota dell’Est stava fotografando e disegnando la collocazione dei missili, che erano allora a Gioia del Colle, quando fu costretto ad atterrare; il disegno incriminato costituiva la prova del reato, ma lui obiettò che si trattava della pianta della sua palestra di ginnastica in patria; il giudice chiese per rogatoria se fosse vero e l’autorità competente rispose naturalmente di sì: un romanzo di spionaggio finito in una scena comica”» [Giulio Andreotti, I diari segreti, Solferino, Milano 2020].

Cinquanta anni fa
Venerdì 1° gennaio 1971. Da oggi sulla televisione americana è vietato fare pubblicità alle sigarette.

Sessanta anni fa
Domenica 1° gennaio 1961. «Gli abiti che Frank Sinatra si è fatto preparare per la cerimonia di investitura del Presidente John Kennedy farebbero schiattare d’invidia lord Brummel. Così dicono almeno gli amici del cantante, che hanno assistito alle prove cui Sinatra è stato sottoposto nella casa di mode di Don Loper. Il famoso sarto dal canto suo afferma con orgoglio che Frank “sarà l’uomo più elegante di Washington”» [Corriere d’Informazione, 2/1/1961].

Settanta anni fa
Lunedì 1° gennaio 1951. «Un ex-capitano della guardia personale di Stalin ha dichiarato che il Maresciallo sovietico usa, per i suoi viaggi, due automotrici o due treni, per ragioni di sicurezza. Tali rivelazioni, riportate stamane dall’A.P., sono contenute in un articolo apparso su un settimanale parigino. Secondo il capitano russo, l’attuale moglie di Stalin è la “compagna Raskova, ex-aviatrice, addetta al comitato delle ricerche aerodinamiche”. Si tratterebbe di una donna robusta e formosa, dalle spalle larghe, dai capelli castani, L’ufficiale ha detto che Stalin attua il seguente programma giornaliero: ore 10: sveglia; 10.45: colazione, quasi sempre insieme alla Raskova, al generale Poskrebychev e, talvolta, col presidente del consiglio, Molotov e con Beria, il capo della polizia segreta; 11.45-14: lavoro all’ufficio, dove Poskrebychev gli legge le notizie inviate dai Ministeri degli Interni e degli Esteri; 14-15: lettura dei giornali; 15: colazione e riposo sino alle 17; 17-20.30: lavoro d’ufficio, sino a cena. Spesso viene a trovarlo la figlia Svetlana, verso le 17, insieme ai suoi due figli. Dopo le 20.30, visite con amici, membri del Politburo e con i vice-presidenti. Secondo il capitano russo, Stalin si interessa molto di giardinaggio» [Corriere d’Informazione, 2/1/1951].

Ottanta anni fa
Mercoledì 1° gennaio 1941. «Nel 1941 l’esercito, la marina e l’aviazione della Germania saranno talmente rafforzati e riceveranno tali miracolosi perfezionamenti che i loro colpi determineranno la fine dei guerrafondai, aprendo la strada all’attuazione di un nuovo stile, di un nuovo ordine nella convivenza tra i popoli…» [discorso di Capodanno di Adolf Hitler al popolo tedesco].

«L’anno è cominciato con una violenta emozione per la salute di mamma. Un attacco cardiaco ne ha messo in pericolo la sua vita. Poi è migliorata, ma tutto ciò lascia in me una grande ansia.
Il Duce ha ricevuto una lunga lettera di Hitler: un completo giro d’orizzonte. Il Führer è sereno sull’andamento futuro della guerra, ma ritiene necessario prendere ancora molte decisioni che enumera con la consueta precisione.
Scrivo ad Alfieri per ragguagliarlo e ragguagliare Ribbentrop dei negoziati con la Russia. Non si tratta più ormai di conversazioni generiche e superficiali: i russi vogliono andare al fondo di molte questioni di fondamentale importanza, per le quali riterrei imprudente da parte nostra prendere qualsiasi impegno senza essersi prima accordati con la Germania. Cavallero annunzia prossima la sua azione sul litorale» [Galeazzo Ciano, Diario 1937-1943, Rizzoli, Milano 1996].

Novanta anni fa
Mercoledì 1° gennaio 1931. Cianca, Tarchiani e Sardelli, tre fuoriusciti italiani, sono stati arrestati a Parigi dalla polizia francese con l’accusa di duplice attentato contro il Duce.

Cento anni fa
Giovedì 1° gennaio 1921. «O si riesce a dare una unità alla politica e alla vita europea, o l’asse della storia mondiale si sposterà definitivamente oltre Atlantico e l’Europa non avrà che una parte secondaria nella storia umana» [Il Popolo d’Italia, 1/1/1921].

Centodieci anni fa
Domenica 1° gennaio 1911. «New York, 1 gennaio, notte – New York ha celebrato il nuovo anno con una prodigalità ancora maggiore dell’ordinario. Si calcola che almeno 100.000 persone abbiano salutata la mezzanotte in qualche hótel o restaurant. Secondo una statistica pubblicata stasera, nella scorsa notte a New York si bevve champagne per un importo di cinque milioni di franchi. E le spese per le cene ammontano almeno ad altrettanto» [Daily Telegraph, 2/1/1911]

Centoventi anni fa
Martedì 1° gennaio 1901. «Lanciamo al secolo che non ci vide nascere ma ci vedrà morire / il nostro core vivo. Pensando lavorando combattendo amando / dalla scienza illuminati / diamo oh! diamo a tutti i figli delli uomini / lavoro libertà giustizia pace» [testo di Andrea Costa, le Società popolari di Imola l’hanno fatto incidere nel marmo].

Nella caserma di Livermore, in California, hanno acceso una lampadina e hanno intenzione di non spegnerla più.

Centotrenta anni fa
Giovedì 1° gennaio 1891. «Leggiamo nel New York Herald (edizione di Parigi) questo dispaccio in data di NewYork, 30 dicembre: A Wounded Creck è successo un gran combattimento con gli indiani, con grande perdita di uomini. Big Foot (uno dei capi indiani) avendo dichiarato di esser malato, si arrese con 150 dei suoi al maggiore Whiteside del settimo cavalleria. Vedendo che il rimanente degli indiani non erano disposti a deporre le armi, la cavalleria, forte di 500 uomini, li circondò strettamente a tiro di fucile. Repente gli indiani, cavando il fucile di sotto le coperte, cominciarono una salva sulle truppe, che furono preso alla sprovvista. Ne segui una mischia sanguinosa. Quelli Indiani che non erano armati di fucile fecero uso dei coltelli o dei tomahawk (specie di scure). Il capitano Wallace che comandava un distaccamento di cavalleria fu ucciso da un colpo di tomahawk. Quattro o cinque soldati degli Stati Uniti rimasero uccisi, e più di quaranta rimasero feriti. Parecchi di questi morranno. Tra i feriti è il padre Crafts, prete. Rimossisi dal subitaneo ed inaspettato attacco, le truppe aprirono il fuoco, e tanto micidiali erano le scariche che gli Indiani furono quasi sterminati. Taluni riuscirono a fuggire, ma furono inseguiti tutta la notte. Le mitragliatrici Hotehkiss furono messe in azione, e aprirono un terribile fuoco sulle montagne al nord dove i fuggiaschi si erano ricoverati. Si calcola a 200 il numero degli Indiani uccisi» [Corriere della Sera, 2/1/1891].

Centoquaranta anni fa
Sabato 1° gennaio 1881. A Roma il re, la regina, i grandi dignitari dello Stato e i presidenti di Camera e Senato assistono alla gran serata di gala del teatro Apollo.

Centocinquanta anni fa
Domenica 1° gennaio 1871. Alle quattro del mattino, Vittorio Emanuele, recatosi ieri per la prima volta a Roma dalla presa di Porta Pia, è di ritorno a Firenze. Riesce a presenziare al solito ricevimento di Capodanno a palazzo Pitti alle undici e, in serata, allo spettacolo del teatro della Pergola.
«Oggi alle ore 11 Pio IX riceve il Corpo diplomatico per gli omaggi di Capodanno. In proposito circola per la città la voce che, durante il ricevimento, il Papa avrebbe rilevato ad uno dei consoli presenti che ieri, per la venuta in Roma di Vittorio Emanuele, sventolava dal suo balcone sul corso la bandiera della sua nazione, concludendo: “È economico il doppio uso che si fa di quella bandiera, che serve per due sovrani”» [Alfredo Comandini, L’Italia nei Cento anni del sec. XIX, giorno per giorno illustrata, Vallardi].

Centosessanta anni fa
Martedì 1° gennaio 1861. «A Milano, da Pontaccio al ponte di porta Romana, pei navigli, iniziato esperimento di illuminazione pubblica con lampade a canfino, in sostituzione degli antichi fanali ad olio, e più luminose delle fiamme a gas» [Comandini, cit.].

«Ecco in quali termini lo Staatsanzeiger annunzia la morte del re Federico Guglielmo IV e l’esaltazione del re Guglielmo: “Pel corso di 3 anni, S.M. il re ha resistito con una rara forza agli effetti di una malattia organica del cervello, complicata con accessi poco intensi, ma replicati d’apoplessia. Sintomi d’irritazione cerebrale si presentarono ad intervalli più o men lunghi, indicanti i progressi continui della malattia e seguiti ciascuna volta da una permanente perturbazione delle funzioni della sensibilità, del movimento e della memoria. Il 24 dello scorso mese, alle 8 di sera, dopo che S.M. aveva già da più settimane mostrato una indifferenza inquietante per le persone che lo assistevano e provato una prostrazione e debolezza, maggiori del solito, ebbe un accesso di vomito violento che si ripetè la notte e il giorno seguente per ben tre volte; poi S.M. cadde in uno stato letargico da cui non doveva più risvegliarsi. La sera del 31 sopravvennero sintomi della paralisi de’ polmoni, e precedettero l’agonia, che durò sino alla mattina del 1° gennaio, 12 ore e 40 minuti, senza dolore e senza cognizione […] Il Paese vede sorgere con isperanza e fiducia il regno di S.M. il re Guglielmo I che Dio ha chiamato eccetera”» [Gazzetta Ufficiale del Regno, 1/1/1861].

A Gaeta, il re e la regina di Napoli ricevono i tradizionali auguri per il nuovo anno dagli ufficiali in alta uniforme. Cerimonia ricca e fastosa, nonostante l’assedio.

Tornatore Giuseppe, La corrispondenza, Sellerio editore, 2016 – Il Cinema Racconta …: LA CORRISPONDENZA, di Giuseppe Tornatore, con Olga Kurylenko, Jeromy Irons, 2015

Tornatore Giuseppe, La corrispondenza, Sellerio editore, 2016

LA CORRISPONDENZA, di Giuseppe Tornatore, con Olga Kurylenko, Jeromy Irons, 2015. Dal libro: Tornatore Giuseppe, La corrispondenza, Sellerio editore, 2016 – Il Cinema Racconta …

Marco De Salvo, Pensieri gettati, tracce analogiche di un tecnico ravveduto, WriteUp Books editore, 2021

Per una scheda e un video sul libro vai a:

Pensieri Gettati, il libro

Pensieri gettati, il video

Scrive l’autore:

Il libro che voglio presentarvi è uno strumento per ritrovare pensieri che normalmente sfuggono nella frenesia della vita quotidiana. Pensieri che ci aiutano a dare un senso alla vita, una chiave di lettura per apprezzare gli infiniti stimoli in cui siamo immersi, senza rendercene conto.
Il titolo del libro è “Pensieri gettati“. Il sottotitolo è “tracce analogiche di un tecnico ravveduto“.

Quel tecnico sono io, Marco de Salvo.
Vi voglio raccontare in breve la mia storia, per accorciare la distanza con voi, per farvi vivere le emozioni che mi hanno spinto alla scrittura di questo libro.
Ho sempre avuto bisogno di spiegarmi il senso delle mie giornate, fin da giovane. Sentivo che la vita è molto più del trascorrere tempo a fare cose. Quelle cose erano le materie di cui sono appassionato, la scienza e la tecnologia. Esperimenti e ricerche per dimostrare il perché dei fenomeni, in modo razionale.
Ma non bastava, e quasi per caso mi sono imbattutto nella filosofia, una materia molto lontana dalla mia formazione, ma allo stesso tempo molto vicina alla ricerca di un senso della vita. Il titolo del libro nasce proprio da uno dei filosofi che mi hanno affascinato e accompagnato nel mio cammino di ricerca spirituale.
Al resto ci ha pensato la vita stessa, con le sue prove e i momenti di gioia e dolore.
Perché “tecnico ravveduto” vi chiederete. C’è una buona dose di ironia in questa frase, ma la sostanza è che non si può vivere pensando di spiegare tutto in modo razionale. Non tutte le nostre esperienze hanno una spiegazione logica. Certe cose succedono perché fanno parte di un disegno più grande di noi.
Ecco lo spirito con cui ho raccolto i miei pensieri tra passato, presente e futuro. Mettere a disposizione di tutti voi, un percorso durato anni, per trovare punti di contatto e aprire serrature nelle vostre esistenze. I pensieri sono una forma di energia da condividere, perché riescono a stemperare molte situazioni di blocco, di malessere, di disagio. Leggere un pensiero è come guardare una fotografia per ricordarci la nostra vera natura.
Nel libro Pensieri Gettati troverete numerose tracce, trascritte per voi nel corso degli anni, con lo stile di un viaggiatore che descrive il viaggio affascinante della vita quotidiana.
Mi auguro che questo libro vi faccia apprezzare la grande fortuna di vivere qui e ora. Che possa aiutarvi a ripercorrere i vostri pensieri, per trovare lo slancio a vivere meglio, in modo più consapevole, più “analogico”.
Fatevi un regalo per ritrovare i vostri pensieri smarriti. Oppure regalate questo libro alle persone che cercano risposte, che desiderano nuovi stimoli per crescere. Frequentare i miei pensieri sarà in ogni caso un’esperienza positiva.

link dell’editore: https://www.writeupbooks.com/

Giuseppe FIORELLO, Penso che un sogno così, Rai 1, 11 gennaio 2021

dall’ Ufficio Stampa della Rai:

Un viaggio intenso, profondo, a tratti ameno, a tratti toccante, che parte dal profondo Sud e attraversa l’Italia intera, che vola sull’infanzia, le origini, le vicende buffe, quelle dolorose e altre incredibili e divertenti. A compierlo Giuseppe Fiorello, protagonista della serata evento “Penso che un Sogno Così”, in onda lunedì 11 gennaio alle 21.25 su Rai1.
Sarà un racconto basato su temi universali come la famiglia, il lavoro, il progresso e l’immigrazione dei nostri nonni. 
In un “volo immaginario” Giuseppe Fiorello invita i protagonisti della sua vita ad uscire dalla memoria, li porta in scena e rende il pubblico partecipe di un emozionante gioco di specchi tra lui e il padre.
In parallelo, verrà raccontata la crescita musicale di Domenico Modugno che, con le sue canzoni, ha accompagnato la vita della famiglia Fiorello: ogni scena avrà infatti il suo sottofondo musicale. 
Sul palco, oltre ad un corpo di ballo straordinario, anche due musicisti d’eccezione: Daniele Bonaviri, uno dei più bravi chitarristi italiani e Fabrizio Palma, musicista e arrangiatore. 
Eleonora Abbagnato, Pierfrancesco Favino, Paola Turci, Serena Rossi, Francesca Chillemi e Rosario Fiorello accompagneranno Giuseppe Fiorello in questo racconto diventando parte integrante della narrazione, che scorrendo fluida e ritmata crea una magia inaspettata e coinvolgente.

“Questo ‘sogno’ che porto in televisione è un tracciato di quello che sono, è un tributo alla timidezza attraverso la quale vi farò vivere il mio rapporto con la vita, regalo una parte della mia famiglia e alla mia famiglia regalo quei silenzi di bambino ora decifrati e risolti. 
Attraverso le musiche di Domenico Modugno creo un filo conduttore tra lui e mio padre che è il vero protagonista di questa storia.
Per una questione fisica, di una somiglianza che a tratti sembra molto fraterna, dai baffetti allo sguardo, alla voce, e per velleità artistiche dell’uno e dell’altro, è un incrocio di vite, di destini, di passato e di futuro. Il racconto parte da molto lontano con un fatto apparentemente surreale sulla prima volta che da bambino ascoltai un brano di Modugno per via di un personaggio bizzarro del mio paese che mi volle regalare un suo disco, fino ad arrivare al presente mettendo in scena il tema del destino che volle mettermi di fronte ad una scena che per me sarebbe stata più che un lavoro… interpretare Modugno. Svelerò ogni paura, ogni istante di quei mesi in cui mi trovai davanti ad uno specchio a decidere se assumermi o meno quella grande responsabilità, e poi la prima volta che entrai a casa di Mimmo…
In scena si esegue un repertorio di brani molto vasto tra cui canzoni meno note, cantate e suonate dal vivo, si raccontano incontri importanti come quello con Pier Paolo Pasolini e si attraversano temi anche forti senza mai mettersi su una cattedra a spiegarne il metamorfico significato ma lasciando liberi gli spettatori di crearsi il loro immaginario.
Un racconto dedicato esclusivamente a mia madre Sarina, l’unico grande amore di mio padre”.
Giuseppe Fiorello

“Penso che un Sogno Così”
Prodotto da Friends & Partners e Ibla Film per Rai1
Ideato da Giuseppe Fiorello 
Scritto con Vittorio Moroni 
Regia televisiva di Duccio Forzano

VAI A RAI PLAY:

https://www.raiplay.it/video/2021/01/Penso-che-un-sogno-cosi-eb5d89ca-6942-4551-ac94-c1cac58b9b9f.html

Sergio STAINO, il peggiore direttore dell’Unità: “senza alcun dubbio D’Alema”, in Caro comunismo, c’eravamo tanto amati (ma non e lo meritavi), intervista di Paolo Griseri a Sergio STAINO , in La Stampa 9 gennaio 2021

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Pescara e Chieti: Una grossa fregatura e Borgo Sud: due libri imperdibili dalla mia terra, dal blog di Madamatap

Che cos’hanno in comune Borgo Sud (Einaudi) di Donatella Di Pietrantonio e Una grossa fregatura (Chiaredizioni) di Marcello Nicodemo?  Tanto per cominciare, la città in cui si svolgono le due storie: Pescara, vera e immaginaria. Nel libro di Marcello, c’è anche qualche altro pezzo di costa adriatica e vari passaggi in Campania, regione di origine dei suoi genitori, ai quali il libro, dolente e sincero, è dedicato. Nel libro di Donatella, c’è anche un po’ di entroterra, lo stesso che aveva fatto da scenario a L’Arminuta il bellissimo romanzo di cui il nuovo è per così dire il “sequel”. In tutti e due, poi, appare qui e là anche Chieti, la mia città natale.

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Madamatap: Una grossa fregatura e Borgo Sud: due libri imperdibili dalla mia terra

Paolo Conte, nato ad Asti il 6 gennaio 1937 (84 anni), di Jessica D’Ercole


Paolo Conte, nato ad Asti il 6 gennaio 1937 (84 anni). Cantante. Autore. Il più grande cantautore italiano vivente. Molto noto anche all’estero (soprattutto in Francia). Tra gli album Un gelato al limon (1979), Appunti di viaggio (1982), Paolo Conte (1974), Aguaplano (1987), Parole d’amore scritte a macchina (1990), Novecento (1992), Una faccia in prestito (1995), Razmataz (2000), Elegia (2004), Psiche (2008), Amazing Game (2016). Del 2020 il film documentario Paolo conte. Viene via con me di Giorgio Verdelli. «Sembra burbero ma in realtà è uno che ha un sorriso dentro e anche una tenerezza e una voglia di comunicare che si esprime per sottintesi» (Giorgio Verdelli) • «Paolo Conte est sexy» (Jane Birkin) • «Da bravo e nobile provinciale quale è sempre stato, ha narrato di un altrove che è nei sogni di tutti. Ha saputo raccontare come nessun altro lo sguardo goffo e innocente dei piemontesi di terra che per la prima volta scoprivano il mare, e Genova per noi rimane la canzone perfetta, una delle dieci più belle canzoni italiane di tutti i tempi. Perfino un periferico bar Mocambo era diventato il luogo dove trovare sublimi e dimessi elisir. Tutti abbiamo fantasticato su quelle bionde che soggiogavano i frequentatori di balere, tutti ci siamo inteneriti su “una luna strepitosa che ci guarda con tristezza”, sul naso di Bartali, impervio come una salita, sui rebus, i calembour, su quelle parole inaspettate che deliziavano l’anima, e qualche volta anche su irresistibili volgarità (“c’è sempre chi si apparta, si mette a scorreggiar tranquillamente” cantava in Per ogni cinquantennio), dette con la grazia sorniona di chi può permettersi qualsiasi licenza» (Gino Castaldo) • «Ha più volte dichiarato che l’impulso primario di ogni sua canzone è sempre musicale; è un gruppo di note, un tema, un motivo, chiamatelo come volete, a proporsi prima come grumo sonoro e quindi via via a definirsi, ordinarsi, compiutamente comporsi. In altri termini, in principio per lui è la Musica, appresso viene il Verbo» (Andrea Camilleri) • «Il disegnatore Bill Griffith, quello di Zippy, che gli ha voluto fare un ritratto, ha colto perfettamente la sua maschera: le rughe, i baffi, gli occhi buoni, lo sguardo di chi ne ha viste di tutti i colori ma nasconde tutto dietro un broncio bonario» (Giuseppe Videtti) • «“Un mago introverso che fonde chanson, poesia enigmatica, vaudeville e swing raffinato”. Non son mai prodighi di complimenti gli inglesi per noi italiani. Ma così il Times ha definito Paolo Conte (…) È uno dei pochi connazionali capaci di incantare gli stranieri» (Matteo Cruccu) [18/6/2009] • «È un poeta del ‘900 che insegnavo ai miei studenti assieme a Luzi, Montale e Ungaretti» (Doriana Fournier, per anni docente all’Henry IV di Parigi) • «È un giocoliere della parola scritta e detta, che della crittografia ha fatto un’arte, un tessitore di armonie e tappeti sonori che pochi sanno intrecciare, un musicista dal profilo unico, dotato di un’ironia schiva e di una sapienza poetica inconfondibili» (Stefano Salis) • «Non sta più scrivendo nulla? “No, assolutamente no. Ma vedremo, poi magari improvviso qualcosa”» (a Simona Voglino Levy, Rolling Stone).
• Titoli di testa «Viviamo in un momento molto cretino» (a Guia Soncini, Marie Claire).
• Vita È nato un anno esatto prima di Celentano: «Siamo stati entrambi portati non dalla Befana, come si tende a dire, ma dai Re Magi» • Di origini borghesi, il padre era un notaio, la madre proveniva da una famiglia di proprietari terrieri: «I miei genitori erano appassionati di musica, erano giovani e in barba alle proibizioni del fascismo si procuravano partiture americane, qualche disco» (a Dario Olivero, Robinson) • «Ho vissuto da bambino, durante la guerra, un bel periodo in una tenuta in campagna di mio nonno, che mi è rimasta ancora adesso come un’idea di paradiso. La prima passione musicale mi è venuta fuori quando mi mettevo su un poggio in alto ad ascoltare: sotto, nel campo lì vicino, aravano con un trattore. Il trattore faceva tutto il perimetro, e man mano che si avvicinava agli angoli emetteva dei suoni diversi, sentivi proprio il ferro, poi magari quando si allontanava faceva una specie di muggito, e questo mi affascinava da morire, stavo lì due ore, e dentro ci sentivo l’essenza della musica» (Soncini) • Aveva otto anni quando finì la Seconda guerra mondiale: «Un mattino alle cinque mia madre ha preso me e mio fratello e ci ha portati alla finestra a guardare sotto i tedeschi che se ne andavano. Ho sentito anche mia madre dire: Bei ragazzi. Aveva ragione» (ibid.) • Suonava il trombone. In terza liceo fu bocciato perché alla scuola preferiva la musica e i suoi glielo requisirono: «Presi sei materie a ottobre e poi sono caduto per il greco» (Voglino Levi) • È avvocato: «Sono laureato, in Giurisprudenza, ma all’epoca, per vari motivi, un po’ perché non avevo punteggi stratosferici, poi perché già pensavo ad altro, fu una cosa sbrigativa, mi ricordo: era un freddo mattino di nebbia, senza nessuno che mi festeggiava» • «Da avvocato ho curato tre o quattro fallimenti e sento, ho sempre sentito, un po’ di tenerezza verso certi personaggi falliti» • «Per diverso tempo ho mantenuto i piedi in due staffe: la mattina a Palazzo di giustizia e il pomeriggio mi fiondavo a Milano dagli editori, insieme a mio fratello facevamo delle tirate con delle nebbie pazzesche per sentirci dire “non posso, sono in riunione”» (Voglino Levi) • Passione per il jazz fin dall’adolescenza, prese parte come pianista e vibrafonista a piccole formazioni locali, poi cominciò a scrivere canzoni per Celentano (Chi era lui, 1966; Siamo la coppia più bella del mondo, 1967; Azzurro, 1968), Caterina Caselli (Insieme a te non ci sto più, 1968), Enzo Jannacci (Mexico e nuvole, 1969), Bruno Lauzi (Onda su onda, Genova per noi) • «Da ragazzo avrei voluto fare il medico, ma l’attrazione per la musica è stata più forte. (…) non riuscirei a immaginare la mia vita senza arte» (CdS 9/10/2008) • Appassionato suonatore di kazoo: «Si costruiva facilmente anche in casa. Io e mio fratello, da bambini, lo facevamo con il pettine e la carta velina. Nel periodo in cui tenevo concerti da solo, perché l’orchestra non potevo permettermela, mio fratello Giorgio mi regalò un vero kazoo, che ho sempre conservato gelosamente, perché usandolo avevo l’impressione di avere alle spalle un’orchestra fantasma. Mi piace il fatto che sia uno strumento con una vaga parvenza umana, perché alla fine sempre di vocalismo si tratta» • «In genere mi rivolgevo agli editori con i provini, a volte uscivano fuori interpreti a sorpresa. Quando affidi la tua canzone a un altro o segui da vicino tutto (l’arrangiamento per esempio è importantissimo) o vai incontro a dei rischi. C’è sempre la possibilità che un vero interprete crei qualcosa di grande e inaspettato, ma c’è anche il rischio del tradimento» • «Come autore, cercavo una credibilità vocale. Non mi soffermavo troppo sul personaggio. Non mi piaceva chi cantava da cantante, preferivo quelli che usavano la lingua italiana in modo credibile, naturale. Ecco perché mi è sempre piaciuto tantissimo Celentano» • Nel 1974 cominciò a cantare le sue canzoni: «A un certo punto, mi accorsi che stavo scrivendo, in una maniera meno esportabile, canzoni che non avrei potuto facilmente mettere in mano ad altri, più ermetiche. Non ricordo quale fu il primo brano che mi rifiutai di dare, ma a un certo punto cominciai a tenermi le canzoni nel cassetto. Temevo che non sarebbero state capite» • Sul primo concerto da cantante: «Avevo già i baffi. Era di mezza stagione, ero vestito di velluto marron. Mi ricordo che avevo un piano verticale, e durante le prove avevo appoggiato una bottiglia di acqua minerale che poi ho dimenticato. Quando poi di sera sono entrato in scena, nel buio, gli ho dato un colpo e ho subito battezzato le prime file. C’era già tanta gente, ad ascoltarmi, un 400-500 persone; poi per 5-6 anni ho suonato ai Festival dell’Unità e mi piaceva anche: l’intellighenzia allora era lì, erano belle le feste con le donne che facevan da mangiare, si compravano i libri negli stand. Ho tenuto concerti anche a qualche grosso Festival dell’Unità, a Roma, Genova, Milano; leggendarie le kermesse emiliane, con quel buon profumo di costine di maiale» • Ha cantato per la Rai la sigla del Giro d’Italia 2007, Silenziosa velocità (poi inserita in Psiche) • Nel maggio 2007 l’Accademia delle Belle Arti di Catanzaro gli ha conferito la laurea honoris causa in Pittura per l’opera multimediale Razmataz • Gli Avion Travel hanno pubblicato l’album Danson metropoli – Canzoni di Paolo Conte (2007) • «Anacronistico per stile e vocazione, Paolo Conte riemerge ormai sempre più di rado dalla sua aristocratica pigrizia di provinciale di lusso amato dal mondo intero. Sempre meno dischi, sempre meno concerti, non parliamo poi di vetrine e passerelle: se le sue interviste sono autentiche rarità, dalle parti di tv e talk show nessuno in quarant’anni di proscenio l’ha mai visto. Passati da poco i settanta, Conte pare sempre più vicino a sfumare in un personaggio dei racconti cantati, delle tele moderniste, dei film in bianco e nero del suo lussureggiante, malinconico universo salgariano, lasciandoci, per sopravvivere, il solo ma prezioso conforto dei suoi baffi in smoking, della sua voce scorbutica, delle sue canzoni, preziose archeologie di jazz, parole e sentimenti» (Paolo Russo) • Nel settembre 2008 esce l’album di inediti Psiche, presentato in anteprima alla Salle Pleyel di Parigi con l’orchestra sinfonica dell’Ile de France diretta da Bruno Fontaine (a cui seguirà una tournée europea). «Psiche piacerà ai contiani fedeli, che vi ritroveranno i miti di sempre, dalla bici al circo, dai misteri femminili alle suggestioni esotiche. Ma ci sono anche sapori e colori inediti, una ricerca musicale che accantona per un po’ jazz e swing e sposa per la prima volta l’elettronica, “i suoni di gomma e di plastica dei sintetizzatori, con la loro strana poesia”» (Curzio Maltese) • Ottobre 2010, nuovo album Nelson (in ricordo del suo cane, un pastore tedesco morto un paio d’anni prima). Quindici inediti cantati in inglese, francese, spagnolo e napoletano. «I brani nuovi entrano poco nei miei live, la gente impiega molto tempo ad abituarsi e nei concerti vuole celebrare la festa della nostalgia» (CdS) • «La città di Parigi ha consegnato a Paolo Conte la Grande médaille de Vermeil, la massima onorificenza della capitale, rendendogli omaggio come cittadino benemerito» (CdS) • Nel novembre 2011, la nuova raccolta di brani dal titolo Gong-oh (con l’inedito La musica è pagana) • Nell’ottobre 2014 Snob. «Non si riferisce certo a me. Come sempre prendo il titolo di uno dei brani e lo uso come titolo. Poi bisogna tener conto che ho un pubblico internazionale e la parola snob è facilmente intelligibile. Comunque per me esistono tre tipi di persone non ordinarie: intellettuale, snob e dandy. Naturalmente la mia preferita è dandy. Lo snob è raffinato ma anche un po’ parvenu» (ad Antonio Lodetti, Giornale) • Nel 2016 pubblica l’album strumentale Amazing Game «era materiale che avevo scritto per il teatro e lo avevo in un cassetto. Semplicemente mi piaceva: è tutta roba improvvisata, una mescola affettuosa tra me e i miei musicisti. Abbiamo avuto un momento di grazia ed è nato il disco da questo dialogo intimo fra di noi. Bello» (Voglino Levy) • Del gennaio 2020 il documentario di Giorgio Verdelli Paolo Conte. Via con me presentato in anteprima alla mostra di Venezia. «L’Avvocato di Asti appare finalmente in prima persona sul grande schermo. Marcello Mastroianni, che ne capiva, lo riteneva l’unico che avrebbe potuto prendere il suo posto sul set. Nel cast del film troviamo Roberto Benigni, Pupi Avati, Caterina Caselli, Jane Birkin, Francesco De Gregori, Jovanotti, Giovanni Veronesi, Vinicio Capossela e Luca Zingaretti, che fa la guida in un viaggio tra milonghe, maccaie genovesi, cassiere che masticano caramelle alaskane, palcoscenici di grandi teatri parigini, londinesi, americani, napoletani, tarantolate esibizioni di Enzo Jannacci al Club Tenco e Monica Vitti che canta Avanti, bionda. Grazie al ricchissimo archivio personale dell’artista Verdelli ha messo in scena la memoria di Conte» (D’Orrico, Sette).
Ricordi «Chi o cosa le manca? Voglio dire, cosa è svanito del passato che vorrebbe ancora con sé? “Mio padre che mi paga un caffè al bar e vederlo che lascia sul bancone cento lire”» (a Paolo Sorrentino, Vanity).
• Frasi «Proprio come Salgari faccio viaggiare i personaggi delle mie canzoni, senza conoscere esattamente i luoghi che evoco. Mi bastano le sensazioni date da un nome o da un profumo. Ci sono giorni d’inverno, quando fiorisce il calicantus nel mio giardino, che basta avvicinarsi ad uno dei suoi fiori per salire su un tappeto volante» • «Non ho mai condiviso la presunzione che una canzone possa cambiare il mondo. Posso capire che una canzone possa far compagnia, siglare un periodo della vita, mettere un sigillo su una storia d’amore. È un mezzo di comunicazione nella misura in cui l’arte, in ogni caso, comunica. Una canzone può segnare un’epoca, questo sì. La canzone ha un odore e può portarti il profumo di una certa situazione, di un momento. Se ascolto Ma l’amore no, sono investito immediatamente dal veleno di quegli anni di guerra» • «Come tanti compositori che scrivono prima le musiche e poi le parole, in genere scrivo con un finto inglese, che è elastico, ti fa sognare molto di più, i pezzi rimangono più astratti, poi quando devi fare i conti con l’italiano cambia tutto» • «Credo fermamente che la gabbia metrica e la rigidità della lingua italiana (quasi impossibile da usare su accordi jazz, meglio invece sui ritmi latinoamericani), se all’inizio creano problemi, alla fine ti costringono a un’essenzialità che fa bene al testo. Forse è anche per questo che uno degli scrittori che amo di più è Simenon. Dei suoi libri Gide diceva: non c’è un’oncia di grasso letterario» • «Io sono un appassionato di tanghi tedeschi, me li faceva ascoltare mia madre, quelli delle cantanti espressioniste come Zara Leander. Erano fatali, l’anima musicale tedesca che si esprimeva con la stessa esuberanza di quella argentina. Il mio preferito era uno che si chiamava Warum» • «Così come la lucertola è il riassunto di un coccodrillo, un tango può essere il riassunto di una vita» • «Mi ricordo una volta, anni fa, era d’estate, dovevo finire di scrivere le canzoni per un album, non avevo idee, ero disperato. Così finii per comprare un nuovo rimario. Tornato a casa, lessi sul risvolto di copertina: contiene frasi di autori come Paolo Conte. Lo buttai via» • «Mi ritengo già fin troppo fortunato per quello che sono riuscito a ottenere perché all’inizio mai mi sarei aspettato un favore di questo tipo. Sono sempre stato parco nelle richieste verso me stesso, ho sempre continuato a sperare di scrivere una bella canzone, magari migliore di altre, niente di più» • «Mi piace il concetto di fuga, e anche il suo sapore. Non so se si fugge per scappare o per rincorrere, credo un po’ tutte e due. Fuggire è, insieme, allontanarsi e ritornare» • «I solitari come me, tendenzialmente un po’ malinconici, che hanno difficoltà a vivere la superficialità delle cose, sono da sempre già un po’ vecchi» (nel giorno del suo settantesimo compleanno) • «Su me stesso non ho mai scritto nulla, non sono per le autoconfessioni. Solo in Sotto le stelle del jazz c’era il comportamento di quattro gatti della mia generazione» • «Le canzoni nascono fresche, fragranti di misteriose essenze (…) Col passar del tempo, ma soprattutto col successo, perdono l’aroma delle origini. È per questo che, per esempio, su Bartali e Sudamerica io accelero i ritmi, mi concentro, mi spremo nel desiderio di restituir loro la magia del momento in cui sono nate» • «Ascoltavo la cronaca del Giro d’ Italia. Alla radio, naturalmente. Sognando e immaginando. (…) Gino Bartali l’ho conosciuto anche di persona (…) Ne ho un ricordo bellissimo. Un uomo leale, di grande cordialità, simpatia e semplicità. Un vero sportivo» • «Anche se ha scritto una canzone per Bartali, Paolo Conte parteggia di più per Coppi: “Era pura aerodinamicità, già nella sua stessa figura fisica”» (Aldo Cazzullo) • «Non ho mai viaggiato volentieri, però viaggio. Se so che è una cosa da fare vado: ma il turismo no, mai. A stare a casa si sta meglio, ho tante cose da fare» [Sta 25/6/2010] • «Quando vado in paesi lontani, la prima cosa che faccio è toccare la terra, voglio conoscere un posto con le dita» • «Certo i miei anni preferiti sono gli anni Venti, ma amo anche gli anni Dieci e gli anni Quaranta, io viaggio avanti e indietro nel tempo. Sono vecchio e ancorato ad alcuni principi estetici. C’è una grossa differenza fra musica attuale e moderna. Io appartengo al moderno. L’attuale ha un senso perché viene suonato oggi ma non ha la forza rivoluzionaria del moderno» (Lodetti) • «Le donne si appassionano al jazz perché non amano l’improvvisazione» • «L’omologazione e il consumismo sono la ragione di base della crisi, tutto è usa e getta. Una maturazione in proprio te la dà la grande passione, che è antitetica all’ansia dilagante di avere successo. (…) Non ho mai visto né Amici né X Factor. Non li ho mai aperti, come programmi. Io in tivù guardo il football» [ibid.] • «Non ho mai fatto niente per il successo, ho fatto tutto solo per dare vita alle mie canzoni. Tenevo solo alle mie composizioni» ( Voglino Levy) • «Nella mia ignoranza cerco di capire: quanto c’è di illuministico nei tempi attuali? Può essere che sia questo, qualcosa che somigli all’illuminismo, epoca di certezze e non di dubbi. Io sono amante dei dubbi» (Soncini) • «Non sono mai stato molto contento di quello che ho fatto» • «La cultura è quella che non hai mai veramente avuto a portata di mano. Devi sentire che ti stai aiutando con un po’ di materiale elevato rispetto a te» (ibid.) • «Io ho sempre dato più importanza alla musica, però negli ultimi tempi inizio a pensare che potrei essere ricordato anche per i testi» (a Giorgio Verdelli, Vieni via con me) • «Non amo tanto raccontarmi in posti diversi da una canzone. In passato l’ho fatto, mi sono aperto. Il fatto è che ci sono artisti che vogliono essere compresi. Io penso alla bellezza di non essere capito nemmeno da me. Non sono per niente sicuro di voler sapere chi sono» (a Massimo Cotto, Mess) • «Penso che il passato prossimo invecchi prima di quello remoto» (ad Antonio Gnoli, Rep) • «La vita ha tante stagioni, la vecchiaia non è detto che non contenga la felicità» (Cotto, Cit.).
Amore È sposato con Egle, cui ha dedicato Gelato al limon: «Se mia moglie è in platea la cerco con gli occhi, perché lei è la quintessenza del mio pubblico» (anche Benigni le ha dedicato una canzone, Mi piace la moglie di Paolo Conte: «Paolo, tu non sapevi che Egle ama il pistacchio / e che personalmente odia il limon») • «Quale novità portò sua moglie? “Un senso di libertà. Poi tante altre cose, ma la prima che mi viene in mente è la libertà”. Vi siete conosciuti in tribunale. Lei da avvocato, sua moglie lavorava là. Come l’ha conquistata? “Credo con le prime canzoni, come Lo scapolo La ragazza fisarmonica. È stata sempre appassionata di musica e profonda nel sentire, capire”. Mi chiedo: si ricorda qualche due di picche? “Non so. Sa, come tutti ho delle rose che non colsi”. Ce ne è qualcuna che l’ha graffiata più delle altre? “No. Nessun rimpianto. Se non assaggi… questo però non lo scriviamo nell’intervista…”. Assaggiare cosa? “La rosa, finché non assaggi la rosa, non sai bene. Ecco”» (a Luca Mastrantonio, Sette) • Ha un cane di nome Orazio, un bastardino. Prima aveva un pastore che si chiamava Nelson: «Era bellissimo, nero lucido. Un po’ tontolone ma di una bellezza unica. Indolente, sì, per farsi rispettare. L’ho avuto per 12 anni».
• Vizi «Ho alcuni vizietti, cose che la televisione italiana riesce a fare benissimo: La squadra, anzitutto. E poi, su quell’onda, me li sono fatti tutti, Distretto di polizia, Montalbano, Don MatteoCarabinieri» • «Vedevo Perry Mason e, dopo, Nero Wolfe. Perry Mason risolveva gialli giudiziari a beneficio del proprio cliente innocente. E (pragmatismo americano?), smascherava il colpevole, facendolo comparire addirittura in aula. Trovo, a questo proposito, che il nostro Gianrico Carofiglio sia andato oltre: il suo avvocato Guerrieri riesce a far assolvere il suo cliente innocente, e basta lì. È una lezione di giustizia più alta di quella americana» (D’Orrico, cit.) • Non guarda Sanremo • Tifa per il Milan: «Non sono un vero tifoso, il tifoso anzi io lo aborro. Io sono un intenditore di calcio. Da bambino, come tanti qui della zona, tenevo per il grande Torino. Poi, c’è stata la tragedia di Superga e siamo quasi tutti passati alla Juve […]. Nell’inverno del ‘50, andai con mio zio a Torino a vedere Juventus-Milan. Primo gol della Juve, poi il Milan cominciò una sarabanda e gliene ficcò sette. Finì 7 a 1! C’era il famoso trio Gre-No-Li dei tre svedesi che era strepitoso. […] Ho lasciato la Signora, e ancora adesso tifo per il Milan». Appassionato di ciclismo, cui ha dedicato una delle sue canzoni più celebri, Bartali • Beve il caffè corto con molto zucchero • Fuma Marlboro rosse morbide.
Curiosità Anche pittore: «Nella mia vita il vizio della pittura è molto più vecchio rispetto a quello della musica. Risale a quando ero bambino, poi magari sono stato anni senza toccare pennelli o matite. Da piccolino disegnavo trattori. Crescendo ho disegnato donne nude e musicisti di jazz» • Appassionato di Settimana Enigmistica, rebus, crittografie. «Siamo un gruppo: io, Benigni, Piovani, Guccini. Il più forte? Paolo Conte: se la batte con Bartezzaghi. (…) con quelli del mio “gruppo” ci scambiamo crittografie ideate da noi. Poi passiamo mesi a cercare di risolverle» (Vincenzo Cerami) • Si diverte a inviare per posta a Vinicio Capossela rebus complicatissimi • «Paolo Conte affascinato dalle televendite in tv. S’è anche fatto convincere a comprare qualche quadro» (Silvia Fumarola) • Ha visto otto volte Casablanca e sette L’uomo senza paura con Kirk Douglas • Se fosse un animale sarebbe «indeciso, tra elefante e asino. Entrambi adorabili» (Luca Mastrantonio) • Paolo Conte in vita sua ha letto pochissimi romanzi. «Nessun personaggio mi ha mai particolarmente colpito. Fin da adolescente prediligevo la poesia, in particolare i novecentisti italiani». Legge solo «cose brevi. Gli occhi si affaticano. Pavese, Piero Chiara, l’esilarante maggiordomo di Wodehouse, i porti di Giorgio Seferis, Flaiano» (Malcom Pagani) • Detesta farsi fotografare dai tempi della prima comunione (D’Orrico) • Da qualche anno ha lasciato Asti per traferirsi in campagna: «Vorrei dirle una cosa sugli astigiani, e io sono astigiano purosangue. Qui di poesia e di cose gentili non si è mai trattato. Qui chi ha voluto scrivere ha scritto tragedie. Alfieri, Della Valle, Alione… Perché siamo ancora di origine contadina, rurale. Qui non c’è nessun frizzo galante, qui siamo tagliati un po’ con la scure» (a Dario Olivero, Robinson) • Non è mai stati all’Harry’s Bar di Venezia [D’Orrico, CdS]• Ama la solitudine: «Non so se è perché mi piace stare con me stesso o perché non mi piace stare con gli altri. Non ho tanta voglia di misurarmi con altri. Me ne sto nel mio recinto e mi arrangio, anche perché mi son sempre divertito a fare musica e a disegnare. Sono un pensionato nato, insomma» (a Voglino Levy, cit.) • Non ha il cellulare e non ama la tecnologia: «Colleziono penne stilografiche e matite automatiche». Gli piacciono «le parole con la zeta. E America. Contiene qualcosa che al solo pronunciarla diventa poesia, ha qualcosa di leggendario e arcano» (a Massimo Cotto, Mess) • La parola cantautore gli dà fastidio (Gnoli, Rep) • Ha orrore dell’attualità: «Il suo rumore mi rende impossibile scrivere» (ad Antonio Gnoli, cit.).
Titoli di coda «Una volta mi chiesero, cosa ti piacerebbe che scrivessero sul tuo epitaffio? E io: “È stato il miglior suonatore di kazoo del mondo”».

Percorso del viaggio in Italia di Michel DE MONTAIGNE (1580-1581). Libro: Viaggio in Italia passando per la Svizzera e la Germania, a cura di Irene Riboni, introduzione di Armando Torno, edizioni La Vita Felice, 2020

MICHEL DE MONTAIGNE

(Pèrigord 1533 – Saint-Michel-de-Montaigne 1592) scrittore e filosofo francese, iniziò lo studio dei classici in tenera età. Studiò nel Collegio di Guyenne a Bordeaux, successivamente filosofia nella stessa città e diritto a Tolosa. Nel 1554 entrò nella magistratura a Périgueux, divenne poi consigliere del parlamento di Bordeaux (1557-1568). Il solo avvenimento che segnò profondamente la sua esistenza fu l’amicizia con Étienne de La Boétie, iniziata nel 1558. La prematura morte dell’amico, quattro anni dopo, lasciò un vuoto incolmabile nel pensatore. Nel 1568 gli morì il padre. Dal 1570, ritiratosi nelle sue terre, si dedicò agli studi, alla meditazione e alla composizione degli Essais. Nel 1580 effettuò viaggi in Francia, Svizzera, Germania e Italia, nella speranza di trovare beneficio nelle acque termali per combattere la calcolosi renale di cui soffriva. Nel 1581 ebbe notizia della sua nomina a sindaco di Bordeaux e prese la via del ritorno. In patria il filosofo svolse con competenza il suo biennio di sindaco e venne rieletto per altri due anni. Nel 1585 nella regione di Bordeaux scoppiò un’epidemia di peste e Montaigne dovette allontanarsi dalle sue terre ma, passata l’epidemia, si ritirò nel suo castello. Nel 1587 fu assalito e derubato in viaggio verso Parigi e arrivato nella città venne imprigionato per qualche ora, in seguito a tumulti scoppiati. La morte lo sorprese nel 1592.

Mi ricordo … un pre-compleanno

Carissima ***, 

Già la parola “verdetto” sottintende simpaticamente il clima che stiamo attraversando.

Non c’è nessuna remora per quanto riguarda timori di contagio, ma è proprio il concetto di coprifuoco che destabilizza.

Come dicevo ieri a ***, è ancor peggio di ciò che accade a cenerentola: almeno lei la mezzanotte poteva attenderla!

Il fatto è che mi sembra di pessimo auspicio dover trascorrere la fine dell’anno con l’orologio alla mano, gesto che, almeno a me, evoca ancora di più un senso di coercizione, sia pur comprensibile. Essere costretti a cenare entro tempi definiti per poi fuggire alle 21.30, pur adorando voi e la polenta, mi pare molto triste.

E siccome ormai dobbiamo abituarci all’idea (Rovelli la sostiene da tempo) che il tempo è solo un’astrazione umana, preferisco pensare a un’occasione meno purpurea per festeggiare come si deve, giochi e tombola compresi (pensa un po’ che facendo ordine nel primo lockdown avevo già selezionato una borsa di libri da dedicare ai premi e che ora giace in camera da letto in attesa …)

Quindi spero che non vi dispiaccia se vi chiediamo di spostare in altro prossimo futuro questo appuntamento, che sia a como o nesso o lughino o dove ci piacerà poter scegliere in piena libertà e senza divieti o autocertificazioni.
Resta invece valida la mia offerta, che può essere anche domani, di venire a trovare te *** per portarti il libro e, se vuoi, darti un ventaglio di possibilità sulle risorse che il territorio offre per aiutare il familiare che assiste una persona in difficoltà.

Sì, scrivere è terapeutico, così come lo è leggere, dipingere, ascoltare musica, assistere a una recita o guardare un film. Tutto ciò che chiamiamo arte è lenitivo dei drammi umani, perchè è una rappresentazione di ciò che ci si agita dentro e solo venendo allo scoperto con altri mezzi che non siano solo le parole, aiuta a sostenerci, a trovare o a dare risposte.
….
a presto

NINA SIMONE, in un dipinto di Lucia Arcani, 29 dicembre 2020

Emmanuel Lévinas:

Noi chiamiamo volto il modo in cui si presenta l’Altro. Questo modo non consiste nel mostrarsi come un insieme di qualità che formano un’immagine. Il volto d’Altro distrugge ad ogni istante e oltrepassa l’immagine plastica che mi lascia. […] La vera natura del volto, il suo segreto sta altrove: nella domanda che mi rivolge, domanda che è al contempo una richiesta di aiuto e una minaccia.

… Ti auguro tempo …, di Elli Michler

Non ti auguro un dono qualsiasi,
ti auguro soltanto quello che i più non hanno.
Ti auguro tempo, per divertirti e per ridere;
se lo impiegherai bene, potrai ricavarne qualcosa.
Ti auguro tempo, per il tuo fare e il tuo pensare,
non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri.

Ti auguro tempo, non per affrettarti e correre,
ma tempo per essere contento.
Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo,
ti auguro tempo perché te ne resti:
tempo per stupirti e tempo per fidarti
e non soltanto per guardarlo sull’orologio.
Ti auguro tempo per contare le stelle
e tempo per crescere, per maturare. 

Ti auguro tempo, per sperare nuovamente e per amare.
Non ha più senso rimandare.
Ti auguro tempo per trovare te stesso,
per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come un dono.
Ti auguro tempo anche per perdonare.
Ti auguro di avere tempo,
tempo per la vita.

segnalato da Samuele Severino

e tratto da:

https://www.libriantichionline.com/divagazioni/elli_michler_ti_auguro_tempo

https://www.donbosco-medien.de/ti-auguro-tempo/b-1/103)

La grandezza dell’arte vera […] consiste, tutt’al contrario, nel ritrovare, nel riafferrare, nel farci conoscere quella realtà da cui viviamo lontani … | Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, Vol. 7 Il tempo ritrovato

La grandezza dell’arte vera […] consiste, tutt’al contrario, nel ritrovare, nel riafferrare, nel farci conoscere quella realtà da cui viviamo lontani, da cui ci scostiamo sempre più via via che acquista maggior spessore e impermeabilità la conoscenza convenzionale che le sostituiamo: quella realtà che rischieremmo di morire senza aver conosciuta, e che è semplicemente la nostra vita. La vita vera, la vita finalmente scoperta e tratta alla luce, la sola vita quindi realmente vissuta, è la letteratura; vita che, in un certo senso, dimora in ogni momento in tutti gli uomini altrettanto che nell’artista. Ma essi non la vedono perché non cercano di chiarirla. E così il loro passato è ingombro d’innumerevoli lastre fotografiche, che rimangono inutili perché l’intelligenza non le ha sviluppate. Riafferrare la nostra vita, e anche la vita altrui: giacché lo stile, per lo scrittore, come il colore per il pittore, è un problema non di tecnica, bensì di visione.

La grandeur de l’art véritable, au contraire, de celui que M. de Norpois eût appelé un jeu de dilettante, c’était de retrouver, de ressaisir, de nous faire connaître cette réalité loin de laquelle nous vivons, de laquelle nous nous écartons de plus en plus au fur et à mesure que prend plus d’épaisseur et d’imperméabilité la connaissance conventionnelle que nous lui substituons, cette réalité que nous risquerions fort de mourir sans l’avoir connue, et qui est tout simplement notre vie, la vraie vie, la vie enfin découverte et éclaircie, la seule vie, par conséquent, réellement vécue, cette vie qui, en un sens, habite à chaque instant chez tous les hommes aussi bien que chez l’artiste. Mais ils ne la voient pas, parce qu’ils ne cherchent pas à l’éclaircir. Et ainsi leur passé est encombré d’innombrables clichés qui restent inutiles parce que l’intelligence ne les a pas «développés ». Ressaisir notre vie ; et aussi la vie des autres ; car le style, pour l’écrivain aussi bien que pour le peintre, est une question non de technique, mais de vision.

Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, Vol. 7 Il tempo ritrovato, p. 227 (ed. Einaudi 1951, traduzione di Giorgio Caproni)

citazione ripresa da:

La vita e la letteratura | Citazioni

Il governo fanfarone ci infligge i parenti, articolo di Diego Minonzio, in La Provincia di Como, 20 dicembre 2020

letto in edizione cartacea

cerca in:

https://www.laprovinciadicomo.it/stories/premium/Editoriali/il-governo-fanfarone-ci-infligge-i-parenti_1380565_11/

E così, speravamo di avercela fatta. Ci eravamo illusi che la tremenda emergenza sanitaria avrebbe avuto almeno un aspetto non solo positivo, ma addirittura straordinario, salvifico, esaltante e su quel piccolo sogno covato per anni e anni e anni, senza poterlo mai mettere in pratica, ci eravamo cullati in queste settimane di attesa snervante, ma anche carica di aspettative.

A un certo punto, sembrava sicuro. L’occhiuto governo dittatoriale, autoritario e poliziesco che scruta nelle vite degli altri e le controlla e le determina e ci spoglia di ogni privacy, di ogni segreto e di ogni affetto aveva deciso che per quest’anno, almeno per quest’anno, ma chissà, magari anche per i prossimi, sarebbe stato vietato ospitare i parenti a casa. Che notizia meravigliosa. Che festa della liberazione. Che epifania nel senso più profondo della parola. Che svolta culturale, psicologica e addirittura antropologica, essere finalmente liberati dal giogo più giogo che c’è, dall’obbligo sociale più obbligatorio che c’è, quello di rivedere la famiglia dopo così tanto tempo, costringendo alcuni poveracci particolarmente sfortunati – come chi scrive questo pezzo – a lunghissimi, estenuanti e fantozziani viaggi oltralpe per andare a trovare la nonna e la bisnonna e la zia e i suoi fratelli e lo zio e le sue sorelle, oltre a mazzi, sacchi e sporte di cognati e cognate e oltre a vagonate di nipoti e nipotini di ogni ordine e grado, di ogni genere e modello, e a deliziarsi in lunghe giornate attovagliati con curiosi personaggi che non perdono mai occasione per motteggiare su “certo che voi italiani baffo nero e mandolino siete proprio pittoreschi”, “certo che voi italiani mangiaspaghetti”, “certo che voi italiani il canto e il ballo ce l’avete nel sangue”, “ma come gesticolate sempre voi italiani”, “ma Berlusconi è davvero il capo della mafia?” e altre piacevolezze del genere. Tutto vero.

Bene, almeno per quest’anno, tutto questo sembrava cancellato dall’impagabile trovata del Natale intelligente e uno già iniziava a baloccarsi con un’idea delle feste da passare solo con le persone più care, senza intrusi, senza assembramenti, senza cene e cenoni lunghi e bislunghi e senza brindisi e controbrindisi, magari per dedicare più tempo, per chi possiede questo dono, alla dimensione interiore, alla fede e alla preghiera, solo tu con i tuoi cari, carissimi e, quindi, pochissimi affetti. E invece niente. Il governo in carica, che tutti dipingono come dittatoriale, autoritario e poliziesco, si è invece comportato anche in questo frangente come il solito governo all’italiana, fanfarone, pasticcione e coperchione che, come sempre, è partito facendo il viso feroce e minacciando questo e quello e ululando che adesso basta, è arrivata l’ora del rigore e del sacrifico e del rispetto calvinista delle norme e delle regole e invece poi, al primo scricchiolio, ha iniziato, tra le risate di noi popolo bue, a svaccare su eccezioni, deroghe e, insomma, mettiamoci d’accordo, proprio come accadeva ai tempi del liceo, quando il supplente di greco entrava in classe tutto gonfio e tronfio che con lui non si scherzava e che nessuno pensasse di prenderlo sottogamba che altrimenti schiaffava qualcuno dal preside, ma che poi era costretto a darsela a gambe inseguito da pernacchie, gessetti, cancellini e smozzichi di focaccia rancida.

E così, venerdì a tarda ora, l’occhiuto e vaiato governo di cui sopra ha partorito il solito compromesso all’italiana, la solita furbata democristiana, cioè ti vieto, ma non troppo, ti impedisco di invitare chiunque a casa tua, ma fino a un certo punto, e così alla fine – una vera vigliaccata – ha stabilito che due, almeno due parenti, ma non di più, è permesso invitarli, anche se, a pensarci bene, gli under 14 sono esclusi dal conto e quindi vagonate e frotte e squadriglie di bambini sono pronte a invadere e distruggere la tua casa e la tua pace natalizia. In quel momento, in quel momento preciso, il sogno è finito. Loro arriveranno. Loro arriveranno lo stesso, pure quest’anno. Perché loro non si fermano. Loro arrivano comunque, con o senza Covid, e si stravaccano sul divano e iniziano a magnificare il loro ragazzo che è un genietto, mentre il tuo è un somaro patentato che sta rifacendo per la terza volta la quinta superiore, che la loro macchina nuova è una bomba, mentre la tua è la barzelletta del quartiere, che non se ne può più di questo virus, anche se fanno gli impiegati di concetto al catasto di Aci Trezza ed è sei mesi che lavorano (?) in ciabatte da casa senza aver perso un euro di stipendio, mentre tu è da aprile che aspetti il ristoro dall’occhiuto governo di cui sopra. Anche questo, tutto vero. E non è finita qui, visto che con loro, con i parenti, non è mai finita. Perché saremo anche obbligati a scegliere quali parenti far entrare in casa, scatenando quindi una nuova guerra di religione con figli e consorte: se inviti il cognato Piero, si offende il cognato Pino, se inviti il suocero Gino, si offende lo zio Tino, e quindi questo porterà a una selezione darwiniana del parentame senza mai dimenticare i più soli, ovviamente, ma anche quelli che pare ti abbiano già inserito nell’eredità – e questo è un argomento molto più valido rispetto a quello del parente solo… – quindi, si dovrà procedere a una rotazione, anche questa fantozziana, per dare soddisfazione a tutti. Te ne becchi un paio alla Vigilia, un altro paio a Natale e poi via così a Santo Stefano, a San Silvestro, a Capodanno, per finire in gloria con l’Epifania, che tutti i parenti si porta via, senza dimenticare sabati e domeniche.

Morale. Anche quest’anno, benché diluiti e sparpagliati – e a questo punto era meglio farsi del male in un colpo solo – lungo due settimane che minacciano di passare alla storia tra le più devastanti del dopoguerra, i tuoi parenti te li papperai tutti, ma tutti davvero. E non ci sarà più verso di scamparla, perché loro sì che sono molesti, invasivi e contagiosi, altro che il Covid…


d.minonzio

Diego Minonzio

Il gioco della sabbia. La ricerca infinibile, di Angelo Malinconico, Nicola Malorni

Gli autori presentano le potenzialità cliniche del gioco della sabbia (sandplay analysis), ripercorrendone la storia, i nodi teorici e le applicazioni nelle istituzioni.

Attraverso il gioco della sabbia l’analizzando costruisce una narrazione, un dialogo guidato e mediato dalla corporeità che, come avviene in una conversazione verbale, si articola attraverso pause o, al contrario, sequenze veloci, capaci di suscitare un ritmo armonioso tra mente e corpo,

Il gioco della sabbia. La ricerca infinibile